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Posts Tagged ‘Cinema Muto’

Kikos (Кикос) – Patvakan Barkhudarian (1931)

gennaio 21, 2016 Lascia un commento

2yvkthcTra i film presentati durante il Cinema Ritrovato 2015 Kikos è stato uno dei più interessanti. Sotto forma di un tragicommedia, le vicende dle contadino Kikos si svolgono intorno al 1920 nel corso della brevissima Prima Repubblica d’Armenia venutasi a creare a seguito del vuoto di potere immediatamente successivo alla Rivoluzione Russa. A capo della Republica c’era la Federazione Rivoluzionaria, il Dashnaktsutyun (Դաշնակցություն). La storia è tratta dall’omonimo racconto di Matvei Darbinian sceneggiato da Patvakan Barkhudarian e Matvei Darbinian.Un film come questo non deve stupire, l’Unione Sovietica in quegli anni si rivolse verso le periferie soffermandosi sui costumi locali. L’Armenia aveva quindi tutti i requisiti per essere protagonista di un suo “cinema”. Potete immaginare come la propaganda si celi anche in questi film “armeni” proprio perché voluti dal regime centrale. Prima di iniziare premetto che è passato tanto tempo dalla visione quindi potrei essermi confuso con qualche ruolo.

Kikos (Ambartsum Kachanian) è un contadino come tanti, che poco si interessa della politica quanto del suo bestiame. Quando scoppia la guerra contro l’armata sovietica egli vorrebbe defilarsi ma viene forzato dal comandante della città (Amasi Marirosian) a combattere per la repubblica. Kikos si ritrova al fronte e impaurito non riesce a sparare un colpo. Si ritrova così catturato dai comunisti e teme la pena capitale. Qui però incontra fortunatamente il suo amico Armen (Grachia Nersesian), diventato uno dei capi rivoluzionari, che conoscendo la sua indole lo grazia e lo invita ad unirsi al suo esercito. Ma Kikos non ha molta fortuna e poco dopo viene catturato dai repubblicani che, credendolo il capo dell’inserruzione comunista, organizzano un’esecuzione il pubblica piazza. Il timido e impacciato Kikos diventa allora davvero simbolo della rivoluzione e grazie a lui la popolazione trova il coraggio di ribellarsi ai malvagi repubblicani. L’Armenia entra allora a far parte dell’Unione Sovietica. A darne il via sarà proprio Kikos che imbraccerà finalmente il fucile contro i nemici dei soviet.

Kikos vuole essere un esempio di come la classe minuta possa, se unita, spodestare il regime tirannico e oppressore. In piccolo, questo esempio armeno mostra come la rivoluzione possa essere estesa a tutti i contesti e come tutti possano partecipare ad essa, anche “gli ultimi”. Questa idea rimanda chiaramente ad uno stereotipo nato con La Madre (Мать) di Pudovkin (1926), dove il “piccolo uomo” prende coscienza politica. Da contadino interessato solo alla sua terra, Kikos diventa un combattente, un eroe tragicomico pronto a sacrificarsi per la collettività. Il protagonista, Ambartsum Kachanian, si specializzò in ruoli buffoneschi e fu molto celebre in quegli anni in Armenia. Un personaggio del genere potrebbe sembrare poco adatto alla vicenda drammatico, ma aiuta forse a stemperare la vicenda rendendola meno cruda. La fotografia di Aleksandr Stanke è in linea con la produzione sovietica di questo tipo e regala interessanti spunti sul paesaggio e i costumi locali. Come potete immaginare non esiste una copia in dvd del film e festival come quello di Bologna rappresentano l’unico modo per affacciarsi a questa realtà più o meno locale.

L’esilio (A Tolonc) – Mihály Kertész (1914)

Prima di andare negli Stati Uniti e vincere due Oscar, Micheal Curtiz aveva conosciuto il successo in Ungheria. Tra i suoi primi lungometraggi troviamo A Tolonc, presentato al Cinema Ritrovato per la prima volta in Italia. Devo ammettere che questo film mi è piaciuto più delle aspettative e mi ha riportato alla mente alcune delle opere del mio amato Victor Sjöström, questo perché il regista è molto attento all’elemento naturalistico così come a quello dei costumi locali.

Liszka (Lili Berky) scopre alla morte del padre, di essere stata adottata. Il suo vero padre era un uomo violento e la madre (Mari Jászai) è finita in prigione (per averlo ucciso?) ed egli non è in grado di dire se sia ancora viva o meno. Liszka lascia il suo paese natale e va in città in cerca di lavoro. Viene assunta come domestica da Kontráné (Mariska Simon), sposatasi in seconde nozze con un inguaribile farfallone (Gyula Nagy?). Dal suo primo matrimonio la signora ha avuto Miklós (Várkonyi Mihály), un bel ragazzo che si innamora subito, ricambiato, di Liszka.La situazione idilliaca ambia all’improvviso: Il patrigno di Miklós importuna la ragazza proprio quando Kontráné fa il suo ingresso in scena. Per scusarsi l’uomo accusa lei di aver fatto il primo passo. In tutta risposta Kontráné decide di riportare al suo paese natale Liszka per farla giudicare lì (dovrebbe essere un’usanza locale fino agli inizi del ‘900). Chiude così la ragazza in casa e va alla ricerca dello sceriffo locale. Interviene Miklós che sfonda la porta e libera la sua amata con la quale si allontana per parlare della situazione. Proprio in quel momento un vagabondo locale (István Szentgyörgyi?) entra in casa e ruba tutte le cose di valore. Tornata a casa Kontráné accusa la domestica del furto, e lo stesso Miklos è incerto se credere o meno all’accusa. La ragazza viene portata quindi indietro a casa, la segue il vagabondo ansioso di andarsene dal luogo del furto. Qui si è stabilità da tempo la madre, ormai uscita di prigione, che non sogna altro se non di rivedere la figlia. Nei concitati minuti successivi madre e figlia si ricongiungono, ma solo per un attimo: Liszka ha avvelenato il suo vino per uccidersi, sentendosi umiliata dall’accusa, e quando scopre di aver ritrovato la madre sviene. Questa per rifocillarla le fa bere qualche goccio di vino avvelenato e poi lo beve a sua volta, morendo. Liszka riperde i sensi ma non prima di essersi riconciliata con l’amato, sopraggiunto per stare con lei, dopo aver smascherato il vagabondo che, ubriaco, ostenta il suo bottino. Chiarito l’equivoco i due innamorati possono sposarsi e vivere felici e contenti.

Racconto la trama per intero perché questa è probabilmente l’unica recensione che ne parla. Mi scuso per altro per le incertezza sull’attribuzione di due personaggi, ma è difficile comprendere dal catalogo chi sia chi. Le immagini presenti in rete non aiutano affatto. Ovviamente se qualcuno vuole fare correzioni è il benvenuto. A Tolonc è stato presentato per la prima volta lo scorso anno a Budapest e se bene stia girando per il mondo, sono poche le occasioni per vederlo e poche di capire di cosa parla. Lo stesso Maestro Antonio Coppola, da me sentito prima della proiezione, non sapeva cosa aspettarsi dalla visione. Il catalogo del Cinema Ritrovato non aiutava più di tanto. Forse proprio questo alone di mistero ha reso più piacevole la scoperta del film che fino ad oggi credo sia la migliore scoperta del festival per quanto riguarda il cinema muto. I momenti drammatici e quelli comici sono sapientemente alternati, gli attori, quasi tutti affermati a livelllo teatrale, fanno registrare un’ottima interpretazione. Questo unito all’attenzione con la natura e la tradizione locale già citata a inizio articolo. Film davvero molto bello che mi ha fatto maturare la scelta di esplorare il cinema muto ungherese di cui sinceramente conosco davvero poco. Non sia mai che questo sia l’inizio per un futuro progetto tematico.

Per ulteriori informazioni leggere l’articolo su cinefilia ritrovata

L’Uomo che ride: resoconto della seconda serata di cineforum

Prima di tutto ringraziamo nuovamente gli spettatori, che sono venuti nonostante il tempo incerto. GRAZIE MILLE! Non possiamo che ringraziare anche il Cineclub Detour per averci ospitati, ma soprattutto per averci aiutato a superare i mille problemi di ogni tipo che in una girandola di eventi sfortunati ci sono capitati. Prima l’assenza di uno di noi, poi problemi di connessione con il pc per la proiezione dei video del dibattito. Inutile dire che ci siamo attrezzati affinché non accadano più.

La serata è iniziata seguendo lo stesso schema della volta passata: dopo una breve presentazione è stato proiettato il film della serata, The Man Who Laughs di Paul Leni (1928). Subito dopo la serata si è accesa. Dopo aver discusso brevemente sul film, abbiamo presentato i videoconfronti che avevamo preparato precedentemente tra le differenti versioni del film: L’Uomo che ride di Corbucci (1966), lo sceggiato televisivo in tre puntate L’Homme qui rit di Jean Kerchbron (1971) e per ultimo il film omonimo di Jean-Pierre Améris. Abbiamo scelto delle scene chiave per vedere come erano state rese nelle diverse epoche e ovviamente con strumenti differenti. Generalmente il pubblico ha giudicato più efficace nel trassmettere emozioni la versione muta. Abbiamo poi deciso di mettere in atto una piccola provocazione: come alcuni di voi sapranno, inizialmente Carl Laemmle, produttore del film, aveva pensato a Lon Chaney per interpretare il ruolo di Gwynplaine continuando la tradizione dei film Universal iniziata con Il Gobbo di Notre-Dame (1923) e de Il Fantasma dell’Opera (1925). L’attore era però passato alla MGM, così Lemmle pensò a Leni ricordandosi quanto aveva apprezzato Il Gabinetto delle figure di cera (1924) in cui recitava tra l’altro anche Conrad Veidt, protagonista del nostro film. Alla luce di tutto questo abbiamo pensato a come sarebbe stato il film se Lon Chaney avesse interpetato L’Uomo che ride al posto di Veidt. Abbiamo selezionato delle scene in cui l’attore tedesco mostrava la propria disperazione nonostante il suo eterno sorriso e le abbiamo paragonate a scene analoghe in Colui che prende gli schiaffi (1924) e Ridi pagliaccio, ridi (1928) di Lon Chaney. Per ultimo ci siamo concentrati sulla genesi di Joker, antagonista di Batman, la cui fisionomia è tratta proprio dal protagonista del film. Abbiamo evidenziato come l’influenza sia stata reciproca, anche guardando delle brevissime clip video relative ai film o alla serie tv che vedono il Joker protagonista. Il tutto si è chiuso ritornando a l’Uomo che ride, visto che quello del 2012, specie in alcune scene, sembra essere un miscuglio tra il Joker di Jack Nicholson (1989) e quello di Heath Ledger (2008). La serata è terminata in allegria con una bella chiaccherata collettiva al bar del Cineclub.

Siamo ora nella sezione anteprima. Giovedì 9 Aprile alle ore 20.30 presso il Cineclub Detour di Via Urbana 107 (Roma) proietteremo The Scarlet Letter di Victor Sjöström (1926) con Lillian Gish e Lars Hanson. Ricordiamo ancora una volta che il piatto forte sarà però il post proiezione. Questa volta ci concentreremo sui differenti adattamenti del film, in particolare sonori. Poi ci imbarcheremo in una visione retrospettiva di Lillian Gish per approdare infine ad un’analisi sulle opere di Victor Sjöström, regista che molti conosceranno anche solo per la sua interpretazione ne Il posto delle fragole (Smultronstället) di Bergman (1957). Insomma ce n’è per tutti i gusti quindi vi invitiamo a non mancare. Prossimamente pubblicheremo un articolo interamente dedicato all’evento, intanto vi rimando al Progetto Victor Sjöström che abbiamo inaugurato per l’occasione. Per rimanere aggiornati non dimenticate di seguirci anche attraverso la nostra pagina facebook!

E Muto Fu…al cinema con Blackmail di Alfred Hitchcock

febbraio 11, 2015 4 commenti

Chi segue abitualmente questo blog si sarà chiesto perché da tre mesi il blog non viene praticamente aggiornato. Ecco, stavamo lavorando a un nuovo progetto. Da quando ho aperto questo spazio avevo in mente l’idea di fare di E Muto Fu uno spazio più concreto rispetto a un semplice blog, un punto di aggregazione e condivisione in grado di stimolare non solo me ma anche gli altri appassionati. Dopo più di tre anni dall’apertura del blog le condizioni per dare forma a quell’idea sono finalmente arrivate. Senza giri di parole, sono lieto di annunciare che dal 24 Febbraio partirà un cineforum dedicato al cinema muto che avrà la sua sede nel cineclub Detour, in via Urbana 107. Assieme a me le persone che collaborano con me da più o meno tempo, ovvero Erasmo e il nuovo acquisto Esse. Il 24 Febbraio alle ore 20.30 verrà proiettato Blackmail (Ricatto – 1929) di Alfred Hitchcock nella sua versione muta (D. 82′). Al termine della proiezione ci sarà un dibattito durante il quale faremo anche qualche paragone con la versione sonora per vedere come differenti scene sono state adattate nei due casi e in quale modo i due “formati” possono influenzare le scelte del regista. Per far sì che da Blackmail nasca un vero e proprio cineforum con proiezioni ogni due settimane abbiamo però bisogno del sostegno di tutti gli appassionati romani, perché per avere una riconferma per il progetto dovremo essere numerosi. Il prezzo del biglietto non è alto: 5€ il biglietto intero e 3€ per gli studenti mostrando il tesserino universitario. Oltre a questo è necessario sottoscrivere un’iscrizione valida per un anno solare dal costo di 3€ a prezzo pieno e 2€ per gli studenti. Diciamo che per chi viene per la prima volta al cineclub Detour il costo è di 8€ intero e di 5€ per gli studenti. All’interno del cineclub è presente un bar dove poter acquistare cibo e bevande.

Aiutateci a portare il cinema muto a Roma! Potete farlo venendo in sala il 24 Febbraio o anche solo condividendo a tutti i vostri amici l’evento Facebook o la locandina dell’evento. Se volete potete stampare la nuova locandina in bianco e nero e aiutarci a fare pubblicità. I tagliandini in fondo, con il volto stilizzato di hitch, faranno da promemoria per gli interessati!

Grazie a tutti per il vostro aiuto, ci vediamo…al cinema!

Yann Esvan

Cinema Ritrovato 2014 – Prime Anticipazioni Mute

Da qualche ora è uscita una prima anticipazione del programma del Cinema Ritrovato 2014 che prenderà il via il 28 Giugno per terminare il 5 Luglio 2014. Oltre a questo ci sarà un convegno dedicato ai 100 anni di Charlot che andrà dal 25 al 28 Giugno. Tra questi due eventi sono in programma circa 230 film muti. I film verranno presentati nelle seguenti sezioni: 100 anni di Charlot, documentari, 1914: il cinema cento anni fa, ritrovati e restaurati, William Wellman: tra muto e sonoro, Il Dottor Portegg, suppongo? – Le commedie di e con Rosa Porten, Werner Hochbaum: un uomo diviso, Germaine Dulac: un cinema di sensazioni, I 50 anni dell’Österreichisches Filmmuseum. Tutti i film muti saranno accompagnati da noti artisti e compositori come Neil Brand, Antonio Coppola, Daniele Furlati, Stephen Horne, Maud Nelissen, Donald Sosin, John Sweeney e Gabriel Thibaudeau. Ma andiamo all’elenco dei film finora annunciati.

Per il convegno Chaplin:

• Kid’s Auto Races in Venice (1914) di Charlie Chaplin
• A Night in the Show (1915) di Charlie Chaplin
• The Immigrant (1917) di Charlie Chaplin
• Shoulder Arms (1918) di Charlie Chaplin

Durante il Cinema Ritrovato 2014:
• Fantômas (1913) di Louis Feuillade
• Addio giovinezza (1918) di Augusto Genina
• Das Cabinet des dr. Caligari (Il gabinetto del dottor Caligari, 1920) di Robert Wiene
• Norrtullsligan (The Norrtull Gang, 1923) di Per Lindberg
• The Epic of Everest (1924) di Captain John Noel
• The Temptress (La tentatrice, 1926) di Fred Niblo
• Why Be Good? (1929) di William Seiter
• The Merry Widow (La vedova allegra,1925) di Erich Von Stroheim
• Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone
• Maudite soit la Guerre (1914) di Alfred Machin
• You Never Know Women (Maschere russe, 1926) di William Wellman
• Beggars of Life (1928) di William Wellman
• The Man I Love (1929) di William Wellman
• Wem Gehört das Kind? (1910) di Franz Porten
• Das Teufelchen (1917) di Franz Porten
• Zwei Welten (1929) di Werner Hochbaum
• Brüder (Brother,1929) di Werner Hochbaum
• Le Olimpiadi di Amsterdam (1928)

Il Faust secondo me – appunti di un profano

aprile 18, 2014 1 commento

043-faust-theredlistLo so che è brutto cominciare con noiose premesse che fanno passare la voglia a chiunque di leggere, ma sono costretto a farle. Per quanto mi piaccia il cinema, il cinema muto è qualcosa a cui devo essere istruito fino in fondo, che devo ancora digerire completamente. Ed è proprio con questo spirito che mi hanno trascinato a vedere “Faust” di Murnau con musica dal vivo e didascalie in tedesco e, ahimè, non parlo tedesco (ma allora cosa hai capito? Avevo stampato la traduzione).

L’inizio è forse la parte più ipnotica del film. Immagini evocative del diavolo che con le ali nere avvolge dall’alto la città colpendola con la peste ti fanno ricredere su molti dei film moderni che credevi impressionanti. E il seguito non è da meno: Faust nel suo studio cerca in tutti i modi di trovare una soluzione, una cura alla peste. La frustrazione dell’insuccesso lo portano a non credere più a nulla, a nessuna possibile giustizia divina e quindi al desiderio di dare tutto pur di ottenere la conoscenza.

Il patto con il Diavolo è un’altra delle scene che ti tengono incollato allo schermo, nonostante parliamo di un film del ’26. La suspense è tenuta in piedi dalla costante riapparizione di Mefistofele mentre Faust si rende conto di quello che ha evocato e cerca in tutti i modi di scappare.

Dopo alcune vicende meno importanti (e dopo che ovviamente Faust accetta il patto) si arriva alla parte centrale del film che forse è quella meno fruibile per chi non è abituato al genere. Inizia la storia d’amore con una giovane ragazza del paese e, come spesso accade nei film d’annata, lei sembra la Santa Vergine e lui un folgorato con il rossetto nero. Eppure questa scene sono completamente da riapprezzare andando avanti con il film. I due amanti infatti vengono scoperti dalla famiglia di lei. La madre muore dal dispiacere e il fratello rinnega la sorella. Tutto ciò porta lei alla pazzia.

Quest’ultima parte, completamente tragica, fa capire di che calibro erano alcuni attori dell’epoca. L’attrice che interpreta la ragazza (Camilla Horn) riesce a passare da una immacolata sempliciotta di campagna ad avere uno sguardo carico di disperazione che da solo riempie completamente la scena.

Nel complesso il film si distacca molto da quello che erano sia il romanzo di Goethe che la tragedia di Marlowe e il lieto fine un po’ stona con il resto della storia.

Gli effetti speciali e gli escamotage trovati dal regista sono tanto semplici quanto efficaci e rendono perfettamente godibili anche le scene in cui si introduce qualche elemento surreale.

In conclusione il film (della durata contenuta di un’ora e mezza) è perfetto per chi si approccia per la prima volta la muto, temendo di incappare in noiosità infinite e storie piatte. L’attenzione resta quasi sempre alta e molte scene sono veramente suggestive.

Un cappello di paglia di Firenze (Un chapeau de paille d’Italie) – René Clair (1928)

aprile 7, 2014 2 commenti

Finalmente dopo tanti mesi si torna a parlare di Cinema Muto in maniera concreta con una nuova recensione. Colgo l’occasione per parlare di “un cappello di paglia di Firenze“, visto ieri sera al Cinema Trevi della Cineteca Nazionale con musica dal vivo del Maestro Antonio Coppola. Il film prende spunto da una farsa scritta da Eugène Labiche  con la collaborazione del drammaturgo Marc-Michel. Dal soggetto originale René Clair scrisse la sceneggiatura per il suo film curandone anche la regia. Il risultato è una commedia di due ore circa che nonostante alcuni cali di ritmo dovuti alla differente percezione moderna di certe gag, risulta estremamente piacevole e divertente. Ma andiamo a vedere la trama:

Siamo nell’Agosto del 1895 e il giovane borghese Jules Ferdinard (Albert Préjean) sta per sposare Hélène Nonancourt (Maryse Maïa). Mentre Jules sta andando verso la sua futura casa a bordo di una carrozza, il cavallo che lo traina viene attratto da un cappello di paglia poggiato su un cespuglio che mangia avidamente distruggendolo. Sarà l’inizio dei guai per il povero Jules perché il copricapo apparteneva ad Anais de Beauperthuis (Olga Tschechowa) che si era appartata con l’amante, il Tenente Tavernier (Geymond Vital). Per non ledere l’onore di Anais, Jules, sotto minaccia del Tenente, dovrà andare alla ricerca di un Cappello di Paglia identico proprio nel mezzo del suo matrimonio. Seguiranno gag e misunderstanding a ripetizione fino al lieto fine conclusivo.

René Clair a mio avviso ha messo in scena una rappresentazione molto teatrale nei tempi e nella rappresentazione stessa. I personaggi sono ben caratterizzati fin dall’inizio tramite l’uso astuto di tic o azioni ripetute ad ogni scena. Forse tra i personaggi degli invitati il più riuscito è quello dello zio Vésinet (Paul Olivier) con seri problemi di udito che sono amplificati dall’otturazione del corno che utilizzava per sentire. Per tutto il film si limiterà quindi ad osservare gli altri per copiarne i gesti a seconda delle circostanze pur non capendo assolutamente nulla. A Clair bisogna dare il merito di aver creato uno splendido sordo nel cinema muto, cosa che fa sorridere anche solo nel controsenso. Divertente anche il ruolo del povero cameriere Félix (Alex Allin e non Fernandel come detto durante la proiezione) costretto a correre da una parte all’altra della città per evitare che il Tenente Tavernier distrugga la futura casa degli sposi. Ultime parole per Albert Préjean,attore feticcio della produzione muta di René Clair, che dimostra come la stima del regista non sia affatto casuale interpretando benissimo il ruolo del povero Jules. Pur essendo una pellicola decisamente più tradizionale sia a livello di trama che di regia, Clair non perde occasione per sperimentare e giocare con le inquadrature. Per chi ama le commedie mute questo è un film che consiglio senza remore.

Passiamo ora al consueto angolo finale sulle edizioni in dvd. Attualmente le versioni in commercio dovrebbe essere solo anglofone sotto il titolo di The Italian Straw Hat. Personalmente sconsiglio l’edizione della Grapivine e vi consiglierei di optare per quella della Flicker Alley, sempre NTSC, che contiene per altro i due corti La Tour (1928) e Ferdinand Zecca’s Noce en Goguette (1907).