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Archive for the ‘Film Muti’ Category

Vedi Napule e po’ mori! – Eugenio Perego (1924)

vedinapuleVedi Napule e po’ mori! è un titolo che sembra rimandare al cinema di Elvira Notari, fatto di sangue e passionalità. Sembrerebbe, e invece questo film è proprio l’opposto: prodotto dalla Lombardo Film e uscito nel 1924 questa è la proposta del regime per un nuovo cinema napoletano da esportazione che sappia portarsi dietro un’idea di Italia bella e senza ombre. Protagonista del film è Leda Gys il cui personaggio, Pupatella, già dal nome si differenzia dalle “male femmine” che abbiamo imparato a conoscere durante il Cinema Ritrovato.

Billy (Livio Pavanelli) è un produttore americano che è in Italia per girare un film. Quando cerca la protagonista femminile si imbatte nella bella e spontanea Pupatella (Leda Gys), di cui presto si innamora. Finito il film le propone di andare con lui negli Stati Uniti perché è certo che lei possa fare strada nel cinema internazionale. La ragazza lascia così il povero padre pescatore e il fratello (Nino Taranto) per imbarcarsi verso il nuovo continente. Una volta lì sente nostalgia di casa e instaura così una relazione di amicizia con un sua conterraneo, sposato e con figli, che gli insegna l’inglese. Billy pensa che lei abbia una relazione con l’uomo e, pieno di gelosia, la scaccia. Tornata a Napoli, Pupatella perde il suo proverbiale sorriso, entra in depressione e si indebolisce sempre più. Inevitabile il lieto fine…

In questo film tutti vogliono bene a Pupatella, una sorta di raggio di sole per parenti e amici, capace di far cambiare umore a chiunque. Che bella la vita a Napoli tra sole cuore e amore! Il film è decisamente più stucchevole e banalotto rispetto a quanto visto in precedenza, ma il mio affetto per la Gys mi spinge a dargli comunque una sufficienza piena. Essendo un film da esportazione non mancano i momenti di festa in cui vediamo processioni con lanci di coriandoli e suonate.

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Rosita – Ernst Lubitsch (1923)

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Io adoro Mary Pickford, qui lo dico e qui lo affermo: attrice, diva invidiatissima per i suoi lunghissimi boccoli biondi e soprattutto produttrice, contribuì all’evoluzione dell’industria hollywoodiana, essendo stata co-fondatrice della United Artists insieme a Charlie Chaplin, D. W. Griffith e Douglas Fairbanks nel 1919 e nel 1927 uno dei trentasei fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Una donna fabbro del suo destino e di quello degli altri. La Pickford non era quindi una stupida, a differenza dei personaggi spesso ingenui che doveva interpretare nei suoi film da prima attrice, forse solo un po’ brusca nel dichiarare che “aggiungere il suono ai film sarebbe come mettere il rossetto alla Venere di Milo”, tant’è che nel 1933, guarda un po’, si ritirò dalle scene continuando però a produrre pellicole per la United Artists fino al 1956.

Nel 1922 avvenne l’incontro con Ernst Lubitsch, appena emigrato negli Stati Uniti per lanciarsi in nuove avventure registiche. L’anno dopo produssero insieme Rosita, il primo film americano del regista tedesco. Una collaborazione che doveva essere più longeva (il contratto tra i due prevedeva tre film), ma i progetti si interruppero, così come anni dopo la Pickford decise di testa sua per ragioni sconosciute che Rosita era un film da rottamare, sebbene venne accolto invece molto positivamente da critica e pubblico. Vedere Rosita proiettato una sera di giugno (nemmeno molto calda, fortunatamente) sullo schermo gigante più grande d’Europa in piazza Maggiore a Bologna è stata una soddisfazione immensa per me e per la grande folla che il Crescentone bolognese ha saputo accogliere e, non meno importanti, sono stati i numerosi applausi. Una scelta ottima e coraggiosa da parte della Cineteca di presentare un muto che non fosse il solito Keaton o la certezza Chaplin.

Azzarderei a definire Rosita una commedia: il motivo, tanto banale quanto evidente, è che  non smettevo di sorridere e spesso mi trovavo a ridacchiare e fare commentini sarcastici con la mia amica seduta di fianco a me. Ne sono stata piacevolmente coinvolta e naturalmente non è stato così tanto difficile provare simpatia verso Rosita (Pickford), la musicista spagnola che porta allegria per le strade di Siviglia e sbarca il lunario suonando e cantando per portare a casa qualche soldo. E’ stato anche impossibile non ghignare di fronte alle continue avances nei suoi confronti da parte del pasciuto e infido re di Spagna (Holbrook Brinn), o accennare un risolino divertito ogni volta che appariva la cacofonica famiglia ritratta come buffe figurine di contorno (sì, anche se muto si potevano captare molto bene le imprecazioni e gli improperi della madre di Rosita).

Detto ciò, Rosita è un film simpatico, per i più romantici c’è anche una tenera storiella d’amore tra Rosita e il (bel) capitano Don Diego, una dose di femminismo in endovena (col cavolo che la tostissima Rosita finisce a letto col re!) e l’immancabile Lubitsch touch esportato alla grandissima nel territorio della nascente produzione hollywoodiana dei primi anni Venti. Rosita scorre leggero come le note della chitarra imbracciata dalla Pickford, è un film in cui nessuno è davvero cattivo, nemmeno il re che condanna a morte gratuitamente Don Diego rischiando così di spezzare un amore appena sbocciato, o almeno, è proprio merito di Lubitsch, il quale costruisce una trama psicologica per ogni personaggio tale da forgiare una profonda empatia tra spettatore e protagonista della scena. La testimonianza che ci lasciano Mary Pickford e Ernst Lubitsch è quasi unica, poichè come accennato poco sopra, la produttrice volle ogni che copia del film andasse completamente al macero. Ci riuscì, ma ne sopravvisse una, sempre e solo quel granello di nitrato, una copia piccina e rara, ritrovata improvvisamente in Russia. Ancora una volta un immenso colpo di fortuna che ci mostra la modernità di una commedia di successo: Rosita ce l’ha fatta.

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Rosita / Ernst Lubitsch. – Soggetto: Norbert Falk e Hanns Kräly dall’opera Don César de Bazan di Adolphe Philippe d’Ennery e Philippe-François Pinel. – Sceneggiatura: Edward Knobloch. – Stati Uniti d’America: Mary Pickford Company, 1923. – Con Mary Pickford, Holbrook Blinn, Irene Rich, George Walsh. Lunghezza: 2736 metri circa. Stato: sopravvissuto.

Naples au baiser de feu – Serge Nadejdine (1925)

naples-800x562Naples au baisier du feu, è stato uno dei film proiettati con la lanterna a carbone durante il Cinema Ritrovato e devo dire che mi è piaciuto davvero molto grazie alla sua maniera tutta particolare di raccontare la mia amata Napoli. Già le premesse sono bizzarre: si tratterebbe di un film francese, ma il regista Serge Nadejdine (Sergej Michajlovič Nadejdine|Сергей Михайлович Надеждин) è in realtà un Russo costretto, come tanti, a fuggire dal il regime sovietico. Di lui non si sa molto, probabilmente girò qualche film prima del suo arrivo in Francia, anche se non se ne hanno tracce. La storia di Naples au baiser de feu si basa sul romanzo omonimo di Auguste Bailly che ebbe un discreto successo all’epoca, tanto da ispirare poi una seconda trasposizione nel ’37 ad opera del nostro Augusto Genina. Comunque questo strano mix di culture ha dato vita a un film veramente molto bello in cui Napoli assume una dimensione a metà tra il cinema della Notari e quello dela Lombardo Film.

Antonio Arcella (Georges Charlia) è un violinista tanto squattrinato quanto dotato, la sua opera più importante è una taranta capace di scaldare il cuore di qualsiasi persona. Vive ormai da tempo nella casa di Pinnatucchio (Gaston Modot), una sorta di santone vestito col saio che guadagna denaro dando i numeri “vincenti” del lotto ai cittadini di Napoli. Ogni volta che qualcuno vince si ricorda del buon Pinnatucchio e gli regala qualche soldo. Due donne si intrecciano nel destino di Antonio: La prima è Sylvia d’Andia (Aline Dunin) una giovane marchesa straniera dalla salute cagionevole che ascoltando le note ispirate di Antonio si innamora di lui, dandogli ricche ricompense. Sulla strada della loro felicità ci si mette la giovane vedova Costanzella (Gina Manès), salvata una notte Pinnatucchio dalle avances molto esplicite del cognato. Il santone, spaccinadosi per frate disinteressato, ospita la giovane perché se ne è innamorato e fa promettere ad Antonio di non andarci a letto. Inutile dire che i due inizieranno un rapporto clandestino dandosi alla pazza gioia mentre Pinnatucchio dorme grazie a un potente sonnifero. Una notte il santone si sveglia prima del dovuto e scoprendo la tresca ha un forte attacco epilettico e si accascia a terra come morto. I due scappano e vivono di espedienti per qualche tempo: lei si unisce a un Don Giovanni locale come ballerina di taranta e Antonio, nonostante la gelosia, continua a suonare il suo violino in giro per i ristoranti. Intanto la giovane straniera, privata della musica del suo amato, si ammala gravemente. Un giorno Antonio e Costanzella litigano e lei, per provocarlo, torna dal Peppinuccio. Quando lui la raggiunge trova Peppinuccio ancora una volta in stato epilettico, questa volta per essere stato sedotto dalla ragazza. Lei invita il giovane ad un amplesso, Pinnatucchio si sveglia e, accecato dalla gelosia, accoltella la donna uccidendola. Atonio scappa e Pinnatucchio viene arrestato. Rotto l’incantamento della donna fatale lui si ricorda finalmente della giovane e torna da lei guarendola e andando a vivere con lei.

 

La storia contiene elementi molto forti ed espliciti, per questo non superò il visto della censura, all’epoca. Personalmente ho amato molto questa Napoli esoterica e dannata, che pur riabilitandosi nel finale con il lieto fine ha comunque degli elementi intensi del cinema della Notari che abbiamo imparato ad apprezzare in queste settimane. Il degrado, il sesso, la malattia e i sentimenti portati al loro eccesso portano i personaggi a scelte estreme. Tutto ruota ancora una volta intorno alla mala femmina, questa volta incarnata dal personaggio di Costanzella, che distrugge tutto quello che le capita per le mani. Paradigmatico, a riguardo, il fatto che Antonio si ricorderà della giovane Sylvia solo una volta morta Costanzella, quasi questa lo avesse realmente incantato rendendolo cieco a tutto il resto. Gli attori recitano in maniera prodigiosa, in particolare Gaston Modot capace di rappresentare un personaggio difficile e caratteristico come Peppinuccio, un falso frate che si guadagna da vivere dando i numeri e che pur con il saio finisce per dare più di un’attenzione alle ragazze che gli capitano a tiro. Capitolo a parte merita la fotografia, davvero ben curata e che rende omaggio alla magia della città di Napoli. Purtroppo il film non è edito in alcun formato e quindi non è possibile mostrarvi delle foto. Quelle che trovate qui le ho trovate sul web e sono foto tratte dall’evento del Cinema Ritrovato; purtroppo non conosco gli autori ma qualora si palessassero metterò volentieri i credits.

Naples au baiser de feu è un film che merita di essere visto e rivisto ma soprattuto riscoperto. Non poteva esserci film migliore per festeggiare un doppio evento: i 7 anni dalla nascita del blog e i 300 film recensiti. Viva Napoli ed evviva E Muto Fu!

The Star Prince (Twinkle Twinkle Little Star) – Madeline Brandeis (1918)

vlcsnap-2018-06-04-15h21m24s949Siamo nel 1918 e la talentuosa scrittrice di storie per bambini Madeline Brandeis decide di fare una bella accoppiata scrivendo un racconto e mettendosi dietro la macchina da presa per dirigerlo. Parliamo di The Star Prince, uno dei rari film prodotti dalla misconosciuta Little Players Film Company. Particolarità del film è che gli attori sono tutti bambini e quindi, quando devono fare ruoli adulti, indossano parrucche e barbe davvero bruttine. Il film era stato presentato sulla rete come di fantascienza ma si tratta di una fiaba fantastica e quindi non rientra nel genere che abbiamo imparato ad analizzare in questi anni. Per completezza riporto comunque trama ed analisi:

 

Un giorno cade una stella sulla terra e accanto ad essa compare un bambino, il Principe delle Stelle (Zoe Rae). Egli viene adottato da un uomo che lo cresce come suo figlio. Purtroppo il carattere del ragazzo è dispotico nei confronti dei suoi fratellastri e non esita a maltrattarli visto che si considera un principe. Un giorno compare una vagabonda (Edith Rothschild) e il ragazzo aizza gli altri bambini contro di lei umiliandola e picchiandola. Incredibilmente si scopre che la donna altri non è che la madre del giovane, ma lui la scaccia e rifiuta di riconoscerla. La regina delle Fate (Gulnar Kheiralla) vede tutto e trasforma il bambino in uno straccione dai tratti deformi. Il protagonista si pente e decide allora di partire alla ricerca della mamma. La sua vita si intereccerà con quella di una Principessa (Dorphia Brown) a cui è stato predetto il matrimonio con il Principe delle stelle, ma il loro amore verrà ostacolato da un nano cattivo (John Dorland) e da una strega (Marjorie Claire Bowden).

Di rado ho visto un film diretto e montato così male: senza alcun motivo apparente ogni tanto vengono inseriti primissimi piani dei protagonisti che muovono gli occhi o fanno strane smorfie senza alcuna continuità con la scena che si sta svolgendo. Oltre a questo alla Brandeis piace molto inquadrare i personaggi all’interno di forme particolari come la stella, per il Principe, o un giglio per la fatina, cosa che può essere carina se fatta una volta, ma qui la cosa si ripete per più scene e diventa fastidioso. In generale la storia è troppo smielata per i miei gusti, i protagonisti al limite del sopportabile anche a causa del loro stile recitativo che esaspera la gestualità. Si tratterà pure di un film per bambini degli anni ’10, ma l’ho trovato davvero indigesto. Da notare anche la presenza di uno scoiattolo, mosso credo con la tecnica stop motion, ma realizzata talmente male che l’animaletto si muove in maniera scattosa e a velocità tripla rispetto al solito. Zoe Rae, attrice che interpreta qui il protagonista maschile, è forse il personaggio più noto del cast ma la sua interpretazione non mi ha certo colpito in positivo. Se qualcuno avesse l’insana curiosità di vedere il film, questo è facilmente riperibile su vimeo.

Oswald il coniglio fortunato e ritrovato

 

 

“Tutto è cominciato con un topo” (Walt Disney, Disneyland, 27 ottobre 1954). Mi sento di smentire subito questa affermazione: Mickey* aveva in realtà un fratello maggiore, Oswald. Oswald era un coniglio burbero, pasticcione, dalle lunghe orecchie (spesso prensili) e dagli occhietti scuri, un po’ diverso dall’insicuro, ma saputello, Mickey. Se Mickey ebbe il successo universale che tutti conosciamo a partire dall’iconico Steamboat Willie (1928), l’esistenza del buon Oswald fu breve. O almeno, in casa Disney. La vicenda riguarda un mero fatto burocratico e di diritti: Oswald divenne proprietà di Charles Mintz, distributore della Universal con cui Disney e il suo braccio destro Ub Iwerks avevano stipulato un contratto, consapevole del successo che Oswald stava ottenendo nel 1927. Dopo questa ingiustizia Disney decise che non avrebbe più lavorato all’animazione di un personaggio che non fosse esclusivamente sotto il suo controllo; per questo motivo si mise al lavoro per Mickey Mouse, mentre Oswald continuò ad essere prodotto dalla Universal fino agli anni ’60.

 

 

Oswald fu protagonista di 27 film prima di passare agli studi Winkler (di proprietà di Mintz): fece la prima apparizione in Poor Papa (1927) che non riscosse particolare clamore; al contrario Trolley Troubles (1927) lo portò alla consacrazione. Degni di nota furono anche i successivi Great Guns! (1927), Empty Socks (1927), Tall Timber (1928), Oh What a Knight (1928) e Sleigh Bells (1928). Molti film sono stati riscoperti solo recentemente, quando si presumevano perduti. Empty Socks Tall Timber, ad esempio, sono stati ritrovati in Norvegia: il primo, di cui mancano trenta secondi, nel 2014 nelle collezioni della Biblioteca nazionale norvegese, il secondo nel 2007 presso il Norsk Filminstitutt. Entrambe le copie sono state portate al Cinema Ritrovato 2018 e presentate prima della proiezione di The Navigator (B. Keaton, 1924).

Credo di nutrire una più profonda simpatia nei riguardi di Oswald, piuttosto che verso Mickey. Innanzitutto l’Oswald disneyano non ha subito, giustamente, particolari trasformazioni fisiche (quello della Universal è diventato nel tempo, non so come, la fotocopia di Tippete di Bambi) ed è rimasto sostanzialmente una linea in due dimensioni, continua, chiusa e riempita di nero, come piace a me. Il fatto poi che sia stato “rimpiazzato” da un topo coi guanti non gli rende giustizia. Un’apparizione da guest star avverrà nel 2010 con il videogioco Epic Mickey: Mickey viene inglobato in un mondo parallelo chiamato “Rifiutolandia” (Wasteland) in cui vi abitano i personaggi Disney dimenticati. Inutile dire che Oswald ha un ruolo rilevante nello svolgersi delle cose. Nel graphic novel tratto dal videogioco è memorabile il dialogo-scontro tra Mickey e Oswald. “Ascoltami Oswald…Prima di lasciare Male Street, Clarabella ha detto che potevi aiutarmi a tornare a casa!” “Almeno tu hai una casa! Anch’io ne avevo una…un tempo. Non era un granché, ma almeno era tutta nostra! Ma tu! Tu avevi tutto! Famiglia, amici! Ammiratori! Ammiratori che hanno dimenticato me, ma che erano pronti a dare qualsiasi cosa pur di comprare questa spazzatura…per ricordarsi di te!” (Epic Mickey – La leggendaria sfida di Topolino, 2010).

Oswald è solo un coniglio. Potremmo definirlo un “esperimento”, una premessa, una parentesi sfortunata della carriera di Walt Disney. Oswald, però, è fortunato. Perchè nelle sue rocambolesche disavventure sorride sempre, è felice di vivere nel suo mondo semplice, affiancato dalla gattina Ortensia e di tanto in tanto da dei piccoli coniglietti. Oswald ha vissuto due anni intensi, è stato dimenticato, ma c’è chi ha avuto il piacere di trovarlo, riscoprirlo e restaurarlo. E così Oswald è fortunato anche per questo.

 

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* Chiamo Topolino col nome originale “Mickey”, poiché arriva in Italia per la prima volta nel 1930 sul numero 13 del settimanale torinese “Illustrazione del Popolo”. Solo due anni dopo appare la definitiva traduzione “Topolino” sull’omonimo libro illustrato della casa editrice Nerbini.

I Lupi di Kultur (Wolves of Kultur) – Joseph A. Golden (1918)

Wolves_of_KulturIl Cinema Ritrovato 2018 ci ha regalato la grande sorpresa della riapertura del Cinema Modernissimo, seppur ancora totalmente da ristrutturare. Per i fortunati che erano a Bologna durante il festival è stato possibile visionare in questa splendida cornice il serial americano Wolves of Kultur, che secondo indiscrezioni doveva essere alternato a I Topi Grigi ma invece così non è stato. La serie presentata è molto simile ad altre che abbiamo recensito su queste pagine, come The Master of Mystery con Houdini, ovvero una serie di episodi riempitivi che poco aggiungono alla trama, tanti stunt e colpi di scena confezionati al solo scopo di riportare a teatro o al cinematografo gli spettatori settimana dopo settimana.

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  1. The Torture Trap
  2. The Iron Chair
  3. Trapping the Traitors
  4. The Ride to Death
  5. Through the Flames
  6. Trails of Treachery
  7. The Leap of Despair
  8. In the Hands of the Hun
  9. Precipe of Death
  10. When Woman Wars
  11. Bretwixt Heaven and Earth
  12. Tower of Tears
  13. The Hun’s Hell Trap
  14. Code of Hate
  15. Reward of Patriotism

Il Dr. Grayson ha inventato un missile potentissimo che può essere telecomandato fino alla destinazione voluta. Lui vorrebbe usare questa scoperta per porre fine a tutte le guerre ma la banda dei Lupi di Kultur lo uccide e ruba i piani per l’arma. La nipote Alice Grayson (Leah Baird) assieme al fidanzato Bob Moore (Charles Hutchison) si mette sulle loro tracce dei banditi per fermare il loro piano diabolico. Purtroppo vengono presto scoperti e il terribile Henry Hartman (Austin Webb), capo della banda, attenta più volte alla loro vita grazie anche all’intervento del suo braccio destro Carter (Karl Dane). Indaga sulle vicende anche Barclay (Sheldon Lewis), un poliziotto che è convinto che Alice possa far parte della banda. Tra inseguimenti e fughe mozzafiato alla fine i nostri eroi riusciranno a liberare il mondo da questa terribile minaccia.

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Come detto questa serie non è niente di particolarmente eclatante per chi ha visto altre serie americane di epoca successiva. Riporto quanto ho scritto per Cinefilia Ritrovata: “Come accadeva per i grandi romanzi pubblicati sui quotidiani, ogni episodio termina con un climax, quando i protagonisti sono in pericolo di morte e con l’invito a tornare a teatro la settimana successiva per conoscere la loro sorte. Gli episodi, di venti minuti ciascuno, sono schizofrenici, con i personaggi in perenne movimento, imprigionati e liberati più volte, pronti a combattere contro ogni avversario con zuffe e parapiglia spettacolari. Bob passa più tempo in acqua o a mezz’aria piuttosto che a terra, del resto gli stunt erano e sarebbero stati un marchio di fabbrica del suo interprete Charles Hutchinson. Di certo il film è pieno di naiveté e cattivissimi membri della gang commettono leggerezze inaccettabili, tanto che la stessa Alice arriverà ad ammetterlo in una didascalia dell’ultimo episodio. Ma questa componente è ovviamente indispensabile affinché il serial possa continuare per 15 lunghi episodi, la maggioranza dei quali è evidentemente un puro riempitivo tanto da rendere possibile la comprensione di tutta la storia guardando solo i primi e gli ultimi episodi.” Insomma tante zuffe e poco più per una serie che se, da una parte, ha segnato un’epoca e influenzato le produzioni locali successive, dall’altro ha tantissimi limiti che mi portano a consigliare allo spettatore di vedere solo i primi e ultimi episodi della serie. Per chi fosse interessato è possibile acquistare la versione ridotta a un prezzo veramente modico su amazon.com. Potrebbe essere un modo per vedere in appena due ore i momenti salienti della serie senza perdere troppo tempo dietro ai singoli episodi che per altro non sono attualmente reperibili.

Il gabinetto delle figure di cera (Das Wachsfigurenkabinett) – Paul Leni (1924)

luglio 19, 2018 Lascia un commento

Quando Paul Leni arriva all’idea di produrre Il gabinetto delle figure di cera è all’apice del suo potere artistico e produttivo, non a caso è questo il suo film con il cast più stellare: Conrad Veidt, Werner Krauss, Emil Jannings e Wilhelm Dieterle era quanto di meglio potesse offrire il cinema tedesco di quegli anni. Il film partiva da fondi importanti che avrebbero permesso a Leni e collaboratori libertà e pieno spazio all’immaginazione creativa, ma mai come in questo caso la Storia e il contesto regionale hanno influenzato l’arte di Leni. poster_195256_z
Le idee nella testa dello sceneggiatore e regista tedesco erano così tante e così imponenti che raggiunse un compromesso: realizzare un film in quattro episodi, tutti collegati ad una trama centrale. Questo avrebbe da una parte permesso l’espressione totale del suo estro – passando da ambientazioni russe al palazzo di un califfo orientale, dall’Inghilterra dell’800 alla piccola criminalità italiana – e dall’altra posto rimedio ad una delle più grandi difficoltà di Leni: la tenuta, sui lunghi tempi, delle sceneggiature a lui affidate. Quattro storie brevi ed essenziali sarebbero state l’ideale per la sua regia, sempre più adatta a stupire che a descrivere.

Il film, inizialmente ambientato in un luna-park, narra la storia di uno scrittore (Dieterle) che, dopo aver risposto ad un annuncio per “scrittori fantasiosi” trovato in un giornale, viene incaricato di scrivere alcune storie su quattro personaggi famosi e sinistri. Si mette subito al lavoro in una stanzetta semibuia all’interno del luna-park, a fargli compagnia ci sono le quattro statue di cera che rappresentano i protagonisti delle sue storie, il vecchio artigiano che le ha create e sua figlia, una ragazza esile e dall’aspetto dolce che attrae subito le attenzioni dello scrittore. Leni decide di mostrare le quattro storie nel momento stesso in cui vengono scritte, quasi uscissero dritte dalla fantasia del giovane scrittore, come favole o miti non rielaborati ricchi di tutta la spontaneità del racconto orale. È l’artigiano stesso a mostrarci e presentarci le quattro statue: Jack il Saltatore (che è ben diverso dallo Squartatore), Rinaldo Rinaldini, Ivan il Terribile e il Califfo Harun al-Raschid. La narrazione delle loro storie avrebbe dovuto seguire lo stesso ordine, ma vedendo il film ci si accorge che l’ordine è quello inverso e una storia non c’è proprio: quella dell’italiano Rinaldini. Protagonista di un romanzo andato molto in voga in Germania un secolo prima, Rinaldini è un nobile brigante che si muove nel buio e nei boschi per poi compiere colpi perfetti; la mancanza del suo episodio è, soprattutto per uno spettatore italiano, motivo di forte rammarico.

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La Repubblica di Weimar, nonostante avesse trovato una sua stabilità politica grazie al governo di Gustav Stresemann, continuava a soffrire di un’inflazione disastrosa e quasi incontrollabile. Fu per questo che le spese inizialmente ingenti per realizzare le grandiose scenografie dell’episodio di Harun al-Rashid non lasciarono infine che pochissimi soldi per completare gli ultimi due episodi: Rinaldini venne completamente escluso e quello di Jack il Saltatore è un capolavoro di cinema creativo con ristrettissimi mezzi a disposizione. Il fatto stesso che la statua di Rinaldini venga mostrata all’inizio del film è uno degli esempi della frequente incoerenza narrativa di Leni, molto più concentrato su altri aspetti. Non è da escludere che trovando così bella ed equilibrata la scena della presentazione dei caratteri forse Leni l’abbia lasciata tale, senza tagli, per non intaccarne il valore scenografico e non sacrificare l’alone misterioso che getta sulle vicende conseguenti. Oggi siamo grati a Leni per la sua strabordante non curanza, per la sua esagerazione visiva, per la sua parzialissima propensione per l’immagine pura, che si impone da sé, magnificente e barocca.

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Le tre storie rimanenti sono strutturalmente simili – un uomo che rappresenta il potere e la paura vuole conquistare una donna, già promessa ad altri o già di altri, con la forza – ma si muovono in tempi e spazi così dissimili da renderli segmenti autonomi e in sé originalissimi. Il più esteso è il primo, con protagonista il Califfo impersonato da Emil Jannings, qui fin troppo istrionico; una partita a scacchi nel suo palazzo viene disturbato dal fumo prodotto da un panettiere dei dintorni, manda il gran visir ad ucciderlo ma questo viene conquistato dalla bellezza della moglie, la stessa Olga Balajeff che impersona la figlia dell’artigiano. Sarà quindi lo stesso Califfo a recarsi di notte dalla donna, mentre suo marito si sarà infiltrato a palazzo per rubare l’anello dei desideri del Califfo e poter soddisfare i capricci della moglie. In questo segmento Leni dà il meglio di sé come narratore e come scenografo con costruzioni che figurano tra i massimi risultati dell’espressionismo tedesco, stranianti e imponenti, articolati e stupefacenti: il palazzo con intrecci di scale e torri, la stanza da letto alta come una cattedrale e la terrazza circolare a scacchi, la casa del panettiere piccola, povera e deforme, dal soffitto basso e buio, dove chi vi entra sembra entrare in uno spazio fisico e vivente, in un organismo animale e terreno.

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Il secondo episodio invece è costruito sulla degenerante follia dello Zar Ivan il Terribile (Veidt), assieme al suo astrologo e al suo inventore di pozioni e veleni ha creato un sistema per uccidere di cui esso stesso resterà in qualche modo vittima. Vivendo nel perenne sospetto di attentati alla sua persona Ivan diffida di tutti e di tutto, è infatti un suo stretto collaboratore a scrivere il suo nome sulla clessidra che indica il tempo rimanente dei condannati a morte. Quando lo Zar viene invitato ad un matrimonio scambia i vestiti con il padre della sposa che deve fargli da cocchiere, solo così riesce a salvarsi da una freccia che colpisce il vero cocchiere in pieno petto. Arrivati dalla sposa questa scoppia in lamenti ma lo Zar impone il buon umore e porta il tempo delle danze battendo le mani. Non vedendo riconosciuto il suo potere sequestra la sposa e fa torturare lo sposo sperando di fargli ammettere di essere il responsabile dell’attentato.  Ma quando ancora questo è vivo fanno credere allo Zar di essere stato avvelenato e questo prende a girare e rigirare in continuazione la clessidra su cui è scritto il suo nome temendo di morire qualora anche l’ultimo granello di sabbia sia caduto. È così che la sua follia lo annienta ma ridà vita a chi lo circonda. È questo l’episodio più forte e meglio riuscito e forse il momento più alto dell’arte cinematografica di Paul Leni: i personaggi sono tetri, inquietanti, credibili e ben individuati, Veidt è perfetto per terrorizzare ed essere terrorizzato, ma quello che stupisce sono ancora gli ambienti studiatissimi e le inquadrature asimmetriche in cui i personaggi non sono il tutto ma solo una parte del disegno generale. Mai in Leni ci sono state tante geometrie spaziali e di sguardi, mai il montaggio di un suo film è stato tanto emotivamente carico. Solo in L’uomo che ride avremo la stessa solidità e vitalità, ma la coesione di questo episodio lo rende ancora più prezioso.

 

Ogni episodio ritorna nella cabina in cui lo scrittore è a lavoro e da essa riparte il successivo. I personaggi femminili hanno tutti le sembianze della donna di cui lo scrittore si sta lentamente innamorando, mentre cala sé stesso nei panni del panettiere e dell’uomo che protegge la donna minacciata da Jack il Saltatore nell’ultimo episodio. Qui le disponibilità finanziarie dei produttori sono visibilmente a secco, Leni ne esce con un espediente narrativo superlativo: gioca nei spazi vuoti del sogno e dell’incubo, gioca con le ombre e il buio, fa sembrare gli spazi non realizzati come spazi interiori, la maestria di Leni riesce a rendere anche l’assenza di scenografia una scenografia efficace. Lo scrittore sembra cadere dal sonno sui fogli, non riesce a scrivere, è così che, invece di entrare lui nella vita immaginata dei personaggi, è Jack stessoa entrare nella sua mente e a scomodare le sue paure: Jack minaccia la figlia dell’artigiano e le si avvicina infinitamente, senza mai raggiungerla, ma sempre incutendo terrore. Lo scrittore prova a difenderla finché la donna, sedotta da una pelliccia, si ritrova accerchiata dal moltiplicarsi di minacciose figure di Jack. Ai personaggi sono sovrapposte altre immagini, del luna-park o di ambienti distorti, puramente figurativi e astratti, forse semplici fotogrammi disegnati o dipinti, bastano questi a comunicare tutto l’ambiente emotivo che Leni voleva trasmettere. Al risveglio la donna, quella vera, si scioglierà in un abbraccio sotto l’innocua figura di cera non più minacciosa.

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Il gabinetto delle figure di cera è l’ultimo film di Leni in Germania. Chiamato negli Stati Uniti da Carl Laemmle, direttore della Universal, Leni dà inizio ad una nuova fase della sua produzione, ben diversa da quanto fatto sino ad allora. Così questa grande opera, fortemente ambiziosa e raffinatamente incompiuta, è forse il canto del cigno dell’espressionismo tedesco, sicuramente uno dei suoi picchi; un’opera unica, non paragonabile ad altro, frutto di un genio autonomo e visionario.

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