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L’ultima risata (der letzte Mann) – Friedrich Wilhelm Murnau (1924)

Murnau, grazie al successo di precedenti pellicole come il famosissimo Nosferatu, era riuscito ad ottenere un contratto con l’UFA (Universum Film AG), società di produzione tedesca nata dalla fusione di alcuni enti privati con la compartecipazione di quello governativo. Nel 1924 il regista tedesco si apprestava quindi a girare il primo film per questa casa di produzione: L’ultima risata (letteralmente l’ultimo uomo). Prendendo le mosse dal Cappotto di Gogol, il grande Carl Mayer tirò fuori una sceneggiatura discreta da cui Murnau seppe trarre un vero e proprio capolavoro. Senza l’ausilio di didascalie, lasciando alle lettere scritte pochi fotogrammi, veniamo immersi nella vicenda e guidati dalla sola macchina da presa. Andando oltre l’espressionismo che aveva caratterizzato gli anni passati, ci ritroviamo in un contesto quasi neorealista, in cui si punta l’attenzione sui problemi sociali dei personaggi e sulla realtà della loro condizione.

L’anziano portiere dell’Atlantic Hotel (Emil Jannings) porta con ostentazione e gioia la sua divisa che gli conferisce una posizione di rispetto all’interno dell’albergo e del piccolo sobborgo in cui abita. Ma questa felicità non è destinata a durare: vista l’età avanzata, il direttore lo declassa a inserviente dei bagni, metaforicamente situato in uno dei punti più bassi dell’Hotel. Nel giro di poco tempo il portiere perde la sua posizione sociale, il rispetto e l’affetto delle persone care. Ma il regista ha pietà per il nostro eroe, e come un deus ex machina delle tragedie greche, inventa un finale che ci lascia con il sorriso sulle labbra.

Murnau riesce ad inserire l’happy ending, probabilmente imposto dalla produzione, in maniera geniale, rendendo palese l’imposizione stessa e giocandoci sopra. Un tipo di espediente che mi ha ricordato delle vecchie fiabe per bambini di Rodari, in cui le storie si interrompevano all’improvviso e davano poi la possibilità di scelta tra diversi finali più o meno felici. La prova di Jannings (vincitore dell’oscar nel 29 per i film The Last Command e The Way of All Flesh ma noto specialmente per la su interpretazione in l’angelo azzurro) è magistrale. L’attore interpreta alla perfezione il personaggio, senza mai andare fuori le righe, riuscendo a rendere la disperazione con la semplice gestualità. La degradazione del suo portiere non è solo lavorativa, ma anche fisica: con la divisa, questi si mostra fiero ed impettito, perfettamente dritto. Una volta degradato, invece, invecchia improvvisamente: inizia a zoppicare, cammina curvo e perde le forze tanto da non riuscire più a sollevare le pesanti valige che aveva trasportato per tutta la vita. Attraverso un uso magistrale delle telecamere, Murnau e Karl Freund (direttore della fotografia che ci ha regalato tante emozioni con tanti film tra cui Metropolis e Dracula), innovano, lasciando ad una telecamera libera il compito di raccontarci gli avvenimenti. Le inquadrature sono a dir poco geniali e risultano tanto moderne da rendere il film apprezzabilissimo da un pubblico odierno. Voglio ricordare una scena su tutte, quella in cui il portiere, ubriaco ed assonnato vede tutto quello che gli sta intorno completamente distorto. Il film ebbe un grandissimo successo, specialmente in America, tanto da aprire al regista le porte per il nuovo mondo, terra in cui morirà nel 1931 dopo un incidente automobilistico.

Il film è stato restaurato ed è disponibile nelle più svariate edizioni. Consiglio caldamente la visione. Se volete una recensione più approfondita vi invito a leggere questa tratta da cinerepubblic, veramente ben fatta e curata in ogni dettaglio.

Curiosità: alcuni assegnano al genio di Murnau il merito di aver reintrodotto l’assenza delle didascalie nei film muti in un periodo in cui, ormai, erano quasi un obbligo. In realtà non è così ed anche in Italia vi erano stati degli esempi precedenti. Per maggiori informazioni vi consiglio di leggere questo intervento tratto dal blog in penombra.

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  1. thea
    settembre 13, 2011 alle 10:11 am

    La storia delle didascalie nel cinema muta è tutta da ricercare, la storia delle didascalie in generale.

    Grazie, di nuovo, per il link.

  2. thea
    settembre 13, 2011 alle 10:13 am

    Gasp: cinema muto. Non vedo niente, ma proprio niente…

  3. settembre 13, 2011 alle 5:35 pm

    come sempre i tuoi blog sono una fonte di informazioni e curiosità imprescindibile. Non avrei potuto non segnalare una considerazione così interessante visto che all’epoca mi era rimasta tanto impressa. Mi piacerebbe leggere qualcosa di più riguardo le didascalie, speriamo in ricerche future più approfondite…sai se c’è qualche articolo a riguardo?

  4. thea
    settembre 16, 2011 alle 5:44 pm

    Sulle didascalie? Articolo d’epoca o “nuovo”?

    • settembre 16, 2011 alle 8:17 pm

      Sì sulle didascalie. Sinceramente non so sia meglio per iniziare, mi andrebbero bene anche entrambe le tipologie…

  5. thea
    settembre 22, 2011 alle 2:43 pm

    Grazie per i link (per i vari link), dammi on po’ di tempo e preparo qualche articolo sulle didascalie. Il fantasma dell’opera blu-ray esce a novembre:

    http://www.ozsilentfilmfestival.com.au/index.asp?IntCatId=14

    • settembre 24, 2011 alle 9:27 am

      ottima notizia! cercherò di avere il lettore entro quella data.

      p.s.Grazie mille per tutto, spero non sia troppo problematico reperire le informazioni!

  6. aprile 10, 2013 alle 4:01 am

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