Diverso dagli altri (Anders als die Andern) – Richard Oswald (1919)

anders_als_die_andernAnders als die Andern è un titolo davvero particolare nella filmografia muta, perché affronta il tema dell’omosessualità in maniera decisamente contemporanea, dimostrandosi precursore nei tempi di una forma mentis che ancora oggi non è stata, purtroppo, del tutto acquisita neanche oggi. Nella Germania dell’epoca vigeva infatti il paragrafo 175 che condannava i rapporti tra persone dello stesso sesso considerandole bestialità. Attraverso il personaggio di un sessuologo, questo film provava a dimostrare che l’omosessualità era caratteristica presente in natura e non una devianza tipica dell’uomo.

Paul (Conrad Veidt) è un facoltoso e virtuoso violinista. Al termine di una delle sue performance, viene avvicinato da Kurt (Fritz Schulz), un giovane con cui inizia una felice relazione. Purtroppo qeusta armonia è rotta da un uomo, Franz Bollek (Reinhold Schünzel), che da tempo estorce denaro a Paul minacciandolo di denunciarlo per la sua omosessualità. La situazione degenera presto e Paul e Kurt si allontanano e il primo decide finalmente di smettere di sottostare ai ricatti di Franz e lo denuncia. Viene aiutato da un medico (Magnus Hirschfeld) che porta avanti l’abolizione del paragrafo 175 ma nonostante la sua deposizione, Paul viene comunque condannato e allontanato da tutti, famiglia compresa. Distrutto dal dolore, il violinista decide allora di togliersi la vita.

Sembra incredibile che nel 1919 si potesse parlare di omosessualità in un film senza stereotipi o macchiette, contando che nei decenni successivi questo non accadrà. Magnus Hirschfeld, che interpreta se stesso nel film, era un sessuologo membro attivo del primo movimento omosessuale e proprio come tale aiutò Richard Oswald nella scrittura della sceneggiatura. In virtù della sua esperienza, Hirschfeld riuscì a creare una storia vera in grado di trasmettere le difficoltà che tante persone erano costrette a vivere a causa del pregiudizio. Sarebbe interessante sapere come fu recepito all’epoca il film, quello che sappiamo è che si è miracolosamente salvata una copia nonostante i nazisti diedero alle fiamme tutte quelle che riuscirono a trovare.

Anders als die Andern è un faro nell’idea che abbiamo di un passato retrogrado e poco aperto all’inclusione, dimostrando come cento anni fa vi fossero già persone in grado di superare i luoghi comuni e la discriminazione lottando per il riconoscimento dei diritti di tutti. Nonostante il film abbia alcuni limiti da questo punto di vista, merita di essere visto sia perché comunque coinvolgente, per chi ama i drammi tedeschi dell’epoca, sia perché si tratta di un pezzo di storia del cinema LGBT che merita di essere riscoperto nel suo ruolo pionieristico.

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Josef Kajetán Tyl – Svatopluk Innemann (1926)

Josef Kajetán TylLo abbiamo visto più volte, il primo cinema ceco ruota intorno alle figure importanti che hanno contribuito a formare e tenere vivo il sentimento identitario locale all’interno dell’Impero Austro-Ungarico. Josef Kajetán Tyl è uno di questi: scrittore, attore e drammaturgo è noto probabilmente ai più per aver scritto nel 1834 i versi che sono poi diventati l’inno nazionale ceco Kde domov můj (it. dov’è la mia casa).

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
L’acqua scroscia sui prati,
le fronde frusciano sulle rocce,
nel giardino risplende il fiore di primavera,
il paradiso terrestre a prima vista.
Questa è la splendida terra,
la terra ceca, casa mia,
la terra ceca, casa mia!

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
Se incontri una terra paradisiaca,
Con anime sensibili, in fisici agili,
Di mente chiara, gloriosa e prosperosa,
E con una forza che tutto sfida,
Questa è la gloriosa razza ceca,
In mezzo ai cechi è la mia casa,
In mezzo ai cechi è la mia casa!

I versi riportati, su musica di František Škroup, facevano parte di un’operetta più ampia dal titolo Fidlovačka aneb žádný hněv a žádná rvačka (it. Fidlovačka, ovvero niente rabbia e niente lotta).

La storia di Josef Kajetán Tyl (Zdeněk Štěpánek) è piuttosto travagliata e viene raccontata in forma romanzata dal regista Svatopluk Innemann in più di due ore: nato da una famiglia povera, vista la sua precoce sensibilità per la musica e la composizione, viene inviato dalla famiglia a Praga. Nelle film l’artista raggiunge una compagnia teatrale, tra cui la futura moglie Magdalena Forchheimová (Helena Friedlová), ed inizia presto a mettere in scena delle opere nello Stavovské divadlo (il teatro degli stati di Praga). Qui presenta con successo anche la Fidlovačka e conosce anche la seconda moglie, nonché sorella della prima, Anna Forchheimová-Rajská (Zdena Kavková – anche se non divorzierà mai convivendo con entrambe). Dopo lo scoppio della rivoluzione francese Josef Kajetán Tyl, come tanti, diventa attivo politicamente e sogna di dar vita, a sua volta, ad una ribellione contro i dominatori. Su influsso dello scrittore Karel Havlíček Borovský (Jan W. Speerger) partecipa effettivamente a un colpo di stato, ma viene ferito e la repressione sedata nel sangue (storicamente finsice nel Marzo 1849). Visti i suoi sentimenti sovversivi viene esiliato ed è costretto a partire portandosi dietro compagne e prole. Inizierà qui il suo declino e morirà in povertà di una malattia ignota senza aver compiuto neanche cinquant’anni.

Il film si presenta come un biopic piuttosto moderno e, almeno nell’aspetto, realistico. Prende le mosse da un saggio Josef Ladislav Turnovský di cui ignoro l’attendibilità a livello storico nonché l’aderenza dell’adattamento. Come capitato altre volte, anche qui il film era privo di sottotitoli, anche se conoscendo in generale la storia è abbastanza facile comprenderla, anche se ovviamente si perdono le sfumature. I personaggi sono tantissimi, così come le scenografie e i costumi: dovette essere una sorta Kolossal locale, immagino che la spesa finale, infatti, non fu affatto bassa. Le scene più interessanti che ho visto durante il film riguardano l’inizio, quando un giovanissimo Josef Kajetán Tyl, in procinto di partire, immagina di guadagnare tanti soldi da sfamare la sua famiglia (sopra), e il momento della composizione dell’inno, dove il regista stacca mostrando elementi paesaggistici locali e raffigurazioni pittoriche (sotto).

Il film è piuttosto interessante, la vita dell’artista è ricca e sfaccettata e per chi ama le storie del genere poeta romantico “maledetto” sicuramente potrebbe avere un appeal. Al contempo le vicende di Josef Kajetán Tyl sono fortemente ancorate alla storia locale e la mancanza di una traduzione degli intertitoli, assieme alla durata non indifferente, potrebbero essere un ostacolo piuttosto insormontabile.

Figlie di Eva (Dcery Eviny) – Karel Lamač (1928)

Dcery EvinyDcery Eviny è l’ultimo film muto della coppia Karel Lamač-Anny Ondra girato in Cecoslovacchia, andranno poi in Germania a girare e lei in particolare avrà anche una felice parentesi cinematografica in Gran Bretagna sotto la regia di Alfred Hitchcock (vi rimando al progetto sul nostro sito). Questo è un melodramma dove la protagonista è una donna fatale e peccatrice, una figlia di Eva per l’appunto, che si ritrova a giostrarsi in uno strano triangolo amoroso.

La Ballerina Nina Lavell (Anny Ondra) sta intrattenendo una relazione con il Barone Hanuš Stetten (Wolfgang Zilzer), che però è sposato. Riceve quindi la visita del Barone Bihl (Theodor Pištěk) che per conto della moglie di lui le chiede di lasciarlo perdere. Per farlo quindi ingelosire e andare via, Nina seduce il Pittore Rudolf Romain (Karel Lamač), abituato a una vita frugale con la mamma e la fidanzatina Maria (Uli TridenskajaMáňa Ženíšková), e lo usa per il suo scopo facendogli credere di essere a sua volta desiderato. I nodi però vengono presto al pettine e Nina, non riuscendo ad uscire dalla tela che lei stessa ha tessuto, si suicida con un colpo di pistola. Sul letto di morte chiede ad Hanuš e Rudolf di tornare con le rispettive compagne e si scusa per il suo comportamento.

Questa storia moraleggiante ebbe un discreto successo in Europa ed è forse una delle pellicole ceche mute più esportate all’estero. La storia del resto riprende tante commedie, anche americane, con stampo moraleggiante in cui la donna fatale si ritrova alla fine a pagare i suoi peccati con la morte. Il film è generalmente ben girato, anche se all’inizio non mi è stato subito chiaro chi avesse sparato a Nina (in realtà come detto è lei stessa a uccidersi forse pentita dei suoi peccati di lussuria) e ho dovuto rivedere la scena per capire cosa fosse successo. Interessante il fatto che tra i due litiganti si inserisca il Barone, ma nel complesso la storia è piuttosto banalotta e gira tutta sulle spalle di Anny Ondra che, dopo prestazioni esuberanti come quella di Milenky starého kriminálníka, è qui un po’ sottotono e in un ruolo più classico da femme fatale.

Insomma, Dcery Eviny è un film molto classico e per questo probabilmente anche godibile, ma mi aspettavo qualcosa di più originale e divertente, quindi sono rimasto un pochino deluso. Probabilmente più a freddo rivaluterò il film nel complesso, ma la mia sensazione è che manchi quel quid in grado di renderlo più di un “film carino”.

Due corti cechi durante la dominazione asburgica

Il primo articolo dedicato al cinema muto ceco, era dedicato interamente ai primissimi cortometraggi che Jan Kříženecký fece con la sua macchina. In questo articolo andremo a vedere altri due corti precedenti alla fondazione dello stato Cecoslovacco, che sono riuscito a recuperare: il primo, sempre di Kříženecký data 1908 e mostra la città di Praga agli inizi del secolo scorso. Il secondo è un corto dedicato ai cinque sensi.

– Un Tram attraversa Praga (Jízda Prahou otevřenou tramvají) – Jan Kříženecký (1908)

A bordo di un tram scopriamo le bellezze paesaggistiche della città d’oro, con tanto di castello sullo sfondo, ponti e Moldava in bella vista. Si tratta di un “filone” relativo ai film dal vero che ha riscontri anche in altri stati ma che è sempre suggestivo. Questo film è contenuto nella raccolta dvd Kafka Goes To The Movie, che cerca di inquadrare il cinema ai tempi di Kafka attraverso testimonianze pionieristiche in giro per l’Europa.

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– I 5 sensi dell’uomo (Pět smyslů člověka) – Josef Šváb-Malostranský (1913)

Il breve corto è stato condiviso su Vimeo dal Národní filmový archiv, su cui sono per altro presenti più di 200 film dal vero che forse un giorno vedrò di selezionare per condividere con voi.

Protagonista è un uomo, Prefatýn (Josef Šváb-Malostranský) che utilizza i suoi cinque sensi per sedurre una cuoca (Katy Kaclová-Vališová). Prima la vista: Prefatýn vede la cuoca e la aiuta a portare la spesa a casa; poi l’olfatto quando sale per portarle i fiori e si siede a tavola; arriva dunque il gusto: l’uomo mangia e beve birra; nella scena dedicata al tatto i due si baciano; infine l’udito con Cupido (Marie Klimešová) che sente quanto accade nella stanza e balla felice.

Il film non è particolarmente divertente, ma ha la fortuna di essere piuttosto breve. Ritroviamo Josef Šváb-Malostranský, qui anche come regista, che pur essendo attore di teatro è stato tra i primi a credere nel mezzo cinematografico, con la sua compagna Katy Kaclová-Vališová.

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Storia di un ragazzo (Historien om en gut) – Peter Lykke-Seest (1919)

Historien om en gutCon Historien om en gut il Cinema Ritrovato ha attraversato il cinema norvegese anche se forse avrei preferito un’altra pellicola. Questo film ricorda un po’ nello spirito le storie di alcuni fumetti o libri per ragazzi tipo Piccolo Ranger o Piccolo alpino. Si tratta di un ragazzo per bene che si ritrova a doversi far valere nella vita di tutti i giorni o perché fuggito dalla famiglia o perché l’ha perduta.

Esben Gram (Esben Lykke-Seest), figlio di un console, viene accusato ingiustamente di aver rubato l’orologio a un professore. Distrutto per aver subito un’ingiustizia, vende le sue cose e scappa di casa. Inizia una serie di avventure che lo riporteranno poi sano e salvo dai genitori grazie a una compagnia di scout che lo salva dall’ira di una banda di ladri.

Il film è quindi composto da una serie di disavventure che si svolgono in posti diversi: prima una nave capitanata da un uomo alcolizzato e violento, poi una fattoria e infine una città dove viene costretto da una banda di ragazzi a compiere furti. Nel finale c’è uno strano inno allo scautismo che era stato introdotto in Norvegia da circa una decina di anni. Non mi pare ci sia stato un contributo da parte dell’associazione scoutistica locale, probabilmente Esben Lykke-Seest, che immagino abbia qualche grado di parentela con il regista, vi faceva parte e il regista ha voluto inserirlo credendo di consigliare quei valori al pubblico a cui era indirizzato il film.

Che dire, è un film carino, ma pensare che sia il film più noto del regista mi fa un po’ storcere la bocca, ma è evidente che il target non sono decisamente io. Inoltre il ragazzino alto-borghese perfettino può facilmente stare sulle scatole.

Non uccidete più (Tötet Nicht Mehr! – Misericordia) – Lupu Pick (1919)

Tötet Nicht MehrTra i film presentati in rassegna durante il Cinema Ritrovato 2019 c’è stato anche Tötet Nicht Mehr, film del regista rumeno Lupu Pick che è una sorta di manifesto contro la pena di morte. In oltre due ore si sviluppano le vicende dei personaggi che si ritrovano a fare i conti con la legge per aver ucciso degli uomini ingiusti.

Erik Paulsson (Lupu Pick) è un violinista affermato ed ha un figlio che ama molto. Questi viene condannato a morte perché partecipa a riunioni rivoluzionarie. Erik si lancia contro l’esecutore della condanna (Bernhard Goetzke) e viene mandato in carcere. Evade assieme a Lundt (Eduard Rothauser), segretario del comandante e cambia città. Comincia una nuova vita, ha una figlia piccola e inizia ricomincia a suonare il violino. Durante una serata si presenta il comandante che ha condannatoil figlio ed Erik lo uccide. Grazie alla difesa di Lundt, diventato avvocato, riceve l’ergastolo e non la pena di morte. Passano 18 anni e viene liberato per buona condotta. La figlia Karin (Edith Posca) sta per sposare Sebald Brückner (Johannes Riemann), figlio del pubblico ministero Brückner (Albert Patry) che voleva condannare Erik a morte. Scoperta l’identità del padre di Karin, il padre di Sebald rompe i contatti col figlio costringendolo a una via di stenti. Prova a scrivere una commedia che recita con la moglie, ma il direttore del teatro (Rudolf Klein-Rhoden) cerca di usare violenza sulla ragazza e una volta respinto chiude lo spettacolo e manda maldicenze sui due ai suoi colleghi. Sebald cerca di andare a casa del direttore dle teatro per chiarirsi ma questi lo assale e lui lo uccide per sbaglio. La sua pena è la condanna a morte, beffa perché il pubblico ministero Brückner ne era grande fautore.

Sebbene il messaggio sia splendido, il film è davvero pesante e a volte poco coerente nello svolgimento. Il Jumping the Shark c’è quando Sebald e Karin iniziano a portare avanti la loro commediola di Pierrot e Colombina, da lì in poi il film diventa troppo pesante e difficile da seguire, perché porta avanti eccessivamente alcuni punti senza prendere lo spettatore. Per intenderci, quando Sebald viene arrestato e processato mancano ancora trenta minuti alla fine e il regista si sofferma troppo a lungo sull’arringa, di una verbosità e retorica fastidiosa, e sul momento in cui aspetta l’esecuzione capitale. Se volessimo poi fare le pulci alla storia, la vera colpa di tutto sta in Lundt che prima è segnatario della morte del figlio di Erik Paulsson e poi non si prende decisamente cura della figlia Karin o delle sue problematiche sebbene in teoria ne fosse il tutore. Insomma il fautore della giustizia e della fine della tortura non è altri che colui che da cui partono le disgrazie della famiglia.

Insomma Tötet Nicht Mehr è un film inutilmente lungo e pesante, che pur mandando un messaggio importante non riesce a veicolarlo con una messa in scena coinvolgente e ben costruita. Il soggetto, originale e scritto da Pick e Gerhard Lamprecht, ha davvero tanti limiti.

Il Figlio di un altro (To nadežda to revnost’ slepaja – То надежда, то ревность слепая) – Jakov Protazanov (1919)

To nadežda to revnost' slepajaIl Cinema Ritrovato ha spesso dedicato spazio a Protazanov e al suo cinema regalandoci anche delle perle sconosciute che personalmente ho apprezzato molto in passato. L’unico film presentabile questa volta è stato To nadežda to revnost’ slepaja, incompleto e non certo dei miglior del regista.

Boris e Ol’ga (Boris Lukomskij Ol’ga Bazanova) sono fidanzati e stanno per sposarsi, ma l’uomo, noto archeologo, deve allontanarsi perché chiamato ad Ostia per dirigere gli scavi. Durante la sua assenza il suo amico di sempre Vladimir (Evgenij Gajdarov) abusa della ragazza ingravidandola. Olga si rifiuta però di rivelare l’autore della violenza e Boris vive nel sospetto. Arriva persino a sfidare a duello un conte pensando sia stato lui e lo uccide. Nel finale, perduto, Wladimir si autoaccusa e tutti e tre i personaggi della vicenda si suicidano.

Il film è stato presentato alla rassegna in maniera davvero pessima da Peter Bagrov, che ha detto che è un classico esempio di cinema dei primi anni dopo la rivoluzione del  ’17, in cui sostanzialmente i registi non sapevano cosa potevano girare e si rifacevano a un cinema asettico precedente con tanta attenzione ai paesaggi inseriti senza una soluzione di continuità con la trama e un gusto spassionato per i finali tragici, meglio se con suicidi di massa come in questo caso. Il film è davvero bruttino in effetti e soprattutto manca del finale che ci è stato però raccontato in sala.