Intervista a Jeanne Pommeau del Národní filmový archiv (NFA)

pommeau_jeanneIn occasione del Cinema Ritrovato 2018 ho avuto il piacere di intervistare la studiosa francese Jeanne Pommeau che si occupa del restauro per il Národní filmový archiv (NFA). Avevo pensato all’intervista come in due parti, una regolarmente pubblicata in appendice alla rassegna dello scorso anno (che potete leggere qui) e una da pubblicare su E Muto Fu relativamente al progetto dedicato al cinema muto ceco e slovacco. Buona lettura:

Qual è il rapporto tra i cechi e i loro film delle origini?

Rispetto al pubblico francese, il loro interesse per i vecchi film è molto alto sia nei festival che in televisione dove, però, passano principalmente i film degli anni ’30, ma nei festival si tende generalmente a presentare almeno un film muto. Ad esempio durante il Karlovy Vary 2018 è stato presentato Bílý ráj di Karel Lamač con Anny Ondra (1924).

Generalmente amano vedere il cinema muto?

Quello che ho notato stando qui è che i cechi di solito conoscono molto più dei francesi i loro film nazionali. Durante le rassegne cinematografiche gli spettatori si aspettano di trovare almeno un film muto ceco ogni anno. I cechi apprezzano i film muti di qualsiasi provenienza, specie con l’accompagnamento musicale dal vivo, per questo amano rassegne come il Letní filmová škola Uherské Hradiště durante il quale proiettano sia locali che internazionali. Hanno però forse una passione particolare per le loro cose, stando qui ho potuto vedere che i  cechi amano, in generale, tutto quello che appartiene alla loro terra. Giusto per fare un esempio, di recente abbiamo presentato alcuni film di Jan Kříženecký e ogni volta i cechi vengono molto volentieri alle proiezioni perché adorano vedere com’era la loro città nel passato perché considerano anche questo come una parte della loro storia nazionale. Direi che hanno un interesse storiografo nazionale per i fatti locali in generale. In libreria, infatti, ci sono tantissimi libri sulle strade di Praga, ad esempio, cosa che in Francia non mi sembra ci sia.

Rispetto ad altri stati la percentuale di film conservati è davvero molto alta, come mai secondo Lei?

Questa è una cosa molto interessante, anche se vale soprattutto per la produzione degli anni ’30, dove i titoli perduti si contano veramente sulle dita di una mano. In Cecoslovacchia c’è stato molto presto un Istituto di Stato per il Film, molto prima del Národní filmový archiv del 1943. Grazie a questo ci sono state, già negli anni ’20 e ’30 persone che hanno conservato e tutelato dei film. Ci sono stati anche dei collezionisti che, molto presto rispetto ad altri stati, hanno acquistato e preservato le pellicole. Già a partire dagli anni ’20 e ’30 vennero messe in piedi alcune collezioni private molto corpose con tanto di distribuzione di copie, come accaduto con alcuni film di Kříženecký. Insomma, ci furono fin da subito persone che si sono adoperate per preservare i film e grazie ad alcuni di loro è stato possibile ritrovare alcune cose già a partire dagli anni ’40. Questo non è stato l’unico modo i film si sono salvati: come capitato anche in altri paesi, ci sono stati casi in cui i film considerati perduti erano stati esportati e così abbiamo ritrovato delle copie in archivi esteri, come ad esempio Džungle velkoměsta (1929) che è stato ritrovato in Francia una ventina di anni fa.

Al Cinema Ritrovato 2018 avete presentato alcuni corti di Jan Kříženecký, in che modo le sue opere si discostano rispetto a quelle degli altri operatori Lumiérè?

Prima di tutto Jan Kříženecký, come tanti, non era un operatore Lumiérè, infatti non era stato formato da loro. Lui ha comprato un Cinématographe Lumiérè che serviva sia da cinepresa che da proiettore e tireuse e quindi poteva andare avanti in autonomia con la sua produzione. Una prima differenza rispetto agli altri operatori è che, anche se i primi film li ha mandati al laboratorio di Lione per farli sviluppare, com’era prassi, in seguito ha inziato a farlo da solo nella sua vasca da bagno. Ha poi fatto qualche modifica alla macchina: ad esempio già nel 1898 ingrandì lo scomparto che conteneva la pellicola del film, per poter aumentare il minutaggio da 50” a 80” circa. Successivamente installò anche un contatore per poter verificare quanto aveva girato o quanti metri mancavano alla pellicola. Non è un’invenzione unica al mondo, altri hanno avuto la stessa idea, ma è comunque una differenza rispetto agli operatori Lumiérè.

A livello di genere c’erano cose particolari nella sua produzione?

Per quanto riguarda i contenuti c’è una grossa attenzione all’elemento locale: ci sono molto film sui Sokol oppure diversi film sul monumento di František Palacký, tutti film legati alla storia locale e all’emancipazione nazionale. Sono cose che a volte i cechi non vedono chiaramente ma che io invece avverto come straniera. In altri casi girava farse, scene di vita quotidiana o comunque scene movimentate. Con le produzioni Lumiérè condivide l’attenzione per la composizione della scena oltre che in alcuni contenuti, questo perché Kříženecký vedeva i film Lumiérè e del resto ne ha proiettati diversi insieme ai suoi. In alcuni casi si possono vedere le ispirazioni, ad esempio in Výstavní párkař a lepič plakátů, viene appeso un manifesto “cinematografo ceco” e la stessa situazione si ritrova anche in alcune farse Lumiérè. A volte si può quasi fare l’archeologia di cosa ha visto Kříženecký!

Quali sono le influenze estere del cinema ceco, in particolare dopo il 1918?

Ci sono registi, come Jan Kolár, che hanno detto esplicitamente di apprezzare il cinema tedesco e quello scandinavo. Poi se volessimo inserire anche la produzione di Carl Junghans nella filmografia ceca allora ci sarebbero sicuramente anche delle influenze russe, come in Takový je život (1930).

A livello locale le trasposizioni si ispirano anche ai romanzi nazionali, come il celebre Dobrý voják Švejk (it. Il Buon Soldato Švejk) che ha avuto una lunga serie di film. A livello internazionale il personaggio ha il volto cinematografico di Rudolf Hrusínský, ma nel muto era interpretato da Karel Noll. C’è stata una riscoperta del suo Švejk?

A proposito dell’importanza di Švejk mi viene subito in mente come il film che abbiamo appena proiettato al festival (Shoulder Arms ndr) era stato portato in Cecoslovacchia come Dobrý voják Chaplin (it. Il Buon Soldato Chaplin). È l’esempio di come la letteratura possa influenzare l’immaginario comune visto che è arrivata a dare il titolo di un film Chaplin! Riguardo Noll credo che la maggioranza della popolazione sia molto legata a Hrusínský e non conosca le avventure mute di Švejk.

Quindi non vengono trasmesse le prime avventure cinematografiche di Švejk in televisione o nei festival?

In televisione non lo so, perché non la guardo, ma posso dire che nei festival tendenzialmente non li proiettiamo a meno di ricorrenze particolari. Anche noi abbiamo una sezione “100 anni fa”, come al Cinema Ritrovato, quindi magari prossimamente questi film potrebbero fare capolino nella programmazione. Non è comunque l’opera cinematografica che trasmetteremmo in prima istanza, perché preferiamo mettere in programma i film celebri dei vari registi più importanti e amati come Lamač, Machatý e Kolár.

Ci sono dei progetti avviati riguardo il restauro e l’edizione home video dei film muti cechi?

Le occasioni saranno sempre di più perché abbiamo trovato una persona che si occupa delle musiche per l’archivio. Poi per le edizioni in dvd proviamo a rilasciare alcune per quei film di cui abbiamo fatto il restauro o di cui abbiamo imbibito le copie, come ad esempio quella di Milenky starého kriminálníka di Inneman (1927) o Příchozí z temnot di Kolár. Stiamo provando a valorizzare i film muti anche per il cinema home video e speriamo in futuro di presentarli in digitale, anche se non sappiamo ancora se on demand o in altro modo, perché vorremmo evitare di dover passare attraverso un supporto fisico. La cosa interessante del formato digitale è che si possono dare molte informazioni in più sul film rispetto alle classiche edizioni casalinghe e aggiornarle nel tempo: potremmo ad esempio aggiungere dei documentari, spiegare perché è stato fatto un certo lavoro o com’era lo stato di conservazione del film e così via.

Per finire, quale film consiglierebbe a una persona che vuole affacciarsi sul cinema muto ceco? C’è qualche film che ha amato particolarmente?

Io adoro Takový je život, lo trovo molto forte, ci sono degli elementi di avanguardia e c’è molta attenzione al quotidiano e alla miseria. Il film ebbe una fase di gestazione molto lunga, Junghans scrisse la sceneggiatura nel 1925 ma riuscì a realizzare il film solo nel 1930, questo perché non ottenne i finanziamenti in Germania e dovette farlo in Cecoslovacchia. A livello di messa in scena lo trovo veramente straordinario, ci sono dei piani di due secondi e il ritmo è molto ricercato. Un altro film che amo molto è Otrávené světlo (1921) e ammetto di avere un debole per Milenky starého kriminálníka perché Anny Ondra recita nel ruolo di un personaggio molto stravagante, nella prima scena gioca a boxe, e ha una personalità femminile molto forte. In generale consiglierei i film di Machaty.

Dopo aver ringraziato Jeanne Pommeau ci siamo salutati. Sinceramente sono stato molto soddisfatto dell’intervista e spero sia stata interessante anche per voi.

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