The Salvation Hunters – Josef Von Sternberg (1925)

vlcsnap-00147Josef Von Sternberg, al contrario di tanti registi stranieri, non arrivò in America da personaggio affermato. La sua è la storia della realizzazione del sogno americano e al contempo quella di un uomo capace di mantere la sua impronta culturale europea negli Stati Uniti e portarla al successo. Nato a Vienna da una modesta famiglia ebrea si trasferì nel nuovo mondo assieme alla sua famiglia appena quattordicenne. Dopo una gavetta come assistente tuttofare, a 31 anni si sentì pronto per imbracciare la telecamera e girare il suo primo film in maniera del tutto indipendente. Nacque così The Salvation Hunter. Il costo del film è dibattuto, secondo quanto riportato da Sarris si aggirò intorno ai 5000$. Con il suo primo film, di cui curò regia e sceneggiatura, Von Sternberg mette subito in chiaro quali saranno i suoi punti saldi: attenzione per i bassifondi e i reietti, per i personaggi complessi capaci di cambiare la loro vita con la forza del dolore e delle emozioni, una sensibilità fotografica con pochi paragoni. Per risparmiare vennero scritturati attori all’epoca quasi sconosciuti: tra questi troviamo la protagonista femminile Georgia Hale, ex Miss Chicago, che fece battere il cuore a Chaplin che la volle subito dopo in The Gold Rush. Sì, perché Chaplin vide il film e se ne innamorò decretandone di fatto il successo, visto che la sua United Artists decise di distribuirlo nei cinema. Andiamo alla trama:

I protagonisti sono tre: un ragazzo (George K. Arthur), una ragazza (Georgia Hale) e un bambino orfano da loro salvato (Bruce Guerin). Sono Figli del Fango, che vagano tra i disperati del porto in cerca di lavoretti per pagarsi un pasto. Un giorno il ragazzo decide che è giunta l’ora di liberarsi da questa schiavitù e propone ai due di andare in città in cerca di una vità felice. Qui la situazione non è migliore: un uomo (Otto Matieson) poco rispettabile mette gli occhi sulla ragazza e si propone di ospitarla probabilmente per spingerla alla prostituzione una volta che la fame sarà diventata troppo forte. Vuole infatti sostituire l’ormai vecchia donna (Nellie Bly Baker) che ormai attirava pochi clienti. Spinta dalla miseria la ragazza sta per cedere ma, con un moto di orgoglio, ci ripensa. L’uomo tenta allora l’ultima mossa, porta i tre in campagna dove cerca di sedurre la ragazza per poi manipolarla a suo piacere. Il protagonista esce allora dala sua apatia e con un moto di orgoglio sfoga tutte le sue frustrazioni sull’uomo, rompendo il legame con il fango e diventano un Figlio del sole, pronto a prendersi il posto che merita nel mondo.

 

Come potete capire dalla trama, la storia è molto retorica, e vi assicuro che anche le didascalie lo sono moltissimo. Però questo piccolo difetto passa decisamente in secondo piano di fronte alla bellezza delle immagini, ai quei piccoli tocchi personali del regista che rendono decisamente poco americano questo film. Ciliegina sulla torta la rissa finale, dove il ragazzo si ritrova a mettere KO il suo avversario sotto a un evocativo cartello “Qui i vostri sogni diverranno realtà”. Sarà proprio così per il protagonista che otterrà in un colpo solo il rispetto per se stesso e quello della sua amata e del suo ormai figlio adottivo. Le scritte ricorrono in tutto il film, certamente quella più importante è un “Jesus Saves” che la ragazza vede quando ha ormai deciso di andare a prostituirsi. Sarà proprio questo segno a farle cambiare idea. Prima ancora in una bellissima scena Von Sternberg decide di rappresentare la sofferta decisione presa dalla ragazza con una mano che scende sofferente dalle scale quasi aggrappandosi al muro dietro di lei (vedi sotto). Allo stesso modo l’uomo viene spesso inquadrato in piedi davanti a due corna-trofeo decisamente mefistofeliche, proprio a voler evidenziare la sua natura malvagia e manipolatrice.

 

The Salvation Hunters mi è piaciuto davvero tanto, un’opera prima veramente straordinaria e curata, che pur nei suoi difetti mi ha conquistato per genuinità e per la maturità registica di Von Sternberg. Alcune delle prime scene portuali in particolare mi hanno riportato alla mente alcune splendide inquadrature di Jean Epstein in Finis terrae (1929), autore che poco ha a che vedere con il cinema americano, e conferma quindi la straordinarietà di Von Sternberg nel riuscire a portare un suo stile così atipico vicino al gusto hollywoodiano. Se volete godere a pieno della visione di questo film la Filmmuseum ha di recente messo in vendita l’edizione restaurata in dvd che potete trovare su amazon. Io ho visionato una vecchia versione in VHS che però, come potete vedere dalle foto, era già di ottima qualità.

 

Bibliografia consultata:

J. Baxter, Von Sternberg, Kentucky, 2010.
A. Sarris, The Films of Josef Von Sternberg, New York, 1966.
J. Von Sternberg, Fun in a Chinese Laundry, London, 1965.
H. G. Weinberg, Josef Von Sternberg: A critical study of the great film director, New York, 1967.

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Addio Giovinezza! – Augusto Genina (1927)

addio_giovinezza_1927Durante il Cinema Ritrovato 2014 venne presentata, dopo due restauri e una storia travagliata, Addio Giovinezza! nella versione di Augusto Genina del 1918. Come molti sapranno, questo adattamento cinematografico doveva essere orginariamente diretto da Nino Oxilia, autore assieme a Camasio della commedia originale, che però morì sul fronte durante il primo conflitto mondiale. La sua prematura dipartita portò a un cambiamento dei piani e alla scleta di Genina come regista. Il film fu un successo e così, a quasi dieci anni di distanza dalla suddetta versione, lo stesso Genina ripropose sul grande schermo la commedia che gli aveva dato tanta notorietà: con quale risultato? Andiamo a scoprirlo dopo aver riassunto brevemente la trama:

Mario (Walter Slezak) è un giovane di provincia che si sposta a Torino per frequentare l’Università. Qui incontra Leone (Augusto Bandini), ragazzo sbadato ma estremamente generoso. Dopo alcuni tentativi di trovare una casa, Mario prende in affitto una camera dalla giovane Dorina (Carmen Boni). I due si innamorano e iniziano presto un’intensa relazione. Purtroppo a minare la tranquillità della coppia si mette  Elena (Elena Sangro), una donna ricca e annoiata che ha notato Mario e tenta di sedurlo senza troppi scrupoli. La situazione diventa incandescente e di fronte all’interesse di Mario per la nobildonna, Dorina non riesce a restare impassibile: i due litigano e si separano. Rispetto alla versione del 1918 questa non ha, almeno nella versione da me visionata, probabilmente un riversamento da VHS, il lieto fine come quella del 1918. Nel finale Dorina sta andando a cercare Mario qualche mese dopo il loro litigio, davanti all’uscio di casa decide però di desistere. La scena cambia e troviamo Mario all’Università che supera gli esami o forse la laurea (è piuttosto confusa questa parte) annunciando poi ai suoi tramite lettera il suo ritorno.

addio giovinezzaIn generale rispeto alla prima versione, questo remake è decisamente deboluccio e la cosa viene segnalata già dalla stampa dell’epoca1. Alessandro Blasetti per il Cinematografo si mette in risalto il coraggio di “presentare ad un pubblico americanizzato […] un film di carattere squisitamente italiano e riportantesi alla sensibilità della gioventù di vent’anni or sono”.  I giornalisti di cui citiamo gli interventi sono però concordi nel dare merito a Genina di aver diretto molto bene il film, il quale presenta comunque dei difetti anche se “là ove c’è manchevolezza, fredezza, incertezza, ciò si deve al fatto che gli attori non hanno risposto all’appello. […] Walter Slezak, ch’era Mario, è fisicamente antipatico e flaccido, con un sorriso vacuo per non dire ebete che infastidiva non soltanto me, ma il pubblico. […] Dimenticavo dire di Elena Sangro, inelegante e nienteaffatto gran dama” (Giulio Doria per Cinema-Star). Al contempo si loda la prestazione di Carmen Boni “graziosa e spigliata piccola attrice […] le va di diritto la lode e il più incondizionato incoraggiamento” (Doria) e ancora dicendo che “ha superato ottimamente la difficile prova cui s’era sottoposta, riuscendo a non richiamare nostalgie né confronti con la celebre interprete della precedente edizione del lavoro” (Blasetti). Personalmente non sono del tutto d’accordo con Blasetti: per quanto la Dorina della Boni risulti un personaggio dolce e ben calzato, la Jacobini resta decisamente ineguagliata e ho avuto una certa nostalgia per la sua interpretazione. Altro motivo di disaccordo è sulle considerazioni di Doria riguardo Augusto Bandini che avrebbe interpertato Leone con “efficacissima e non esagerata comicità“, aggettivi che io ribalterei in toto definendo la sua intepretazione poco efficace ed esageratamente “comica”, ricca di scene poco memorabili che avrei volentieri saltato.

In conclusione se dovessi consigliare una versione di Addio Giovinezza!, in assenza dell’originale di Oxilia del 1913, consiglierei la prima versione di Genina e non certo questa. Nonostante ciò il regista riesce a dare il suo tocco regalandoci alcune belle scene e una buona fotografia che hanno anche il merito di darci un piccolo spaccato della vita dei giovani universitari dell’epoca. Per ulteriori informazioni e per leggere l’articolo integrale di Doria rimando all’articolo di Sempre in Penombra a cui ho rubato, chiedo venia, la locandina.

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1 Estratti degli articoli tratti da S.G. Germani – V. Martinelli, il cinema di Augusto Genina, Udine 1989.

I Vampiri, episodio 1: La testa mozzata (L. Feuillade, 1915)

tvampire_1aIn questi giorni sto studiando per (provare a) dare l’esame di Storia della Serialità e in bibliografia ho un testo che tratta della serialità delle origini, vale a dire i primi rudimenti delle produzioni mute in serie, concatenate tra loro e legate da una cornice socio-politica in comune. Sto parlando di Trame spezzate. Archeologia del film seriale di Monica Dall’Asta (Recco, Le Mani, 2009), un testo illuminante e fondamentale, credo, per chi si occupa di cinema muto. Già avevo avuto modo di sfogliarlo per la mia tesi di laurea triennale Emilio Ghione regista del cinema muto italiano. Il mio amato Za la Mort è un esempio rappresentativo della prima serialità italiana, sebbene non segua una continuità narrativa lineare, ma parlerei volentieri dell’apache dal volto scavato prossimamente. I film muti in serie dei primi anni del Novecento sono vari ed eventuali, ma principalmente le produzioni sono francesi e statunitensi: ad esempio Victorin-Hyppolite Jasset per Nick Carter, Pearl White nei ruoli delle eroine anticonformiste Pauline, Elaine e Pearl e Louis Feuillade per Judex e Fantômas.

Louis Feuillade è un nome che ricorre tantissimo nel libro di Monica Dall’Asta e vorrei inaugurare con questo articolo un mio personale racconto del serial I Vampiri IMG_2790episodio per episodio, tutti e dieci scritti e diretti dal regista francese. Personalmente adoro tantissimo le atmosfere tetre, fumogene e sinistre della Parigi dei primi anni Dieci, immersa ancora per poco negli ultimi granelli di benessere sociale della Belle Époque prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Insieme a Zigomar con la Banda degli Z e Fantômas scortato dai suoi fedelissimi apache, i Vampiri sono un gruppo criminale che nella realtà infestano il cinematografo a partire dal 1915 e nella
finzione terrorizzano la classe borghese parigina. Nessuno sa di preciso chi faccia parte dei Vampiri, perfino il capo cambia nome nel corso della serie (più che altro per IMG_2789un’esigenza organizzativa degli attori chiamati al fronte), dal Gran Vampiro, passando per Satanas, arrivando a Vénénos. La sola figura fissa, ricorrente nel corso dei dieci episodi della serie è la leggendaria Irma Vep (Musidora), l’unica donna, pare, che compare in maniera sorprendente nel terzo episodio Le Cryptogramme rouge (Il crittogramma rosso). Tutti i membri dei Vampiri agiscono mascherati, coperti da cima a fondo mediante una tuta nera aderentissima; conseguentemente è più difficile essere riconosciuti in caso di testimonianze oculari. Il travestimento è un espediente fondamentale per portare a termine un colpo o un omicidio: difatti, negli anni Dieci, il corpo di Polizia ha da poco iniziato un accurato procedimento di schedatura dei volti finalizzato al riconoscimento facciale mediante caratteristiche fisiognomiche. Con una tuta nera, però, il criminale può agire indisturbato nell’ombra. Sono quindi le ombre e gli inganni il minimo comun denominatore del Les vampires La tete coupee (2)primo episodio della durata di mezz’ora circa intitolato La Testa mozzata. Veniamo ai fatti. Il reporter Philippe Guérande (Édouard Mathé) sta investigando sul caso dei Vampiri, veri e propri seminatori di paura, quando riceve un telegramma che lo informa che il corpo dell’ispettore Durtal, il quale stava indagando anch’esso sulla banda dei Vampiri, è stato trovato senza testa nelle paludi nei pressi di Saint-Clement-Sur-Cher; Guérande parte e si reca al castello del Dr. Nox (Jean Aymé), amico di famiglia, per saperne di più. Nel frattempo si unisce a lui Margaret Simpson (Rita Herlor), una milionaria statunitense giunta in Francia per concludere l’affare di compravendita del castello con il Dr. Nox. La notte stessa la signora Simpson viene derubata di tutti i suoi averi da una figura nera che si introduce nel castello e Guérande viene colto, inspiegabilmente, in possesso di un prezioso portasigarette, l’unico oggetto scampato al furto. Dichiaratosi giustamente innocente, Guérande corre dal magistrato del paese Hamel (Thelès) per denunciare l’accaduto, seguito dal Dr. Nox e la signora Simpson. Guérande e Hamel tornano al castello dopo aver fatto blindare ogni uscita della magistratura da degli agenti, chiudendo il Dr. Nox e la signora Simpson in una stanza. I 12b6bb1187c883d96464c924548aeb9cdue, al castello, scoprono un passaggio segreto che li conduce al ritrovamento di una scatola al cui interno vi è la testa mozzata di Durtal. Sconvolti, tornano all’ufficio e trovano la signora Simpson senza vita. Del Dr. Nox non vi è alcuna traccia: solo un biglietto su cui vi è scritto che il vero Nox è stato ucciso e che in realtà il Gran Vampiro si è sempre celato sotto le sue fattezze. La camera stacca e segue per qualche minuto i passi di una figura nera sui tetti del paese, la scena più emblematica di tutto il film, dopodichè sfuma al nero.

Volenti o nolenti La Testa mozzata è l’episodio che introduce immediatamente e senza troppi giri di parole nella situazione: è già ovvio e risaputo che I Vampiri sono una temutissima banda criminale da annientare il prima possibile per ripristinare l’ordine cittadino. Si è irreparabilmente coinvolti nelle indagini di Guérande, ma in qualche modo si resta affascinati dall’ambiguità di queste figure nere di cui non si conoscono la natura e lo scopo della loro esistenza. Fossimo catapultati ai giorni nostri, La Testa mozzata avrebbe tutta l’aria di essere un pilot, l’ouverture che indirizza verso crimini molto più grandi di un cadavere decapitato e dell’omicidio di una persona altolocata.

Devo ancora capire se provo maggior empatia verso Guérande o verso I Vampiri, se voglio che  la banda sia smascherata una volta per tutte o che le tute nere creino ancora un po’ di scompiglio prima di scomparire nell’ombra, fatto sta che I Vampiri in quanto film mi inquieta non poco ed è veramente giusto così.

[…continua]

Les Vampires – La Tête coupée / Louis Feuillade. – Soggetto e sceneggiatura: Louis Feuillade. – Francia: Société des Etablissements L. Gaumont, 1915. – Con Édouard Mathé, Thelès, Jean Aymé, Rita Herlor. Lunghezza: metri 950 circa.

Visto di Censura (in Italia): 11946, 17 agosto 1916.

Prima visione francese: 13 novembre 1915.

Stato: sopravvissuto.

 

Fonte: Monica Dall’Asta, Trame spezzate. Archeologia del film seriale, Recco, Le Mani, 2009.

Verso il Cinema Ritrovato 2018

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“Sarà un festival MOSTRUOSO e non solo perché alcuni film avranno come protagonisti dei mostri”. Così ha definito ieri sera Gian Luca Farinelli il Cinema Ritrovato 2018, presentando con Roy Menarini una bella fetta del programma che si terrà a Bologna dal 23 giugno al 1 luglio. Al timone del Ritrovato, insieme a Farinelli, Mariann Lewinsky, Cecilia Cenciarelli e Ehsan Khoshbakht in veste di direttori, curatori e rappresentanti di una forza- lavoro che anche quest’anno riuscirà certamente e in maniera impeccabile nell’intento di mostrare al pubblico e agli appassionati opere che vanno dai film semi-sconosciuti a quelli ben più celebri.

Si prospetta un fine giugno caldo, denso, frenetico, pazzesco, dato che io e Yann tenteremo di portare a termine l’arduo compito di guardare più film muti possibili dalla mattina fino a tarda sera, recensendone su Cinefilia Ritrovata più di quanto le nostre forze psico-fisiche ci consentano, ingollando caffè e passando notti in bianco pensando già alle proiezioni del giorno dopo.

Tanti (cinquecento!) film muti e sonori riscoperti, (ri)trovati, restaurati a partire dalla retrospettiva Marcello Come Here: Mastroianni ritrovato (1954-1974) dedicata a Marcello Mastroianni, volto simbolo del CR 2018, di cui si sono scelti film meno conosciuti al grande pubblico come Giorni d’amore (Giuseppe De Sanctis, 1954), I compagni (Mario Monicelli, 1963), Spara forte, più forte…non capisco (Eduardo De Filippo, 1966), Touche pas à la femme blanche (Marco Ferreri, 1974).

A noi però, con tutto l’amore verso i film post-1930, interessa maggiormente la parte muta, la più imprevedibile, la più succulenta, la più seducente. Sgancio la bomba elencando alcuni muti della sezione Cento anni fa: 1918Charlot soldato (Charlie Chaplin) da una rarissima copia imbibita, Il caso Rosentpof (Ernst Lubitsch), Tosca (Alfredo De Antoni), Gerusalemme Liberata (Enrico Guazzoni), Vendémiaire (Louis Feuillade), Wolves of Kultur (Joseph Golden), Otets Sergii (Yakov Protazanov), Tarzan of the apes (Scott Sidney). Inoltre, i più pettegoli dicono a bassa voce che il serial I Topi grigi (Emilio Ghione) potrebbe essere proiettato al Cinema Modernissimo, attualmente in dirittura di arrivo coi lavori di recupero e ristrutturazione, ambizioso progetto della Cineteca di Bologna.

Vicinissimi alla transizione da muto al sonoro con Settimo Cielo (Frank Borzage, 1927), in William Fox presenta: riscoperta dalla Fox Film Corporation, rivedranno la luce i tesori della nota società di produzione sotto cui lavorarono John Ford, F.W. Murnau, Howard Hawks e Raoul Walsh.

In 1898. Cinema anno 3 i paesaggi rurali e cittadini del cinema neonato saranno lo sfondo dei primi film di finzione, varietà e scienza, nell’anno esatto in cui il Cinématographe Lumière viene esportato in tutto il mondo. Verranno presentati anche i restauri dei primi film cechi girati sempre nel 1898 da Jan Krizenecky.

Per chi non ha tutta quella dimestichezza e affinità col cinema muto, torna anche quest’anno il Progetto Keaton promosso dalla Cineteca di Bologna e Cohen Film Collection: Lo spaventapasseri (1920), Il nord ghiacciato (1922), Io e la vacca (1925) e il bellissimo sorriso triste di Buster Keaton.

Novità di quest’anno è Napoli che canta. Omaggio a Elvira Notari e Vittorio Martinelli, i cui muti napoletani comprendono Vedi Napule e po’ mori (Eugenio Perego, 1924), E’ Piccerella (Elvira Notari, 1922), Fantasia ‘e surdato (Notari, 1922).

Totalmente muta è la parte dedicata ad Arrigo Frusta e l’officina della scrittura rivolta proprio al leggendario Arrigo Frusta “il signore dei soggetti” di casa Ambrosio a cui si deve gran parte della produzione del cinema italiano degli anni Dieci: Il guanto (Luigi Maggi, 1910), Nelly la domatrice (Mario Caserini, 1912), Santarellina (Mario Caserini, 1912), Le acque miracolose (Eleuterio Rodolfi, 1914).

Ritrovati e restaurati includono probabilmente le pellicole più interessanti: sono infatti i restauri in 35 mm e digitale provenienti da Italia, Francia, Spagna, Stati Uniti o Giappone, molti da rivedere e altrettanti proiettati per la prima volta su un grande schermo. Un esempio? Lights of old Broadway di Monta Bell (1925).

Non mancheranno I cineconcerti in Piazzetta Pasolini con le mitiche proiezioni a lampada a carbone, per ricreare la visione di inizio ‘900. Quattro sono le pellicole della rassegna Napoli che canta accompagnate dal vivo che si ispirano alla musica popolare napoletana.

Queste sono le rassegne in cui io e Yann metteremo il naso a caccia di muti. Ce ne sono, ovviamente, di altre che meritano tantissimo, tra i noti, ad esempio, un accuratissimo restauro di Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948), Carosello napoletano (Ettore Giannini, 1953), la proiezione in versione “vintage” di Cabaret (Bob Fosse, 1972), Suspiria (Dario Argento, 1977), Grease (Randal Kleiser, 1978), Alien (Ridley Scott, 1979). Per par condicio ne stilo una lista: Censurati, ritrovati, restauratiSerate cinefile al cinema ArlecchinoLuciano Emmer 100: l’arte dello sguardoOltre lo specchio della vita: i film di John M. Stahl ; La donna con la Kinamo: Ella Bergmann-Michel Alla ricerca del colore dei film Documenti e documentari ; Seconda utopia: 1934 – L’età dell’oro del cinema sonoro sovietico La rinascita del cinema cinese (1941-1951) Cinemalibero Yilmaz Güney, speranza disperataMarcello Pagliero, l’italiano di Saint-Germain-des-Pres ; Cécile Decugis, montatrice e regista.

La XXXII edizione del Cinema Ritrovato sarà dedicata a Ermanno Olmi, scomparso il 7 maggio 2018.

In piena trepidazione e fermento vi auguro un buon Cinema Ritrovato. Non so voi, ma io non vedo l’ora.

 

 

 

Il villaggio maledetto (La aldea maldita) – Florian Rey (1930)

maggio 3, 2018 1 commento

La.Aldea.Maldita.avi_snapshot_00.33Quando si parla di cinema spagnolo d’autore, soprattutto se si considera solo la prima metà del novecento, l’unico autore che solitamente viene alla memoria è Luis Bunuel e sul muto la storia sembra cominciare nell’anno in cui il muto sta per finire: il 1929 con Un chien andalou. Quella spagnola è certamente una cinematografia minore, con risultati ben lontani, in Europa, da Francia, Germania, Italia e paesi scandinavi, ma basta – come sempre in questi casi – cercare meglio, non fermarsi alle filmografie consigliate, per scoprire dei piccoli capolavori che, se studiati a dovere, non hanno nulla da invidiare ai capisaldi del genere.

Uno di questi è Il villaggio maledetto (titolo originale La aldea maldita) scritto e diretto Florian Rey, girato nel ’29 e circolato l’anno successivo prevalentemente in Spagna e in Francia, dove ebbe un discreto successo. Al centro della vicenda c’è un piccolo villaggio della Castiglia dove negli ultimi anni il clima difficile ha distrutto quasi tutto il raccolto. Gli abitanti credono ormai che sia l’effetto di una maledizione, i più devoti la attribuiscono ad una mancanza di sincera fede religiosa. I campi di Juan, onesto e virtuoso contadino, sono ridotti così male che non porteranno frutto e, senza riserve, le uniche prospettive sono la fame e la miseria. Juan ha sulle sue spalle il vecchio padre cieco e suo figlio, appena nato, oltre la moglie Acacia; è disperato e non appena sa che il signorotto del paese, Zio Lucas, ha scorte ingenti di cereali che vuol tenere tutte per sé, reagisce in malo modo e viene arrestato.

 

Proprio durante i suoi giorni di prigionia l’intero paese decide di emigrare, in cerca di fortuna e terre più fertili. Tra questi c’è anche Acacia che deve prendere una decisione per sé e per suo figlio, senza poter consultare Juan. Influenzata da un’altra donna, sua amica, che le fa sognare la vita di città, il lusso e le ricchezze possibili lontano dal villaggio, sceglie di partire, ma il suocero non le permette di portare con sé il piccolo neonato. Con la prospettiva di tornare non appena avrà accumulato una discreta somma di denaro si unisce alla carovana, lunga e apparentemente interminabile, che svuota il villaggio. Colto da un sentimento improvviso di pietà Zio Lucas libera Juan, ma Acacia è già partita. Accettando la separazione e confidando nella fedeltà della moglie anche Juan lascia il villaggio col padre e il figlio. Tre anni dopo per puro caso Juan trova Acacia, in compagnia della sua amica, in una locanda dei bassifondi: crollata ogni illusione i due intraprendono una vita di apparenze per salvare la faccia agli occhi del vecchio padre che vede nell’onore e nella rispettabilità l’unica ricchezza di famiglia. Dapprima saranno interdetti contatti di ogni tipo tra il figlio e la madre ritrovata, ma il perdono saprà farsi strada nel cuore di Juan.

 

Quello di Rey è indubbiamente un film edificante, secondo i canoni piuttosto in voga del tempo, tant’è che oggi, più che la trama o il finale alquanto scontato, l’interesse è tutto per la forma, la messa in scena, la fotografia, l’uso figurativo dei personaggi e gli effetti speciali. Ciò assume ancora più valore e interesse se si considera che all’epoca spopolavano gli adattamenti e i tentativi di acquistare fama e onore nell’ambito delle arti tradizionali. Ne Il villaggio maledetto è invece il cinema a vincere sulla letteratura e per questo il film è tuttora pienamente godibile e per la sua forza appare come un passaggio doveroso per ogni appassionato del genere. Sono qui visibili in nuce tutti gli elementi che poi diverranno la sostanza del melodramma europeo del secondo dopoguerra: i valori messi in pericolo, le passioni, i sentimenti impetuosi, le lacrime, i legami famigliari.

Sembra già di vedere all’orizzonte certi film di Matarazzo e Cottafavi e il volto risoluto di Amedeo Nazzari oppure, in Francia, i film con Jean Gabin o, in Germania, le opere di Helmut Kautner. Proprio la significatività retrospettiva di quest’opera convinse forse l’autore a proporne un rifacimento nel 1942, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, in cui Rey aggiunse molta più dinamicità e visionarietà alla vicenda – la scena dell’esodo forzato è un esempio di prim’ordine di poesia cinematografica – ma perde un po’ della sua asciuttezza, del suo equilibrio e dell’essenzialità che solo il muto e il linguaggio del muto confluito nel cinema sonoro sanno dare. D’altro canto bisogna considerare come già nel 1930 fu proposto a Rey di realizzare una doppia versione muta e sonora del film, forse per indirizzarla su mercati già conquistati dal fragore dei talkies. A edizione muta già completata Rey girò alcune scene alternative in Francia e integrò il doppiaggio sul film già montato, con risultati ben poco soddisfacenti come lui stesso ammise. Oggi non possiamo giudicarli poiché le poche copie sonore sono andate perdute. Resta lo splendore del muto, i giochi di luce degni del miglior espressionismo tedesco, attori sfavillanti nella loro economia espressiva e scene corali che risentono dell’influenza sovietica.

 

Il villaggio perduto è un altro di quei film usciti dal canone, e per questo poco visti e poco visitati, che andrebbero ridiscussi e reinseriti nei circuiti cinefili e culturali. Rey è l’unico dei primi autori spagnoli a non avere una pagina Wikipedia in italiano e ciò può significare moltissime cose e tutte ben precise.
Più passa il tempo qui su E muto fu e più emerge palese, sorprendente e affascinante l’esigenza di rivedere le filmografie di base, metterle in discussione e redigerne di nuove.

 

 

Il Castello di Vogelod (Schloß Vogelöd) – Friedrich Wilhelm Murnau (1921)

hauntedcastleNel 1921, appena un anno prima di Nosferatu, Murnau dirige Schloß Vogelöd, film incentrato sul tema del passato e del pentimento. Sebbene la storia, tratta dall’omonimo romanzo di Rudolf Stratz e sceneggiata da Carl Mayer (che ha sceneggiato anche “Tartufo” e “l’Ultima Risata” di Murnau) e Berthold Viertel (che collaborò anche per la sceneggiatura di “City Girl“), sia piuttosto semplice, Murnau riesce a dare un suo tocco personale al film che acquista così un certo spessore: il regista ha dato vita a scene estremamente curate, alcune delle quali da antologia, che possono essere apprezzate nella loro pienezza grazie allo splendido restauro pubblicato dalla Eureka alcuni anni fa.

La nobiltà locale si è riunita nel castello di von Vogelod (Arnold Korff) e sua moglie (Lulu Kyser-Korff) per una battuta di caccia. Lo scoppio di un temporale, rende però impossibile agli uomini l’uscita. Nel giro di poco tempo sopraggiungono anche il Conte Johann Oetsch (Lothar Mehnert), che tutti considerano l’assassino del fratello, e la Baronessa Safferstätt (Olga Tschechowa), vedova del fratello del Conte Oetsch, poi risposatasi con il Barone Safferstätt (Paul Bildt). La donna indica il Conte Oetsch come responsabile della morte dell’ex marito e si chiude in se stessa e nei fantasmi del passato che la spingono a far chiamare l’enigmatico Padre Faramund (Victor Bluetner) per confessarsi. Da qui in poi si ripercorreranno gli avvenimenti del passato che porteranno alla scoperta di una verità tenuta nascosta per troppo tempo…

hauntedTra colpi di scena e belle trovate, il film scorre abbastanza agevolmente. Murnau riesce nell’impresa di non annoiare pur avendo una sceneggiatura non troppo salda dietro di sè. Capitolo interpreti: i personaggi principali risultano ben delineati, tra tutti quello di Padre Faramund, al contrario quelli secondari sono decisamente piatti e tendono a confondersi tra di loro risultando poco memorabili. Ottimi i giochi di luci e ombre, l’uso dei trucchi che rendono l’atmosfera minacciosa e spettrale. Da sottolineare l’attenzione alla mimica facciale e alla gestualità degli attori, con particolare menzione per Olga Tschechowa. Nel complesso un film piacevole da prendere nella sua edizione restaurata edita dalla Eureka per la collana “Masters of Cinema Edition“.

Approfondimenti: per maggiori informazioni sull’edizione restaurata vi rimando alla recensione in inglese del sito Digital Fix.

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PRELUDIO – Il fiacre n. 13 (1917)

Tube, frac, omicidi e una carrozza dal numero non molto felice.

Questo è il sunto del quarto episodio di Il fiacre n. 13, film tratto dall’omonimo romanzo edito nel 1881 da Xavier de Montépin, autore francese di romanzi d’appendice in voga quegli anni. Nel film l’influenza del feuilleton e del genere poliziesco francese c’è e si vede; è inoltre inevitabile non fare un confronto con un altro serial italiano contemporaneo quale I topi grigi di Emilio Ghione: l’ambientazione parigina (in realtà gli studi torinesi della Ambrosio), i costumi, i sotterfugi, la donna da salvare. Insomma, praticamente una versione un po’ più benestante di Za la Mort che, per spostarsi da una bettola all’altra, non potendo permettersi una carrozza, preferiva andare a piedi (come scordarsi gli ultimi, lunghi fotogrammi di Dollari e fracks…) o adoperando una più comoda Lancia.Schermata 2018-04-19 alle 16.31.15

Peccato aver visionato all’archivio audiovisivi della Cineteca di Bologna solamente il quarto episodio Giustizia!, (*) l’unico insieme a Gian Giovedì, il secondo, ad essere completamente risparmiato dalle lame della censura (Il delitto al Ponte di Neuilly non venne nemmeno distribuito). Tant’é che vedere un film solo nella sua parte finale comprendendo molto poco di quanto accaduto prima non è proprio il massimo. Se si vuole, l’unico vantaggio che il cinema muto italiano offre (degli anni Dieci almeno) è che mediamente il cast di un lungometraggio comprende sì e no una decina di interpreti; pertanto, grazie anche alla cospicua presenza di didascalie esplicative che danno un ritmo serrato alla narrazione, non è stato così complicato tessere le fila della storia.

Ambientato in un contesto aristocratico, il duca George de Latour (Vasco Creti), insieme all’amante Berta (Helena Makowska) vuole interrompere una volta per tutte l’agiatezza famigliare del fratello che ha appena avuto un erede, intascandosi così tutti i suoi beni, ingaggiando l’apache Gian Giovedì (Alberto Capozzi). Da qui parrebbe esserci tutto un susseguirsi di sottotrame e personaggi secondari che col passare degli episodi acquisiscono una maggior fisionomia e psicologia, così come certi rapporti svelati solo in Giustizia!. Dico parrebbe per i motivi spiegati sopra. Ho intenzione di approfondire il tutto andando alla ricerca degli altri tre episodi della “carrozza sventurata”: prego i lettori di considerare questo breve articolo come un preludio a quello che verrà, o come input per cercare insieme a me i restanti episodi.

(*) Convintissima di trovare sul supporto dvd tutti gli episodi, mi si è presentato invece il titolo “Episodio IV: Giustizia!”. Sono sicura che il lettore proverà una certa empatia nei confronti del mio disappunto e della mia delusione.

Il fiacre n. 13 (Episodio I: Il delitto al Ponte di Neuilly; Episodio II: Gian Giovedì; Episodio III: La figlia del ghigliottinaio; Episodio IV: Giustizia!) / Alberto Capozzi e Gero Zambuto. – Soggetto: Xavier de Montépin – Sceneggiatura: Giuseppe Paolo Pacchierotti . – Torino, Società Anonima Ambrosio, 1917. – Con Alberto Capozzi, Helena Makowska, Gigetta Morano, Fernanda Negri Pouget, Vasco Creti, Diana Karenne. Lunghezza: metri 5520 circa. 

Visto di Censura: Il delitto al Ponte di Neuilly – 12414, 30 marzo 1917, vietata;

Gian Giovedì – 12415, 20 gennaio 1917, approvata; 

La figlia del ghigliottinaio – 12416, 20 gennaio 1917, approvata con riserva;

Giustizia! – 12417, 20 gennaio 1917, approvata.

Stato: parzialmente sopravvissuto.