Archivio

Posts Tagged ‘Friedrich Wilhelm Murnau’

La scala di servizio (Hintertreppe) – Paul Leni e Leopold Jessner (1921)

marzo 22, 2015 1 commento

hintertreppeIl 1921 è indicato nelle storie di cinema come l’anno in cui si afferma una nuova sensibilità e una nuova forma cinematografica: il Kammerspiel, letteralmente “rappresentazione da camera”.
Il Kammerspiel, originariamente di concezione teatrale, può essere paragonato a ciò che in musica viene similmente detta “musica da camera” dove sono previsti solo un piccolo numero di strumenti, tutti diversi tra loro, così da trasmettere il valore, il suono, il timbro caratteristico di ciascuno in una dimensione più intima e ristretta, quasi fosse un dialogo tra individui.

Su questi termini Max Reinhardt pensò il suo teatro da camera, a partire dal 1906: rappresentazioni in sale di dimensioni ridotte, con pochi attori, tipicamente tre, e un piccolo pubblico che poteva così seguire da vicino tutti quei gesti e quelle espressioni più sottili che una vasta platea necessariamente perde. Ciò permise la messa in scena di opere più introspettive, psicologizzanti, caratterizzate nei minimi dettagli, opere in cui, secondo un aneddoto del tempo (1), per un gesto che in un gran teatro avrebbe richiesto di sollevare l’intero braccio sarebbe ora bastato muovere un dito. Ruolo portante sarebbe stato quello della parola e della sua assenza, il tutto legato al ritorno alla dimensione aristotelica del dramma con la sua unità di luogo e tempo.

In termini cinematografici al linguaggio verbale si sostituì naturalmente il linguaggio visivo, con l’ambizione di un cinema del tutto privo di didascalie (titelloser Film), in cui a prevalere era la mimica degli attori e gli ambienti, il più possibile essenziali e simbolici. I legami tra cinema e teatro nel cinema tedesco degli anni del muto sono sempre stati forti e significativi, con una fitta trama di interscambi di personalità e idee. Carl Mayer, Lupu Pick, Leopold Jessner e Paul Leni, le quattro figure alle radici di questa tendenza sono tutte ben legate al mondo del palcoscenico. Ma chi può dirsi vero artefice della transizione del Kammerspiel dalle scene alla pellicola è Carl Mayer, sceneggiatore di Das Cabinet des Dr. Caligari (1920) di Wiene e successivamente dei più grandi film di Murnau tra cui Der letzte Mann (1924) e Sunrise. A song of two humans (1927) fino all’avanguardista Berlin: Die Sinfonie der Großstadt (1927) di Walter Ruttmann.

SCHERBEN_01
Mayer ha attraversato, incorporato e dato sostanza a tutte le anime del cinema tedesco, i suoi scenari, spesso adattamenti di opere letterarie, sapevano dare ai film una struttura narrativamente e simbolicamente solida ma lasciando allo stesso tempo molto spazio inventivo al regista che poteva indirizzarne fortemente il risultato. Anche un regista di buon mestiere, ma che non poteva certamente dirsi un vero e proprio autore, come Lupu Pick col supporto di Mayer ha potuto girare un paio di film entrati nel canone, almeno tedesco, del muto: Scherben (1921) e Sylvester (1924).
Quest’ultimo è forse il capolavoro del Kammerspiel ma già se ne distacca come forma, punta al simbolismo, lavora sul montaggio: è l’ultimo passo verso la forma unica e indefinita di Der letzte Mann. Scherben invece è il prototipo del Kammerspiel, è essenzialità e immediatezza: un nucleo familiare nei suoi gesti ripetitivi e quotidiani e un elemento esterno che ne sconvolge la serenità (l’ispettore ferroviario che violenta la figlia), un unico luogo, la casa di famiglia, dalla quale si esce solo nel finale mostrando l’interno di un treno e quindi ciò che è fuori dalla casa, il resto del mondo, che ne scopre la tragedia, tanto personale da non riuscire a capirla, e passa oltre.

Sylvester (1924)

Sylvester (1924)

Se Pick è per Mayer una tappa tra il Kammerspiel e il naturalismo simbolico di Murnau, tra il cinema da camera e l’espressionismo si colloca Hintertreppe (1921). Il regista in questo caso è Leopold Jessner, affermatissimo nel teatro, che volle tentare le potenzialità del mezzo cinematografico portandovi tutto il suo bagaglio di idee di scena. I protagonisti sono ancora tre e per la quasi totalità del film sono le sole figure umane visibili. Due rappresentano la normalità, la serenità, l’amore, sono la domestica (Henny Porten) e il suo fidanzato (Wilhelm Dieterle); il terzo è il postino (Fritz Kortner) anormale, impulsivo, capace di estrema dolcezza e fredda violenza.

Il postino è innamorato della donna ed è divorato dall’invidia nel vedere i suoi incontri notturni tanto da ingannare la donna e non recapitarle la posta del fidanzato che la avvertiva dell’impossibilità di venire da lei le sere successive. Il postino riesce con una lettera, svelata come falsa, ad intenerirla nei suoi confronti. La donna cede ad un invito a cena ma quando sembra che tutto si sia risolto un’ombra alla finestra indica il ritorno del fidanzato che rabbioso rinuncia alle scuse della domestica. Il postino senza alcuna capacità di controllarsi lo uccide con un’ascia e la donna presa da enormi sensi di colpa sale in cima al palazzo e si lascia cadere.

vlcsnap-error915 vlcsnap-error003Ma c’è un quarto personaggio, costantemente presente: la scenografia. Paul Leni viene nella maggior parte delle fonti indicato come secondo regista del film, ma le più autorevoli lo danno alle sole scene. Lo stile, il tono, i modi di rappresentazione, soprattutto per quanto riguarda il recitato, sembrano confermare le seconde ipotesi.
Ma se le prime sbagliano formalmente rivelano quanto il lavoro di Leni non sia per nulla subordinato a quello di Jessner, anzi senza il suo contributo Hintertreppe sarebbe forse stato un lavoro mediocre. La trama elementare, la ripetizione degli stessi gesti, la recitazione estrema di Kortner, senza la contestualizzazione scenografica avrebbero potuto incidere ben poco, e invece ecco che quegli stessi elementi sono talmente intensi e pregni di significato che fanno appello ai sentimenti più elementari e sinceri, comuni ad un pubblico di quasi cent’anni fa e ad uno spettatore d’oggi.
Possiamo bene parlare di quarto personaggio considerando che in Sylvester di Pick tale processo sarà portato alle estreme conseguenze col porre assieme, nei titoli iniziali, personaggi e ambienti: la moglie, il marito, sua madre, una strada, un cimitero, il mare.

Gli ambienti del film sono in tutto sei: la stanza da letto della domestica, il cortile interno del palazzo, la piccola casa del postino, la scala di servizio da cui prende nome il film, la casa dei nobili in cui la donna è a servizio e un corridoio tra questa e gli spazi della domestica. Ciascuno di questi ambienti ha una sua caratterizzazione e funzione specifica. Innanzitutto la disposizione di questi può aiutarci nella comprensione del film.
Abbiamo tre livelli: in alto la casa nobile dalla quale attraverso la scala di servizio si giunge all’ampio cortile, da questo scendendo altri scalini si giunge al seminterrato del postino, luogo poverissimo dove un cuscino vecchio rappresenta il massimo lusso. Questa subordinazione esprime da sola il carattere del postino, sottomesso, misterioso, invidioso, alla ricerca di sotterfugi. I nobili vivono ovviamente in alto ma in una dimensione quasi separata, una dimensione cui si accede attraverso un corridoio ripreso sempre dalla stessa angolazione che nel quadro include delle tende che richiamano immediatamente un sipario, come se attraverso di esso si passerebbe da una condizione tragicamente umile, povera, abietta quindi realistica ad un mondo edulcorato, affascinante, tutto apparente, quasi di finzione. Un passaggio dagli eroismi sognanti che la maggior parte del cinema celebrava al crudo realismo del Kammerspiel.

vlcsnap-error499
La stanza della domestica è povera ma viva: una sedia, un letto, uno specchio, un tavolino, un catino, un appendiabiti, una sveglia che suona alla prima scena in cui la donna al risveglio è serena e allegra, una stanza molto simile a quella della madre in Scherben in cui anche lì c’è una sveglia che suona, ma stavolta a vuoto ad indicare l’assenza della madre che è uscita disperata nella notte ed è morta nella neve.
Il cortile interno è stato più volte paragonato al cortile ideato da Ulmer, Herlth e Röhrig per Der letzte Mann (è un caso che entrambi ospitino uomini in cerca di affermazione orgogliosi della loro divisa?), ma questo di Leni ha per certi versi ancora più forza, coi suoi spigoli obliqui, le finestre asimmetriche, realizzato con un materiale così “macchiato” e “rugoso” da esaltare i giochi di luce, i contrasti abilmente tracciati. È un ambiente che prefigura le scenografie di Das Wachsfigurenkabinett (Il gabinetto dell figure di cera – 1924), il capolavoro assoluto di Leni.

Hintertreppe1921-01
La scala di servizio è certo il luogo più d’effetto, quello che resta nella memoria di ciascuno spettatore. È un luogo contorto, inquieto, il più tipicamente espressionista, luogo di incontri/scontri (la consegna della posta) e simbolo di subordinazione (la domestica cacciata di casa dopo l’omicidio). Tale tipologia di scala, rivestita di significati, sarà una costante del cinema tedesco e del lavoro teatrale di Jessner e altri, tanto che verrà indicata come Jessnertreppe proprio in suo onore.
La casa dei nobili è un luogo sempre vuoto, arredato secondo la moda, ci sono i segni ben visibili del passaggio degli abitanti ma questi non sono mostrati se non in piccoli angoli al fondo della scena o come ombre danzanti dietro vetri opachi, a mostrare la loro distanza, la loro alterità da tutto quanto accade “da questa parte” del mondo. Solo nel finale appariranno, in un aspetto bizzarro, straniante, pesantemente truccati.

vlcsnap-error324 vlcsnap-error368vlcsnap-error462
Tutti questi elementi scenici sono un valore aggiunto che manca in Scherben, il cui naturalismo è più aderente all’idea di fondo del Kammerspiel ma rende l’opera, almeno visivamente, più debole, più soggetta all’invecchiamento e al mutamento dei gusti del pubblico. Hintertreppe invece ha una forza universale che prende vigore anche dai suoi aspetti più teatrali che nel tempo sono stati variamente criticati come debolezze. La peculiarità dell’apporto di Jessner è invece una preziosa intersezione tra le due arti.

vlcsnap-error022vlcsnap-error065 Il momento più visibilmente teatrale è il finale, all’apparizione degli altri personaggi-abitanti del palazzo che per l’intero film erano rimasti come nascosti, in quella dinamica dentro-fuori tipica del Kammerspiel (la sicurezza contro la perdizione nei già citati film di Pick, ma anche in Die Straße del 1923 di Karl Grune e Nju del 1924 di Paul Czinner). Le numerose comparse si muovono come su un palcoscenico, le loro pose sono plastiche e lontanedai piccoli gesti sufficienti al cinema e soprattutto ad un Kammerspiel. Nell’ultimissima inquadratura la domestica si lancia dal tetto dell’edificio, le comparse guardano tutte verso l’alto e in un gesto improvviso abbassano tutte lo sguardo verso un punto preciso verso il quale si muovono, non abbiamo visto nessun corpo cadere ma il gesto collettivo è stato quanto mai esplicito.

vlcsnap-error131

Il cinema, soprattutto alle sue origini, pone come priorità il “mostrare”, il pubblico vuole vedere, e l’assenza di un corpo ne tradisce l’idea teatrale alla base. Ma un’ellissi è usata anche pochi minuti prima, nell’altra scena principale dell’omicidio, in cui vediamo solo il fatto compiuto, la staticità dell’ucciso e dell’uccisore.
Ma non si può non ammettere che “negando” allo spettatore le scene più forti queste assumano un valore più misterioso e meno risolutivo, impedendo alla vicenda di dirsi propriamente chiusa e affidandole un possibile prolungamento nella reale vita quotidiana.

vlcsnap-error449

Parafrasando Kracauer (2) i cosiddetti Kammerspiel sono “film dell’istinto”, che svelano impulsi e desideri disordinati in una società dominata da caos e spaccature. Hintertreppe è, sotto questa lettura, esemplare, con le sue separazioni, i suoi personaggi della classe medio-bassa incapaci di sublimare le proprie emozioni, con il Destino che incombe inesorabile sulla loro condizione subalterna. Il risultato al tempo fu talmente greve e negativo che alcune recensioni parlano di un pubblico infastidito e irritato da tanta miseria e tanta violenza.

Il Kammerspiel è in definitiva la scoperta da parte del cinema delle tragedie della vita quotidiana, lontana dai sogni, dalle fantasie, è la scoperta dell’uomo comune come possibile soggetto drammatico. È da qui che si apre la strada verso la Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività) tedesca, i realismi francese e sovietico, il Neorealismo italiano.

Kukuk È un gran peccato non poter constatare con dati reali e f024929_pic_06“visibili” come dall’artigianato, comunque alto di Dornröschen (1917), Leni sia arrivato a tale livello artistico. I film a cui ha collaborato tra il 1917 e il 1921 sono ben 13 tra cui cinque regie, ma se ne conservano solo tre: l’epico Veritas Vincit (1918) di Joe May, l’avventuroso Die Geier-Wally (1921) di E. A. Dupont e una grande produzione in costume, Lady Hamilton (1921) di Richard Oswald.
Affidandoci solo a testimonianze del tempo leggiamo di Leni come «il regista-pittore, personalità unica che piega tutti i suoi film ai suoi incantesimi tecnici»(3), «il Reinhardt del cinema»(4), «un artista visivo che ha saputo creare il giusto linguaggio cinematografico per tradurre la letteratura in sequenze di immagini con la potenza dell’opera d’arte, dove gli attori sono finalmente parte di un’immagine strutturata»(5) fino alle parole su Lady Hamilton in cui «Paul Leni ha raggiunto una maturità perfetta come creatore di immagini animate che lampeggiano come gioielli»(6).
La sua maturazione è palpabile, visibile e unanimemente riconosciuta.

Nel 1922 Leni sarà pronto per fondare una propria casa di produzione, la Paul Leni-Film GmbH e lanciarsi verso l’impresa di Das Wachsfigurenkabinett (Il Gabinetto delle figure di cera, 1924).

102

1. The Haunted Screen: Expressionism in the German Cinema and the Influence of Max Reinhardt, Lotte H. Eisner, University of California Press, 2008
2. Da Caligari a Hitler. Una storia psicologica del cinema tedesco, Siegfried Kracauer, Torino, 2001
3. Der Kinematograph, Nr. 656, 30.7.1919
4. Hb. , Lichtbild-Bühne, Nr. 30, 26.7.1919
5. H. W. (= Hans Wollenberg), Lichtbild-Bühne, Nr.9, 26.2.1921
6. H. W. (= Hans Wollenberg), Lichtbild-Bühne, Nr. 43, 22.10.1921

Am Rande der Welt – Karl Grune (1927)

Am Rande der Welt, traducibile più o meno come “Ai Confini del Mondo“, è un film pacifista breve ma piuttosto ben costruito. Finita la Prima Guerra Mondiale, iniziative di questo tipo sono decisamente fioccate in giro per l’Europa, tanto che solo tra i film presenti su questo sito potrei citare J’accuse di Abel Gance (1919) o Il Fabbro e il Primo Ministro (Слесарь и канцлер) di Vladimir Gardin e Ol’ga Preobraženskaja (1923). Come nel film Russo del ’23, Am Rande der Welt si svolge in un luogo fittizio, che potrebbe essere in qualsiasi luogo e sotto qualsiasi fazione, proprio per rendere universale il suo messaggio di pace e amore. Però…rispetto ai film che ho citato prima questo non mi ha convito del tutto, tanto che l’unica cosa ad avermi attratto davvero è la presenza del mitico Max Schreck. Vi dice niente questo nome che evoca “Massimo Terrore“? Ebbene sì, questo è uno rari film superstiti in cui l’attore che ha interpretato Nosferatu o, secondo chi crede che Nosferatu non fosse un attore, colui che ha prestato il proprio nome evocativo al terribile e originale vampiro Orloff/Dracula. Bisogna dire che anche qui il ruolo di Schreck è decisamente inquietante e, appena entrato in scena, cambia completamente la storia inserendo il losco e il meschino in una realtà che ne sembrava del tutto priva. Ma andiamo per ordine e partiamo con la trama:

Presso un mulino isolato, vive felicemente un mugnaio (Albert Steinrück) con la sua famiglia che, malgrado i sacrifici quotidiani, vive felicemente e senza preoccupazioni. Un giorno, però, giunge uno straniero (Erwin Faber) che con la scusa di aiutare nei lavori pesanti, trasforma il mulino in una base spionista nemica. Unico suo interlocutore è l’inquietante Troedler (Max Schreck), che sotto le mentite spoglie di un venditore ambulante controlla che l’uomo faccia il suo dovere. Lo straniero, infatti, viene accolto molto bene dalla famiglia e inizia a provare un debole per la bella Magda (Brigitte Helm) e solo con le reitarate minacce di Troedler, si convince a continuare il suo sporco lavoro di spia. Scoppiata la guerra, il mulino viene presto occupato dalle forze nemiche. Per disprezzo nei confronti della guerra, John (William Dieterle), fratello di Magda, manca volutamente di rispetto ai soldati nemici e viene catturato. Tutto sembra perduto, ma nell’orrore della guerra scoppierà l’amore tra Magda e un Luogotenente nemico (Jean Bradin)…

Non racconterò il finale ma potete ben immaginarlo. Il senso generale, come detto, è quello di mostrare quanto la guerra sia futile e quanto, invece, l’amore e la fratellanza siano possibli e preferibili. Peccato che questo messaggio non sia stato ascoltato dai tedeschi, forse avremmo evitato la Seconda Guerra Mondiale. Il film, nonostante la sceneggiatura non eccelsa, è ben diretto e gli attori interpretano bene il loro ruolo. Purtroppo la copia in circolazione è a tratti poco chiara, con il risultato che molti particolari vengono perduti e quando le didascalie vengono sostituite da lettere scritte a mano, non si capisce assolutamente nulla. E la Fantascienza? Sinceramente lo ignoro, probabilmente più che Fantascienza dovrebbe essere un film fantastico, oppure dovremmo includere anche il Il Fabbro e il Primo Ministro nella fantascienza, cosa fare? In fondo si trattava semplicemente di un futuro possibile in caso di altra guerra, un futuro non troppo lontano e in fondo possibile, e quindi, leggendo il film da questo punto di vista, potrebbe rientrare nella fantascienza nel senso più ampio del termine. Al momento lo lascio nel progetto, poi si vedrà.

Per concludere nelle condizioni in cui è, Am Rande der Welt mi è sembrato un film che ha raggiunto solo parzialmente i propositi che si era prefissato, la speranza è comunque quella di poterlo vedere presto restaurato nella speranza di cambiare idea in positivo. Nel video sotto solo la prima parte è relativa al film, quindi non stupitevi troppo del cambio di scene e ambientazioni. Vi lascio a Max Schreck, buona visione!

<

Faust (Faust – Eine deutsche Volkssage) – Friedrich Wilhelm Murnau (1926)

aprile 17, 2014 2 commenti

Anche questo articolo viene a termine di una proiezione con musica dal vivo del Cinema Trevi di alcune settimane fa che ha avuto una genesi un po’ travagliata tanto da venir pubblicato dopo il pezzo su “Un Cappello di Paglia di Firenze” (1928). Ho deciso di chiedere a due ragazzi che mi hanno accompagnato delle loro opinioni sul film. Premetto che non hanno mai seguito il Cinema Muto con continuità ma hanno accettato di essere trascinati al Cinema spinti anche dal titolo e dalla possibilità di sentire l’accompagnamento musicale del Maestro Antonio Coppola che tanto avevo decantato. Vedremo quale sarà il risultato in articoli separati, primi di un nuovo progetto dal titolo “Appunti di un Profano”. Cominciamo allora con una prima considerazione: il Faust di Murnau, a livello di trama, è piuttosto differente dall’opera di Goethe (1808) che ricordiamo si ispirava ai racconti popolari tedeschi. Eppure Murnau riesce comunque a dare giustizia al grande poema pur in una forma condensata e modificata rispetto a quella mastodontica di Goethe e con elementi dell’opera di Marlowe. Andiamo quindi direttamente alla trama per districare i nodi delle trame e vedere come la sceneggiatura di Hans Kyser ha affrontato la vicenda:

L’Arcangelo Michele (Werner Fuetterer) e Mefisto (Emil Jannings) fanno un patto, la terra sarebbe caduta in mano al demonio qualora egli fosse riuscito a prendere l’anima del vecchio Faust (Gösta Ekman). Il pretesto con cui Mefisto attuo il suo piano è semplice, una peste divora la città di Faust che disperato per l’incapacità di curare i malati che chiedono aiuto decide di fare un patto con il demonio. Mefisto propone un giorno di prova in cui potrà godere dei benefici del potere del diavolo. Il vecchio saggio così di curare i malati, ma quando un malato si presenta con una croce sul collo Faust la rifugge rivelando la sua natura tanto da essere lapidato. Quando si è ormai convinto di rescindere il patto, ecco che il diavolo lo tenta con l’eterna giovinezza e la riscoperta dei piaceri. Corrotto nell’animo sigla un patto eterno con Mefisto. Ma i piaceri provocati dal demonio offrono sempre un lato oscuro della medaglia e si rivelano effimeri. Così quando Faust decide di conquistare Gretchen (Camilla Horn), ragazza pura e sincera, tutto degenera in poco tempo: il diavolo uccide il fratello della ragazza e Grechen viene trovata dalla madre a letto con il suo Faust. La giovane rimane incinta e considerata alla stregua di una prostituta viene messa alla gogna ed emarginata. Una notte di gelo verrà trovata con il bambino morto sulla neve e sarà condannata al rogo per l’omicidio del suo piccolo. Con una splendida scena le urla di disperazione di Gretchen giungono all’orecchio di Faust che contro il volere del diavolo vola verso la sua amata arrivando quando ormai le fiamme sono già accese. Con un gesto disperato si butterà a sua volta tra le fiamme. Cessato il sortilegio del diavolo, Faust morirà tra le fiamme assieme alla sua amata dopo aver riottenuto il suo aspetto originario. Al giudizio finale, l’Arcangelo si schiererà al fianco di Faust sottraendolo a Mefisto e salvando di fatto la Terra.

Ho voluto raccontare la trama nella sua interezza per mostrare a chi è appassionato delle differenti versioni un quadro il più completo possibile. A livello tecnico il film è di ottima fattura ed è forse il film in cui si raggiunge il miglior equilibrio nella sfera espressionista poiché trasparire, oltre al caratteristico tratto gotico, anche un’anima paesaggistica decisamente più romantica. Personalmente sono stato colpito da diversi aspetti del film. Prima di tutto dalla recitazione, gli attori hanno offerto davvero una splendida interpretazione e Murnau, aggiungerei come al solito, ha saputo dirigerli alla perfezione. Secondo aspetto è stato sicuramente l’utilizzo degli effetti visivi, tra cui spicca a mio avviso la scena delle urla di disperazione di Gretchen, urla che invece di tramutarsi in voce, diventano un’autostrada di parole che, dopo aver attraversato paesaggi suggestivi, giungono infine alle orecchio di Faust. Ma come dimenticare la scena dell’evocazione o in generale gli splendidi giochi di luce caratterizzati da splendidi chiaroscuri. Non voglio infine dimentirare neanche il trucco e i costumi attraverso i quali hanno preso vita personaggi come Mefisto, con un Emil Jannings ancora una volta grandioso, ma anche Faust da anziano.

Per quanto riguarda le versioni casalinghe di questo film io personalmente consiglio sempre, quando disponibili, le edizioni Eureka! The Masters of Cinema (qui sotto il video di presentazione). Al limite si potrebbe sempre ripiegare sull’edizione della Kino Video.

Concludo con rimandi agli articoli dei poveri ragazzi costretti a vedere il film insieme a me:

Recensione di Jacopo (Serhunt)
Recensione di Francesco (Frankie)

e ora vi lascio definitivamente con un trailer del Faust.

<

Il Dr. Jekyll e Mr. Hyde nel Cinema Muto

aprile 5, 2013 5 commenti

Lo Strano Caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson (1886) è forse uno dei romanzi che ha ispirato più trasposizioni cinematografiche in assoluto. Solo nel cinema muto, infatti, sono noti almeno 14 adattamenti più o meno fedeli di cui addirittura 6 ci sono pervenuti. La cosa interessante è che spesso le trasposizioni venivano fatte tutte nello stesso anno, ben 4 sono note per il 1913, due per il 1908 (tra cui il primissimo adattamento di Otis Turner) tre nel 1920 (tra cui La testa di Giano di Murnau purtroppo perduto). In questa recensione ci occuperemo sostanzialmente di tutti i film rimasti tranne del più celebre, ovvero della trasposizione del 1920 diretta da John Stuart Robertson con uno straordinario John Barrymore. Le altre trasposizioni rimaste, infatti, hanno tutte una durata inferiore ai 40 minuti e possono essere riassunte nel giro di poche righe. Per questioni pratiche proseguirò in ordine cronologico ad analizzare le altre trasposizioni che non sono andate perdute. Tra queste ho scelto di escludere L’Altro (Der Andere) di Max Mack (1913) perché, pur ispirandosi lontanamente al romanzo di Stevenson, non mantiene la componente fantascientifica. Avrei certamente preferito parlare di Ein Seltsamer Fall (letteralmente “uno strano caso”) dello stesso Max Mack (1914) purtroppo è andato perduto.

– Dr. Jekyll and Mr. Hyde – Lucius Henderson (1912)

Questo piccolo cortometraggio di 12 minuti circa prende spunto dall’opera teatrale Thomas Russell Sullivan, come molte delle trasposizioni mute. Dovendo condensare nel giro di pochi minuti la storia del romanzo, Lucius Henderson semplifica la trama mettendo da parte la maggiorparte dei personaggi presenti nel libro. Notevoli sono gli effetti di trucco così come la prova di James Cruze, celebre attore, regista ma anche produttore e sceneggiatore dalla lunga carriera qui nei duplici panni sia del Dr. Jekyll che di Mr. Hyde (come da tradizione).

Il Dr. Jekyll, valente medico e scenziato, studia un metodo per separare il bene dal male. Dopo lunghi studi trova la ricetta per un terribile siero che lo trasforma nel malvagio Mr. Hyde. Nel giro di poco tempo Jekyll inizierà a perdere il controllo delle sue metamorfosi con effetti devastanti per sè e per chi si trova sulla sua strada. Giunto allo stremo delle forze e impossibilitato a nascondere ancora la sua doppia identità, il Dr. Jekyll, intrappolato nelle sembianze di Mr. Hyde, si darà la morte avvelenandosi.

Personalmente ho apprezzato molto il modo in cui pur con poco tempo a disposizione gli autori il regista sia riuscito a condensare egregiamente tutto il racconto e a dare una notevole personalità a Jekyll e Hyde. Ovviamente gran parte del merito va a James Cruze, che riesce ad interpretare uno dei Jekyll/Hyde muti che preferisco. La sua trasformazione colpisce ancora oggi ed è migliore di tantissime altre anche recenti.

<

<

– Dr. Jekyll and Mr. Hyde – Herbert Brenon (1913)

Il 1913, come abbiamo visto, è un anno gravido di trasposizioni per l’opera di Stevenson. Questa, ancora una volta, si basa sull’opera teatrale di Sullivan ma, a mio avviso, con meno mordente rispetto a quella precedente del 1912. Pur, infatti, essendoci la stella King Baggot nei panni del Dr. Jekyll/Mr. Hyde, il film è riuscito a prendermi molto meno, forse anche a causa dell’eccessiva lentezza con cui le scene si succedono.

Il Dr. Jekyll, amabile dottore noto per curare anche le persone più povere e bisognose, inventa un siero capace di separare il bene e il male in una persona. Quando beve il siero, però, Jekyll assume le sembianze del perfido Mr. Hyde in grado di commettere le più terribili perfidie. Presto il Dottore perderà il controllo del proprio alter ego e dopo aver commesso un terribile delitto, intrappolato nel corpo di Hyde, si toglierà la vita avvelenandosi.

King Baggot, a mio avviso, mal si comporta nei panni di Mr. Hyde e la stessa metamorfosi non è poi tanto spettacolare da lasciare un ricordo indelebile nello spettatore. Forse si tratta di una delle trasposizioni che apprezzo meno, ma andava comunque citata per completezza. Anche la prova del regista non lascia il segno: preferisco di gran lunga il Brenon che dirige Lon Chaney in Laugh, Clown, Laugh (1928) o Ronald Colman nello splendido Beau Geste.

<

<

– Dr. Jekyll and Mr. Hyde – J. Charles Haydon (1920)

Quello di Haydon è l’adattamento muto più drammatico (ma al contempo positivo) del romanzo di Stevenson. Sebbene il film sia di ottima fattura venne oscurato dalla più celebre versione della Paramount rilasciata lo stesso anno, diretta da Robertson e interpretata da John Barrymore. Un vero peccato perché l’interpretazione di Sheldon Lewis, nel ruolo di Jekyll/Hyde è certamente molto buona e meritava migliore fortuna.

Il Dr. Jekyll (Sheldon Lewis) sogna di creare una pozione in grado di dividere la parte buona da quella malvagia nell’uomo. Quando però la scopre si trasforma nel demoniaco Mr Hyde che inizia a far del male alle persone che il suo alter ego reputa più care. Tra queste spicca la dolce Bernice Lanyon (Gladys Field). Per colpa delle sue ripetute assenze, infatti, Bernice lascia Jekyll per fidanzarsi con Danvers Carew (Leslie Austin). Hyde compirà la sua vendetta e utilizzando il bastone di Edward Utterson (Harold Foshay), amico e avvocato di Jekyll, uccide il rivale d’amore Carew. La doppia identità verrà presto scoperta e Jekyll/Hyde verrà condannato a morte. Ma possibile che debba finire proprio così?

Con un finale a sorpresa, Haydon riesce a capovolgere completamente la vicenda, fino ad allora tendente alla drammaticità e la cupezza più assoluta. Sheldon Lewis offre una splendida versione di Jekyll/Hyde che andrebbe ricordata più spesso. Un film da scoprire ed apprezzare per i tanti spunti interessanti che sa offrire.

<

<

– Dr. Pyckle and Mr. Pryde – Scott Pembroke & Joe Rock (1925)

Divertente parodia del romanzo di Stevenson con uno splendido Stan Laurel nel ruolo del protagonista.

Il Dr. Pyckle, da tutti considerato senza motivo come l’uomo più rispettabile della città, inventa un siero che separa la sua parte buona da quella malvagia. Diventa quindi il terribile e dispettoso Mr. Pryde che mette sottosopra la città.

Tra gag divertenti, i registi mettono in scena una commedia divertente che crea una perfetta caricatura dei tanti film sul Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Laurel, grazie alla sua mimica eccezionale e il suo innato carisma, è un perfetto Dr Pyckle/Pryde, pronto a combinarle di tutti i colori nei panni di entrambi i personaggi. Sebbene io sia restio a parlare di questo tipo di commedie è certamente un cortometraggio tutto da ridere che mi sento vivamente di consigliare.

<

<

Il Pensionante (The Lodger: A Story of the London Fog) – Alfred Hitchcock (1927)

novembre 13, 2012 4 commenti

Il Pensionante è forse il mio muto di Alfred Hitchcock preferito, ma potrei rincarare la dose affermando che forse è uno dei miei Hitchcock preferiti nonché uno dei miei muti preferiti in assoluto. La prima volta mi ero imbattuto nella produzione muta di Hitchcock quasi per caso, perché mi esercitavo traducendo le didascalie dei suoi film dall’inglese all’italiano per poi condividerli. Non so sinceramente che fine abbiano fatto tutti i file di testo che avevo preparato e neanche l’effettiva qualità della traduzione, ma certamente tra tutti i film del “maestro del brivido” prodotti in questi anni The Lodger era quello che più mi aveva colpito.  Del resto, almeno sentedo Truffaut, Hitchcock considerava questo il suo primo vero film. Quando ho scoperto che sarebbe stata prodotta una nuova edizione in Bluray non ho potuto resistere e dopo tanto tempo ho potuto finalmente rivedere questo capolavoro in una vesta completamente rinnovata.

Le vicende, tratte dal libro omonimo di Marie Belloc Lowndes, sorella di Hilaire Belloc, che si ispirava alla storia di Jack lo squartatore, erano state messe in scena a teatro nello spettacolo “Who Is He?” attirando l’attenzione del regista. Ottenuti i diritti per la realizzazione dell’opera, Hitchcock, insieme a Eliot Stannard, scrisse la sceneggiatura e preparò minuziosamente tutte le scene prima di mettersi davanti alla cinepresa. Per interpretare i protagonisti vennero scelti Ivor Novello, attore molto famoso in Gran Bretagna, e June Tripp, attrice dalla breve carriera cinematografica, interrotta nel 1929 dopo aver sposato il Barone John Alan Burns (da cui divorziò qualche anno dopo intraprendendo una nuova carriera di attrice teatrale e trasferendosi in America).

Londra è sconvolta da brutali delitti compiuti ad opera di un killer seriale che ama firmare i suoi delitti come “il vendicatore”. Gli omicidi sono stati effettuati tutti rigorosamente di Martedì ai danni di ragazze bionde. Proprio un Martedì notte nella pensione dei coniugi Bunting (Arthur Cresney e una spendida Marie Ault), uno strano ragazzo chiede di poter alloggiare da loro per qualche tempo. Il pensionante (Ivor Novello) mostra subito strani comportamenti tra cui un evidente odio per i quadri raffiguranti donne dai riccioli d’oro. Allo stesso tempo sembra invece molto attratto dalla bionda figlia dei Bunting, Daisy (June Tripp qui indicata solo come June) fidanzata del Detective di Scotland Yard Joe Betts (Malcom Keen). Chi sarà il tremendo assassino di Londra? Il pensionante è in qualche modo implicato?

Attraverso uno splendido gioco di immagini e di dialoghi dalle molteplici interpretazioni, Hitchcock si diverte a confondere lo spettatoregiocando sull’ambiguità del personaggio del Pensionante che viene continuamente messo in discussione. In questo film si avverte l’influenza del cinema espressionista tedesco e forse di Murnau in particolare. Tutto nelle riprese è stato studiato nei minimi particolari, anche le didascalie non sono mai banali ma richiamano alcuni esprimenti espressionisti tipici di quell’epoca (primo non tedesco che mi viene in mente è il corto “The Life and Death of 9413 a Hollywood Extra” del ’28). Le interpretazioni degli attori sono davvero ottime e questo da ulteriore spessore ad una sceneggiatura molto intrigante. Tutti questi elementi contribuirono a rendere The Lodger un vero e proprio successo, tanto che viene ancora oggi considerato uno degli migliori muti britannici di sempre (il successo è dimostrato anche dalla locandina in tedesco che ho scelto per questo articolo). Venne fatto subito un remake sonoro nel 1932 con lo stesso Ivor Novello nel ruolo del pensionante. Fu un flop clamoroso. Nel film Gosford Park del 2001, l’attore (interpretato da Jeremy Northam) afferma che il film sarebbe stato inevitabilmente un insuccesso.

The Lodger di Hitchcock, come anticipavo, è stato impreziosito dallo splendido restauro effettuato dal BFI National Archive in collaborazione con l’ITV Studios Global Entertainment e il Network Releasing che hanno dato vita ad un Blu-ray dalla qualità incredibile accompagnato da una splendida colonna sonora opera dell’acclamato musicista poliedrico Nitin Sawhney di origine indiano-britannica. Nel Blu-ray sono presenti due dischi extra con tanto di colonna sonora eseguita splendidamente dalla London Symphony Orchestra. Acquisto consigliatissimo! Non mi resta che lasciarvi al trailer del film sperando di aver stuzzicato la vostra curiosità. Buona visione!

Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens) – Friedrich Wilhelm Murnau (1922)

novembre 5, 2011 5 commenti

Parlare di film tanto importanti come Nosferatu è sempre difficile, vengo come assalito da un senso di inadeguatezza che mi spinge a lasciar perdere e scrivere altro. La molla che ha fatto partire questa recensione  è scattata il 3 Novembre quando, presso il Cinema Avvenire, ho potuto vedere il film accompagnato dalla musica dal vivo dei Supershock (evento scoperto, come spesso accade, tramite l’utilissimo Sempre in Penombra). Il gruppo si dedica da tempo alla revisione in chiave rock delle colonne sonore, spesso perdute, dei grandi classici dell’espressionismo tedesco. Ho dato un rapido sguardo al loro sito ed ho visto che hanno musicato anche MetropolisIl gabinetto del dottor Caligari (due film di cui parlerò in futuro se supererò il solito timore reverenziale) e Il Golem. L’esperimento di questi due ragazzi è sicuramente interessante. Nonostante il loro genere musicale non sia proprio nelle mie corde, non posso che lodare l’iniziativa, sperando che il cinema muto possa ricevere nuova linfa vitale grazie a questi “concerti cinematografici”.

Dopo questa breve premessa possiamo finalmente parlare di Nosferatu il vampiro o, meglio ancora, una sinfonia dell’orrore. Prendendo ispirazione, senza permesso, dalla storia Dracula di Bram Stoker, Murnau porta sullo schermo uno dei personaggi più celebri della storia del cinema: il terribile Conte Orlok, interpretato da Max Schreck. L’attore aveva un nome così inquietante (traducibile con Massimo Terrore), da generare le ipotesi più disparate sulla sua reale identità. Del resto il suo personaggio è talmente ben interpretato da risultare terreno fertile per la nascita di leggende di ogni tipo.

Hutter (Gustav von Wangenheim) è costretto a lasciare la sua amata Ellen (Greta Schröder) quando viene inviato dal suo superiore, l’agente immobiliare Knock (Alexander Granach), in Transilvania per finalizzare l’acquisto di una casa. Qui si trova ad avere a che fare con il terribile Conte Orlok (Max Schreck), che presto si rivela per la sua vera natura vampiresca. Solo il sacrificio della bella Ellen potrà fermare la tremenda forza distruttiva del Conte.

Il film si inquadra nell’ambito dei grandi capolavori dell’espressionismo tedesco ed è caratterizzato da una serie di immagini dal forte contenuto simbolico. Murnau ci regala degli strepitosi giochi di ombre, che contribuiscono a rendere Nosferatu ancora oggi un vero e proprio film dell’orrore. Quando, all’età di quindici anni circa, vidi per la prima volta Nosferatu ammetto di non aver capito a pieno la sua carica, che sembra assumere nuovi valori e nuovi significati ad ogni visione. L’attenzione quasi maniacale al particolare contribuisce a circondare il film di un alone di mistero e decadenza che esplodono nella rappresentazione del Conte Orlok.

Nosferatu è giunto fino a noi nonostante le vicende travagliate che lo circondano, visto che i parenti di Stoker accusarono di plagio Murnau che venne condannato alla distruzione delle pellicola. Fortunatamente il regista mantenne segretamente una copia del film la quale ci permette di godere pienamente di questo capolavoro. Il successo della storia è testimoniata anche dal remake, girato nel 1979 con Klaus Kinski nei panni del Conte Orlok. Nel corso degli anni si sono susseguite numerose opere di restauro che hanno contribuito a ripulire la pellicola e renderla maggiormente godibile. Attualmente, anche in Italia, sono disponibili numerosissime edizioni dai prezzi più disparati. Nosferatu di certo meriterebbe qualche parola in più, ma al momento dovrete accontentarvi di questa prima infarinatura. Non escludo di tornare ed approfondire l’argomento in futuro.

Gli occhi della mummia (Die Augen der Mumie Ma) – Ernst Lubitsch (1918)

settembre 18, 2011 Lascia un commento

Come ci viene raccontato all’inizio della pellicola, Gli occhi della mummia è forse il primo vero film del giovane Lubitsch, il quale rappresentava per altro una vera e propria scommessa per i produttori. Il risultato è un racconto molto diverso dai canoni del regista tedesco: invece della solita ironia, la vicenda esaspera l’aspetto tragico e serioso. Per girare la pellicola  Lubitsch volle al suo fianco alcuni attori giovani e spesso non affermati ma che in seguito godranno di un enorme successo: ritroviamo infatti giovanissima Pola Negri, appena trasferitasi in Germania, per la prima volta musa del nostro Lubitsch. Da qui in poi la loro collaborazione darà vita a numerosissime pellicole, sia tedesche che americane (come Forbidden Paradise di cui abbiamo già parlato) . Ma ci sono altri attori che avranno a loro volta una lunga e fruttuosa carriera al fianco del regista tedesco: Emil Jannings, che abbiamo imparato ad apprezzare per “l’ultima risata” di Murnau, e Harry Liedtke. “Gli occhi della Mummia” era una scommessa non solo per la scelta del regista e degli attori, ma anche per i costi che si dovettero affrontare: non si badò infatti a spese per ingaggiare gli interpreti e realizzare le scenografie, tra cui spiccavano riproduzioni di palme e montagne calcaree. Possiamo dire, con il senno di poi, che la scommessa fu vincente e questo rappresentò l’inizio dell’ascesa del grande Lubitsch.

Il pittore Albert Wendland (Harry Liedtke) si reca in Egitto per motivi di studio. Qui viene a conoscenza della maledizione che colpisce coloro che visitano la Tomba della Regina Ma e, incuriosito, decide di recarvisi. Una volta giunto viene accolto dal sacerdote Radu (Emil Jannings) che si offre di fargli da guida. Una volta arrivati di fronte alla Mummia, questa apre magicamente gli occhi. Il pittore però capisce il trucco: in una stanza attigua, infatti, si nasconde la povera Ma (Pola Negri) costretta a sottostare alle prepotenze del suo padrone. Albert decide di portare la ragazza con sé in Europa, ma i guai non sono finiti. Anche il sacerdote si trasferisce, sperando di trovare Ma e vendicarsi dell’affronto subito. Il finale è altamente tragico.

Il regista riesce a gestire al meglio il limite delle inquadrature fisse, regalandoci qualche immagine molto suggestiva (la più bella è sicuramente quella relativa al finale che, per ovvi motivi, ho deciso di non riportare). Le interpretazioni sono abbastanza convincenti, anche se ad un livello inferiore rispetto a quello che ci aspetteremmo da attori di questo calibro. La vicenda, del resto, scorre abbastanza lentamente e la musica di accompagnamento non sembra essere all’altezza della rappresentazione. Una copia della pellicola è conservata presso la Cineteca Italiana. Di recente sono state rilasciate in america ben due edizioni in DVD, con il titolo The Eyes Of The Mummy. Qui potete controllare la qualità di entrambe, personalmente ho visionato quella del 2002 della Grapevine Video che sembra avere anche una valutazione migliore. Un film consigliato solo agli amanti del muto che vogliono farsi un’idea di tutta la carriera del regista oppure agli amanti del genere Horror.