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Rebus Film Nr. 1 – Paul Leni (1925)

giugno 13, 2019 Lascia un commento

rebus-1Dopo il suo capolavoro, Il Gabinetto delle figure di cera, Paul Leni nel 1925 ebbe una sorta di pausa creativa. Lavorò molto ma a progetti piccoli, forse per fatica o per una certa acquisita soddisfazione che affievolì l’impulso del suo estro. La fama gli garantì la fiducia e la stabilità che gli permetterà poi di fare il gran salto negli Stati Uniti.

Fu contattato per realizzare due scenografie per due film minori, Der Farmer aus Texas di Joe May – lo stesso regista-produttore col quale Leni iniziò la sua gavetta – e Die Frau von vierzig Jahren di Richard Oswald che, tratto a un romanzo di Vita Sackville-West, vede l’esordio sullo schermo di Dina Gralla.

Nel frattempo una società di produzione che si occupava di extra, di specials e di tutto il materiale che veniva proiettato nell’intervallo tra più film ebbe un’idea originale: realizzare dei brevi film in forma di rebus, distinti in due parti, una con il rebus stesso e l’altra con la soluzione, da proiettarsi prima e dopo un film. Non si hanno notizie di altri simili tentativi, eppure il risultato è discreto e, al tempo, avrebbe potuto destare una certa attenzione o quanto meno augurare un filone “enigmistico”.

Non fu così, ma se oggi possiamo vederne uno (sugli otto prodotti, gli altri sono andati tutti perduti) è forse per la fama del suo autore. A dirigere l’opera fu contattato proprio Paul Leni a cui andò sicuramente a genio un’opera totalmente “decorativa” e del tutto libera. Per tale libertà oggi Rebus n.1 viene inserito nel filone sperimentale e avanguardista, ma non fu certo pensato e messo in opera come un “prodotto d’arte”. Leni probabilmente si divertì molto a realizzarlo, Rebus è un gioco e giocando fu realizzato.

Il montaggio e gli effetti, compresa l’animazione del croupier e del cruciverba, richiamano inevitabilmente i lavori francesi, tedeschi e olandesi dell’avanguardia degli anni precedenti. Si pensi a Ruttmann, Leger, Richter; se avesse voluto Leni avrebbe potuto produrre lavori di pari importanza e sarebbe stato interessantissimo vedere cosa realizzò nei rebus successivi, se ripeté sé stesso o se la sua tecnica si spinse oltre.

Rebus n.1 ha come soluzioni jazzband, ice, india, arena, paris e nine e svelare la soluzione è come offrire spoiler con un ritardo di quasi cento anni. Ma qui, come in molti altri casi, se stiamo parlando di un film non è per far sapere “come va a finire”, ma per ragionare su cosa tale soluzione sveli. Tradotta in altri termini la soluzione è: musica, esotismo, vita alla moda: il meglio che in quegli anni potevano offrire la vita delle città e il cinema di intrattenimento. Le riprese dall’India e dalla Spagna sono vedute in pieno stile Lumiere; l’estrazione del ghiaccio richiama lo stile documentaristico del tempo; il casinò, la vita notturna, le sale da ballo richiamano quell’eccitante caos tanto caro a chi frequentava le sale cinematografiche a cui i Rebus erano destinati.

Se c’è qualcosa di sperimentale è nei testi ad opera di Hans Brennert – purtroppo nella versione che circola su youtube non sono compresi – che fanno “recitare” il croupier animato, nominato Mr. Rebus. Il suo affermare «Sono il primo cruciverba su pellicola» o, al termine del rebus, «non c’è nulla di irrisolto in me» aggiunge una dimensione – quasi uno sfondamento della quarta parete cinematografica – che all’epoca non era per nulla convenzionale: quella dell’interazione.

Ad avere gli altri Rebus forse la valutazione critica di Leni sarebbe di altro tipo. Chissà che non vengano scoperti, tra decenni, nei fondi di qualche cineteca privata.

L’ultimo avviso (The Last Warning) – Paul Leni (1929)

settembre 13, 2018 Lascia un commento

6e1be179c9477b69b0a6291171050bb8Paul Leni non era interessato ai suoi soggetti, non affidava a loro nessun significato ulteriore: era interessato ad essi solo in quanto capaci di adattarsi alle sue idee scenografiche o perché vi intravedeva grosse potenzialità per la messa in scena. Questo spiega l’enorme disparità e diversità delle storie che ha avuto tra le mani.
Per i suoi tre capolavori – La scala di servizio, Il gabinetto delle figure di cera e L’uomo che ride – il suo contributo è stato puramente rivolto ad offrire il miglior ambiente espressivo, favorevole ai personaggi in gioco, non ha mai forzato la vicenda o condizionato l’impianto delle scene così come venivano fuori dagli sceneggiatori. La sua regia, perciò, si apprezza meglio nel contorno che non nei suoi protagonisti, più nelle scene “riempitive” che non nelle scene madri, ciò che anima il suo stile sono i figuranti, i particolari, le espressioni rubate, le inquadrature degli ambienti zeppi di oggetti e colmi di personalità: tutto ciò su cui poteva esprimersi liberamente, senza varcare le soglie del suo mestiere.

L’ultimo avviso (titolo originale The Last Warning) è l’ultimo film di Leni, girato nel 1928 e uscito nel gennaio 1929, otto mesi prima della sua prematura scomparsa a quarantaquattro anni, per un’infezione non curata. Proprio questo film può essere considerato emblematico per il suo approccio geniale e discreto. L’ultimo avviso è un mistery che vira alla commedia, ancora oggi piacevolissimo e godibile anche per spettatori a digiuno di arte muta. Fu girato con le intenzioni di farne, almeno in parte, un sonoro; la corsa ai talkies era appena cominciata e l’aggiornamento tecnico per “ascoltare i film” non aveva ancora riguardato tutte le sale, molti film venivano così girati in doppia versione, sonora e muta, così da permette comunque la distribuzione delle opere nei grandi circuiti. Per ironia della sorte, le uniche copie sopravvissute dell’ultimo film di Leni sono solo in versione muta, impedendoci di vedere il regista di Stoccarda all’opera col nuovo formato e, allo stesso tempo, relegando Leni ai confini del cinema muto che pure temporalmente aveva superato.

Il soggetto era ripreso da una commedia di Broadway, che ebbe gran successo sei anni prima, e che risulta piuttosto semplice, per non dire esile. Durante una rappresentazione di un dramma, intitolato The snare, John Woodford (Corrigan D’Arcy), nei panni del protagonista, muore dopo aver preso tra le mani il candelabro con cui avrebbe dovuto uccidere, nella finzione, il proprio antagonista. La morte resta senza spiegazione e il corpo sparisce, senza che nessuno se ne accorga. I sospetti cadono sulla coppia di attori formata da Doris Terry (Laura La Plante) e Richard Quayle (John Boles), vista la corte sempre più decisa che Woodford stava tenendo a Doris, ma la mancanza di prove portano ad un nulla di fatto. Anni dopo si decide di riaprire il teatro e inaugurare la nuova stagione proprio con The snare, viene richiamato il cast originale, ma durante le prove si succedono incidenti misteriosi e apparizioni improvvise, assieme a numerosi avvertimenti e altrettante minacce rivolte agli attori e al nuovo proprietario del teatro, il sospettoso Arthur McHugh (Montagu Love). Un’altra morte, nuovamente nella scena del candelabro, mette in guardia McHugh e il produttore Robert Bunce (Mack Swain) che richiedono una cospicua presenza di polizia nella sera della prima. Proprio davanti al pubblico, un’istante prima che il candelabro sia usato, viene smascherato il colpevole.

Di fronte a tanta linearità Leni guarda oltre e propone un sostanzioso lavoro sui movimenti di camera, vertiginosi e ampi: campi larghi che si avvicinano sino al particolare, spazi esplorati in lungo e in largo, punti di vista insoliti, che vanno dal soffitto ad un grandangolo poggiato sul pavimento mostrando, come meglio non si potrebbe, il vuoto del teatro abbandonato, un’immagine così forte da poter essere “ascoltata”, guardandola si percepisce il silenzio, lo scricchiolio del legno e i passi che risuonano. Ciò che però fa davvero fare il salto di qualità al film è l’utilizzo dei piani e dell’espressività dei volti. Non c’è scena che sia priva del rapporto solo-tutti, ottenuto il più delle volte con primo piano e piano americano; ogni personaggio riesce così ad emergere nella sua specifica individualità, non ci sono figure secondarie e questo grazie anche a delle particolari espressioni di ciascuno che diventano quasi dei leitmotiv identificativi, talmente sottolineati da diventare memorabili – il gaio fischiettare e danzare di Robert Bunce, gli occhi spalancati del fratello Josiah, il ridere di paura di uno dei tecnici.

Non mancano effetti speciali, dalla veduta della città che viene ricoperta di giornali con titoli sull’omicidio, alle tetre figure del colpevole mascherato e di un’attrice che caduta tra le ragnatele appare come un fantasma mummificato, oggetti che si muovono da soli, doppie esposizioni e particolari effetti ottici in sfocato che comunicano tutta l’incomprensibilità della vicenda agli occhi degli attori che la stanno vivendo. Anche i titoli non sono esenti dall’essere utilizzati in funzione espressiva, scorrono, si ingrandiscono, si sdoppiano e si deformano, restano fermi solo quando le scene si fanno più convenzionali e serene.

Il commento sonoro è originale, fu composto da Joseph Cherniavsky, e si alterna in più sezioni con effetti sonori e rumoristici. È interessante notare il suo stile, atipico per il cinema statunitense e più vicino all’ambiente musicale europeo, dove in quegli anni si stava compiendo una vera e propria rivoluzione (Schoenberg, Ravel, Skrjabin) che sarà poi completamente inglobata nella musica da film dei decenni successivi.

Leni chiude così la sua parabola con tre film di genere, simili tra loro, Il castello degli spettri, il perduto The Chinese Parrot (1927) e questo L’ultimo avviso, tutti a metà strada tra il giallo, la commedia e il rosa, una tipologia di film che certamente il suo lavoro in Europa non faceva presentire. Eppure proprio questa sua indipendenza dal genere, questo suo eclettismo ovunque efficace e pervasivo, ne avrebbe fatto un protagonista di spicco del cinema americano che stava per prendere quota. Resta un corpus disomogeneo, lacunoso, sparso – troppi i film perduti e molti i film di altri autori a cui ha apportato contributi significativi e che andrebbero a loro volta indagati – ma ciò nonostante esemplare e ammirevole, a cui molti, ancora oggi, potrebbero guardare per le proprie creazioni.

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Il gabinetto delle figure di cera (Das Wachsfigurenkabinett) – Paul Leni (1924)

luglio 19, 2018 Lascia un commento

Quando Paul Leni arriva all’idea di produrre Il gabinetto delle figure di cera è all’apice del suo potere artistico e produttivo, non a caso è questo il suo film con il cast più stellare: Conrad Veidt, Werner Krauss, Emil Jannings e Wilhelm Dieterle era quanto di meglio potesse offrire il cinema tedesco di quegli anni. Il film partiva da fondi importanti che avrebbero permesso a Leni e collaboratori libertà e pieno spazio all’immaginazione creativa, ma mai come in questo caso la Storia e il contesto regionale hanno influenzato l’arte di Leni. poster_195256_z
Le idee nella testa dello sceneggiatore e regista tedesco erano così tante e così imponenti che raggiunse un compromesso: realizzare un film in quattro episodi, tutti collegati ad una trama centrale. Questo avrebbe da una parte permesso l’espressione totale del suo estro – passando da ambientazioni russe al palazzo di un califfo orientale, dall’Inghilterra dell’800 alla piccola criminalità italiana – e dall’altra posto rimedio ad una delle più grandi difficoltà di Leni: la tenuta, sui lunghi tempi, delle sceneggiature a lui affidate. Quattro storie brevi ed essenziali sarebbero state l’ideale per la sua regia, sempre più adatta a stupire che a descrivere.

Il film, inizialmente ambientato in un luna-park, narra la storia di uno scrittore (Dieterle) che, dopo aver risposto ad un annuncio per “scrittori fantasiosi” trovato in un giornale, viene incaricato di scrivere alcune storie su quattro personaggi famosi e sinistri. Si mette subito al lavoro in una stanzetta semibuia all’interno del luna-park, a fargli compagnia ci sono le quattro statue di cera che rappresentano i protagonisti delle sue storie, il vecchio artigiano che le ha create e sua figlia, una ragazza esile e dall’aspetto dolce che attrae subito le attenzioni dello scrittore. Leni decide di mostrare le quattro storie nel momento stesso in cui vengono scritte, quasi uscissero dritte dalla fantasia del giovane scrittore, come favole o miti non rielaborati ricchi di tutta la spontaneità del racconto orale. È l’artigiano stesso a mostrarci e presentarci le quattro statue: Jack il Saltatore (che è ben diverso dallo Squartatore), Rinaldo Rinaldini, Ivan il Terribile e il Califfo Harun al-Raschid. La narrazione delle loro storie avrebbe dovuto seguire lo stesso ordine, ma vedendo il film ci si accorge che l’ordine è quello inverso e una storia non c’è proprio: quella dell’italiano Rinaldini. Protagonista di un romanzo andato molto in voga in Germania un secolo prima, Rinaldini è un nobile brigante che si muove nel buio e nei boschi per poi compiere colpi perfetti; la mancanza del suo episodio è, soprattutto per uno spettatore italiano, motivo di forte rammarico.

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La Repubblica di Weimar, nonostante avesse trovato una sua stabilità politica grazie al governo di Gustav Stresemann, continuava a soffrire di un’inflazione disastrosa e quasi incontrollabile. Fu per questo che le spese inizialmente ingenti per realizzare le grandiose scenografie dell’episodio di Harun al-Rashid non lasciarono infine che pochissimi soldi per completare gli ultimi due episodi: Rinaldini venne completamente escluso e quello di Jack il Saltatore è un capolavoro di cinema creativo con ristrettissimi mezzi a disposizione. Il fatto stesso che la statua di Rinaldini venga mostrata all’inizio del film è uno degli esempi della frequente incoerenza narrativa di Leni, molto più concentrato su altri aspetti. Non è da escludere che trovando così bella ed equilibrata la scena della presentazione dei caratteri forse Leni l’abbia lasciata tale, senza tagli, per non intaccarne il valore scenografico e non sacrificare l’alone misterioso che getta sulle vicende conseguenti. Oggi siamo grati a Leni per la sua strabordante non curanza, per la sua esagerazione visiva, per la sua parzialissima propensione per l’immagine pura, che si impone da sé, magnificente e barocca.

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Le tre storie rimanenti sono strutturalmente simili – un uomo che rappresenta il potere e la paura vuole conquistare una donna, già promessa ad altri o già di altri, con la forza – ma si muovono in tempi e spazi così dissimili da renderli segmenti autonomi e in sé originalissimi. Il più esteso è il primo, con protagonista il Califfo impersonato da Emil Jannings, qui fin troppo istrionico; una partita a scacchi nel suo palazzo viene disturbato dal fumo prodotto da un panettiere dei dintorni, manda il gran visir ad ucciderlo ma questo viene conquistato dalla bellezza della moglie, la stessa Olga Balajeff che impersona la figlia dell’artigiano. Sarà quindi lo stesso Califfo a recarsi di notte dalla donna, mentre suo marito si sarà infiltrato a palazzo per rubare l’anello dei desideri del Califfo e poter soddisfare i capricci della moglie. In questo segmento Leni dà il meglio di sé come narratore e come scenografo con costruzioni che figurano tra i massimi risultati dell’espressionismo tedesco, stranianti e imponenti, articolati e stupefacenti: il palazzo con intrecci di scale e torri, la stanza da letto alta come una cattedrale e la terrazza circolare a scacchi, la casa del panettiere piccola, povera e deforme, dal soffitto basso e buio, dove chi vi entra sembra entrare in uno spazio fisico e vivente, in un organismo animale e terreno.

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Il secondo episodio invece è costruito sulla degenerante follia dello Zar Ivan il Terribile (Veidt), assieme al suo astrologo e al suo inventore di pozioni e veleni ha creato un sistema per uccidere di cui esso stesso resterà in qualche modo vittima. Vivendo nel perenne sospetto di attentati alla sua persona Ivan diffida di tutti e di tutto, è infatti un suo stretto collaboratore a scrivere il suo nome sulla clessidra che indica il tempo rimanente dei condannati a morte. Quando lo Zar viene invitato ad un matrimonio scambia i vestiti con il padre della sposa che deve fargli da cocchiere, solo così riesce a salvarsi da una freccia che colpisce il vero cocchiere in pieno petto. Arrivati dalla sposa questa scoppia in lamenti ma lo Zar impone il buon umore e porta il tempo delle danze battendo le mani. Non vedendo riconosciuto il suo potere sequestra la sposa e fa torturare lo sposo sperando di fargli ammettere di essere il responsabile dell’attentato.  Ma quando ancora questo è vivo fanno credere allo Zar di essere stato avvelenato e questo prende a girare e rigirare in continuazione la clessidra su cui è scritto il suo nome temendo di morire qualora anche l’ultimo granello di sabbia sia caduto. È così che la sua follia lo annienta ma ridà vita a chi lo circonda. È questo l’episodio più forte e meglio riuscito e forse il momento più alto dell’arte cinematografica di Paul Leni: i personaggi sono tetri, inquietanti, credibili e ben individuati, Veidt è perfetto per terrorizzare ed essere terrorizzato, ma quello che stupisce sono ancora gli ambienti studiatissimi e le inquadrature asimmetriche in cui i personaggi non sono il tutto ma solo una parte del disegno generale. Mai in Leni ci sono state tante geometrie spaziali e di sguardi, mai il montaggio di un suo film è stato tanto emotivamente carico. Solo in L’uomo che ride avremo la stessa solidità e vitalità, ma la coesione di questo episodio lo rende ancora più prezioso.

 

Ogni episodio ritorna nella cabina in cui lo scrittore è a lavoro e da essa riparte il successivo. I personaggi femminili hanno tutti le sembianze della donna di cui lo scrittore si sta lentamente innamorando, mentre cala sé stesso nei panni del panettiere e dell’uomo che protegge la donna minacciata da Jack il Saltatore nell’ultimo episodio. Qui le disponibilità finanziarie dei produttori sono visibilmente a secco, Leni ne esce con un espediente narrativo superlativo: gioca nei spazi vuoti del sogno e dell’incubo, gioca con le ombre e il buio, fa sembrare gli spazi non realizzati come spazi interiori, la maestria di Leni riesce a rendere anche l’assenza di scenografia una scenografia efficace. Lo scrittore sembra cadere dal sonno sui fogli, non riesce a scrivere, è così che, invece di entrare lui nella vita immaginata dei personaggi, è Jack stessoa entrare nella sua mente e a scomodare le sue paure: Jack minaccia la figlia dell’artigiano e le si avvicina infinitamente, senza mai raggiungerla, ma sempre incutendo terrore. Lo scrittore prova a difenderla finché la donna, sedotta da una pelliccia, si ritrova accerchiata dal moltiplicarsi di minacciose figure di Jack. Ai personaggi sono sovrapposte altre immagini, del luna-park o di ambienti distorti, puramente figurativi e astratti, forse semplici fotogrammi disegnati o dipinti, bastano questi a comunicare tutto l’ambiente emotivo che Leni voleva trasmettere. Al risveglio la donna, quella vera, si scioglierà in un abbraccio sotto l’innocua figura di cera non più minacciosa.

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Il gabinetto delle figure di cera è l’ultimo film di Leni in Germania. Chiamato negli Stati Uniti da Carl Laemmle, direttore della Universal, Leni dà inizio ad una nuova fase della sua produzione, ben diversa da quanto fatto sino ad allora. Così questa grande opera, fortemente ambiziosa e raffinatamente incompiuta, è forse il canto del cigno dell’espressionismo tedesco, sicuramente uno dei suoi picchi; un’opera unica, non paragonabile ad altro, frutto di un genio autonomo e visionario.

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L’Uomo che ride: resoconto della seconda serata di cineforum

Prima di tutto ringraziamo nuovamente gli spettatori, che sono venuti nonostante il tempo incerto. GRAZIE MILLE! Non possiamo che ringraziare anche il Cineclub Detour per averci ospitati, ma soprattutto per averci aiutato a superare i mille problemi di ogni tipo che in una girandola di eventi sfortunati ci sono capitati. Prima l’assenza di uno di noi, poi problemi di connessione con il pc per la proiezione dei video del dibattito. Inutile dire che ci siamo attrezzati affinché non accadano più.

La serata è iniziata seguendo lo stesso schema della volta passata: dopo una breve presentazione è stato proiettato il film della serata, The Man Who Laughs di Paul Leni (1928). Subito dopo la serata si è accesa. Dopo aver discusso brevemente sul film, abbiamo presentato i videoconfronti che avevamo preparato precedentemente tra le differenti versioni del film: L’Uomo che ride di Corbucci (1966), lo sceggiato televisivo in tre puntate L’Homme qui rit di Jean Kerchbron (1971) e per ultimo il film omonimo di Jean-Pierre Améris. Abbiamo scelto delle scene chiave per vedere come erano state rese nelle diverse epoche e ovviamente con strumenti differenti. Generalmente il pubblico ha giudicato più efficace nel trassmettere emozioni la versione muta. Abbiamo poi deciso di mettere in atto una piccola provocazione: come alcuni di voi sapranno, inizialmente Carl Laemmle, produttore del film, aveva pensato a Lon Chaney per interpretare il ruolo di Gwynplaine continuando la tradizione dei film Universal iniziata con Il Gobbo di Notre-Dame (1923) e de Il Fantasma dell’Opera (1925). L’attore era però passato alla MGM, così Lemmle pensò a Leni ricordandosi quanto aveva apprezzato Il Gabinetto delle figure di cera (1924) in cui recitava tra l’altro anche Conrad Veidt, protagonista del nostro film. Alla luce di tutto questo abbiamo pensato a come sarebbe stato il film se Lon Chaney avesse interpetato L’Uomo che ride al posto di Veidt. Abbiamo selezionato delle scene in cui l’attore tedesco mostrava la propria disperazione nonostante il suo eterno sorriso e le abbiamo paragonate a scene analoghe in Colui che prende gli schiaffi (1924) e Ridi pagliaccio, ridi (1928) di Lon Chaney. Per ultimo ci siamo concentrati sulla genesi di Joker, antagonista di Batman, la cui fisionomia è tratta proprio dal protagonista del film. Abbiamo evidenziato come l’influenza sia stata reciproca, anche guardando delle brevissime clip video relative ai film o alla serie tv che vedono il Joker protagonista. Il tutto si è chiuso ritornando a l’Uomo che ride, visto che quello del 2012, specie in alcune scene, sembra essere un miscuglio tra il Joker di Jack Nicholson (1989) e quello di Heath Ledger (2008). La serata è terminata in allegria con una bella chiaccherata collettiva al bar del Cineclub.

Siamo ora nella sezione anteprima. Giovedì 9 Aprile alle ore 20.30 presso il Cineclub Detour di Via Urbana 107 (Roma) proietteremo The Scarlet Letter di Victor Sjöström (1926) con Lillian Gish e Lars Hanson. Ricordiamo ancora una volta che il piatto forte sarà però il post proiezione. Questa volta ci concentreremo sui differenti adattamenti del film, in particolare sonori. Poi ci imbarcheremo in una visione retrospettiva di Lillian Gish per approdare infine ad un’analisi sulle opere di Victor Sjöström, regista che molti conosceranno anche solo per la sua interpretazione ne Il posto delle fragole (Smultronstället) di Bergman (1957). Insomma ce n’è per tutti i gusti quindi vi invitiamo a non mancare. Prossimamente pubblicheremo un articolo interamente dedicato all’evento, intanto vi rimando al Progetto Victor Sjöström che abbiamo inaugurato per l’occasione. Per rimanere aggiornati non dimenticate di seguirci anche attraverso la nostra pagina facebook!

La scala di servizio (Hintertreppe) – Paul Leni e Leopold Jessner (1921)

marzo 22, 2015 Lascia un commento

hintertreppeIl 1921 è indicato nelle storie di cinema come l’anno in cui si afferma una nuova sensibilità e una nuova forma cinematografica: il Kammerspiel, letteralmente “rappresentazione da camera”.
Il Kammerspiel, originariamente di concezione teatrale, può essere paragonato a ciò che in musica viene similmente detta “musica da camera” dove sono previsti solo un piccolo numero di strumenti, tutti diversi tra loro, così da trasmettere il valore, il suono, il timbro caratteristico di ciascuno in una dimensione più intima e ristretta, quasi fosse un dialogo tra individui.

Su questi termini Max Reinhardt pensò il suo teatro da camera, a partire dal 1906: rappresentazioni in sale di dimensioni ridotte, con pochi attori, tipicamente tre, e un piccolo pubblico che poteva così seguire da vicino tutti quei gesti e quelle espressioni più sottili che una vasta platea necessariamente perde. Ciò permise la messa in scena di opere più introspettive, psicologizzanti, caratterizzate nei minimi dettagli, opere in cui, secondo un aneddoto del tempo (1), per un gesto che in un gran teatro avrebbe richiesto di sollevare l’intero braccio sarebbe ora bastato muovere un dito. Ruolo portante sarebbe stato quello della parola e della sua assenza, il tutto legato al ritorno alla dimensione aristotelica del dramma con la sua unità di luogo e tempo.

In termini cinematografici al linguaggio verbale si sostituì naturalmente il linguaggio visivo, con l’ambizione di un cinema del tutto privo di didascalie (titelloser Film), in cui a prevalere era la mimica degli attori e gli ambienti, il più possibile essenziali e simbolici. I legami tra cinema e teatro nel cinema tedesco degli anni del muto sono sempre stati forti e significativi, con una fitta trama di interscambi di personalità e idee. Carl Mayer, Lupu Pick, Leopold Jessner e Paul Leni, le quattro figure alle radici di questa tendenza sono tutte ben legate al mondo del palcoscenico. Ma chi può dirsi vero artefice della transizione del Kammerspiel dalle scene alla pellicola è Carl Mayer, sceneggiatore di Das Cabinet des Dr. Caligari (1920) di Wiene e successivamente dei più grandi film di Murnau tra cui Der letzte Mann (1924) e Sunrise. A song of two humans (1927) fino all’avanguardista Berlin: Die Sinfonie der Großstadt (1927) di Walter Ruttmann.

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Mayer ha attraversato, incorporato e dato sostanza a tutte le anime del cinema tedesco, i suoi scenari, spesso adattamenti di opere letterarie, sapevano dare ai film una struttura narrativamente e simbolicamente solida ma lasciando allo stesso tempo molto spazio inventivo al regista che poteva indirizzarne fortemente il risultato. Anche un regista di buon mestiere, ma che non poteva certamente dirsi un vero e proprio autore, come Lupu Pick col supporto di Mayer ha potuto girare un paio di film entrati nel canone, almeno tedesco, del muto: Scherben (1921) e Sylvester (1924).
Quest’ultimo è forse il capolavoro del Kammerspiel ma già se ne distacca come forma, punta al simbolismo, lavora sul montaggio: è l’ultimo passo verso la forma unica e indefinita di Der letzte Mann. Scherben invece è il prototipo del Kammerspiel, è essenzialità e immediatezza: un nucleo familiare nei suoi gesti ripetitivi e quotidiani e un elemento esterno che ne sconvolge la serenità (l’ispettore ferroviario che violenta la figlia), un unico luogo, la casa di famiglia, dalla quale si esce solo nel finale mostrando l’interno di un treno e quindi ciò che è fuori dalla casa, il resto del mondo, che ne scopre la tragedia, tanto personale da non riuscire a capirla, e passa oltre.

Sylvester (1924)

Sylvester (1924)

Se Pick è per Mayer una tappa tra il Kammerspiel e il naturalismo simbolico di Murnau, tra il cinema da camera e l’espressionismo si colloca Hintertreppe (1921). Il regista in questo caso è Leopold Jessner, affermatissimo nel teatro, che volle tentare le potenzialità del mezzo cinematografico portandovi tutto il suo bagaglio di idee di scena. I protagonisti sono ancora tre e per la quasi totalità del film sono le sole figure umane visibili. Due rappresentano la normalità, la serenità, l’amore, sono la domestica (Henny Porten) e il suo fidanzato (Wilhelm Dieterle); il terzo è il postino (Fritz Kortner) anormale, impulsivo, capace di estrema dolcezza e fredda violenza.

Il postino è innamorato della donna ed è divorato dall’invidia nel vedere i suoi incontri notturni tanto da ingannare la donna e non recapitarle la posta del fidanzato che la avvertiva dell’impossibilità di venire da lei le sere successive. Il postino riesce con una lettera, svelata come falsa, ad intenerirla nei suoi confronti. La donna cede ad un invito a cena ma quando sembra che tutto si sia risolto un’ombra alla finestra indica il ritorno del fidanzato che rabbioso rinuncia alle scuse della domestica. Il postino senza alcuna capacità di controllarsi lo uccide con un’ascia e la donna presa da enormi sensi di colpa sale in cima al palazzo e si lascia cadere.

vlcsnap-error915 vlcsnap-error003Ma c’è un quarto personaggio, costantemente presente: la scenografia. Paul Leni viene nella maggior parte delle fonti indicato come secondo regista del film, ma le più autorevoli lo danno alle sole scene. Lo stile, il tono, i modi di rappresentazione, soprattutto per quanto riguarda il recitato, sembrano confermare le seconde ipotesi.
Ma se le prime sbagliano formalmente rivelano quanto il lavoro di Leni non sia per nulla subordinato a quello di Jessner, anzi senza il suo contributo Hintertreppe sarebbe forse stato un lavoro mediocre. La trama elementare, la ripetizione degli stessi gesti, la recitazione estrema di Kortner, senza la contestualizzazione scenografica avrebbero potuto incidere ben poco, e invece ecco che quegli stessi elementi sono talmente intensi e pregni di significato che fanno appello ai sentimenti più elementari e sinceri, comuni ad un pubblico di quasi cent’anni fa e ad uno spettatore d’oggi.
Possiamo bene parlare di quarto personaggio considerando che in Sylvester di Pick tale processo sarà portato alle estreme conseguenze col porre assieme, nei titoli iniziali, personaggi e ambienti: la moglie, il marito, sua madre, una strada, un cimitero, il mare.

Gli ambienti del film sono in tutto sei: la stanza da letto della domestica, il cortile interno del palazzo, la piccola casa del postino, la scala di servizio da cui prende nome il film, la casa dei nobili in cui la donna è a servizio e un corridoio tra questa e gli spazi della domestica. Ciascuno di questi ambienti ha una sua caratterizzazione e funzione specifica. Innanzitutto la disposizione di questi può aiutarci nella comprensione del film.
Abbiamo tre livelli: in alto la casa nobile dalla quale attraverso la scala di servizio si giunge all’ampio cortile, da questo scendendo altri scalini si giunge al seminterrato del postino, luogo poverissimo dove un cuscino vecchio rappresenta il massimo lusso. Questa subordinazione esprime da sola il carattere del postino, sottomesso, misterioso, invidioso, alla ricerca di sotterfugi. I nobili vivono ovviamente in alto ma in una dimensione quasi separata, una dimensione cui si accede attraverso un corridoio ripreso sempre dalla stessa angolazione che nel quadro include delle tende che richiamano immediatamente un sipario, come se attraverso di esso si passerebbe da una condizione tragicamente umile, povera, abietta quindi realistica ad un mondo edulcorato, affascinante, tutto apparente, quasi di finzione. Un passaggio dagli eroismi sognanti che la maggior parte del cinema celebrava al crudo realismo del Kammerspiel.

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La stanza della domestica è povera ma viva: una sedia, un letto, uno specchio, un tavolino, un catino, un appendiabiti, una sveglia che suona alla prima scena in cui la donna al risveglio è serena e allegra, una stanza molto simile a quella della madre in Scherben in cui anche lì c’è una sveglia che suona, ma stavolta a vuoto ad indicare l’assenza della madre che è uscita disperata nella notte ed è morta nella neve.
Il cortile interno è stato più volte paragonato al cortile ideato da Ulmer, Herlth e Röhrig per Der letzte Mann (è un caso che entrambi ospitino uomini in cerca di affermazione orgogliosi della loro divisa?), ma questo di Leni ha per certi versi ancora più forza, coi suoi spigoli obliqui, le finestre asimmetriche, realizzato con un materiale così “macchiato” e “rugoso” da esaltare i giochi di luce, i contrasti abilmente tracciati. È un ambiente che prefigura le scenografie di Das Wachsfigurenkabinett (Il gabinetto dell figure di cera – 1924), il capolavoro assoluto di Leni.

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La scala di servizio è certo il luogo più d’effetto, quello che resta nella memoria di ciascuno spettatore. È un luogo contorto, inquieto, il più tipicamente espressionista, luogo di incontri/scontri (la consegna della posta) e simbolo di subordinazione (la domestica cacciata di casa dopo l’omicidio). Tale tipologia di scala, rivestita di significati, sarà una costante del cinema tedesco e del lavoro teatrale di Jessner e altri, tanto che verrà indicata come Jessnertreppe proprio in suo onore.
La casa dei nobili è un luogo sempre vuoto, arredato secondo la moda, ci sono i segni ben visibili del passaggio degli abitanti ma questi non sono mostrati se non in piccoli angoli al fondo della scena o come ombre danzanti dietro vetri opachi, a mostrare la loro distanza, la loro alterità da tutto quanto accade “da questa parte” del mondo. Solo nel finale appariranno, in un aspetto bizzarro, straniante, pesantemente truccati.

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Tutti questi elementi scenici sono un valore aggiunto che manca in Scherben, il cui naturalismo è più aderente all’idea di fondo del Kammerspiel ma rende l’opera, almeno visivamente, più debole, più soggetta all’invecchiamento e al mutamento dei gusti del pubblico. Hintertreppe invece ha una forza universale che prende vigore anche dai suoi aspetti più teatrali che nel tempo sono stati variamente criticati come debolezze. La peculiarità dell’apporto di Jessner è invece una preziosa intersezione tra le due arti.

vlcsnap-error022vlcsnap-error065 Il momento più visibilmente teatrale è il finale, all’apparizione degli altri personaggi-abitanti del palazzo che per l’intero film erano rimasti come nascosti, in quella dinamica dentro-fuori tipica del Kammerspiel (la sicurezza contro la perdizione nei già citati film di Pick, ma anche in Die Straße del 1923 di Karl Grune e Nju del 1924 di Paul Czinner). Le numerose comparse si muovono come su un palcoscenico, le loro pose sono plastiche e lontanedai piccoli gesti sufficienti al cinema e soprattutto ad un Kammerspiel. Nell’ultimissima inquadratura la domestica si lancia dal tetto dell’edificio, le comparse guardano tutte verso l’alto e in un gesto improvviso abbassano tutte lo sguardo verso un punto preciso verso il quale si muovono, non abbiamo visto nessun corpo cadere ma il gesto collettivo è stato quanto mai esplicito.

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Il cinema, soprattutto alle sue origini, pone come priorità il “mostrare”, il pubblico vuole vedere, e l’assenza di un corpo ne tradisce l’idea teatrale alla base. Ma un’ellissi è usata anche pochi minuti prima, nell’altra scena principale dell’omicidio, in cui vediamo solo il fatto compiuto, la staticità dell’ucciso e dell’uccisore.
Ma non si può non ammettere che “negando” allo spettatore le scene più forti queste assumano un valore più misterioso e meno risolutivo, impedendo alla vicenda di dirsi propriamente chiusa e affidandole un possibile prolungamento nella reale vita quotidiana.

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Parafrasando Kracauer (2) i cosiddetti Kammerspiel sono “film dell’istinto”, che svelano impulsi e desideri disordinati in una società dominata da caos e spaccature. Hintertreppe è, sotto questa lettura, esemplare, con le sue separazioni, i suoi personaggi della classe medio-bassa incapaci di sublimare le proprie emozioni, con il Destino che incombe inesorabile sulla loro condizione subalterna. Il risultato al tempo fu talmente greve e negativo che alcune recensioni parlano di un pubblico infastidito e irritato da tanta miseria e tanta violenza.

Il Kammerspiel è in definitiva la scoperta da parte del cinema delle tragedie della vita quotidiana, lontana dai sogni, dalle fantasie, è la scoperta dell’uomo comune come possibile soggetto drammatico. È da qui che si apre la strada verso la Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività) tedesca, i realismi francese e sovietico, il Neorealismo italiano.

Kukuk È un gran peccato non poter constatare con dati reali e f024929_pic_06“visibili” come dall’artigianato, comunque alto di Dornröschen (1917), Leni sia arrivato a tale livello artistico. I film a cui ha collaborato tra il 1917 e il 1921 sono ben 13 tra cui cinque regie, ma se ne conservano solo tre: l’epico Veritas Vincit (1918) di Joe May, l’avventuroso Die Geier-Wally (1921) di E. A. Dupont e una grande produzione in costume, Lady Hamilton (1921) di Richard Oswald.
Affidandoci solo a testimonianze del tempo leggiamo di Leni come «il regista-pittore, personalità unica che piega tutti i suoi film ai suoi incantesimi tecnici»(3), «il Reinhardt del cinema»(4), «un artista visivo che ha saputo creare il giusto linguaggio cinematografico per tradurre la letteratura in sequenze di immagini con la potenza dell’opera d’arte, dove gli attori sono finalmente parte di un’immagine strutturata»(5) fino alle parole su Lady Hamilton in cui «Paul Leni ha raggiunto una maturità perfetta come creatore di immagini animate che lampeggiano come gioielli»(6).
La sua maturazione è palpabile, visibile e unanimemente riconosciuta.

Nel 1922 Leni sarà pronto per fondare una propria casa di produzione, la Paul Leni-Film GmbH e lanciarsi verso l’impresa di Das Wachsfigurenkabinett (Il Gabinetto delle figure di cera, 1924).

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1. The Haunted Screen: Expressionism in the German Cinema and the Influence of Max Reinhardt, Lotte H. Eisner, University of California Press, 2008
2. Da Caligari a Hitler. Una storia psicologica del cinema tedesco, Siegfried Kracauer, Torino, 2001
3. Der Kinematograph, Nr. 656, 30.7.1919
4. Hb. , Lichtbild-Bühne, Nr. 30, 26.7.1919
5. H. W. (= Hans Wollenberg), Lichtbild-Bühne, Nr.9, 26.2.1921
6. H. W. (= Hans Wollenberg), Lichtbild-Bühne, Nr. 43, 22.10.1921

La bella addormentata (Dornröschen) – Paul Leni (1917)

marzo 17, 2015 1 commento

Con l’esperienza di Das Tagebuch der Dr.Hart (1916) Paul Leni si è acquistato la fiducia di Paul Davidson, produttore per la PAGU. L’anno successivo infatti è chiamato a curare le scene in un film di Alfred Halm con Emil Jannings, Der Ring der Giuditta Foscari (perduto), e in Der Blusenkönig, un cortometraggio di Ernst Lubitsch che è stato recentemente proiettato al Festival di Locarno del 2010 nell’ambito di una retrospettiva a lui dedicata, acclamato al tempo principalmente come uno slapstick ben riuscito, ma in cui si riconosceva la «finezza» (nota 1) di alcune scene.

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Forse per la sua capacità di “vedere” le scene e di caratterizzarle fortemente in un ambiente storico, Leni viene scelto per dirigere due adattamenti da grandi classici: Prima Vera basato su La signora delle Camelie di Dumas figlio e Dornröschen, dalla fiaba a noi nota come La bella addormentata o Rosaspina.
La prima pellicola è purtroppo andata perduta ma si conserva qualche immagine di scena tra cui una in cui Erna Morena è distesa sul letto con Harry Liedtke che la osserva preoccupato. È certamente interessante notare come anche tra le poche foto rimaste di Der Ring der Giuditta Foscari vi sia una scena molto simile e in Dornröschen l’inquadratura culmine sarà sulla “bella addormentata” distesa con lo stesso Liedtke nei panni del principe venuto a risvegliarla. Sono certamente coincidenze di sceneggiatura, ma la somiglianza tra le tre immagini suggerisce certo che Leni abbia acquistato una consapevolezza dei propri modi e strumenti cinematografici.

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Dornröschen (1917)

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Der Ring der Giuditta Foscari (1917)

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Prima Vera (1917)

Girato negli studi di Berlino-Tempelhof, Dornröschen è stato il progetto più elaborato della Pagu che, prendendosi un bel rischio, ha investito quasi l’intero capitale della società, 2,2 milioni di marchi, scommettendo su un film per famiglie e bambini in tempo di guerra. Fu promosso come un’opera che «metteva insieme tutta la migliore arte e tecnologia cinematografica del ventesimo secolo, degna di stare tra le più grandi creazioni della nuova arte», affermazione che può sembrare velleitaria ma che svela quanto fosse ambizioso il lavoro svolto.

Tale dispiego di forze economiche e pubblicitarie stupisce se si vanno a guardare le personalità artistiche coinvolte. A partire da Leni che, se si era affermato come scenografo in teatro e nel cinema, non era così esperto nella regia troviamo un direttore della fotografia esordiente, Alfred Hansen, uno sceneggiatore, Rudolf Presber, discreto scrittore ma scarsamente attivo in ambito cinematografico e l’attrice protagonista, Mabel Kaul, praticamente al suo primo e unico ruolo.

Nonostante ciò il film ebbe un’ottima riuscita e viene da più voci posto come capostipite di quel cinema monumentale, storico e in costume che avrebbe dominato molta della produzione della Repubblica di Weimar fino alla metà degli anni venti. I meriti vengono riconosciuti in primo luogo all’ambientazione scenica capace di «prendere queste figure nel loro fascino misterioso e creare una fiaba cinematografica la cui rigida purezza di stile non è stata finora raggiunta in Germania».(nota 2)
Al fianco di Leni, per la scenografia e la costruzione dei set, c’è anche Kurt Richter, assiduo collaboratore di Lubitsch e futuro scenografo del Golem di Wegener.

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La fiaba alla base del film, di tradizione europea, ha una lunga serie di rifacimenti e adattamenti in più ambiti artistici. Dalle prime versioni nel Roman de Perceforest (XIV sec.), al rifacimento napoletano della metà del seicento di Giambattista Basile nel Pentamerone o Lo cunto de li cunti, fino alle redazioni più “canoniche” di Perrault e dei fratelli Grimm. Ha ispirato Čajkovskij per le musiche di un balletto e Respighi per un’opera lirica. Da tenere particolarmente in conto in questo caso è la ricca iconografia ispiratasi a Dornröschen, soprattutto di periodo ottocentesco (Rheam, Crane, Doré, Dielitz, Vasnetsov), che ha fortemente influenzato il cinema sul soggetto.
Prima dell’opera di Leni, per quanto ne abbiamo notizia, le vicende di Rosaspina erano già state portate sullo schermo nel ’12 in Gran Bretagna e nel ’13 negli Stati Uniti, entrambe le volte col titolo The Sleeping Beauty.

"Sleeping Beauty", by Henry Meynell Rheam

“Sleeping Beauty”, by Henry Meynell Rheam

La fiaba è ben nota, un Re e una Regina aspettano da molto tempo un figlio e quando infine nasce una bambina invitano al battesimo tutte le personalità del regno e tutte le fate. Tutte portano in dono alla neonata grandi qualità e virtù ma una fata cattiva, che non era stata invitata, giunge inaspettata e profetizza che la bambina, una volta cresciuta, nel giorno del suo sedicesimo compleanno morirà punta da un fuso di un arcolaio. Un’ultima fata buona mitiga la profezia mutando la morte con un sonno lungo cent’anni, che sarà interrotto solo con l’intervento di un principe. La profezia si avvera e la fata buona ricopre l’intero castello di spine e dona a tutti un lunghissimo sonno. Dopo cent’anni la storia del castello è stata quasi dimenticata ma un coraggioso principe decide di sfidare i rovi e questi gli si aprono innanzi conducendolo alla stanza della principessa che risveglia con un bacio. I due regneranno felici.
Alcune versioni hanno un finale diverso, altre sono più lunghe ma gli elementi di base sono costanti. Il film di Leni segue quasi fedelmente la versione di Perrault, che è quella per certi versi più attenta alla funzione morale del racconto, quella più rassicurante, dal quale sono espunti i tratti più crudeli e subdoli che richiamavano interpretazioni mitologiche (il passaggio dall’anno lunare a quello solare – dalle 13 fate alle 12 – o il ciclo delle stagioni) o legate alla sfera sessuale (lo stupro o il passaggio all’adolescenza).vlcsnap-error026

Non è forse un caso che la versione scelta per Leni sia proprio la più “favolistica”. Holger Jörg nel suo libro “Die Sagen- und märchenhafte Leinwand”, sul rapporto tra racconti del folklore e cinema tedesco tra il 1910 ed il 1930, mette a confronto il film di Leni col Rübezahls Hochzeit (1916) di Paul Wegener e Rochus Gliese, tratto anch’esso da un racconto popolare con protagonista Rübezahl. Jörg mette in luce come il trattamento imposto da Wegener, che ha anche il ruolo di protagonista, al materiale folklorico sia quello di plasmarlo a servizio della sua inventiva cinematografica, per natura più cruda e viscerale, Leni invece si pone lui al servizio della storia e prova a metterla in scena nel modo migliore possibile. Il suo approccio è dunque, così vien definito, conservatorista e rassicurante, focalizzandosi su un impressionismo decorativo ottenuto con scene e costumi, rinunciando a caricarlo di forti emozioni e simbolismi.
Già la scelta di racchiudere l’intera vicenda tra due scene di una placida nonna, che racconta con un libro aperto le fiabe ai nipoti raccolti intorno a lei, indirizza lo spettatore verso una predisposizione favolistica. «Tutte le fiabe iniziano con “C’era una volta”» afferma la didascalia e siamo subito inseriti in un altrove lontano nel tempo e nello spazio, come a dire «non temete, ciò non può accadervi».

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All’inizio della narrazione abbiamo l’annuncio, da parte di una rana, della gravidanza della regina, che vicino alle acque gioisce assieme a delle compagne. Questo aspetto non è compreso nella favola di Perrault, mentre in quella dei Grimm è un granchio a fare l’annuncio.
Fanno subito mostra di sé le numerose scene di esterni, ricostruiti o meno, su cui la produzione ha molto investito. Gli interni sono invece quasi sempre spazi angusti, delimitati da porte, scale, tende, usate per il movimento delle numerose comparse che tendono quasi ad affollare le scene, sovraccaricandone il naturalismo. La recitazione è forse l’aspetto più penalizzante del film risultando enfatizzata e a tratti immatura. Qua e là emergono a stemprare i toni anche aspetti burleschi laddove intervengono i servi o gli avventurieri che vorrebbero andare al castello superando i rovi prima del predestinato principe.
È stata data attenzione ai viraggi delle scene, alternando bene tonalità verdi, gialle, blu fino al rosso della sequenza in cui vengono incendiati tutti i fusi del regno ed è forse significativo che tutte le scene principali abbiano il viraggio meno intenso, di un rosso-rosa molto chiaro, che le avvicina al puro bianco e nero che probabilmente nel pensiero di Leni meglio esprime la tensione e la drammaticità degli eventi.vlcsnap-error844

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La scena più forte e forse la meglio costruita è quella in cui la protagonista si punge col fuso e cade addormentata. È introdotta dalla balia che la accarezza e le legge storie da un grosso libro, immagine che richiama la nonna che racconta in apertura del film. Il Re e la Regina sono usciti a caccia e nel frattempo la strega si è trasformata con un trucco a la Méliès in una vecchia ricurva. vlcsnap-error447La balia viene distratta dalle serve, lascia il racconto e viene portata via dal loro chiacchiericcio: Rosaspina resta sola, libera di vagare per le stanze più nascoste del castello. Attraversa piena di curiosità portali gotici, stretti passaggi bui, si affaccia ad una grata la cui luce è proiettata netta sul muro (una delle icone weimariane di cui Leni farà ed ha già fatto uso), percorre corridoi fino ad arrivare ai piedi di una scala a chiocciola.

Qui le immagini ritornano sulla stanza vuota della ragazza, la balia ritorna e non trovandola ne è preoccupata. Inizia così un montaggio alternato che mostra ora la ricerca della balia, ora il ritorno sereno dei genitori dalla caccia, e ora il fatale dirigersi di Rosaspina verso la strega in cima alla torre. 23CD6718701C4E28910D4E8668125FCA_f000102_pic_02La ragazza sembra sentire il richiamo della balia ma si porta le mani alle orecchie, non vuole sentire né tornare indietro. La porta in cima alle scale ha una fessura attraverso cui lei intravede la strega che fila all’arcolaio, la porta le si apre davanti senza che lei la tocchi. Entra nella stanza confusionaria e polverosa (ragnatele che rivedremo uguali anche in altri lavori di Leni, principalmente in The Last Warning del 1929) e attratta dall’oggetto sconosciuto chiede alla vecchia di poterlo provare e la strega approfitta per pungerla col fuso.

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Su questa scena la definizione espressa da Jörg di conservatorismo del film di Leni trova i suoi limiti. Qui tutti i mezzi cinematografici utilizzati non hanno per nulla l’unico scopo di descrivere, di rassicurare, connotano invece fortemente i modi operativi di Leni: l’illuminazione, gli spazi, il montaggio, i piani, tutto è stile a servizio del significato: in questo caso l’attrazione della ragazza per lo sconosciuto.

Nella versione a cartoni animati della Walt Disney del 1959 questa scena è molto simile, a guidare la ragazza non è una innocente curiosità ma una sfera di luce verde, colore sempre evocato dal male e dalla presenza della strega. Le varie interpretazioni della fiaba hanno visto prevalentemente in questa profezia-destino cercata con curiosità il passaggio all’adolescenza e la scoperta della sessualità, un passo inevitabile per quanto oscurato dalla volontà dei genitori di far sparire tutti i fusi. Sessualità che trova la sua armonia solo all’arrivo di un uomo-principe, che fa risvegliare tutti e fa riprendere il corso normale del tempo e della vita.

The Sleeping Beauty - 1959

The Sleeping Beauty – 1959

Dopo la scena del fuso tutte le stanze si ricoprono di rose e di rovi, in un’inquadratura l’intero castello visto da lontano è sommerso dalle rose che appaiono dal basso e lentamente ricoprono l’intera immagine. Ancora in The Last Warning (1929) ritroveremo un’immagine del tutto uguale in cui la città viene ricoperta di pagine di giornale in cui c’è la notizia dell’omicidio che è alla base del film.

Dornröschen (1917)

Dornröschen (1917)

The Last Warning (1929)

The Last Warning (1929)

Ma la tecnica del tutto innovativa che troviamo in Dornröschen è l’utilizzo del fermo-immagine, altro caso in cui l’inventiva di Leni piega la storia ai fini cinematografici. vlcsnap-error137La fiaba infatti narra che i cento anni fino alla risoluzione dell’incantesimo trascorrano naturalmente, mentre gli abitanti del castello dormono. Tant’è che il principe, risvegliata la ragazza, le dirà che i suoi abiti non sono più di moda. Leni invece ferma del tutto il tempo nel castello e lo fa con dei fermo-immagine sulla servitù che era stata precedentemente ripresa nelle loro azioni quotidiane, vlcsnap-error448in cucina, al fuoco, in cortile.L’immagine si blocca dopo la puntura al fuso immobilizzando quei gesti e da quegli stessi fotogrammi ci si “risveglierà” all’arrivo del principe, con i personaggi che riprenderanno a muoversi come nulla fosse accaduto.Certamente l’immagine fissa più riuscita è quella di un uomo in cantina che vuole bere da una botte, vi si stende sotto e appena apre il tappo l’immagine si ferma, con il liquido che sgorga fuori dalla botte.Al risveglio l’uomo potrà finalmente bere.

Il film, conservato al DIF (Deutsches Filminstitut) non ha avuto un’edizione dvd ma esistono registrazioni da una diretta degli anni ‘90 per la tv britannica con accompagnamento musicale dal vivo di un ensemble diretto da Frank Strobel con musiche appositamente composte da Jerzy Sokorski.

1 Der Kinematograph, Nr. 568, 7.11.1917
2 Lichtbild-Bühne, Nr. 51, 22.12.1917

E Muto Fu presenta: The Man who Laughs – Paul Leni (1928)

Dopo Blackmail di Hitchock siamo lieti di presentare il secondo film in programma per il nostro progetto sul grande schermo!

Giovedì 26 Marzo alle ore 20.30 presso il Cineclub Detour (via Urbana 107) proietteremo The Man who Laughs (L’Uomo che ride) di Paul Leni. Questo è un film a cui personalmente sono molto legato perché è stato il primo di cui feci la recensione su E Muto Fu. Il punto forte della serata sarà, ancora una volta, il dibattito post-proiezione. Questa volta ci occuperemo di fare un confronto con il romanzo di Victor Hugo ma anche e sopratutto con le altre trasposizioni cinematografiche e televisive. Visto che le versioni mute sono introvabili o perdute daremo comunque spazio al muto con una piccola sorpresa per tutti gli amanti di Lon Chaney. Infine, quando si pensa all’Uomo che ride di Conrad Veidt non si può non pensare a Joker, l’antagonista di Batman più noto e amato in assoluto. Daremo così spazio al fumetto ma anche ai film per vedere come i personaggi si siano influenzati a vicenda nel corso degli anni. Daremo infine anche un piccolo spazio ai grandi maestri del cinema teutonico trasferitisi in Germania.

l prezzo del biglietto è: 5€ il biglietto intero e 3€ per gli studenti mostrando il tesserino universitario. Oltre a questo è necessario sottoscrivere un’iscrizione valida per un anno solare dal costo di 3€ a prezzo pieno e 2€ per gli studenti. Diciamo che per chi viene per la prima volta al cineclub Detour il costo è di 8€ intero e di 5€ per gli studenti. All’interno del cineclub è presente un bar dove poter acquistare cibo e bevande.

Aiutateci a portare il cinema muto a Roma! Potete farlo venendo in sala il 26 Marzo o anche solo condividendo a tutti i vostri amici l’evento Facebook o la locandina dell’evento. Potete anche stampare la locandina in bianco e nero ed appenderla dove volete per dare maggiore visibilità all’evento.

Grazie a tutti, ci vediamo…al cinema!

Yann Esvan