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Rebus Film Nr. 1 – Paul Leni (1925)

giugno 13, 2019 Lascia un commento

rebus-1Dopo il suo capolavoro, Il Gabinetto delle figure di cera, Paul Leni nel 1925 ebbe una sorta di pausa creativa. Lavorò molto ma a progetti piccoli, forse per fatica o per una certa acquisita soddisfazione che affievolì l’impulso del suo estro. La fama gli garantì la fiducia e la stabilità che gli permetterà poi di fare il gran salto negli Stati Uniti.

Fu contattato per realizzare due scenografie per due film minori, Der Farmer aus Texas di Joe May – lo stesso regista-produttore col quale Leni iniziò la sua gavetta – e Die Frau von vierzig Jahren di Richard Oswald che, tratto a un romanzo di Vita Sackville-West, vede l’esordio sullo schermo di Dina Gralla.

Nel frattempo una società di produzione che si occupava di extra, di specials e di tutto il materiale che veniva proiettato nell’intervallo tra più film ebbe un’idea originale: realizzare dei brevi film in forma di rebus, distinti in due parti, una con il rebus stesso e l’altra con la soluzione, da proiettarsi prima e dopo un film. Non si hanno notizie di altri simili tentativi, eppure il risultato è discreto e, al tempo, avrebbe potuto destare una certa attenzione o quanto meno augurare un filone “enigmistico”.

Non fu così, ma se oggi possiamo vederne uno (sugli otto prodotti, gli altri sono andati tutti perduti) è forse per la fama del suo autore. A dirigere l’opera fu contattato proprio Paul Leni a cui andò sicuramente a genio un’opera totalmente “decorativa” e del tutto libera. Per tale libertà oggi Rebus n.1 viene inserito nel filone sperimentale e avanguardista, ma non fu certo pensato e messo in opera come un “prodotto d’arte”. Leni probabilmente si divertì molto a realizzarlo, Rebus è un gioco e giocando fu realizzato.

Il montaggio e gli effetti, compresa l’animazione del croupier e del cruciverba, richiamano inevitabilmente i lavori francesi, tedeschi e olandesi dell’avanguardia degli anni precedenti. Si pensi a Ruttmann, Leger, Richter; se avesse voluto Leni avrebbe potuto produrre lavori di pari importanza e sarebbe stato interessantissimo vedere cosa realizzò nei rebus successivi, se ripeté sé stesso o se la sua tecnica si spinse oltre.

Rebus n.1 ha come soluzioni jazzband, ice, india, arena, paris e nine e svelare la soluzione è come offrire spoiler con un ritardo di quasi cento anni. Ma qui, come in molti altri casi, se stiamo parlando di un film non è per far sapere “come va a finire”, ma per ragionare su cosa tale soluzione sveli. Tradotta in altri termini la soluzione è: musica, esotismo, vita alla moda: il meglio che in quegli anni potevano offrire la vita delle città e il cinema di intrattenimento. Le riprese dall’India e dalla Spagna sono vedute in pieno stile Lumiere; l’estrazione del ghiaccio richiama lo stile documentaristico del tempo; il casinò, la vita notturna, le sale da ballo richiamano quell’eccitante caos tanto caro a chi frequentava le sale cinematografiche a cui i Rebus erano destinati.

Se c’è qualcosa di sperimentale è nei testi ad opera di Hans Brennert – purtroppo nella versione che circola su youtube non sono compresi – che fanno “recitare” il croupier animato, nominato Mr. Rebus. Il suo affermare «Sono il primo cruciverba su pellicola» o, al termine del rebus, «non c’è nulla di irrisolto in me» aggiunge una dimensione – quasi uno sfondamento della quarta parete cinematografica – che all’epoca non era per nulla convenzionale: quella dell’interazione.

Ad avere gli altri Rebus forse la valutazione critica di Leni sarebbe di altro tipo. Chissà che non vengano scoperti, tra decenni, nei fondi di qualche cineteca privata.

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La Lanterna (Lucerna) – Karel Lamač (1925)

lucernaAlois Jirásek è stato uno dei personaggi più importanti nel processo che portò dai primi germogli identitari fino alla nascita della nazione Cecoslovacca nel 1918. Professore universitario, scrittore e anche senatore in parlamento dal ’20 al ’25, Jirásek venne anche più volte candidato al Premio Oscar, che sfortunatamente non vinse. Tra le sue opere, quella a cui sono più legato è Staré pověsti české (1894), tradotto in Italia da Mondadori con il titolo “Racconti  e leggende della Praga d’Oro“, che contiene, appunto racconti popolari cechi in un momento in cui il suo stato era ancora sotto l’impero Austro-Ungarico. Tra queste storie la mia preferita era quella del celebre Orologio (Staroměstský Orloj) e del suo creatore Hanuš di Růže.  Jirásek era insomma un profondo conoscitore del folklore locale e questo influenzò anche le sue opere originali. Tra queste, nel 1905, vide la luce Lucerna, un dramma con toni fiabeschi che si ispirava alla tradizione ceca. Quando il neonato cinema locale dovette quindi attingere dalle sue opere, inevitabilmente la scelta cadde anche su Lucerna. La fortuna di questa opera andò avanti oltre il muto con altre tre trasposizioni di cui la più recente data 1967.

L’arrivo in una piccola città della Principessa (Andula Sedláčková), è certamente un evento molto atteso e così tutti si danno da fare per darle il benvenuto. Tra questi non c’è però il mugnaio Libor (Theodor Pištěk), che prova rancore nei confronti della stirpe reale essendo la sua famiglia costretta a fare loro da lucernai, cosa che vede come degradante. Visto il suo rifiuto, i cortigiani locali minacciano l’uomo di portargli via Hanička (Anny Ondra), orfana di cui è il guardiano e che ama profondamente, e di abbattere l’albero di tiglio che secondo la leggenda proteggerebbe persone e animali. La Principessa costringe quindi Libor a farle da lanterniere e lo porta nel bosco. Nel frattempo l’insegnante Zajíček (Karel Lamač), sta proteggendo l’albero dall’assalto degli uomini della principessa. Si unisce a lui Hanička che entra magicamente dentro l’albero, diventando un tutt’uno con esso. Libor, ignaro di tutto, si sta lasciando attrarre dalla bella principessa quando viene avvertita da una sua amica (Antonie Nedošinská) di quanto sta accadendo. Arriva giusto quando Zajíček sta cercando di difendere con la sua vita il Tiglio e si unisce a lui in questa strenua difesa. Nel finale la Principessa sopraggiunge e chiede ai suoi di salvare il tiglio. Una luce divina illuminerà i presenti e Hanička tornerà tra i mortali per finire tra le braccia del suo amato mugnaio.

 

Tra gli elementi folkloristici ritroviamo prima di tutto i due vodník Michal e Ivan (Eman Fiala e Ferenc Futurista – vedi sopra foto al centro). I vodník sono dei folletti acquatici boemi, solitamente rossi o verdi, che si divertono a fare dispetti o addirittura a cercare di annegare i passanti (a seconda delle versioni). In Lucerna si limitano a fare dispetti spaventando i vari personaggi. Abbiamo poi la difesa strenua del tiglio, che rappresenta la nazione ceca stessa, essendo l’albero nazionale.

Nel film, oltre a Karel Lamač, troviamo alla fotografia due nomi molto importanti: Svatopluk Innemann, che dall’anno successivo inizierà una felice carriera da regista, e Otto Heller, che nella sua lunga carriera come direttore della fotografia vincerà anche un BAFTA con The Ipcress File (1965). Il nome di Lamač non può che farvi pensare a Anny Ondra, presente ovviamente anche qui nel ruolo della giovane orfana Hanička. Nel ruolo di femme fatale, troviamo qui Andula Sedlácková che, grazie al trucco e degli abiti stupendi, è davvero splendida.

 

Parlando del film vero e proprio, a me personalmente è piaciuto molto anche se ha delle pecche, alcune delle quali imputabili alla mia padronanza sommaria della lingua ceca: le didascalie sono tante, verbose e non esistono traduzioni, quindi potete immaginare la difficoltà che ho avuto, pur avendo dalla mia la conoscenza della cultura locale. Ci sono delle parti comiche o delle scene portate avanti forse un pochino troppo a lungo per i miei gusti, ma nel complesso ho trovato il film ben costruito e caratterizzato da un’atmosfera davvero suggestiva e fiabesca.