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Varieté – Ewald André Dupont (1925)

aprile 23, 2020 Lascia un commento

Varieté-afficheRicordo ancora benissimo quando al Cinema Ritrovato 2015 presentarono in anteprima il restauro di questo film che sarebbe poi stato utilizzato per l’edizione Eureka! Masters of Cinema. All’epoca recensii il film solo per Cinefilia Ritrovata, rimandando a un momento più rilassato l’articolo per questa piattaforma. Scusatemi, qualcuno saprebbe dirmi che anno sia? Ebbene sì, sono passati solo cinque anni per trovare quel momento rilassato per parlare di Varieté, ma il motivo è da ricercare della ricchezza visiva del film che è piuttosto difficile da raccontare e che il vecchio me, povero nella condivisione di screenshots, non avrebbe potuto delineare in maniera corretta. L’occasione per riportare alla mente questo film è venuta attraverso le solite discussioni su kast assieme a Danilo Magno che ci ha portato a vedere in contemporanea l’edizione di cui parlavo sopra, che contiene per altro un accompagnamento musicale piuttosto strano e che avrà un suo spazio apposito in fondo all’articolo. Terminato questo cappello introduttivo partiamo con la trama:

In carcere un uomo viene convocato per una possibile grazia ma deve prima raccontare la su storia. Questi comincia e racconta cosa è accaduto: “Boss” (Emil Jannings) è un ex trapezista di successo che dopo un incidente si è ritirato con la moglie (Maly Delschaft) e gestisce un fatiscente spettacolo itinerante dove ragazze non certo avvenenti si esibiscono in balletti indecenti. Un giorno entra nella sua vita la giovane  Berta-Marie (Lya de Putti), introdotta come una ragazza che porta solo sventura. Ovviamente così sarà: Boss si innamora di lei e lascia moglie, figlio piccolo e spettacolo per riprendere la carriera artistica. Viene notato dal grande trapezista Artinelli (Warwick Ward) che propone ai due di creare un trio. Presto Artinelli inizia a notare Berta-Marie e alla prima occasione abusa di lei. Nell’assurdità di questa tipologia di film, la giovane si innamora quindi di lui e inzia una relazione clandestina. Presto Boss si rende conto del tradimento e uccide in una sfida ai coltelli il rivale in amore per poi costituirsi lasciando nel dolore più profondo Berta-Marie.

Dico solo un nome: Karl Freund. Lo sapete bene che sono appassionato di Horror Universal anni 30/40, quindi questo nome lo associo inevitabilmente alla regia di The Mummy con Boris Karloff (1932) ma a fronte di una carriera registica assai poco produttiva e sconvolgente, Freund è stato probabilmente uno dei più grandi direttori di fotografia del cinema muto e non solo. Der Golem, wie er in die Welt kam (1922), Der letzte Mann (1924) sono solo due tra i tanti film di cui curò la fotografia e che gli valsero infine nel 1955 un Oscar per la Tecnica, non più esistente, per i suo meriti in campo dell’innovazione sul campo. Sono solo dati, ma tra tanti film suoi che ho visto questo Varieté è forse quello che più mi ha colpito.

La trama è di per sé banale ma soprattutto prevedibile perché con Boss in carcere già sappiamo il finale. I personaggi, a loro volta, sono poco approfonditi e non mostrano particolare carattere se si esclude Boss, che deve però un trattamento di favore in virtù di una recitazione a mio parere ottimo di Emil Jannings. Vi potrete quindi chiedere come possa aver apprezzato il film, ma la risposta va ricercata proprio nelle splendide immagini che costituiscono il fulcro della narrazione. Esagerando ma non troppo, potrei postare qualsiasi frame e lasciarvi senza parole per la pulizia dell’immagine, la sua costruzione, i piccoli dettagli che ci sono inseriti e che le rendono davvero incredibili. Il picco è ovviamente raggiunto nelle incredibili scene trapezistiche, ma in generale quando deve raccontare il mondo delle fiere itineranti o dei circhi, questo Varieté riesce a raccontarlo con estrema vividezza in ogni suo aspetto. Anche il gran finale è costruito in maniera incredibile, con continui cambi di inquadrature tra Boss e Artinelli che culmina in un’inquadratura fissa da cui spunta la mano di quest’ultimo con ancora il coltello per poi cadere e lasciare spazio al volto trasfigurato dell’assassino.

Ma, ovviamente non tutto è perfetto e ci sono degli aspetti che non ho apprezzato in questo film. Evidentemente la morale non è più quella di oggi, però mi fa molto male vedere storie in cui una donna subisce violenza da un uomo e poi ne è subito dopo stranamente e perdutamente innamorata. Non è sicuramente un messaggio edificante e allo stesso modo il finale mi ha lasciato perplesso perché lascia quasi presagire che in fondo è stato buttato dentro a quella vicenda per la tentazione di una donna tentatrice e che non era poi tanto diverso da un delitto d’onore. Come, spero, per la maggioranza di voi non posso che trovarmi nel contrasto più assoluto con un messaggio del genere. Le vicende, bisogna dire, non sono originali e si ispirano al romanzo Der Eid des Stephan Huller di Felix Hollaender che aveva avuto una omonima trasposizione nel 1921 con regia di Reinhard Bruck.

Ve lo avevo promesso, la nota un po’ strana è data dalla colonna sonora scelta per la versione Masters of Cinema che inizialmente mi ha lasciato senza parole in positivo per poi farlo in negativo e infine mi ha lasciato piuttosto indifferente quando mi sono abituato. Dove immaginare una sorta di organetto/fisarmonica di fondo con una voce che canta/declama di continuo ciò che i personaggi provano in quel momento, facendo anche anticipazioni, o ripetendo di continuo le frasi “variety”, nome inglese del film, o “jealousy”. Non è tanto questo ad avermi dato fastidio quanto la ripetitività delle melodie, che erano praticamente sempre le medesime ripetute con queste espedienti del parlato. Credo sia stata un’occasione mancata da parte del compositore, Martyn Jaques. Fortunatamente si può scegliere anche il sonoro a cura di Stephen Horne o addirittura una terza di Johannes Contag.

Ultimo punto, prima dei saluti, è un ringraziamento di cuore al Friedrich Wilhelm Murnau Stiftung che ha confezionato questo splendido restauro con il Filmarchiv Austriaco di Vienna. Poter rivedere questo film in queste condizioni è davvero incredibile e non posso che invitarvi a recuperarlo mettendo mano al portafogli ma con la certezza di avere in mano una perla incredibile in doppio formato, DVD+Bluray con un booklet e tanti contenuti speciali.

Davvero un’ultima cosa: giuro che questa è l’ultima recensione con così tante immagini!

L’ultima risata (der letzte Mann) – Friedrich Wilhelm Murnau (1924)

settembre 12, 2011 8 commenti

Murnau, grazie al successo di precedenti pellicole come il famosissimo Nosferatu, era riuscito ad ottenere un contratto con l’UFA (Universum Film AG), società di produzione tedesca nata dalla fusione di alcuni enti privati con la compartecipazione di quello governativo. Nel 1924 il regista tedesco si apprestava quindi a girare il primo film per questa casa di produzione: L’ultima risata (letteralmente l’ultimo uomo). Prendendo le mosse dal Cappotto di Gogol, il grande Carl Mayer tirò fuori una sceneggiatura discreta da cui Murnau seppe trarre un vero e proprio capolavoro. Senza l’ausilio di didascalie, lasciando alle lettere scritte pochi fotogrammi, veniamo immersi nella vicenda e guidati dalla sola macchina da presa. Andando oltre l’espressionismo che aveva caratterizzato gli anni passati, ci ritroviamo in un contesto quasi neorealista, in cui si punta l’attenzione sui problemi sociali dei personaggi e sulla realtà della loro condizione.

L’anziano portiere dell’Atlantic Hotel (Emil Jannings) porta con ostentazione e gioia la sua divisa che gli conferisce una posizione di rispetto all’interno dell’albergo e del piccolo sobborgo in cui abita. Ma questa felicità non è destinata a durare: vista l’età avanzata, il direttore lo declassa a inserviente dei bagni, metaforicamente situato in uno dei punti più bassi dell’Hotel. Nel giro di poco tempo il portiere perde la sua posizione sociale, il rispetto e l’affetto delle persone care. Ma il regista ha pietà per il nostro eroe, e come un deus ex machina delle tragedie greche, inventa un finale che ci lascia con il sorriso sulle labbra.

Murnau riesce ad inserire l’happy ending, probabilmente imposto dalla produzione, in maniera geniale, rendendo palese l’imposizione stessa e giocandoci sopra. Un tipo di espediente che mi ha ricordato delle vecchie fiabe per bambini di Rodari, in cui le storie si interrompevano all’improvviso e davano poi la possibilità di scelta tra diversi finali più o meno felici. La prova di Jannings (vincitore dell’oscar nel 29 per i film The Last Command e The Way of All Flesh ma noto specialmente per la su interpretazione in l’angelo azzurro) è magistrale. L’attore interpreta alla perfezione il personaggio, senza mai andare fuori le righe, riuscendo a rendere la disperazione con la semplice gestualità. La degradazione del suo portiere non è solo lavorativa, ma anche fisica: con la divisa, questi si mostra fiero ed impettito, perfettamente dritto. Una volta degradato, invece, invecchia improvvisamente: inizia a zoppicare, cammina curvo e perde le forze tanto da non riuscire più a sollevare le pesanti valige che aveva trasportato per tutta la vita. Attraverso un uso magistrale delle telecamere, Murnau e Karl Freund (direttore della fotografia che ci ha regalato tante emozioni con tanti film tra cui Metropolis e Dracula), innovano, lasciando ad una telecamera libera il compito di raccontarci gli avvenimenti. Le inquadrature sono a dir poco geniali e risultano tanto moderne da rendere il film apprezzabilissimo da un pubblico odierno. Voglio ricordare una scena su tutte, quella in cui il portiere, ubriaco ed assonnato vede tutto quello che gli sta intorno completamente distorto. Il film ebbe un grandissimo successo, specialmente in America, tanto da aprire al regista le porte per il nuovo mondo, terra in cui morirà nel 1931 dopo un incidente automobilistico.

Il film è stato restaurato ed è disponibile nelle più svariate edizioni. Consiglio caldamente la visione. Se volete una recensione più approfondita vi invito a leggere questa tratta da cinerepubblic, veramente ben fatta e curata in ogni dettaglio.

Curiosità: alcuni assegnano al genio di Murnau il merito di aver reintrodotto l’assenza delle didascalie nei film muti in un periodo in cui, ormai, erano quasi un obbligo. In realtà non è così ed anche in Italia vi erano stati degli esempi precedenti. Per maggiori informazioni vi consiglio di leggere questo intervento tratto dal blog in penombra.