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Rosita – Ernst Lubitsch (1923)

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Io adoro Mary Pickford, qui lo dico e qui lo affermo: attrice, diva invidiatissima per i suoi lunghissimi boccoli biondi e soprattutto produttrice, contribuì all’evoluzione dell’industria hollywoodiana, essendo stata co-fondatrice della United Artists insieme a Charlie Chaplin, D. W. Griffith e Douglas Fairbanks nel 1919 e nel 1927 uno dei trentasei fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Una donna fabbro del suo destino e di quello degli altri. La Pickford non era quindi una stupida, a differenza dei personaggi spesso ingenui che doveva interpretare nei suoi film da prima attrice, forse solo un po’ brusca nel dichiarare che “aggiungere il suono ai film sarebbe come mettere il rossetto alla Venere di Milo”, tant’è che nel 1933, guarda un po’, si ritirò dalle scene continuando però a produrre pellicole per la United Artists fino al 1956.

Nel 1922 avvenne l’incontro con Ernst Lubitsch, appena emigrato negli Stati Uniti per lanciarsi in nuove avventure registiche. L’anno dopo produssero insieme Rosita, il primo film americano del regista tedesco. Una collaborazione che doveva essere più longeva (il contratto tra i due prevedeva tre film), ma i progetti si interruppero, così come anni dopo la Pickford decise di testa sua per ragioni sconosciute che Rosita era un film da rottamare, sebbene venne accolto invece molto positivamente da critica e pubblico. Vedere Rosita proiettato una sera di giugno (nemmeno molto calda, fortunatamente) sullo schermo gigante più grande d’Europa in piazza Maggiore a Bologna è stata una soddisfazione immensa per me e per la grande folla che il Crescentone bolognese ha saputo accogliere e, non meno importanti, sono stati i numerosi applausi. Una scelta ottima e coraggiosa da parte della Cineteca di presentare un muto che non fosse il solito Keaton o la certezza Chaplin.

Azzarderei a definire Rosita una commedia: il motivo, tanto banale quanto evidente, è che  non smettevo di sorridere e spesso mi trovavo a ridacchiare e fare commentini sarcastici con la mia amica seduta di fianco a me. Ne sono stata piacevolmente coinvolta e naturalmente non è stato così tanto difficile provare simpatia verso Rosita (Pickford), la musicista spagnola che porta allegria per le strade di Siviglia e sbarca il lunario suonando e cantando per portare a casa qualche soldo. E’ stato anche impossibile non ghignare di fronte alle continue avances nei suoi confronti da parte del pasciuto e infido re di Spagna (Holbrook Brinn), o accennare un risolino divertito ogni volta che appariva la cacofonica famiglia ritratta come buffe figurine di contorno (sì, anche se muto si potevano captare molto bene le imprecazioni e gli improperi della madre di Rosita).

Detto ciò, Rosita è un film simpatico, per i più romantici c’è anche una tenera storiella d’amore tra Rosita e il (bel) capitano Don Diego, una dose di femminismo in endovena (col cavolo che la tostissima Rosita finisce a letto col re!) e l’immancabile Lubitsch touch esportato alla grandissima nel territorio della nascente produzione hollywoodiana dei primi anni Venti. Rosita scorre leggero come le note della chitarra imbracciata dalla Pickford, è un film in cui nessuno è davvero cattivo, nemmeno il re che condanna a morte gratuitamente Don Diego rischiando così di spezzare un amore appena sbocciato, o almeno, è proprio merito di Lubitsch, il quale costruisce una trama psicologica per ogni personaggio tale da forgiare una profonda empatia tra spettatore e protagonista della scena. La testimonianza che ci lasciano Mary Pickford e Ernst Lubitsch è quasi unica, poichè come accennato poco sopra, la produttrice volle ogni che copia del film andasse completamente al macero. Ci riuscì, ma ne sopravvisse una, sempre e solo quel granello di nitrato, una copia piccina e rara, ritrovata improvvisamente in Russia. Ancora una volta un immenso colpo di fortuna che ci mostra la modernità di una commedia di successo: Rosita ce l’ha fatta.

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Rosita / Ernst Lubitsch. – Soggetto: Norbert Falk e Hanns Kräly dall’opera Don César de Bazan di Adolphe Philippe d’Ennery e Philippe-François Pinel. – Sceneggiatura: Edward Knobloch. – Stati Uniti d’America: Mary Pickford Company, 1923. – Con Mary Pickford, Holbrook Blinn, Irene Rich, George Walsh. Lunghezza: 2736 metri circa. Stato: sopravvissuto.

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Oswald il coniglio fortunato e ritrovato

 

 

“Tutto è cominciato con un topo” (Walt Disney, Disneyland, 27 ottobre 1954). Mi sento di smentire subito questa affermazione: Mickey* aveva in realtà un fratello maggiore, Oswald. Oswald era un coniglio burbero, pasticcione, dalle lunghe orecchie (spesso prensili) e dagli occhietti scuri, un po’ diverso dall’insicuro, ma saputello, Mickey. Se Mickey ebbe il successo universale che tutti conosciamo a partire dall’iconico Steamboat Willie (1928), l’esistenza del buon Oswald fu breve. O almeno, in casa Disney. La vicenda riguarda un mero fatto burocratico e di diritti: Oswald divenne proprietà di Charles Mintz, distributore della Universal con cui Disney e il suo braccio destro Ub Iwerks avevano stipulato un contratto, consapevole del successo che Oswald stava ottenendo nel 1927. Dopo questa ingiustizia Disney decise che non avrebbe più lavorato all’animazione di un personaggio che non fosse esclusivamente sotto il suo controllo; per questo motivo si mise al lavoro per Mickey Mouse, mentre Oswald continuò ad essere prodotto dalla Universal fino agli anni ’60.

 

 

Oswald fu protagonista di 27 film prima di passare agli studi Winkler (di proprietà di Mintz): fece la prima apparizione in Poor Papa (1927) che non riscosse particolare clamore; al contrario Trolley Troubles (1927) lo portò alla consacrazione. Degni di nota furono anche i successivi Great Guns! (1927), Empty Socks (1927), Tall Timber (1928), Oh What a Knight (1928) e Sleigh Bells (1928). Molti film sono stati riscoperti solo recentemente, quando si presumevano perduti. Empty Socks Tall Timber, ad esempio, sono stati ritrovati in Norvegia: il primo, di cui mancano trenta secondi, nel 2014 nelle collezioni della Biblioteca nazionale norvegese, il secondo nel 2007 presso il Norsk Filminstitutt. Entrambe le copie sono state portate al Cinema Ritrovato 2018 e presentate prima della proiezione di The Navigator (B. Keaton, 1924).

Credo di nutrire una più profonda simpatia nei riguardi di Oswald, piuttosto che verso Mickey. Innanzitutto l’Oswald disneyano non ha subito, giustamente, particolari trasformazioni fisiche (quello della Universal è diventato nel tempo, non so come, la fotocopia di Tippete di Bambi) ed è rimasto sostanzialmente una linea in due dimensioni, continua, chiusa e riempita di nero, come piace a me. Il fatto poi che sia stato “rimpiazzato” da un topo coi guanti non gli rende giustizia. Un’apparizione da guest star avverrà nel 2010 con il videogioco Epic Mickey: Mickey viene inglobato in un mondo parallelo chiamato “Rifiutolandia” (Wasteland) in cui vi abitano i personaggi Disney dimenticati. Inutile dire che Oswald ha un ruolo rilevante nello svolgersi delle cose. Nel graphic novel tratto dal videogioco è memorabile il dialogo-scontro tra Mickey e Oswald. “Ascoltami Oswald…Prima di lasciare Male Street, Clarabella ha detto che potevi aiutarmi a tornare a casa!” “Almeno tu hai una casa! Anch’io ne avevo una…un tempo. Non era un granché, ma almeno era tutta nostra! Ma tu! Tu avevi tutto! Famiglia, amici! Ammiratori! Ammiratori che hanno dimenticato me, ma che erano pronti a dare qualsiasi cosa pur di comprare questa spazzatura…per ricordarsi di te!” (Epic Mickey – La leggendaria sfida di Topolino, 2010).

Oswald è solo un coniglio. Potremmo definirlo un “esperimento”, una premessa, una parentesi sfortunata della carriera di Walt Disney. Oswald, però, è fortunato. Perchè nelle sue rocambolesche disavventure sorride sempre, è felice di vivere nel suo mondo semplice, affiancato dalla gattina Ortensia e di tanto in tanto da dei piccoli coniglietti. Oswald ha vissuto due anni intensi, è stato dimenticato, ma c’è chi ha avuto il piacere di trovarlo, riscoprirlo e restaurarlo. E così Oswald è fortunato anche per questo.

 

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* Chiamo Topolino col nome originale “Mickey”, poiché arriva in Italia per la prima volta nel 1930 sul numero 13 del settimanale torinese “Illustrazione del Popolo”. Solo due anni dopo appare la definitiva traduzione “Topolino” sull’omonimo libro illustrato della casa editrice Nerbini.

Il gioiello perduto di Ernst Lubitsch: Der Fall Rosentopf (1918)

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Il Caso Rosentopf (1918) è un piccolo tesoro, ritenuto perduto, ritrovato e riscoperto recentemente dal Bundesarchiv Filmarchiv. Originariamente composto da quattro atti, possiamo considerarci fortunati di poter vederne i primi due della durata di circa venti minuti. Prima di lasciare la Germania e partire per gli Stati Uniti nel 1922 e di passare definitivamente alla regia nel 1921, Ernst Lubitsch è attore protagonista dei suoi stessi film: apparentemente l’ultima comparsa sul grande schermo come interprete è in Sumurun (1920). Nel Rosentopf Lubitsch interpreta l’ebreo Sally, personaggio molto popolare in Germania, di stampo slapstick già apparso precedentemente Die Firma heiratet (1914), Der Stolz der Firma (1914), Schuhpalast Pinkus (1916) e Der schwarze Moritz (1916). Molti film con Sally protagonista sono da andati perduti, data la natura antisemita e satirica dei soggetti. Sfacciato e insolente, come riporta esaustivamente Andrea Martini: “Sally è qui un aiuto-detective che intascato l’anticipo dal capo lo consuma offrendo champagne a quattro segretarie per poi stancamente mettersi alla ricerca di chi abbia fatto cadere il vaso di fiori assassino, cui allude il titolo. Sally che non ha intenzione di stancarsi troppo pensa di risolvere il caso chiedendo a chi abita nel palazzo se non abbia fatto cascare un vaso e quando la richiesta irrita un borghese inamidato ne riceve uno schiaffo. Ma poiché al tizio nell’assestare il manrovescio scivolano dalla tasca dei denari, subito raccolti da Sally, è possibile mettere in bocca al protagonista la compiaciuta affermazione, ben più che ambigua, vorrei prendere uno schiaffo al giorno.” (Fonte: A. Martini, “Il Lubitsch ritrovato, attore dongiovanni”, Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2018). A cavallo tra due decenni, gli anni Dieci tedeschi e gli anni Venti americani, Lubitsch anticipa quindi il suo touch, “tocco”, firma, segno distintivo: il mix equilibrato di erotismo ed umorismo che contraddistingueranno sempre le sue produzioni. Il berlinese Lubitsch è divertente e goffo, cade a terra, si rialza, sgrana gli occhi, picchia i tasti di un pianoforte, ci prova spudoratamente con la ballerina Bella Spaketti (!). Il Sally perduto e ritrovato si interrompe bruscamente lasciandoci con il dubbio su chi abbia lanciato il vaso di fiori, ma, per ora, siamo contenti e ci piace così.

Der Fall Rosentopf / Ernst Lubitsch. – Soggetto e sceneggiatura: Ernst Lubitsch, Hanns Kräly. – Germania: Projektions – AG “Union” (PAGU), 1918. – Con Ferry Sikla, Margarete Kupfer, Ernst Lubitsch, Trude Hesterberg.  Lunghezza frammento: metri 547 circa.

Stato: parzialmente sopravvissuto.

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Quello che resta. Cronaca semiseria di fatti realmente svoltisi al Cinema Ritrovato 2018.

Con la mia tazza di caffè freddo mattutino in mano, il ventilatore acceso al massimo e i capelli raccolti in una crocchia disordinata, mi siedo davanti al computer per aprire un nuovo file word e scrivere il resoconto dei film che ho visto il giorno prima. Oggi non va così perché il Cinema Ritrovato (muto) è finito due giorni fa e il mio ultimo pezzo su Cinefilia Ritrovata è stato pubblicato ieri. La costante abitudine di vedermi tre muti al giorno, scrivere nelle (poche) pause tra una proiezione e l’altra al tavolo riservato a noi redattori in biblioteca Renzo Renzi, sembra essersi fermata improvvisamente. Duemilacinquecento-tremila battute a recensione, il programma cartaceo sotto mano per copiare con precisione nomi stranieri e anni di produzione, concentrazione che andava e veniva, bottigliette d’acqua tiepida scolate in pochi minuti. Alla fine, quelle duemilacinquecento-tremila battute sono state moltiplicate per dodici, il numero totale di recensioni pubblicate su Cinefilia Ritrovata.

Credo sia giunto il momento di lasciarmi finalmente andare e buttare fuori senza trattenermi quello che mi è rimasto di questo CR, tra dietro le quinte e attimi esilaranti.

Porterò sempre nel cuore, ad esempio, Shiraz. A Romance of India (1928), un film molto

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La tizia indiana e assassina di cui ancora non ho capito il ruolo nelle vicende di “Shiraz”.

interessante che ha potuto offrirmi uno sguardo inedito verso il cinema muto orientale. Davvero molto bello, peccato che quel pomeriggio del 24 giugno sono stata colta da violenti colpi di sonno dopo venti minuti dall’inizio del film, me ne sono persa una buona mezz’ora, essendo caduta in preda di un fastidiosissimo dormiveglia. Tuttora non ho la più pallida idea del perché una tizia indiana uccida un’altra tizia indiana mettendole del veleno in un bicchiere d’acqua.

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Eduardo Notari, ‘uaglione ‘e core.

Ricorderò con molto affetto il faccino triste e malinconico di Eduardo “Gennariello” Notari, attore e presenza più che fissa nei film della madre Elvira. Il ‘uaglione ‘e core coi capelli alla Andrea Lucchetta, ma ricci e scuri, che avrà avuto più o meno la mia età nei tre film del ’22 diretti dalla madre (gli unici sopravvissuti della regista partenopea), cerca sempre di fare in modo che la catastrofe non si compia (invano), soffre come un cane, muoiono tutti e lui continua a condurre la sua esistenza in un costante mainagioia. Personaggio perennemente tormentato e per questo degno eroe nazionale del Cinema Ritrovato 2018.

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Lyda Borelli e le sue mani.

Le perle di sceneggiatura di alcuni muti, soprattutto napoletani, non smetteranno mai di sorprendermi. Come il bellissimo scambio di battute in E’ Piccirella (1922) tra Tore, ferito e percosso a sangue per amore di Margaretella, e Gennariello, giunto tempestivamente in soccorso, che sostanzialmente fa: “Resisti Tore, mamma sta morendo, devi andare a salutarla”. Della serie “Per l’onore di mamma aspetta ancora qualche ora, poi per me puoi anche morire dissanguato”. Ok.

O i primi film d’animazione Disney con Oswald il coniglio, talmente strampalati che mi hanno spinta a confermare la mia convinzione che zio Walt assumesse qualcosa di non molto leggero. In confronto, Entr’acte (1924) di René Clair, più che un film dadaista, è una screwball comedy, per dire.

Il tremendo misunderstanding dell’ultimo giorno, in cui sia io che Yann eravamo convinti di stare per vedere Santarellina (1923) di Eugenio Perego con la nostra amatissima Leda Gys. Trepidanti e sereni ci sediamo in sala. “Ma quella non è Leda Gys” mi sussurra dopo qualche minuto Yann. “Eh, direi di no” ribadisco io. Ed effettivamente anche i movimenti di macchina erano un po’ troppo statici per essere una produzione dei primi anni Venti. Riguardiamo bene il programma: è il Santarellina di Mario Caserini del 1913. Yann si abbiocca, io decido di aggiornare i post sull’ account instagram di E Muto Fu e chiudere ogni tanto gli occhi per riposarli. Di una noia mortale, ricordo solo la presenza di un uomo e una donna che parlano separati da un paravento. Fine.

La bambola in The Jealous Doll, or, The Frustrated Elopement (Percy Stow, 1909), che dichiaro miglior personaggio horror del Cinema Ritrovato. Girato in stop motion, il film parla di una bambola che prende vita e si ingelosisce della sua padroncina che l’ha abbandonata momentaneamente. In sostanza la stalkera, tanto da infilarsi a testa in giù tra la ruota e il parafango di un’automobile per raggiungerla nell’hotel dove sta facendo colazione con il suo amichetto di giochi. L’ansia.

E ancora l’ipnosi provocata dal movimento delle mani di Lyda Borelli in Carnevalesca (1918). Altro che “espressività facciale intensa e studiata” e decadentismo, sono le sue mani il vero fulcro del dramma: non so se si possa definire “umano” il fatto che la Borelli le avesse tanto snodabili e flessibili. Fateci caso, la prossima volta che guardate Carnevalesca e vedrete che non sono io che sono pazza.

Il libriccino del 1909 trovato alla Mostra Mercato dell’editoria cinematografica in biblioteca Renzo Renzi che spiega come usare un Cinematografo, la monografia su Za la Mort di Martinelli comprata dopo mesi di indecisione, gli autobus che non passavano e che mi hanno fatta arrivare al pelo di ogni proiezione, le proiezioni a carbone in piazzetta Pasolini, Rosita (1923) di Lubitsch in Piazza Maggiore, le pizzette del forno Brisa e i pranzi al Centro (o meglio, Circolo) Costa e davvero molto altro.

Questi sono i fatti (alcuni purtroppo) realmente accaduti al Cinema Ritrovato 2018. Potrei aggiungere tantissimi altri aneddoti, molti dei quali di poco conto. Mi sembra

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Quello che resta.

doveroso, però, dover ringraziare chi ha fatto in modo che tutto questo accadesse: Roy Menarini, curatore della squadra di Cinefilia Ritrovata, lo staff del CR costituito da centinaia di persone che hanno lavorato costantemente otto giorni su otto, i lettori che sono venuti a trovarci e Yann, che mi ha accolta con fiducia a gennaio su E Muto Fu (un “grazie”
non sarà mai abbastanza) e compagno di questa folle avventura. Grazie, infine, a chi mi ha letta e ha capito il mio lavoro. Buon cinema muto a chi continuerà a leggerci.

 

Categorie:Film Muti

I Vampiri, episodio 2: L’anello che uccide (L. Feuillade, 1915)

Les_vampiresArticolo breve ma intenso del secondo episodio del serial cinematografico I Vampiri, sia
per un bisogno di risparmio di energie in vista del Cinema Ritrovato 2018, che per una questione di lunghezza del secondo episodio La bague qui tue (L’anello che uccide), proprio per questo motivo distribuito insieme al primo episodio La Tête coupée (La testa mozzata) di cui ho parlato un mese fa. Nonostante, appunto, la durata di 13 minuti, ne La testa mozzata assistiamo a ben due omicidi da parte dei “Cavalieri delle tenebre” (epiteto aggiunto come sottotitolo alla versione distribuita in Italia). La prima vittima è Marfa Koutiloff (Stacia Napierkowska), ballerina e nuova fiamma di Philippe Guérande (Édouard Mathé) che si esibisce nei primi minuti del film nell’iconica danza su un palcoscenico di un teatro senza nome con scenografia gotica travestita da pipistrello che ronza intorno a una giovane ragazza addormentata, quasi una controparte creepy delle danze serpentine di Loïe Fuller di fine Ottocento. Dopo essersi librata in aria sostenuta da dei fili invisibili, la donna accenna un malore e cade a terra. I soccorsi sono inutili e la donna muore. L’artefice dell’assassinio è il Gran Vampiro (Jean Aymé) travestito da Conte di Noirmoutier (sottolineo come Feuillade giochi bene sui nomi del Gran Vampiro quando è altro da sè stesso), il quale le aveva donato prima dell’esibizione un anello avvelenato (forse intriso di veleno di Aconite che può essere assorbito immediatamente dalla pelle e portare alla morte senza possibilità di antidoto nel giro di qualche ora) per sviare l’attenzione del pubblico dalle tematiche della danza rievocanti le gesta dei Vampiri. Guérande (Édouard Mathé) nota una certa somiglianza del conte con il Dr. Nox già incontrato in precedenza, lo segue, ma viene catturato. Si risveglia in uno scantinato in compagnia di Mazamette (Marcel Lévesque), vampiro pentito che lo aiuta nelle sue indagini. I due riescono a scappare sul fare della mezzanotte, imprigionando il Grande Inquisitore giunto per interrogare Guérande. Successivamente si presenta il Gran Vampiro insieme al Comitato Nero, ma all’arrivo improvviso della polizia sono costretti a fuggire, non prima di aver ucciso a sangue freddo il prigioniero nella convinzione che si tratti di Guérande. La polizia, seguita dal vero Guérande, scopre l’identità del prigioniero: è Henri Delegue, Giudice Capo della Corte Suprema di Giustizia. Guérande giura di catturare personalmente i Vampiri e l’episodio di conclude. Qui dinamismo e colpi di scena si susseguono rapidamente e in poco tempo. Sicuramente la sequenza catalizzante è quella con la Koutiloff, imprevedibilmente vampira al contrario, carnefice sì, sul palcoscenico, nella finzione, tra le quinte di un teatro, ma vittima innocente di una gara di omicidi che non fa distinzioni. La bague qui tue è una parentesi della crudeltà di una banda senza scrupoli, anche qui con Guérande che funge da pedina nelle mani del Gran Vampiro e che riceve una bella batosta psicologica; un interludio che precede e stende un tappeto rosso a Irma Vep ne Il Crittogramma rosso, episodio intriso di crimini sempre più crudeli e sempre più oscuri.

[continua]

 

 

 

Les Vampires – La bague qui tue / Louis Feuillade. – Soggetto e sceneggiatura: Louis Feuillade. – Francia: Société des Etablissements L. Gaumont, 1915. – Con Édouard Mathé, Marcel Lévesque, Jean Aymé, Stacia Napierkowska. Lunghezza: metri 350 circa.

Visto di Censura (in Italia): 11946, 17 agosto 1916.

Prima visione francese: 13 novembre 1915.

Stato: sopravvissuto.

I Vampiri, episodio 1: La testa mozzata (L. Feuillade, 1915)

tvampire_1aIn questi giorni sto studiando per (provare a) dare l’esame di Storia della Serialità e in bibliografia ho un testo che tratta della serialità delle origini, vale a dire i primi rudimenti delle produzioni mute in serie, concatenate tra loro e legate da una cornice socio-politica in comune. Sto parlando di Trame spezzate. Archeologia del film seriale di Monica Dall’Asta (Recco, Le Mani, 2009), un testo illuminante e fondamentale, credo, per chi si occupa di cinema muto. Già avevo avuto modo di sfogliarlo per la mia tesi di laurea triennale Emilio Ghione regista del cinema muto italiano. Il mio amato Za la Mort è un esempio rappresentativo della prima serialità italiana, sebbene non segua una continuità narrativa lineare, ma parlerei volentieri dell’apache dal volto scavato prossimamente. I film muti in serie dei primi anni del Novecento sono vari ed eventuali, ma principalmente le produzioni sono francesi e statunitensi: ad esempio Victorin-Hyppolite Jasset per Nick Carter, Pearl White nei ruoli delle eroine anticonformiste Pauline, Elaine e Pearl e Louis Feuillade per Judex e Fantômas.

Louis Feuillade è un nome che ricorre tantissimo nel libro di Monica Dall’Asta e vorrei inaugurare con questo articolo un mio personale racconto del serial I Vampiri IMG_2790episodio per episodio, tutti e dieci scritti e diretti dal regista francese. Personalmente adoro tantissimo le atmosfere tetre, fumogene e sinistre della Parigi dei primi anni Dieci, immersa ancora per poco negli ultimi granelli di benessere sociale della Belle Époque prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Insieme a Zigomar con la Banda degli Z e Fantômas scortato dai suoi fedelissimi apache, i Vampiri sono un gruppo criminale che nella realtà infestano il cinematografo a partire dal 1915 e nella
finzione terrorizzano la classe borghese parigina. Nessuno sa di preciso chi faccia parte dei Vampiri, perfino il capo cambia nome nel corso della serie (più che altro per IMG_2789un’esigenza organizzativa degli attori chiamati al fronte), dal Gran Vampiro, passando per Satanas, arrivando a Vénénos. La sola figura fissa, ricorrente nel corso dei dieci episodi della serie è la leggendaria Irma Vep (Musidora), l’unica donna, pare, che compare in maniera sorprendente nel terzo episodio Le Cryptogramme rouge (Il crittogramma rosso). Tutti i membri dei Vampiri agiscono mascherati, coperti da cima a fondo mediante una tuta nera aderentissima; conseguentemente è più difficile essere riconosciuti in caso di testimonianze oculari. Il travestimento è un espediente fondamentale per portare a termine un colpo o un omicidio: difatti, negli anni Dieci, il corpo di Polizia ha da poco iniziato un accurato procedimento di schedatura dei volti finalizzato al riconoscimento facciale mediante caratteristiche fisiognomiche. Con una tuta nera, però, il criminale può agire indisturbato nell’ombra. Sono quindi le ombre e gli inganni il minimo comun denominatore del Les vampires La tete coupee (2)primo episodio della durata di mezz’ora circa intitolato La Testa mozzata. Veniamo ai fatti. Il reporter Philippe Guérande (Édouard Mathé) sta investigando sul caso dei Vampiri, veri e propri seminatori di paura, quando riceve un telegramma che lo informa che il corpo dell’ispettore Durtal, il quale stava indagando anch’esso sulla banda dei Vampiri, è stato trovato senza testa nelle paludi nei pressi di Saint-Clement-Sur-Cher; Guérande parte e si reca al castello del Dr. Nox (Jean Aymé), amico di famiglia, per saperne di più. Nel frattempo si unisce a lui Margaret Simpson (Rita Herlor), una milionaria statunitense giunta in Francia per concludere l’affare di compravendita del castello con il Dr. Nox. La notte stessa la signora Simpson viene derubata di tutti i suoi averi da una figura nera che si introduce nel castello e Guérande viene colto, inspiegabilmente, in possesso di un prezioso portasigarette, l’unico oggetto scampato al furto. Dichiaratosi giustamente innocente, Guérande corre dal magistrato del paese Hamel (Thelès) per denunciare l’accaduto, seguito dal Dr. Nox e la signora Simpson. Guérande e Hamel tornano al castello dopo aver fatto blindare ogni uscita della magistratura da degli agenti, chiudendo il Dr. Nox e la signora Simpson in una stanza. I 12b6bb1187c883d96464c924548aeb9cdue, al castello, scoprono un passaggio segreto che li conduce al ritrovamento di una scatola al cui interno vi è la testa mozzata di Durtal. Sconvolti, tornano all’ufficio e trovano la signora Simpson senza vita. Del Dr. Nox non vi è alcuna traccia: solo un biglietto su cui vi è scritto che il vero Nox è stato ucciso e che in realtà il Gran Vampiro si è sempre celato sotto le sue fattezze. La camera stacca e segue per qualche minuto i passi di una figura nera sui tetti del paese, la scena più emblematica di tutto il film, dopodichè sfuma al nero.

Volenti o nolenti La Testa mozzata è l’episodio che introduce immediatamente e senza troppi giri di parole nella situazione: è già ovvio e risaputo che I Vampiri sono una temutissima banda criminale da annientare il prima possibile per ripristinare l’ordine cittadino. Si è irreparabilmente coinvolti nelle indagini di Guérande, ma in qualche modo si resta affascinati dall’ambiguità di queste figure nere di cui non si conoscono la natura e lo scopo della loro esistenza. Fossimo catapultati ai giorni nostri, La Testa mozzata avrebbe tutta l’aria di essere un pilot, l’ouverture che indirizza verso crimini molto più grandi di un cadavere decapitato e dell’omicidio di una persona altolocata.

Devo ancora capire se provo maggior empatia verso Guérande o verso I Vampiri, se voglio che  la banda sia smascherata una volta per tutte o che le tute nere creino ancora un po’ di scompiglio prima di scomparire nell’ombra, fatto sta che I Vampiri in quanto film mi inquieta non poco ed è veramente giusto così.

[…continua]

Les Vampires – La Tête coupée / Louis Feuillade. – Soggetto e sceneggiatura: Louis Feuillade. – Francia: Société des Etablissements L. Gaumont, 1915. – Con Édouard Mathé, Thelès, Jean Aymé, Rita Herlor. Lunghezza: metri 950 circa.

Visto di Censura (in Italia): 11946, 17 agosto 1916.

Prima visione francese: 13 novembre 1915.

Stato: sopravvissuto.

 

Fonte: Monica Dall’Asta, Trame spezzate. Archeologia del film seriale, Recco, Le Mani, 2009.

Verso il Cinema Ritrovato 2018

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“Sarà un festival MOSTRUOSO e non solo perché alcuni film avranno come protagonisti dei mostri”. Così ha definito ieri sera Gian Luca Farinelli il Cinema Ritrovato 2018, presentando con Roy Menarini una bella fetta del programma che si terrà a Bologna dal 23 giugno al 1 luglio. Al timone del Ritrovato, insieme a Farinelli, Mariann Lewinsky, Cecilia Cenciarelli e Ehsan Khoshbakht in veste di direttori, curatori e rappresentanti di una forza- lavoro che anche quest’anno riuscirà certamente e in maniera impeccabile nell’intento di mostrare al pubblico e agli appassionati opere che vanno dai film semi-sconosciuti a quelli ben più celebri.

Si prospetta un fine giugno caldo, denso, frenetico, pazzesco, dato che io e Yann tenteremo di portare a termine l’arduo compito di guardare più film muti possibili dalla mattina fino a tarda sera, recensendone su Cinefilia Ritrovata più di quanto le nostre forze psico-fisiche ci consentano, ingollando caffè e passando notti in bianco pensando già alle proiezioni del giorno dopo.

Tanti (cinquecento!) film muti e sonori riscoperti, (ri)trovati, restaurati a partire dalla retrospettiva Marcello Come Here: Mastroianni ritrovato (1954-1974) dedicata a Marcello Mastroianni, volto simbolo del CR 2018, di cui si sono scelti film meno conosciuti al grande pubblico come Giorni d’amore (Giuseppe De Sanctis, 1954), I compagni (Mario Monicelli, 1963), Spara forte, più forte…non capisco (Eduardo De Filippo, 1966), Touche pas à la femme blanche (Marco Ferreri, 1974).

A noi però, con tutto l’amore verso i film post-1930, interessa maggiormente la parte muta, la più imprevedibile, la più succulenta, la più seducente. Sgancio la bomba elencando alcuni muti della sezione Cento anni fa: 1918Charlot soldato (Charlie Chaplin) da una rarissima copia imbibita, Il caso Rosentpof (Ernst Lubitsch), Tosca (Alfredo De Antoni), Gerusalemme Liberata (Enrico Guazzoni), Vendémiaire (Louis Feuillade), Wolves of Kultur (Joseph Golden), Otets Sergii (Yakov Protazanov), Tarzan of the apes (Scott Sidney). Inoltre, i più pettegoli dicono a bassa voce che il serial I Topi grigi (Emilio Ghione) potrebbe essere proiettato al Cinema Modernissimo, attualmente in dirittura di arrivo coi lavori di recupero e ristrutturazione, ambizioso progetto della Cineteca di Bologna.

Vicinissimi alla transizione da muto al sonoro con Settimo Cielo (Frank Borzage, 1927), in William Fox presenta: riscoperta dalla Fox Film Corporation, rivedranno la luce i tesori della nota società di produzione sotto cui lavorarono John Ford, F.W. Murnau, Howard Hawks e Raoul Walsh.

In 1898. Cinema anno 3 i paesaggi rurali e cittadini del cinema neonato saranno lo sfondo dei primi film di finzione, varietà e scienza, nell’anno esatto in cui il Cinématographe Lumière viene esportato in tutto il mondo. Verranno presentati anche i restauri dei primi film cechi girati sempre nel 1898 da Jan Krizenecky.

Per chi non ha tutta quella dimestichezza e affinità col cinema muto, torna anche quest’anno il Progetto Keaton promosso dalla Cineteca di Bologna e Cohen Film Collection: Lo spaventapasseri (1920), Il nord ghiacciato (1922), Io e la vacca (1925) e il bellissimo sorriso triste di Buster Keaton.

Novità di quest’anno è Napoli che canta. Omaggio a Elvira Notari e Vittorio Martinelli, i cui muti napoletani comprendono Vedi Napule e po’ mori (Eugenio Perego, 1924), E’ Piccerella (Elvira Notari, 1922), Fantasia ‘e surdato (Notari, 1922).

Totalmente muta è la parte dedicata ad Arrigo Frusta e l’officina della scrittura rivolta proprio al leggendario Arrigo Frusta “il signore dei soggetti” di casa Ambrosio a cui si deve gran parte della produzione del cinema italiano degli anni Dieci: Il guanto (Luigi Maggi, 1910), Nelly la domatrice (Mario Caserini, 1912), Santarellina (Mario Caserini, 1912), Le acque miracolose (Eleuterio Rodolfi, 1914).

Ritrovati e restaurati includono probabilmente le pellicole più interessanti: sono infatti i restauri in 35 mm e digitale provenienti da Italia, Francia, Spagna, Stati Uniti o Giappone, molti da rivedere e altrettanti proiettati per la prima volta su un grande schermo. Un esempio? Lights of old Broadway di Monta Bell (1925).

Non mancheranno I cineconcerti in Piazzetta Pasolini con le mitiche proiezioni a lampada a carbone, per ricreare la visione di inizio ‘900. Quattro sono le pellicole della rassegna Napoli che canta accompagnate dal vivo che si ispirano alla musica popolare napoletana.

Queste sono le rassegne in cui io e Yann metteremo il naso a caccia di muti. Ce ne sono, ovviamente, di altre che meritano tantissimo, tra i noti, ad esempio, un accuratissimo restauro di Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948), Carosello napoletano (Ettore Giannini, 1953), la proiezione in versione “vintage” di Cabaret (Bob Fosse, 1972), Suspiria (Dario Argento, 1977), Grease (Randal Kleiser, 1978), Alien (Ridley Scott, 1979). Per par condicio ne stilo una lista: Censurati, ritrovati, restauratiSerate cinefile al cinema ArlecchinoLuciano Emmer 100: l’arte dello sguardoOltre lo specchio della vita: i film di John M. Stahl ; La donna con la Kinamo: Ella Bergmann-Michel Alla ricerca del colore dei film Documenti e documentari ; Seconda utopia: 1934 – L’età dell’oro del cinema sonoro sovietico La rinascita del cinema cinese (1941-1951) Cinemalibero Yilmaz Güney, speranza disperataMarcello Pagliero, l’italiano di Saint-Germain-des-Pres ; Cécile Decugis, montatrice e regista.

La XXXII edizione del Cinema Ritrovato sarà dedicata a Ermanno Olmi, scomparso il 7 maggio 2018.

In piena trepidazione e fermento vi auguro un buon Cinema Ritrovato. Non so voi, ma io non vedo l’ora.