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I Vampiri, episodio 2: L’anello che uccide (Louis Feuillade, 1915)

Les_vampiresArticolo breve ma intenso del secondo episodio del serial cinematografico I Vampiri, sia
per un bisogno di risparmio di energie in vista del Cinema Ritrovato 2018, che per una questione di lunghezza del secondo episodio La bague qui tue (L’anello che uccide), proprio per questo motivo distribuito insieme al primo episodio La Tête coupée (La testa mozzata) di cui ho parlato un mese fa. Nonostante, appunto, la durata di 13 minuti, ne La testa mozzata assistiamo a ben due omicidi da parte dei “Cavalieri delle tenebre” (epiteto aggiunto come sottotitolo alla versione distribuita in Italia). La prima vittima è Marfa Koutiloff (Stacia Napierkowska), ballerina e nuova fiamma di Philippe Guérande (Édouard Mathé) che si esibisce nei primi minuti del film nell’iconica danza su un palcoscenico di un teatro senza nome con scenografia gotica travestita da pipistrello che ronza intorno a una giovane ragazza addormentata, quasi una controparte creepy delle danze serpentine di Loïe Fuller di fine Ottocento. Dopo essersi librata in aria sostenuta da dei fili invisibili, la donna accenna un malore e cade a terra. I soccorsi sono inutili e la donna muore. L’artefice dell’assassinio è il Gran Vampiro (Jean Aymé) travestito da Conte di Noirmoutier (sottolineo come Feuillade giochi bene sui nomi del Gran Vampiro quando è altro da sè stesso), il quale le aveva donato prima dell’esibizione un anello avvelenato (forse intriso di veleno di Aconite che può essere assorbito immediatamente dalla pelle e portare alla morte senza possibilità di antidoto nel giro di qualche ora) per sviare l’attenzione del pubblico dalle tematiche della danza rievocanti le gesta dei Vampiri. Guérande (Édouard Mathé) nota una certa somiglianza del conte con il Dr. Nox già incontrato in precedenza, lo segue, ma viene catturato. Si risveglia in uno scantinato in compagnia di Mazamette (Marcel Lévesque), vampiro pentito che lo aiuta nelle sue indagini. I due riescono a scappare sul fare della mezzanotte, imprigionando il Grande Inquisitore giunto per interrogare Guérande. Successivamente si presenta il Gran Vampiro insieme al Comitato Nero, ma all’arrivo improvviso della polizia sono costretti a fuggire, non prima di aver ucciso a sangue freddo il prigioniero nella convinzione che si tratti di Guérande. La polizia, seguita dal vero Guérande, scopre l’identità del prigioniero: è Henri Delegue, Giudice Capo della Corte Suprema di Giustizia. Guérande giura di catturare personalmente i Vampiri e l’episodio di conclude. Qui dinamismo e colpi di scena si susseguono rapidamente e in poco tempo. Sicuramente la sequenza catalizzante è quella con la Koutiloff, imprevedibilmente vampira al contrario, carnefice sì, sul palcoscenico, nella finzione, tra le quinte di un teatro, ma vittima innocente di una gara di omicidi che non fa distinzioni. La bague qui tue è una parentesi della crudeltà di una banda senza scrupoli, anche qui con Guérande che funge da pedina nelle mani del Gran Vampiro e che riceve una bella batosta psicologica; un interludio che precede e stende un tappeto rosso a Irma Vep ne Il Crittogramma rosso, episodio intriso di crimini sempre più crudeli e sempre più oscuri.

[continua]

 

 

Les Vampires – La bague qui tue / Louis Feuillade. – Soggetto e sceneggiatura: Louis Feuillade. – Francia: Société des Etablissements L. Gaumont, 1915. – Con Édouard Mathé, Marcel Lévesque, Jean Aymé, Stacia Napierkowska. Lunghezza: metri 350 circa.

Visto di Censura (in Italia): 11946, 17 agosto 1916.

Prima visione francese: 13 novembre 1915.

Stato: sopravvissuto.

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I Vampiri, episodio 1: La testa mozzata (L. Feuillade, 1915)

tvampire_1aIn questi giorni sto studiando per (provare a) dare l’esame di Storia della Serialità e in bibliografia ho un testo che tratta della serialità delle origini, vale a dire i primi rudimenti delle produzioni mute in serie, concatenate tra loro e legate da una cornice socio-politica in comune. Sto parlando di Trame spezzate. Archeologia del film seriale di Monica Dall’Asta (Recco, Le Mani, 2009), un testo illuminante e fondamentale, credo, per chi si occupa di cinema muto. Già avevo avuto modo di sfogliarlo per la mia tesi di laurea triennale Emilio Ghione regista del cinema muto italiano. Il mio amato Za la Mort è un esempio rappresentativo della prima serialità italiana, sebbene non segua una continuità narrativa lineare, ma parlerei volentieri dell’apache dal volto scavato prossimamente. I film muti in serie dei primi anni del Novecento sono vari ed eventuali, ma principalmente le produzioni sono francesi e statunitensi: ad esempio Victorin-Hyppolite Jasset per Nick Carter, Pearl White nei ruoli delle eroine anticonformiste Pauline, Elaine e Pearl e Louis Feuillade per Judex e Fantômas.

Louis Feuillade è un nome che ricorre tantissimo nel libro di Monica Dall’Asta e vorrei inaugurare con questo articolo un mio personale racconto del serial I Vampiri IMG_2790episodio per episodio, tutti e dieci scritti e diretti dal regista francese. Personalmente adoro tantissimo le atmosfere tetre, fumogene e sinistre della Parigi dei primi anni Dieci, immersa ancora per poco negli ultimi granelli di benessere sociale della Belle Époque prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Insieme a Zigomar con la Banda degli Z e Fantômas scortato dai suoi fedelissimi apache, i Vampiri sono un gruppo criminale che nella realtà infestano il cinematografo a partire dal 1915 e nella
finzione terrorizzano la classe borghese parigina. Nessuno sa di preciso chi faccia parte dei Vampiri, perfino il capo cambia nome nel corso della serie (più che altro per IMG_2789un’esigenza organizzativa degli attori chiamati al fronte), dal Gran Vampiro, passando per Satanas, arrivando a Vénénos. La sola figura fissa, ricorrente nel corso dei dieci episodi della serie è la leggendaria Irma Vep (Musidora), l’unica donna, pare, che compare in maniera sorprendente nel terzo episodio Le Cryptogramme rouge (Il crittogramma rosso). Tutti i membri dei Vampiri agiscono mascherati, coperti da cima a fondo mediante una tuta nera aderentissima; conseguentemente è più difficile essere riconosciuti in caso di testimonianze oculari. Il travestimento è un espediente fondamentale per portare a termine un colpo o un omicidio: difatti, negli anni Dieci, il corpo di Polizia ha da poco iniziato un accurato procedimento di schedatura dei volti finalizzato al riconoscimento facciale mediante caratteristiche fisiognomiche. Con una tuta nera, però, il criminale può agire indisturbato nell’ombra. Sono quindi le ombre e gli inganni il minimo comun denominatore del Les vampires La tete coupee (2)primo episodio della durata di mezz’ora circa intitolato La Testa mozzata. Veniamo ai fatti. Il reporter Philippe Guérande (Édouard Mathé) sta investigando sul caso dei Vampiri, veri e propri seminatori di paura, quando riceve un telegramma che lo informa che il corpo dell’ispettore Durtal, il quale stava indagando anch’esso sulla banda dei Vampiri, è stato trovato senza testa nelle paludi nei pressi di Saint-Clement-Sur-Cher; Guérande parte e si reca al castello del Dr. Nox (Jean Aymé), amico di famiglia, per saperne di più. Nel frattempo si unisce a lui Margaret Simpson (Rita Herlor), una milionaria statunitense giunta in Francia per concludere l’affare di compravendita del castello con il Dr. Nox. La notte stessa la signora Simpson viene derubata di tutti i suoi averi da una figura nera che si introduce nel castello e Guérande viene colto, inspiegabilmente, in possesso di un prezioso portasigarette, l’unico oggetto scampato al furto. Dichiaratosi giustamente innocente, Guérande corre dal magistrato del paese Hamel (Thelès) per denunciare l’accaduto, seguito dal Dr. Nox e la signora Simpson. Guérande e Hamel tornano al castello dopo aver fatto blindare ogni uscita della magistratura da degli agenti, chiudendo il Dr. Nox e la signora Simpson in una stanza. I 12b6bb1187c883d96464c924548aeb9cdue, al castello, scoprono un passaggio segreto che li conduce al ritrovamento di una scatola al cui interno vi è la testa mozzata di Durtal. Sconvolti, tornano all’ufficio e trovano la signora Simpson senza vita. Del Dr. Nox non vi è alcuna traccia: solo un biglietto su cui vi è scritto che il vero Nox è stato ucciso e che in realtà il Gran Vampiro si è sempre celato sotto le sue fattezze. La camera stacca e segue per qualche minuto i passi di una figura nera sui tetti del paese, la scena più emblematica di tutto il film, dopodichè sfuma al nero.

Volenti o nolenti La Testa mozzata è l’episodio che introduce immediatamente e senza troppi giri di parole nella situazione: è già ovvio e risaputo che I Vampiri sono una temutissima banda criminale da annientare il prima possibile per ripristinare l’ordine cittadino. Si è irreparabilmente coinvolti nelle indagini di Guérande, ma in qualche modo si resta affascinati dall’ambiguità di queste figure nere di cui non si conoscono la natura e lo scopo della loro esistenza. Fossimo catapultati ai giorni nostri, La Testa mozzata avrebbe tutta l’aria di essere un pilot, l’ouverture che indirizza verso crimini molto più grandi di un cadavere decapitato e dell’omicidio di una persona altolocata.

Devo ancora capire se provo maggior empatia verso Guérande o verso I Vampiri, se voglio che  la banda sia smascherata una volta per tutte o che le tute nere creino ancora un po’ di scompiglio prima di scomparire nell’ombra, fatto sta che I Vampiri in quanto film mi inquieta non poco ed è veramente giusto così.

[…continua]

Les Vampires – La Tête coupée / Louis Feuillade. – Soggetto e sceneggiatura: Louis Feuillade. – Francia: Société des Etablissements L. Gaumont, 1915. – Con Édouard Mathé, Thelès, Jean Aymé, Rita Herlor. Lunghezza: metri 950 circa.

Visto di Censura (in Italia): 11946, 17 agosto 1916.

Prima visione francese: 13 novembre 1915.

Stato: sopravvissuto.

 

Fonte: Monica Dall’Asta, Trame spezzate. Archeologia del film seriale, Recco, Le Mani, 2009.

Verso il Cinema Ritrovato 2018

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“Sarà un festival MOSTRUOSO e non solo perché alcuni film avranno come protagonisti dei mostri”. Così ha definito ieri sera Gian Luca Farinelli il Cinema Ritrovato 2018, presentando con Roy Menarini una bella fetta del programma che si terrà a Bologna dal 23 giugno al 1 luglio. Al timone del Ritrovato, insieme a Farinelli, Mariann Lewinsky, Cecilia Cenciarelli e Ehsan Khoshbakht in veste di direttori, curatori e rappresentanti di una forza- lavoro che anche quest’anno riuscirà certamente e in maniera impeccabile nell’intento di mostrare al pubblico e agli appassionati opere che vanno dai film semi-sconosciuti a quelli ben più celebri.

Si prospetta un fine giugno caldo, denso, frenetico, pazzesco, dato che io e Yann tenteremo di portare a termine l’arduo compito di guardare più film muti possibili dalla mattina fino a tarda sera, recensendone su Cinefilia Ritrovata più di quanto le nostre forze psico-fisiche ci consentano, ingollando caffè e passando notti in bianco pensando già alle proiezioni del giorno dopo.

Tanti (cinquecento!) film muti e sonori riscoperti, (ri)trovati, restaurati a partire dalla retrospettiva Marcello Come Here: Mastroianni ritrovato (1954-1974) dedicata a Marcello Mastroianni, volto simbolo del CR 2018, di cui si sono scelti film meno conosciuti al grande pubblico come Giorni d’amore (Giuseppe De Sanctis, 1954), I compagni (Mario Monicelli, 1963), Spara forte, più forte…non capisco (Eduardo De Filippo, 1966), Touche pas à la femme blanche (Marco Ferreri, 1974).

A noi però, con tutto l’amore verso i film post-1930, interessa maggiormente la parte muta, la più imprevedibile, la più succulenta, la più seducente. Sgancio la bomba elencando alcuni muti della sezione Cento anni fa: 1918Charlot soldato (Charlie Chaplin) da una rarissima copia imbibita, Il caso Rosentpof (Ernst Lubitsch), Tosca (Alfredo De Antoni), Gerusalemme Liberata (Enrico Guazzoni), Vendémiaire (Louis Feuillade), Wolves of Kultur (Joseph Golden), Otets Sergii (Yakov Protazanov), Tarzan of the apes (Scott Sidney). Inoltre, i più pettegoli dicono a bassa voce che il serial I Topi grigi (Emilio Ghione) potrebbe essere proiettato al Cinema Modernissimo, attualmente in dirittura di arrivo coi lavori di recupero e ristrutturazione, ambizioso progetto della Cineteca di Bologna.

Vicinissimi alla transizione da muto al sonoro con Settimo Cielo (Frank Borzage, 1927), in William Fox presenta: riscoperta dalla Fox Film Corporation, rivedranno la luce i tesori della nota società di produzione sotto cui lavorarono John Ford, F.W. Murnau, Howard Hawks e Raoul Walsh.

In 1898. Cinema anno 3 i paesaggi rurali e cittadini del cinema neonato saranno lo sfondo dei primi film di finzione, varietà e scienza, nell’anno esatto in cui il Cinématographe Lumière viene esportato in tutto il mondo. Verranno presentati anche i restauri dei primi film cechi girati sempre nel 1898 da Jan Krizenecky.

Per chi non ha tutta quella dimestichezza e affinità col cinema muto, torna anche quest’anno il Progetto Keaton promosso dalla Cineteca di Bologna e Cohen Film Collection: Lo spaventapasseri (1920), Il nord ghiacciato (1922), Io e la vacca (1925) e il bellissimo sorriso triste di Buster Keaton.

Novità di quest’anno è Napoli che canta. Omaggio a Elvira Notari e Vittorio Martinelli, i cui muti napoletani comprendono Vedi Napule e po’ mori (Eugenio Perego, 1924), E’ Piccerella (Elvira Notari, 1922), Fantasia ‘e surdato (Notari, 1922).

Totalmente muta è la parte dedicata ad Arrigo Frusta e l’officina della scrittura rivolta proprio al leggendario Arrigo Frusta “il signore dei soggetti” di casa Ambrosio a cui si deve gran parte della produzione del cinema italiano degli anni Dieci: Il guanto (Luigi Maggi, 1910), Nelly la domatrice (Mario Caserini, 1912), Santarellina (Mario Caserini, 1912), Le acque miracolose (Eleuterio Rodolfi, 1914).

Ritrovati e restaurati includono probabilmente le pellicole più interessanti: sono infatti i restauri in 35 mm e digitale provenienti da Italia, Francia, Spagna, Stati Uniti o Giappone, molti da rivedere e altrettanti proiettati per la prima volta su un grande schermo. Un esempio? Lights of old Broadway di Monta Bell (1925).

Non mancheranno I cineconcerti in Piazzetta Pasolini con le mitiche proiezioni a lampada a carbone, per ricreare la visione di inizio ‘900. Quattro sono le pellicole della rassegna Napoli che canta accompagnate dal vivo che si ispirano alla musica popolare napoletana.

Queste sono le rassegne in cui io e Yann metteremo il naso a caccia di muti. Ce ne sono, ovviamente, di altre che meritano tantissimo, tra i noti, ad esempio, un accuratissimo restauro di Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948), Carosello napoletano (Ettore Giannini, 1953), la proiezione in versione “vintage” di Cabaret (Bob Fosse, 1972), Suspiria (Dario Argento, 1977), Grease (Randal Kleiser, 1978), Alien (Ridley Scott, 1979). Per par condicio ne stilo una lista: Censurati, ritrovati, restauratiSerate cinefile al cinema ArlecchinoLuciano Emmer 100: l’arte dello sguardoOltre lo specchio della vita: i film di John M. Stahl ; La donna con la Kinamo: Ella Bergmann-Michel Alla ricerca del colore dei film Documenti e documentari ; Seconda utopia: 1934 – L’età dell’oro del cinema sonoro sovietico La rinascita del cinema cinese (1941-1951) Cinemalibero Yilmaz Güney, speranza disperataMarcello Pagliero, l’italiano di Saint-Germain-des-Pres ; Cécile Decugis, montatrice e regista.

La XXXII edizione del Cinema Ritrovato sarà dedicata a Ermanno Olmi, scomparso il 7 maggio 2018.

In piena trepidazione e fermento vi auguro un buon Cinema Ritrovato. Non so voi, ma io non vedo l’ora.

 

 

 

PRELUDIO – Il fiacre n. 13 (1917)

Tube, frac, omicidi e una carrozza dal numero non molto felice.

Questo è il sunto del quarto episodio di Il fiacre n. 13, film tratto dall’omonimo romanzo edito nel 1881 da Xavier de Montépin, autore francese di romanzi d’appendice in voga quegli anni. Nel film l’influenza del feuilleton e del genere poliziesco francese c’è e si vede; è inoltre inevitabile non fare un confronto con un altro serial italiano contemporaneo quale I topi grigi di Emilio Ghione: l’ambientazione parigina (in realtà gli studi torinesi della Ambrosio), i costumi, i sotterfugi, la donna da salvare. Insomma, praticamente una versione un po’ più benestante di Za la Mort che, per spostarsi da una bettola all’altra, non potendo permettersi una carrozza, preferiva andare a piedi (come scordarsi gli ultimi, lunghi fotogrammi di Dollari e fracks…) o adoperando una più comoda Lancia.Schermata 2018-04-19 alle 16.31.15

Peccato aver visionato all’archivio audiovisivi della Cineteca di Bologna solamente il quarto episodio Giustizia!, (*) l’unico insieme a Gian Giovedì, il secondo, ad essere completamente risparmiato dalle lame della censura (Il delitto al Ponte di Neuilly non venne nemmeno distribuito). Tant’é che vedere un film solo nella sua parte finale comprendendo molto poco di quanto accaduto prima non è proprio il massimo. Se si vuole, l’unico vantaggio che il cinema muto italiano offre (degli anni Dieci almeno) è che mediamente il cast di un lungometraggio comprende sì e no una decina di interpreti; pertanto, grazie anche alla cospicua presenza di didascalie esplicative che danno un ritmo serrato alla narrazione, non è stato così complicato tessere le fila della storia.

Ambientato in un contesto aristocratico, il duca George de Latour (Vasco Creti), insieme all’amante Berta (Helena Makowska) vuole interrompere una volta per tutte l’agiatezza famigliare del fratello che ha appena avuto un erede, intascandosi così tutti i suoi beni, ingaggiando l’apache Gian Giovedì (Alberto Capozzi). Da qui parrebbe esserci tutto un susseguirsi di sottotrame e personaggi secondari che col passare degli episodi acquisiscono una maggior fisionomia e psicologia, così come certi rapporti svelati solo in Giustizia!. Dico parrebbe per i motivi spiegati sopra. Ho intenzione di approfondire il tutto andando alla ricerca degli altri tre episodi della “carrozza sventurata”: prego i lettori di considerare questo breve articolo come un preludio a quello che verrà, o come input per cercare insieme a me i restanti episodi.

(*) Convintissima di trovare sul supporto dvd tutti gli episodi, mi si è presentato invece il titolo “Episodio IV: Giustizia!”. Sono sicura che il lettore proverà una certa empatia nei confronti del mio disappunto e della mia delusione.

Il fiacre n. 13 (Episodio I: Il delitto al Ponte di Neuilly; Episodio II: Gian Giovedì; Episodio III: La figlia del ghigliottinaio; Episodio IV: Giustizia!) / Alberto Capozzi e Gero Zambuto. – Soggetto: Xavier de Montépin – Sceneggiatura: Giuseppe Paolo Pacchierotti . – Torino, Società Anonima Ambrosio, 1917. – Con Alberto Capozzi, Helena Makowska, Gigetta Morano, Fernanda Negri Pouget, Vasco Creti, Diana Karenne. Lunghezza: metri 5520 circa. 

Visto di Censura: Il delitto al Ponte di Neuilly – 12414, 30 marzo 1917, vietata;

Gian Giovedì – 12415, 20 gennaio 1917, approvata; 

La figlia del ghigliottinaio – 12416, 20 gennaio 1917, approvata con riserva;

Giustizia! – 12417, 20 gennaio 1917, approvata.

Stato: parzialmente sopravvissuto.

Nella gabbia dei leoni – Nelly la domatrice (1912)

Spesso e malvolentieri succede che chi scrive sia sopraffatto dal blocco dello scrittore; ènelly capitato a me due giorni prima della consegna del consueto pezzo del giovedì: ho semplicemente esaurito le idee, non ho film da argomentare, non ho storie da raccontare. Chiedo quindi il classico aiutino da casa, che altro non è che il motore di ricerca Safari, e mi metto a sfogliare il canale Vimeo del Museo del Cinema di Torino, ricchissimo di materiale utile alla fruizione di film d’epoca. D’un tratto lo sguardo si ferma su Nelly la domatrice, titolo che cattura subito la mia attenzione, o meglio, la rete neuronale del mio cervello inizia a propagare impulsi elettrici generando il ricordo di quel Nelly la gigolette (o La danzatrice della taverna nera) (Emilio Ghione, 1914) la cui unica foto di scena sopravvissuta ha occupato l’immagine di copertina del mio profilo Facebook tra i mesi di settembre e novembre 2017 e film tanto sospirato dai fan di Emilio Ghione poichè perduto e considerato il preludio dell’acclamata saga di Za la Mort.

Le due Nelly svolgono professioni diverse: la prima domatrice di leoni in un circo, la seconda gigolette (degenerazione linguistica del termine chanteuse, sciantosa, cantante dei caffè concerto), danzatrice, intrattenitrice, seduttrice. Non si possono fare ulteriori considerazioni circa la Nelly interpretata da Francesca Bertini nel film di Ghione in quanto, come detto, si hanno solo notizie a proposito del soggetto e la pellicola è da ritenersi, purtroppo, dispersa.
La Nelly domatrice, invece, è la protagonista del melodrammone circense (“grandioso dramma impressionante” come recita un volantino pubblicitario di quel periodo) di 25 minuti di Mario Caserini, girato in casa Ambrosio nel 1912, periodo in cui la narrazione cinematografica inizia ad acquisire un suo perchè grazie all’istituzione di numerosi generi, spesso tratti da soggetti letterari.

Per soddisfare ogni curiosità a proposito della trama del film, ne faccio un riassunto con spoiler del finale molto prevedibile: Lei ama lui, Lui ama lei, l’Altro ama Lei, Lei ama l’Altro, Lui detesta l’Altro, l’Altro non ama più Lei, Lei torna da Lui [inizio dello spoiler], Lui si uccide con un colpo di rivoltella alla nuca [fine dello spoiler]. L’unico elemento che potrebbe mettere un po’ di pepe alla situazione sono i leoni che vorrebbero mangiarsi (come biasimarli) l’Altro (che sì, ha un nome quale Conte Wilhem), ma sono così ben ammaestrati che lasciano che egli conquisti il cuore di Nelly introducendosi nella gabbia dando prova del suo immenso (mah) coraggio guadagnandosi così l’amore di Nelly. La storia idilliaca tra Nelly e il conte continua tra fughe romantiche e tazze di té in terrazza, con il povero Lui (che sì, ha un nome anch’esso, Alfredo) Nelly la domatriceche non solo viene tradito miserevolmente, ma viene pure licenziato dal circo in cui lavora come assistente di Nelly; infine, il comportamento poco rispettoso del Conte Wilhelm nei confronti di Nelly fa sì che la domatrice si trovi domata, non dai leoni, ma dal pentimento di aver tradito il povero Alfredo e dalla consapevolezza che il tempo perduto non ritornerà mai più.

Soggetto non particolarmente avvincente a parte, la pellicola è però da riconoscere come testimonianza fondamentale della filmografia di Mario Caserini che ad oggi risulta tutt’altro che cospicua; Nelly la domatrice è un esempio dell’importanza di Caserini nella storia del cinema in quanto pioniere e uno dei primi autori di film di genere passionale. Detto ciò ricordiamoci che siamo nei primissimi anni Dieci e l’industria cinematografica italiana ha appena scoperto le proprie potenzialità di opera d’arte e strumento “seduttore” di masse: la visione di un semplice triangolo amoroso contornato da dei leoni per lo spettatore medio italiano nato nella seconda metà del diciannovesimo secolo era inusuale quanto sconcertante. Difatti un recensore coevo riporta: “Indubbiamente questa film merita proprio una lode. Lode per la esecuzione, lode per il coraggio che attori e operatore han dimostrato lavorando tranquilli e calmi davanti alle gole formidabili di parecchi leoni. E non c’è ombra di trucchi; i leoni sono proprio là naso a naso con gli attori e qualche volta allungano le grinfie con poco onesta intenzione di portar via qualche brandello di carne umana fresca (oh! quanto fresca!) che vedono a portata”. Forse non avevo tutti i torti quando dicevo poco sopra che i leoni avrebbero divorato volentieri in un sol boccone il Conte Wilhelm. Si percepiva nel 1912 e si vede anche nel 2018.

Curiosità: Un occhio allenato e fisionomista riconoscerebbe senza alcun dubbio l’uomo che indossa i panni del conte Wilhelm: è lo stesso Mario Bonnard del principe Massimiliano in Ma l’Amor mio non muore edito l’anno successivo a Nelly la domatrice e diretto sempre da Caserini.

Nelly la domatrice / Mario Caserini. – Soggetto e sceneggiatura: Arrigo Frusta. – Torino: Società Anonima Arturo Ambrosio, 1912. – Con Fernanda Negri-Pouget, Mario Bonnard, Mario Voller Buzzi, Antonietta Calderai, Oreste Grandi, Alfred Schneider e i suoi leoni.
Lunghezza: metri 602/622.
Visto di Censura: 9787, 22 giugno 1915.
Stato: sopravvissuto.

Fonti: – Aldo Bernardini, Le imprese di produzione del cinema muto italiano, Bologna, Persiani, 2015.

– Gian Piero Brunetta, Il cinema muto italiano. Dalla “Presa di Roma” a “Sole” 1905 – 1929, Roma/ Bari, Laterza, 2008.

– Il Rondone, La Vita Cinematografica III, n.19, 15 ottobre 1912, p.57.

Il cinema muto in Italia // Sonorizzazione Live Rapsodia Satanica. Raia Fiorito Duo Live Stage

borelli-rapsodia-satanica_pLa sera di martedì 6 marzo (l’ultima fredda prima del tepore primaverile di questi ultimi due giorni) mi avvio a piedi verso il Centro Culturale Telling Stories APS “fabbrica di idee e laboratori” di via del Borgo di San Pietro 99/N. Sono d’accordo di trovarmi lì con un’amica, che tra l’altro é colei che mi ha segnalato l’evento dedicato alla sonorizzazione di Rapsodia Satanica (Nino Oxilia, 1917). So che la serata é organizzata da COEMA, collettivo che si impegna nella realizzazione di eventi musicali e collaborazioni con le tante realtà culturali di Bologna (Poverarte – Festival di tutte le Arti, Mikasa, Mercato Sonato e Loft Kinodromo); dopo aver preso una Corona sale e limone e addentato un trancio di pizza fredda al piano bar, scambio due chiacchiere con la mia amica, precisandole di essere lì perchè il connubio inconsueto film muto-musica ambient / sperimentale mi stupisce e incuriosisce. Intanto alle mie spalle vengono proiettati una serie di film muti italiani in ordine cronologico: vedo riprese fisse di paesaggi di campagna, vedute colorate, La Presa di Roma di Alberini e L’Inferno di Bertolini, de Liguoro e Padovan. In sottofondo c’é la classica musica da aperitivo lounge delle sette di sera, la gente é poca, qualcuno gioca a biliardo, altri parlottano, io, la mia amica e il suo coinquilino aspettiamo che si facciano le dieci e mezza. Mezz’ora dopo (ritardo più che normale, la fretta non é nel dna dei collettivi culturali) Antonio Raia e Renato Fiorito danno inizio alla parte decisamente più interessante della serata: il primo imbraccia il sassofono, il secondo va in consolle e sincronizza immagine e suono (skippando le didascalie di testa). Il film inizia a scorrere liquido, placido e poetico e più passano i minuti, più mi accorgo che questo accostamento così singolare tra immagine, musica elettronica e le calde note diffuse grazie ad uno strumento ad ancia semplice non mi dispiace affatto. Sono una che ama le contaminazioni tra le arti e gli aspetti di ricerca sonoro-visuale, quindi ben vengano le sovrapposizioni tra vecchio e nuovo, tra passato e presente; in certi momenti penso che al mio posto un altro appassionato di cinema muto dalla visione un poco più conservatrice della mia, assumerebbe un’aria schifata e scapperebbe a gambe levate dopo un minuto e mezzo completamente scandalizzato dalla cosa. Ammetto che in alcuni punti, come all’apparizione di Mefisto che perseguita la contessa Alba d’Oltrevita, fa strano anche a me sentire i beat martellanti intervallati da note estremamente acute e staccate, quasi una cacofonia, emesse dal sassofono tenore di Raia. Ma la chiave per comprendere questo mix così bizzarro sta proprio qui: l’opera di Nino Oxilia nel 1917 era già di suo un esperimento, una novità per quanto riguarda l’esperienza sensoriale e sinestetica tra musica e colore. La partitura musicale originale di Pietro Mascagni era stata composta (“lavoro lungo, improbo e difficilissimo”) appositamente per conferire allo spettatore la percezione dell’arte nella sua totalità. Centouno anni dopo, Raia e Fiorito si dedicano alla ricerca di nuove sperimentazioni e alla creazione di suoni minimal, spesso frutto di improvvisazione, in ambienti spogli, ma avvolgenti. Esperimento visivo ed esperimento acustico, ecco perchè nel complesso la visione di Rapsodia Satanica con sonorizzazione ambient non destabilizza e non crea sconcerto. Anzi, sono proprio queste sonorità naturali create da un computer o dall’immissione di saliva nell’imboccatura del sassofono di Raia (il risultato è un suono molto simile al vento tra rami di betulle) che immergono nella visione dannunziana e decadente del paesaggio della pellicola.
Antonio Raia e Renato Fiorito, entrambi laureati in musica, condividono frequentemente il palco insieme e collaborano con artisti sia italiani che stranieri, sono impegnati in concerti e performance live nei club e locali di tutta Europa e presenziano a numerosi festival. Bravi.

Il mondo di carta di Lotte Reiniger – Aschenputtel (1922)

Recentemente ho potuto assistere ad un incontro organizzato dalla Cineteca di Bologna con Giannalberto Bendazzi, massimo guru della storia del cinema d’animazione mondiale che il nostro Paese ha la fortuna e l’onore di possedere. vlcsnap-2009-10-15-20h56m23s72 Rapita dalle poche ma sagaci parole del pacatissimo maestro, mi sono resa conto di essere totalmente ignorante sul cinema d’animazione muto, tralasciando il gatto Felix, il primo Mickey Mouse con la lingua di fuori e gli occhi allucinati, gli spettacoli di lanterna magica achmed26-bige Théâtre optique, i deliri del cinema futurista e le ombre cinesi di fine Ottocento. Per colmare questa grave lacuna, nei giorni successivi decido di mettermi a consultare Cartoons. Cento anni di cinema The-Groundbreaking-Silhouette-Animations-of-Lotte-Reinigerd’animazione dello stesso Bendazzi, edito nel 1988 da Marsilio (versione meno aggiornata del più recente Animazione. Una storia globale, UTET, 2017). Di un libro o, in questo caso, di una vera e propria enciclopedia, la prima cosa che sono solita a fare é dare una rapida occhiata alle pagine centrali di carta lucida con le illustrazioni esemplificative; due di queste catturano la mia attenzione, cioè fotogrammi tratti da due film di un’animatrice tedesca: Lotte Reiniger (Berlino, 2 giugno 1899- Dettenhausen, 19 giugno 1981).
Immediatamente mi vedo costretta a dover abbandonare per sempre la convinzione che i conigli e i topi antropomorfi di casa Disney siano stati i primi protagonisti del cinema d’animazione mondiale. Con mio grande stupore scopro che la parentesi muta del cinema d’animazione contiene tantissimi nomi (vale la pena citare Winsor McCay, Berthold Barthosch e Kenzō Masaoka), innumerevoli opere e altrettante sperimentazioni; la spiccata curiosità verso la vita di Lotte Reiniger mi porta ad apprendere come il primo vero lungometraggio animato non sia opera di Walt Disney, bensì di questa signorina tedesca il cui, a suo dire, unico talento era quello di ritagliare dettagliatissime silhouettes di cartoncino. Null’altro. E qualcuno potrebbe alzare la mano perplesso e dirmi: “Ok, e quindi cosa ha fatto di tanto speciale?”. Io sono dell’idea che se sei una fan di Paul Wegener (Lo Studente di Praga, 1913 e Il Golem, 1915), assisti a una sua conferenza, ti iscrivi alla scuola di teatro di Max Reinhardt per poterlo conoscere di persona, cerchi di fare colpo ritagliando a tutto spiano silhouettes degli attori che ti circondano, diventi autrice delle didascalie de Il pifferaio magico di Hamelin (Paul Wegener, 1918) e metti in piedi una squadra di professionisti in cui sei l’unica donna in un panorama in cui le donne-regista si contano sulle dita di una mano, forse è il caso di dire che il tuo unico pregio non si riduce al mero “taglio perchè non ho nulla da fare”.

L’esordio ufficiale di Lotte Reiniger all’animazione avviene nel 1919 con L’ornamento del cuore innamorato (Das Ornament des verliebten Herzens) e Der Amor und das standhafte Liebespaar nel 1920. Da qui in poi la Reiniger si dedica alla produzione di trasposizioni di fiabe quali Cenerentola, La Bella Addormentata nel Bosco e La valigia volante per poi realizzare nel 1926 il meraviglioso Die Abenteuer des Prinzen Achmed della durata di poco più di un’ora (ufficialmente il primo lungometraggio animato) e colorato a mano Lotte-Reiniger(l’originale in nitrato risulta disperso) che include elementi della raccolta di novelle Le Mille e una Notte, in particolare estratti da Il Principe Ahmed e la fata Pari-Banu. Il film necessita di circa tre anni di lavorazione e non è molto difficile immaginare come si fosse trattata di un’impresa titanica per l’epoca. Come per tutti i suoi film, la Reiniger adopera un paio di forbicine da ricamo, un grande tavolo di lavoro illuminato dal basso e le sue fedelissime silhouette di cartoncino e piombo letteralmente “smembrate” in più parti per permetterne qualsiasi tipo il movimento. Ovviamente, l’attrezzatura della Reiniger é in realtà molto più complessa di così, perciò, non volendo tediare nessuno con ulteriori spiegazioni tecniche, rimando al libro di Pierre Jouvanceau Il Cinema di silhouette, oppure a un bel video con protagonista una Reiniger che non ci guida, come ci aspetteremmo, nelle sue cucine per spiegarci come preparare un ottimo Apfelstrudel, bensì verso il suo macchinario illuminato e illustrarci passo dopo passo la sua passione di vita.

Una delle fiabe trasposte da Lotte Reiniger é Aschenputtel (Cenerentola) del 1922, uno dei primi esempi del mestiere certosino operato dall’autrice, che porterà avanti fino alla morte: difatti, con l’avvento del sonoro la creatività di Lotte Reiniger trova nell’accompagnamento musicale un incentivo per continuare a raccontare storie fino alla fine degli anni Settanta. E’ bene scordarsi fin dal principio l’insopportabile coppia di topi Giac e Gas, il gatto Lucifero e l’alienante Bibbidi Bobbidi Bu della fata Smemorina che grazie al cielo faranno la loro comparsa solo ventotto anni dopo nella più stucchevole versione di Walt Disney. In questa sede la rappresentazione di Cenerentola é più cupa e agrodolce (in una didascalia appare addirittura il termine “sgualdrina”), mostrata anche sia dai riquadri ritagliati a zig zag che dai contorni spigolosi delle sorellastre e della matrigna, e la trasformazione da serva a principessa per una notte avviene sulla tomba della madre grazie all’aiuto di uno stormo di uccellini. Le didascalie in rima, edite da Humbert Wolfe, ci introducono alla fiaba dei fratelli Grimm: “Un paio di forbici ci raccontano come Cenerentola, vittima di due sorelle e della matrigna, si trasformò in principessa”. Nel quadro successivo una mano umana ritaglia da un pezzetto di carta la figurina di Cenerentola che prende vita e dà inizio alla storia che tutti conosciamo. La maestria di Lotte Reiniger conferisce delicatezza e dolcezza alla fiaba dal finale originariamente piuttosto scabroso (non viene mostrato il momento in cui gli uccellini cavano gli occhi alle sorellastre come tremenda punizione divina, la Reiniger si limita all’ E vissero tutti felici e contenti squarciando in due la silhouette della matrigna); il risultato é quindi una raffinata e pregiata opera d’artigianato che sorprende soprattutto per le fantasiose e innovative transizioni da una scena all’altra. Aschenputtel é la semplice, ma importante premessa di quello che sarà Il Principe Ahmed quattro anni più tardi in cui le soluzioni narrative si fanno più complesse e spettacolari, grazie al sapiente uso di sovrapposizioni, materiali grezzi come la sabbia e la cera, carta e vetri colorati.

Questo è uno di quei pochi casi in cui preferisco non soffermarmi troppo sull’analisi di un film, poichè sono convinta che la fruizione di un film di Lotte Reiniger non porti a farsi troppe domande: é nero su bianco, carta su vetro. Semplice e bellissimo.

Aschenputtel / Lotte Reiniger. – Soggetto: Jacob Grimm, Wilhelm Grimm – Sceneggiatura: Humbert Wolfe – Berlino: Institut für Kulturforschung, 1922. – Lunghezza: metri 374 circa.
Stato: sopravvissuto.

Fonti: Giannalberto Bendazzi, Cartoons. Cento anni di Cinema d’animazione, Marsilio, 1988.
Pierre Jouvanceau, Il Cinema di silhouette, Le Mani, 2004.
Gianni Rondolino, Storia del Cinema d’animazione, Einaudi, 1974.