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Dollari e fracks (Emilio Ghione, 1919)

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Inizialmente diviso in quattro episodi, La X di un delitto, La mano guantata, I quaranta pugnali, La sedia elettrica, a tutt’oggi ci rimane solamente un frammento di durata non superiore ai dieci minuti dell’ultimo episodio di cui faccio qualche osservazione.

L’azione della censura fu in Dollari e fracks massiccia e particolarmente esigente e molti altri imprevisti ne rallentarono la produzione; nelle ultime pagine di Memorie e Confessioni (15 anni d’Arte Muta) (le memorie pubblicate a puntate dallo stesso Ghione sulla rivista “Cinemalia” dal 1928 al 1929), ad esempio,vi è un aneddoto che coincide con gli ultimi quadri di La sedia elettricae che illustra gli ultimi e faticosi momenti di lavorazione. Il ruolo del Gran Paralitico, villain di Dollari e fracks, affidato ad Amilcare Taglienti, è per Ghione inizialmente motivo di orgoglio, in quanto ritiene Taglienti perfetto per quella parte. L’improvvisa richiesta di Taglienti di un aumento di stipendio, per conto di Enrico Fiori, manda Ghione su tutte le furie e, con una punta di orgoglio che sempre lo contraddistingue, decide che La sedia elettrica può benissimo essere conclusa anche senza di lui. Per questo motivo lo sostituisce brutalmente con un fantoccio, facendo morire il Gran Paralitico, eppure inspiegabilmente Taglienti avrà parti importanti in Senza pietà (1921) e La Maga e il Grifo (1922). Secondo Vittorio Martinelli vi sarebbe dovuta essere una risoluzione finale tra il GranParalitico e Za la Mort. Ciò non avviene, chiaramente, anzi, gli ultimi quadri mostrano Za la Mort di spalle, barcollante, con le mani al cielo in campo medio in una scena con camera fissa dalla durata di ben quindici secondi.

dollariefracksCon un Ghione visibilmente invecchiato, dal sorriso tirato, non più spontaneo e dai movimenti molli, non più rigidi e scattanti, tipici dell’andatura felina da apache, Dollari e Fracks dichiara la stanchezza di trovarsi e riconoscersi nei panni di Za la Mort, come d’altronde afferma in uno sfogo nelle Memorie: “Ero disgustato, nauseato di fare Za la Mort”. Dai dieci minuti si desume anche una certa difficoltà a livello registico, quale l’esplosione che di drammatico ha ben poco e i poco fluidi movimenti di macchina che sono sostituiti da semplici chiusure e aperture di tendine a iris; un confronto evidentissimo si può fare con l’illustrazione di Zigomar, ladro criminale, apparso per la prima volta in Francia nel 1909, seduto a un tavolo incappucciato di rosso con alle spalle la Z e il Gran Paralitico/Fantoccio con un teschio e due serpenti.

Dollari e Fracks non ha, dicevo, altrettanta fortuna con la censura, che inizialmente non approva il nullaosta poiché “si pone in ridicolo la polizia nelle persone di agenti regolari degli Stati Uniti Americani” e in seguito approva dopo aver provveduto a tagli e sostituzioni di titoli. Addirittura i ritagli dello scarto, vengono consegnati a Ghione in una scatola separata.

Dopodiché la produzione dei film di Za la Mort sembra subire un rallentamento; troviamo successivamente, sempre con Emilio Ghione alla regia, Il quadrante d’oro (Fert, 1922), Zalamort der Traum der Zalavie(F.A.J.-National, Berlin, 1922) e Ultimissime della notte (Alba-Film, 1924), ma la vitalità non è più quella di prima.

Il frammento del quarto episodio di Dollari e fracks è fruibile sul database ufficiale online del Museo Nazionale del Cinema di Torino ed è inoltre archiviato al Nederlands Filmmuseum di Amsterdam.

Fonte: Denis Lotti, Emilio Ghione L’ultimo apache. Vita e film di un divo italiano, Bologna, Cineteca di Bologna, 2008.

Emilio Ghione, Scritti sul Cinematografo. Memorie e confessioni (15 anni d’Arte Muta) seguito da “La Parabola del cinema italiano”, Denis Lotti (a cura di), Roma, AIRSC/Cattedrale, 2011.

Dollari e fracks / Emilio Ghione. – Soggetto e sceneggiatura: Emilio Ghione. – Italia: Itala Film, 1919. – Con Emilio Ghione, Kally Sambucini, Oreste Bilancia, Amilcare Taglienti, Ria Bruna, Léonie Laporte / Lunghezza: La X di un delitto, metri 1458. La mano guantata, metri 1237. I quaranta pugnali, metri 1550. La sedia elettrica, metri 1130.

Visto di Censura: 14325, 1 luglio 1919. Stato: parzialmente sopravvissuto (frammento da La sedia elettrica).

 

 

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Zalamort der Traum der Zalavie (Emilio Ghione, 1924)

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Alla fine del 1923, Emilio Ghione si trova in Germania intenzionato a girare tre film, riuscendo a portarne a termine solamente uno, a causa del rientro anticipato in Italia dovuto principalmente ai problemi di salute che lo porteranno a una sempre più maggiore difficoltà di assunzioni in ruoli anche marginali. I primi anni del nuovo decennio registrano una migrazione di massa di registi, attori, artisti e produttori in cerca di fortuna in paesi europei che non fanno fronte alla crisi produttiva che l’Italia sta passando. Dive e divi spendaccioni conoscono la miseria, altri hanno maggior fortuna: Francesca Bertini si fa chiamare contessa Cartier e Lyda Borelli contessa Cini. Complici la mediocre organizzazione produttiva, la tecnologia obsoleta, i costi eccessivi, la forte concorrenza col cinema nascente di Hollywood e anche un certo lato conservatore riguardo i generi letterari, melodrammatici e storici, (i feuilleton ripresi da testi classici e popolari sembrano resistere e ottenere ancora dell’entusiasmo da parte del pubblico), il cinema italiano pare stanco, malato e ha bisogno di respirare quella ventata di aria fresca, di novità e di svolta che arriverà ultimamente dieci anni dopo con l’avvento del sonoro.

Così, seguendo l’esempio di tanti suoi compagni e accompagnato da Kally Sambucini, Ghione realizza in terra tedesca il penultimo film dedicato a Za La Mort che si avvale della partecipazione e collaborazione dell’attrice statunitense Fern Andra, popolare nell’ambiente del cinema locale e proprietaria della casa di produzione “National”, che si riserva il ruolo di raffinata nobildonna doppiogiochista e grazie alla quale Ghione verrà prontamente assunto.

Diviso in due parti, ognuna di tre atti, prevedeva inizialmente una suddivisione in due episodi: Zalamort 1. Teil (1807 metri) e Zalamort 2. Teil (1439 metri). Lungo quindi in origine 3246 metri, successivamente presentato in censura, viene tagliato pesantemente più volte e distribuito in Italia nel 1925 in una versione ridotta di soli 1600 metri. Le note censorie d’epoca riportano le seguenti motivazioni: “Alla precedente versione di 2025 metri è stato negato il nullaosta perché l’azione e la trama s’imperniavano esclusivamente sul delitto, i personaggi principali erano delinquenti della peggior specie, l’ambiente in cui vivevano ed agivano era costituito dai bassifondi sociali. Nella versione che ha ottenuto il nullaosta molte scene sono state soppresse, modificate ed attenuate, conferendo così all’azione un’intonazione di sogno fantastico”.

A partire dalle informazioni fornite dalla censura, capiamo, perciò, che si tratta con molta probabilità di uno dei film di Za la Mort più audaci e coraggiosi, anche se principalmente il soggetto non si discosta molto dai precedenti episodi e certi tratti coincidono anche con il romanzo Za la Mort edito quattro anni dopo. In questo caso Za la Mort viene incolpato di omicidio per vendetta del Gran Paralitico, capo di un’organizzazione criminale. Al suo servizio vi sono Perla Cristal e Lama Rossa che viene sconfitto in duello da Za la Mort nella prima sequenza nel covo degli apaches, colpevole di aver tentato di derubare la ricca donna. Attirato in una trappola, Za la Mort viene sedotto da Perla Cristal, ma rifiuta ogni sua avance; per questo fa in modo che sia incolpato di un omicidio mai commesso e viene condannato ai lavori forzati in una prigione/miniera sull’isola di Rügen. Nel frattempo, Za la Vie, che era presente al duello tra Lama Rossa e il suo compagno, viene rapita e sottoposta a un trattamento psichiatrico che la rende pazza. Za la Mort riesce a fuggire dall’isola e dopo lo dopo lo svelamento di complicati intrecci di inganni, travestimenti e il ricongiungimento con Za la Vie, Perla Cristal si suicida. La fine de Livido è ignota e non viene spiegata nella pellicola. Tutta questa vicenda si rivelerà essere solo un sogno (“incubo”) di Za la Vie; tuttavia un mazzo di fiori recapitato a Za la Mort da parte di Perla Cristal lascia il retrogusto amaro di un’ambigua sovrapposizione di eventi che lasciano intendere un finale aperto.

A proposito di Za la Vie, è inevitabile considerare come finalmente le venga riservato del meritato spazio scenico; tanto è vero che viene ripresa non più come figura passiva e ubbidiente al fianco a Za la Mort, o addirittura pressoché inesistente nel momento in cui viene tolta letteralmente dalla circolazione dalla rivale in amore Casco D’Oro/ Hesperia in Anime buie (1916), ma in questo caso vittima di un rapimento e in preda alla pazzia mentre vaga smarrita e confusa per le vie vuote e desolate di una Berlino degli anni Venti. Tanti sono i primi piani dedicati alle buffe smorfie di Kally Sambucini che dimostra di possedere una grande versatilità in ambito recitativo. Proprio nelle scene della follia di Za la Vie è interessante notare e confrontare la fragilità di una Za la Vie che torna bambina mentre insegue una palla, contro la durezza della medesima donna che regge la pistola con sguardo truce mentre controlla che il malcapitato non si dia alla fuga.

Nella pellicola vi sono rudimenti di ellissi temporali quali flashback e dissolvenze (specialmente quando la figura di Za la Mort si sovrappone a quella del Livido); l’influenza dei primi film di matrice espressionista tedesca è ben visibile già nella sequenza ambientata nel covo degli apaches, in cui la folla di curiosi che assiste allo scontro tra Lama Rossa e Za la Mort è pervasa da un certo dinamismo di insieme; si voltano da una parte, si voltano dall’altra come se fossero spinti da una forza centrifuga guidata dalla “danza” dei due apaches e vi si legge perfettamente nei loro sguardi allucinati l’ansia, l’attesa e la suspence di chi non vede l’ora di scoprire chi l’avrà vinta. Anche l’improvviso arrivo di Za la Mort giustiziere è preceduto da un’ombra nera (Ghione vede Nosferatu?)  che si staglia lungo le paretiumide e poco illuminate  del bassifondo, così come contrasti fotografici visibili nel primissimo piano illuminato dal basso di Za e nella scena notturna della fuga dal carcere/miniera sull’isola di Rügen dove per certi versi gli alberi che si stagliano sullo sfondo ricordano una scena da Il gabinetto del dottor Caligari. Appunto, le composizioni, le linee secche, l’estetica complessa del cinema espressionista appartengono a un mondo irreale fatto di ombre. Robert Wiene nel 1922 dice: “Oggi noi comprendiamo in profondità, attraverso l’espressionismo, come la realtà sia indifferente e come l’irreale sia potente: ciò che non è mai esistito, ciò che è stato solo percepito, la proiezione di uno stato d’animo verso l’esterno”. E infatti, per Za la Vie, è tutto solamente un sogno.

Del film viene data la prima visione romana nel 1925, a cui viene attribuito il titolo alternativo L’incubo di Zalavie. Questo è l’ultimo film sopravvissuto della saga di Za la Mort.

Per ulteriori approfondimenti:

  • Denis Lotti, Emilio Ghione, l’ultimo Apache. Vita e film di un divo italiano, Bologna, Cineteca di Bologna, 2008.
  • Vittorio Martinelli, Za la Mort. Ritratto di Emilio Ghione, Bologna, Cineteca di Bologna, 2007.

Zalamort der Traum der Zalavie / Emilio Ghione. – Soggetto e sceneggiatura: Emilio Ghione. – Berlino: F.A.J.-National, Berlin, 1923-1924. – Con Fern Andra, Emilio Ghione, Kally Sambucini, Magnus Stifer, Henri Sze, Robert Scholz, Ernst Rückert / Lunghezza: metri 1600.

Visto di Censura: 20011, 22 aprile 1924.

Stato: sopravvissuto.

 

I Vampiri, episodio 3: Il Crittogramma rosso (L. Feuillade, 1915)

ottobre 5, 2018 1 commento

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Come in ogni serie che si rispetti, c’é sempre quell’ episodio che colpisce più di tutti, che lascia un segno indelebile e indimenticabile. Il Crittogramma rosso, non ho dubbi, é l’episodio più memorabile del serial di Feuillade I Vampiri ed é merito di un personaggio, se la serie si fa sempre più avvincente e oscura: Irma Vep (l’immensa Musidora), il cuore pulsante e chiave delle malefatte della banda criminale. Guérande, il giornalista-ispettore coinvolto nell’intricato gioco del mordi-fuggi tra bene e male, é diretto verso il locale notturno “Al Gatto ululante”, dopo aver seguito le indicazioni di un taccuino rosso sottratto precedentemente al Grande Inquisitore [incontrato nel secondo episodio], che contiene importanti informazioni criptate circa i movimenti dei Vampiri. Fuori dal locale Guerande é attratto da un’affiche ritraente una figuratumblr_o18fxyzn9S1snmmclo1_500 femminile e una scritta a caratteri cubitali “IRMA VEP”. L’ispettore si sofferma per un attimo a osservare meglio e nota come il nome dell’attrice di punta sia l’anagramma di “VAMPIRE“. Effettivamente un trucco tecnico (e iconico) in stop-motion ci mostra le lettere scomporsi e ricomporsi secondo l’immaginazione del povero Guérande che, per poter investigare sulle malefatte dei criminali oscuri, deve fingersi malato sottoponendosi alle amorevoli e un poco insistenti cure della madre. Irma Vep “La Vampira” per eccellenza è l’attrice dello squallido caffé, ricoperta di applausi e acclamata dal pubblico abituale. Non é difficile capire come mai, data la carica sensuale e selvatica che questa donna incarna. Un tango apache si svolge a spettacolo terminato nel seminterrato della bettola, in presenza del Gran Vampiro che fornisce indicazioni alla donna su come intralciare le indagini di Guérande, cioè intrufolarsi a casa sua camuffata da domestica, tentare di avvelenarlo tumblr_o1odsgslyk1snmmclo1_500e appropriarsi del prezioso taccuino. Irma Vep, interpretata dalla grande Musidora, una volta infiltrata nella casa di Guérande di tempo non ne perde e mette a punto il piano per sbarazzarsi dell’obbiettivo. Guérande, però, riconosce Irma Vep grazie ad una fotografia, reagisce e tenta di spararle: la Vampira si dà alla fuga, scomparendo nell’oscurità. Nel frattempo, attirata da un tranello, la madre di Guérande viene rapita e fatta ostaggio dagli accoliti del Gran Vampiro. Grazie, però, a una penna avvelenata donata da Mazamette (Vampiro pentito e attuale collaboratore della polizia parigina), Madame Guérande ferisce il suo carceriere riuscendo a fuggire dal Gran Vampiro e da Irma Vep i quali, giunti nel luogo dove la donna era tenuta prigioniera, riconoscono la penna, una volta appartenuta al gran Vampiro: qualcuno, quindi, é un traditore ed é assolutamente necessario eliminare la “mela marcia” dell’organizzazione criminale.les-vampires-2

Chi? Cosa? Quando? Dove?” domanda il manifesto ufficiale del serial. Chi é davvero Irma Vep e perché collabora coi Vampiri? L’abilità trasformista della malefica donna, che di buono sembra non avere nulla, passa da attrice dei bassifondi che digrigna i denti e guarda in camera come a voler sfidare lo spettatore “temete i Vampiri, vi verranno a prendere”, a criminale mascherata e completamente celata da una tuta nera. Irma Vep, come il Gran Vampiro, come tutti i seguaci dei Vampiri, é ovunque, cambia forma, personalità, si confonde con la quotidianità di chiunque, vive la notte, vive il giorno. Se nei primi due episodi i Vampiri, quando figure agenti, erano ombre, losche trame senza un volto, con Irma Vep l’azione si rivela, abbiamo finalmente una personalità fissa che agisce a volto scoperto. Il che é importante, poiché il Gran Vampiro, l’unico personaggio che sapevamo già essere la mente organizzatrice di questa rete, cambia nome, cambia volto e non agisce di persona, sporcandosi le mani. Per questo con Il Crittogramma rosso, dopo il rullaggio in La Testa mozzata L’ Anello che uccide siamo entrati ufficialmente nella fase di decollo dell’inquietante viaggio verso Parigi. Là, i Vampiri ci attendono.

[continua]

Per maggiori approfondimenti sulla serialitá delle origini rimando al libro di Monica Dall’Asta Trame Spezzate. Archeologia del film seriale, Recco, Le Mani, 2009.

Les Vampires – La Cryptogramme rouge / Louis Feuillade. – Soggetto e sceneggiatura: Louis Feuillade. – Francia: Société des Etablissements L. Gaumont, 1915. – Con Musidora, Édouard Mathé, Marcel Lévesque, Jean Aymé. Lunghezza: metri 1005.

Visto di Censura (in Italia): 11946, 16 maggio 1916.

Prima visione francese: 4 dicembre 1915.

Stato: sopravvissuto.

Lights of Old Broadway – Monta Bell (1925)

Nel pieno della settantacinquesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in cui ogni cinefilo che si rispetti segue con la massima attenzione il susseguirsi di proiezioni, incontri stampa, conferenze, fischi e applausi, qui si continua a dare uno sguardo (ormai nostalgico) a quella che fu la trentatreesima edizione del Cinema Ritrovato.

Direttamente dagli archivi Library of Congress e UCLA abbiamo una copia di Lights of Old Broadway di Monta Bell (già montatore e assistente alla regia per alcuni film di Charlie Chaplin e in seguito regista del primo film americano di Greta Garbo, Torrent), film che venne distribuito anche in Europa: in Spagna e nel Regno Unito con i titoli rispettivamente di Las luces de Broadway e di Little Old New York.

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Un twin movie delle origini, Lights of Old Broadway narra la vicenda delle due sorelle gemelle la bionda Fely e la mora Anne (interpretate entrambe da Marion Davies) separate alla nascita durante la traversata in nave dall’Irlanda agli Stati Uniti: Fely viene adottata dai poverissimi O’Tandy, Anne dalla ricca famiglia De Rhonde. La narrazione si sviluppa intorno alla crescita di Fely, sognatrice romantica e ballerina del teatro di Tony Pastor; innamoratasi, guarda caso, di Dirk De Rhonde (Conrad Nagel), il fratellastro di Anne, verrà a conoscenza dell’esistenza di quest’ultima solo dopo un bel po’ di tempo. La questione, però, lights-of-old-broadway-grangerè meno dolce del previsto. L’effetto sorpresa della riconciliazione tra le due sorelle dura fin troppo poco e non dà spazio a quello che probabilmente chiunque si aspetterebbe, vale a dire lo sviluppo di una sincera amicizia e di una certa complicità tra sorelle. Occhi sgranati, un fugace abbraccio e conoscenti come prima: la gemella perduta Anne viene frettolosamente archiviata, surclassata da Fely, per poi apparire in qualche breve inquadratura del tutto superflua. Da come la trama era inizialmente tutta concentrata su Fely e la sua sgangherata famiglia irlandese, la situazione cambia ben poco. In una New York investita dai primi barlumi della luce elettrica di Thomas Edison, in sostituzione all’obsoleta illuminazione a gas, l’obiettivo primario diventa far riconciliare le famiglie, da sempre rivali, dei futuri sposini. Quindi, dopo un bel po’ manganellate goliardiche tra Don O’Tandy e Mr. De Rhonde, il finale è tanto prevedibile quanto sorprendente. New York finalmente si illumina e acquista nuova luce anche sul piano del materiale della pellicola, passando dal bianco e nero al metodo di colorazione a mano Handschiegl. La bellezza dei fotogrammi e l’imponenza della bandiera degli Stati Uniti con colori veri è il reale punto di forza di Lights of Old Broadway, che rimane comunque una bella commedia, brillante anche nella fluidità dei dialoghi.

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Lights of Old Broadway / Monta Bell. – Soggetto: dal lavoro teatrale Merry Wives of Gotham; or Two and Sixpence(1925) di Laurence Eyre. – Sceneggiatura: Carey Wilson,
Joseph Farnham – Stati Uniti d’America: Cosmopolitan Productions per Metro-Goldwin-Mayer (MGM), 1925. – Con Marion Davies, Conrad Nagel, Frank Currier, Julia Swayne Gordon, Charles McHugh. Lunghezza: 2016 metri circa. Stato: sopravvissuto.

Rosita – Ernst Lubitsch (1923)

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Io adoro Mary Pickford, qui lo dico e qui lo affermo: attrice, diva invidiatissima per i suoi lunghissimi boccoli biondi e soprattutto produttrice, contribuì all’evoluzione dell’industria hollywoodiana, essendo stata co-fondatrice della United Artists insieme a Charlie Chaplin, D. W. Griffith e Douglas Fairbanks nel 1919 e nel 1927 uno dei trentasei fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Una donna fabbro del suo destino e di quello degli altri. La Pickford non era quindi una stupida, a differenza dei personaggi spesso ingenui che doveva interpretare nei suoi film da prima attrice, forse solo un po’ brusca nel dichiarare che “aggiungere il suono ai film sarebbe come mettere il rossetto alla Venere di Milo”, tant’è che nel 1933, guarda un po’, si ritirò dalle scene continuando però a produrre pellicole per la United Artists fino al 1956.

Nel 1922 avvenne l’incontro con Ernst Lubitsch, appena emigrato negli Stati Uniti per lanciarsi in nuove avventure registiche. L’anno dopo produssero insieme Rosita, il primo film americano del regista tedesco. Una collaborazione che doveva essere più longeva (il contratto tra i due prevedeva tre film), ma i progetti si interruppero, così come anni dopo la Pickford decise di testa sua per ragioni sconosciute che Rosita era un film da rottamare, sebbene venne accolto invece molto positivamente da critica e pubblico. Vedere Rosita proiettato una sera di giugno (nemmeno molto calda, fortunatamente) sullo schermo gigante più grande d’Europa in piazza Maggiore a Bologna è stata una soddisfazione immensa per me e per la grande folla che il Crescentone bolognese ha saputo accogliere e, non meno importanti, sono stati i numerosi applausi. Una scelta ottima e coraggiosa da parte della Cineteca di presentare un muto che non fosse il solito Keaton o la certezza Chaplin.

Azzarderei a definire Rosita una commedia: il motivo, tanto banale quanto evidente, è che  non smettevo di sorridere e spesso mi trovavo a ridacchiare e fare commentini sarcastici con la mia amica seduta di fianco a me. Ne sono stata piacevolmente coinvolta e naturalmente non è stato così tanto difficile provare simpatia verso Rosita (Pickford), la musicista spagnola che porta allegria per le strade di Siviglia e sbarca il lunario suonando e cantando per portare a casa qualche soldo. E’ stato anche impossibile non ghignare di fronte alle continue avances nei suoi confronti da parte del pasciuto e infido re di Spagna (Holbrook Brinn), o accennare un risolino divertito ogni volta che appariva la cacofonica famiglia ritratta come buffe figurine di contorno (sì, anche se muto si potevano captare molto bene le imprecazioni e gli improperi della madre di Rosita).

Detto ciò, Rosita è un film simpatico, per i più romantici c’è anche una tenera storiella d’amore tra Rosita e il (bel) capitano Don Diego, una dose di femminismo in endovena (col cavolo che la tostissima Rosita finisce a letto col re!) e l’immancabile Lubitsch touch esportato alla grandissima nel territorio della nascente produzione hollywoodiana dei primi anni Venti. Rosita scorre leggero come le note della chitarra imbracciata dalla Pickford, è un film in cui nessuno è davvero cattivo, nemmeno il re che condanna a morte gratuitamente Don Diego rischiando così di spezzare un amore appena sbocciato, o almeno, è proprio merito di Lubitsch, il quale costruisce una trama psicologica per ogni personaggio tale da forgiare una profonda empatia tra spettatore e protagonista della scena. La testimonianza che ci lasciano Mary Pickford e Ernst Lubitsch è quasi unica, poichè come accennato poco sopra, la produttrice volle ogni che copia del film andasse completamente al macero. Ci riuscì, ma ne sopravvisse una, sempre e solo quel granello di nitrato, una copia piccina e rara, ritrovata improvvisamente in Russia. Ancora una volta un immenso colpo di fortuna che ci mostra la modernità di una commedia di successo: Rosita ce l’ha fatta.

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Rosita / Ernst Lubitsch. – Soggetto: Norbert Falk e Hanns Kräly dall’opera Don César de Bazan di Adolphe Philippe d’Ennery e Philippe-François Pinel. – Sceneggiatura: Edward Knobloch. – Stati Uniti d’America: Mary Pickford Company, 1923. – Con Mary Pickford, Holbrook Blinn, Irene Rich, George Walsh. Lunghezza: 2736 metri circa. Stato: sopravvissuto.

Oswald il coniglio fortunato e ritrovato

 

“Tutto è cominciato con un topo” (Walt Disney, Disneyland, 27 ottobre 1954). Mi sento di smentire subito questa affermazione: Mickey* aveva in realtà un fratello maggiore, Oswald. Oswald era un coniglio burbero, pasticcione, dalle lunghe orecchie (spesso prensili) e dagli occhietti scuri, un po’ diverso dall’insicuro, ma saputello, Mickey. Se Mickey ebbe il successo universale che tutti conosciamo a partire dall’iconico Steamboat Willie (1928), l’esistenza del buon Oswald fu breve. O almeno, in casa Disney. La vicenda riguarda un mero fatto burocratico e di diritti: Oswald divenne proprietà di Charles Mintz, distributore della Universal con cui Disney e il suo braccio destro Ub Iwerks avevano stipulato un contratto, consapevole del successo che Oswald stava ottenendo nel 1927. Dopo questa ingiustizia Disney decise che non avrebbe più lavorato all’animazione di un personaggio che non fosse esclusivamente sotto il suo controllo; per questo motivo si mise al lavoro per Mickey Mouse, mentre Oswald continuò ad essere prodotto dalla Universal fino agli anni ’60.

 

 

Oswald fu protagonista di 27 film prima di passare agli studi Winkler (di proprietà di Mintz): fece la prima apparizione in Poor Papa (1927) che non riscosse particolare clamore; al contrario Trolley Troubles (1927) lo portò alla consacrazione. Degni di nota furono anche i successivi Great Guns! (1927), Empty Socks (1927), Tall Timber (1928), Oh What a Knight (1928) e Sleigh Bells (1928). Molti film sono stati riscoperti solo recentemente, quando si presumevano perduti. Empty Socks Tall Timber, ad esempio, sono stati ritrovati in Norvegia: il primo, di cui mancano trenta secondi, nel 2014 nelle collezioni della Biblioteca nazionale norvegese, il secondo nel 2007 presso il Norsk Filminstitutt. Entrambe le copie sono state portate al Cinema Ritrovato 2018 e presentate prima della proiezione di The Navigator (B. Keaton, 1924).

Credo di nutrire una più profonda simpatia nei riguardi di Oswald, piuttosto che verso Mickey. Innanzitutto l’Oswald disneyano non ha subito, giustamente, particolari trasformazioni fisiche (quello della Universal è diventato nel tempo, non so come, la fotocopia di Tippete di Bambi) ed è rimasto sostanzialmente una linea in due dimensioni, continua, chiusa e riempita di nero, come piace a me. Il fatto poi che sia stato “rimpiazzato” da un topo coi guanti non gli rende giustizia. Un’apparizione da guest star avverrà nel 2010 con il videogioco Epic Mickey: Mickey viene inglobato in un mondo parallelo chiamato “Rifiutolandia” (Wasteland) in cui vi abitano i personaggi Disney dimenticati. Inutile dire che Oswald ha un ruolo rilevante nello svolgersi delle cose. Nel graphic novel tratto dal videogioco è memorabile il dialogo-scontro tra Mickey e Oswald. “Ascoltami Oswald…Prima di lasciare Male Street, Clarabella ha detto che potevi aiutarmi a tornare a casa!” “Almeno tu hai una casa! Anch’io ne avevo una…un tempo. Non era un granché, ma almeno era tutta nostra! Ma tu! Tu avevi tutto! Famiglia, amici! Ammiratori! Ammiratori che hanno dimenticato me, ma che erano pronti a dare qualsiasi cosa pur di comprare questa spazzatura…per ricordarsi di te!” (Epic Mickey – La leggendaria sfida di Topolino, 2010).

Oswald è solo un coniglio. Potremmo definirlo un “esperimento”, una premessa, una parentesi sfortunata della carriera di Walt Disney. Oswald, però, è fortunato. Perchè nelle sue rocambolesche disavventure sorride sempre, è felice di vivere nel suo mondo semplice, affiancato dalla gattina Ortensia e di tanto in tanto da dei piccoli coniglietti. Oswald ha vissuto due anni intensi, è stato dimenticato, ma c’è chi ha avuto il piacere di trovarlo, riscoprirlo e restaurarlo. E così Oswald è fortunato anche per questo.

 

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* Chiamo Topolino col nome originale “Mickey”, poiché arriva in Italia per la prima volta nel 1930 sul numero 13 del settimanale torinese “Illustrazione del Popolo”. Solo due anni dopo appare la definitiva traduzione “Topolino” sull’omonimo libro illustrato della casa editrice Nerbini.

Il gioiello perduto di Ernst Lubitsch: Der Fall Rosentopf (1918)

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Il Caso Rosentopf (1918) è un piccolo tesoro, ritenuto perduto, ritrovato e riscoperto recentemente dal Bundesarchiv Filmarchiv. Originariamente composto da quattro atti, possiamo considerarci fortunati di poter vederne i primi due della durata di circa venti minuti. Prima di lasciare la Germania e partire per gli Stati Uniti nel 1922 e di passare definitivamente alla regia nel 1921, Ernst Lubitsch è attore protagonista dei suoi stessi film: apparentemente l’ultima comparsa sul grande schermo come interprete è in Sumurun (1920). Nel Rosentopf Lubitsch interpreta l’ebreo Sally, personaggio molto popolare in Germania, di stampo slapstick già apparso precedentemente Die Firma heiratet (1914), Der Stolz der Firma (1914), Schuhpalast Pinkus (1916) e Der schwarze Moritz (1916). Molti film con Sally protagonista sono da andati perduti, data la natura antisemita e satirica dei soggetti. Sfacciato e insolente, come riporta esaustivamente Andrea Martini: “Sally è qui un aiuto-detective che intascato l’anticipo dal capo lo consuma offrendo champagne a quattro segretarie per poi stancamente mettersi alla ricerca di chi abbia fatto cadere il vaso di fiori assassino, cui allude il titolo. Sally che non ha intenzione di stancarsi troppo pensa di risolvere il caso chiedendo a chi abita nel palazzo se non abbia fatto cascare un vaso e quando la richiesta irrita un borghese inamidato ne riceve uno schiaffo. Ma poiché al tizio nell’assestare il manrovescio scivolano dalla tasca dei denari, subito raccolti da Sally, è possibile mettere in bocca al protagonista la compiaciuta affermazione, ben più che ambigua, vorrei prendere uno schiaffo al giorno.” (Fonte: A. Martini, “Il Lubitsch ritrovato, attore dongiovanni”, Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2018). A cavallo tra due decenni, gli anni Dieci tedeschi e gli anni Venti americani, Lubitsch anticipa quindi il suo touch, “tocco”, firma, segno distintivo: il mix equilibrato di erotismo ed umorismo che contraddistingueranno sempre le sue produzioni. Il berlinese Lubitsch è divertente e goffo, cade a terra, si rialza, sgrana gli occhi, picchia i tasti di un pianoforte, ci prova spudoratamente con la ballerina Bella Spaketti (!). Il Sally perduto e ritrovato si interrompe bruscamente lasciandoci con il dubbio su chi abbia lanciato il vaso di fiori, ma, per ora, siamo contenti e ci piace così.

Der Fall Rosentopf / Ernst Lubitsch. – Soggetto e sceneggiatura: Ernst Lubitsch, Hanns Kräly. – Germania: Projektions – AG “Union” (PAGU), 1918. – Con Ferry Sikla, Margarete Kupfer, Ernst Lubitsch, Trude Hesterberg.  Lunghezza frammento: metri 547 circa.

Stato: parzialmente sopravvissuto.

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