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Il mondo di carta di Lotte Reiniger – Aschenputtel (1922)

Recentemente ho potuto assistere ad un incontro organizzato dalla Cineteca di Bologna con Giannalberto Bendazzi, massimo guru della storia del cinema d’animazione mondiale che il nostro Paese ha la fortuna e l’onore di possedere. vlcsnap-2009-10-15-20h56m23s72 Rapita dalle poche ma sagaci parole del pacatissimo maestro, mi sono resa conto di essere totalmente ignorante sul cinema d’animazione muto, tralasciando il gatto Felix, il primo Mickey Mouse con la lingua di fuori e gli occhi allucinati, gli spettacoli di lanterna magica achmed26-bige Théâtre optique, i deliri del cinema futurista e le ombre cinesi di fine Ottocento. Per colmare questa grave lacuna, nei giorni successivi decido di mettermi a consultare Cartoons. Cento anni di cinema The-Groundbreaking-Silhouette-Animations-of-Lotte-Reinigerd’animazione dello stesso Bendazzi, edito nel 1988 da Marsilio (versione meno aggiornata del più recente Animazione. Una storia globale, UTET, 2017). Di un libro o, in questo caso, di una vera e propria enciclopedia, la prima cosa che sono solita a fare é dare una rapida occhiata alle pagine centrali di carta lucida con le illustrazioni esemplificative; due di queste catturano la mia attenzione, cioè fotogrammi tratti da due film di un’animatrice tedesca: Lotte Reiniger (Berlino, 2 giugno 1899- Dettenhausen, 19 giugno 1981).
Immediatamente mi vedo costretta a dover abbandonare per sempre la convinzione che i conigli e i topi antropomorfi di casa Disney siano stati i primi protagonisti del cinema d’animazione mondiale. Con mio grande stupore scopro che la parentesi muta del cinema d’animazione contiene tantissimi nomi (vale la pena citare Winsor McCay, Berthold Barthosch e Kenzō Masaoka), innumerevoli opere e altrettante sperimentazioni; la spiccata curiosità verso la vita di Lotte Reiniger mi porta ad apprendere come il primo vero lungometraggio animato non sia opera di Walt Disney, bensì di questa signorina tedesca il cui, a suo dire, unico talento era quello di ritagliare dettagliatissime silhouettes di cartoncino. Null’altro. E qualcuno potrebbe alzare la mano perplesso e dirmi: “Ok, e quindi cosa ha fatto di tanto speciale?”. Io sono dell’idea che se sei una fan di Paul Wegener (Lo Studente di Praga, 1913 e Il Golem, 1915), assisti a una sua conferenza, ti iscrivi alla scuola di teatro di Max Reinhardt per poterlo conoscere di persona, cerchi di fare colpo ritagliando a tutto spiano silhouettes degli attori che ti circondano, diventi autrice delle didascalie de Il pifferaio magico di Hamelin (Paul Wegener, 1918) e metti in piedi una squadra di professionisti in cui sei l’unica donna in un panorama in cui le donne-regista si contano sulle dita di una mano, forse è il caso di dire che il tuo unico pregio non si riduce al mero “taglio perchè non ho nulla da fare”.

L’esordio ufficiale di Lotte Reiniger all’animazione avviene nel 1919 con L’ornamento del cuore innamorato (Das Ornament des verliebten Herzens) e Der Amor und das standhafte Liebespaar nel 1920. Da qui in poi la Reiniger si dedica alla produzione di trasposizioni di fiabe quali Cenerentola, La Bella Addormentata nel Bosco e La valigia volante per poi realizzare nel 1926 il meraviglioso Die Abenteuer des Prinzen Achmed della durata di poco più di un’ora (ufficialmente il primo lungometraggio animato) e colorato a mano Lotte-Reiniger(l’originale in nitrato risulta disperso) che include elementi della raccolta di novelle Le Mille e una Notte, in particolare estratti da Il Principe Ahmed e la fata Pari-Banu. Il film necessita di circa tre anni di lavorazione e non è molto difficile immaginare come si fosse trattata di un’impresa titanica per l’epoca. Come per tutti i suoi film, la Reiniger adopera un paio di forbicine da ricamo, un grande tavolo di lavoro illuminato dal basso e le sue fedelissime silhouette di cartoncino e piombo letteralmente “smembrate” in più parti per permetterne qualsiasi tipo il movimento. Ovviamente, l’attrezzatura della Reiniger é in realtà molto più complessa di così, perciò, non volendo tediare nessuno con ulteriori spiegazioni tecniche, rimando al libro di Pierre Jouvanceau Il Cinema di silhouette, oppure a un bel video con protagonista una Reiniger che non ci guida, come ci aspetteremmo, nelle sue cucine per spiegarci come preparare un ottimo Apfelstrudel, bensì verso il suo macchinario illuminato e illustrarci passo dopo passo la sua passione di vita.

Una delle fiabe trasposte da Lotte Reiniger é Aschenputtel (Cenerentola) del 1922, uno dei primi esempi del mestiere certosino operato dall’autrice, che porterà avanti fino alla morte: difatti, con l’avvento del sonoro la creatività di Lotte Reiniger trova nell’accompagnamento musicale un incentivo per continuare a raccontare storie fino alla fine degli anni Settanta. E’ bene scordarsi fin dal principio l’insopportabile coppia di topi Giac e Gas, il gatto Lucifero e l’alienante Bibbidi Bobbidi Bu della fata Smemorina che grazie al cielo faranno la loro comparsa solo ventotto anni dopo nella più stucchevole versione di Walt Disney. In questa sede la rappresentazione di Cenerentola é più cupa e agrodolce (in una didascalia appare addirittura il termine “sgualdrina”), mostrata anche sia dai riquadri ritagliati a zig zag che dai contorni spigolosi delle sorellastre e della matrigna, e la trasformazione da serva a principessa per una notte avviene sulla tomba della madre grazie all’aiuto di uno stormo di uccellini. Le didascalie in rima, edite da Humbert Wolfe, ci introducono alla fiaba dei fratelli Grimm: “Un paio di forbici ci raccontano come Cenerentola, vittima di due sorelle e della matrigna, si trasformò in principessa”. Nel quadro successivo una mano umana ritaglia da un pezzetto di carta la figurina di Cenerentola che prende vita e dà inizio alla storia che tutti conosciamo. La maestria di Lotte Reiniger conferisce delicatezza e dolcezza alla fiaba dal finale originariamente piuttosto scabroso (non viene mostrato il momento in cui gli uccellini cavano gli occhi alle sorellastre come tremenda punizione divina, la Reiniger si limita all’ E vissero tutti felici e contenti squarciando in due la silhouette della matrigna); il risultato é quindi una raffinata e pregiata opera d’artigianato che sorprende soprattutto per le fantasiose e innovative transizioni da una scena all’altra. Aschenputtel é la semplice, ma importante premessa di quello che sarà Il Principe Ahmed quattro anni più tardi in cui le soluzioni narrative si fanno più complesse e spettacolari, grazie al sapiente uso di sovrapposizioni, materiali grezzi come la sabbia e la cera, carta e vetri colorati.

Questo è uno di quei pochi casi in cui preferisco non soffermarmi troppo sull’analisi di un film, poichè sono convinta che la fruizione di un film di Lotte Reiniger non porti a farsi troppe domande: é nero su bianco, carta su vetro. Semplice e bellissimo.

Aschenputtel / Lotte Reiniger. – Soggetto: Jacob Grimm, Wilhelm Grimm – Sceneggiatura: Humbert Wolfe – Berlino: Institut für Kulturforschung, 1922. – Lunghezza: metri 374 circa.
Stato: sopravvissuto.

Fonti: Giannalberto Bendazzi, Cartoons. Cento anni di Cinema d’animazione, Marsilio, 1988.
Pierre Jouvanceau, Il Cinema di silhouette, Le Mani, 2004.
Gianni Rondolino, Storia del Cinema d’animazione, Einaudi, 1974.

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Da Giselda a Leda – “Trappola” (1922)

gennaio 18, 2018 2 commenti

IMG_0187Siamo negli anni Dieci del Novecento e il nome di Giselda Lombardi (Roma, 10 marzo 1892 – Roma, 2 ottobre 1957) può non dire molto, eppure, poco più che ventenne, è la musa e compagna di Trilussa, il quale le anagramma il nome in Leda Gys e le toglie gli abiti da comune ragazza borghese di Trastevere, per introdurla in quel sontuoso mondo costellato da icone del cinema come Francesca Bertini, Lyda Borelli, Alberto Collo, Emilio Ghione, Hesperia, Maria Jacobini, Amleto Novelli. Da Giselda a Leda. Un’attrice del cinematografo, una (anti)diva, una signorina dei caffé e dei salotti romani, una stella dagli occhi bistrati e vispi e dal piglio sbarazzino, un’artista unica nel suo genere e inconsueta nel suo personalissimo modo di recitare dato da due sole regole: l’improvvisazione e la spontaneità. Ne parlerò meglio più avanti con il film Trappola che ho visionato personalmente alla Cineteca di Bologna.
La carriera di Giselda, quindi, inizia completamente in discesa, grazie ad una bellezza che non passa inosservata e alla raccomandazione di Trilussa che la indirizza alle neonate Case di produzione Cines e Celio; esordisce nel gennaio 1913 in tre brevi film: L’albero che parla (raccontino sentimentale), Amore e automobilismo (commedia) e La dama di picche (dramma). Non trovo affatto scontato sottolineare come si tratti di tre pellicole di lunghezza non considerevole: difatti, le prime vere esperienze di Leda Gys coincidono in primis con il delicato passaggio da corto (pellicola di lunghezza inferiore ai 500 metri) a lungometraggio (il suo primo film ufficiale è, appunto L’Histoire d’un Pierrot, di Baldassarre Negroni del 1914 lungo 1200 metri circa) con il riassetto dell’organizzazione produttiva e della distribuzione, il ricambio generazionale di attori, scrittori, intellettuali e drammaturghi e, in favore della Gys, lo spostamento del centro produttivo nazionale da Torino a Roma.
Sotto Cines e Celio, Leda Gys impersona ruoli di ragazza ingenua e romantica, spesso vittima di padri e mariti, inserita quindi nel genere della commedia sentimentale; successivamente, nasce un sodalizio artistico con Mario Caserini e, a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, il genere tramuta in propagandistico e patriottico con film come Sempre nel cor la Patria!… (1915) di Carmine Gallone o Passano gli Unni (1915) di Caserini.
Il tono generale delle pellicole in cui compare Leda Gys vira ulteriormente nel biennio 1916-1917 verso la tragedia, specchio della produzione italiana di quegli anni in cui si trovano temi come prostituzione e maternità illegittima (Fiore d’autunno, M. Caserini, 1916), droga (Chi mi darà l’oblio, M. Caserini, 1917) o incesto (Come in quel giorno, M. Caserini, 1916); questi tre film hanno un vastissimo successo di pubblico in Spagna, in cui la figura di Leda Gys acquisisce una grande popolarità.
Dopo la conclusione della fruttuosa collaborazione con Caserini e la fine della relazione con Trilussa, una cospicua fetta di carriera é dedicata al cinema napoletano con la Poli Film, successivamente assorbita dalla Lombardo-Film, una delle poche case di produzione a sopravvivere, grazie all’accortezza di Gustavo Lombardo e di Stefano Pittaluga, alla terribile crisi e bancarotta del 1921 che manda letteralmente al macero gli sfarzi e gli orpelli delle produzioni di pochi anni prima, crisi da cui il cinema muto italiano non si riprenderà mai del tutto. Il proposito della Casa è quello di trasformare Leda Gys in una diva dannunziana e femme-fatale: l’ennesimo cambio di genere è evidente in Io ti uccido! (Giulio Antamoro, 1919) e Leda senza cigno (Giulio Antamoro, 1918, dall’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio). Il 1918 segna l’incontro tra Leda Gys e Lombardo, il quale trasforma la Poli Film in Lombardo Film, grazie ad un’acuta strategia e politica di valorizzazione del cinema partenopeo. I due si legano professionalmente e sentimentalmente e la carriera della Gys sottolinea un ritorno alla commedia frivola di ambiente napoletano.
Pochissime delle circa novanta produzioni in vent’anni di carriera ci sono pervenute: Leda Gys viene dimenticata subito dopo il ritiro a vita privata nel 1930 per dedicarsi completamente alla crescita e all’istruzione del figlio Goffredo (diventato uno dei principali produttori italiani del secondo dopoguerra, nonché proprietario della Casa cinematografica Titanus); cadere nel dimenticatoio è un destino comune a tanti attori del cinema muto che, con la novità del cinema sonoro, trovano inammissibile e quasi

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 intollerabile sentire la loro voce riprodotta sul grande schermo. Uno dei pochi film sopravvissuti è Trappola: l’ho scelto perchè è a

parer mio il film che può esemplificare meglio il grande talento recitativo di Leda Gys, la sua versatilità e la sua autoironia. Trappola (distribuito anche come In Trappola) é quello che oggi si potrebbe definire un badass girl movie, un incrocio tra l’impertinenza di Matilda 6 mitica e l’irriverenza di Mean girls, ovviamente con un minimo di decoro e decenza in più rispetto al film di Mark Waters. Una commedia che in qualche modo anticipa di una decina d’anni i dettami della screwball comedy del cinema classico

 hollywoodiano, ma che include certe tecniche di regia abbastanza insolite per questo tipo di genere, come dissolvenze oniriche, carrellate, dialoghi rapidi e poco duraturi o un certo indugio a mantenere la camera fissa su un primissimo piano di un personaggio.
Girato sotto la Lombardo Film nel 1922 con la regia di Eugenio Perego, già collaboratore con Case come Pasquali Film, Milano Films, Do. Re. Mi. e Fert, Trappola é il primo dei sette film nati dal legame professionale di Leda Gys con Perego, tutti girati a Napoli dal 1922 al 1928, che comprendono Santarellina (1923), Vedi Napule e po’ mori (1924), Napoli è una canzone (1927), Napule…e niente cchiù (1928), Rondine (1929) e La signorina Chicchirichì (1929).
La sfrontatezza é evidente sia nell’andamento narrativo che nella recitazione di Leda Gys, qui nei panni di Leda, un’orfana ribelle rinchiusa in un educandato che combina scherzi e marachelle per non soccombere alle rigide regole imposte da suore che campano di Ave Maria non proprio sinceri e di minestrone riscaldato del giorno prima. Un giorno la sua migliore amica Laura lascia l’istituto per intraprendere lo studio privato IMG_0209a casa, ma le due non perdono i contatti: con un acuto stratagemma, incarica l’ignaro professore di ginnastica e dizione Don Bernardo, di spedire e ricevere lettere da Laura, la quale le confida che il suo fidanzato Carlo (Gian Paolo Rosmino, già presente in Ma l’amor mio non muore!) la tradisce con un’ artista circense/attrice/diva, tale Furetta (Suzanne Fabre). In nome della solida amicizia con Laura, Leda fugge dalla prigione-istituto e si reca al teatro di posa (uno studio della Lombardo) dove Furetta sta girando un film. Travestitasi da cavaliere medievale e assunta come comparsa, Leda scopre che Furetta tradisce a sua volta Claudio con il primo attore della casa di produzione per cui lavora. La reciproca antipatia tra Leda e Furetta sfocia poi in un’esilarante lite con mani tra i capelli, morsi calci e pugni, ripresa dal regista del teatro per utilizzarla come materiale filmico che “può venire bene per un altro film”. Attratto dalla vivacità e dall’animo frizzante di Leda, diversamente da Furetta, Claudio se ne invaghisce, ricambiato (la trappola, appunto), ma il senso di colpa nei confronti dell’amica del cuore fa sì che, sotto consiglio di Don Bernardo, divenuto nel frattempo il suo mentore, Leda debba restituire al mittente ciò che non le potrebbe mai appartenere. Laura si è però innamorata di un altro, riuscendo a dimenticare Carlo e le sue pene d’amore e tutto si aggiusta con un lieto fine da favola.
Oltre ad essere una commedia leggera, divertente e piena di equivoci, che spessissimo riesce a strappare qualche risata, Trappola è anche una critica non troppo velata verso l’avarizia, l’ipocrisia e l’estrema severità educativa delle istituzioni religiose (sfido chiunque a trattenere un sorrisetto quando Leda riempie la cena delle suore di olio di ricino) e nei confronti del fenomeno del divismo, qui ridotto a “quattro smorfie che saprei fare pure io” e a un teatrino fatto di erotismo scialbo, automobili regalate, vestiti scollati e finti svenimenti.
La Leda personaggio é tosta, indipendente ed emancipata: non ci pensa due volte a mollare un ceffone (che sa molto di improvvisazione bella e buona) alla comparsa che tenta di molestarla, o a dirne quattro alle forze dell’ordine (“pescecane!”) che la arrestano ingiustamente scambiandola per una ladra di gioielli; il suo spirito di folletto burlone si alterna a quello di una ragazza romantica che scopre l’amore e sospira accarezzandosi il viso con un mazzo di rose, scrive lettere e diari pieni di pathos ed è disposta a tutto pur di preservare gli affetti e le amicizie.
La Leda attrice che fa le boccacce, strabuzza gli occhi, balla sui tavoli (scena scrupolosamente accorciata dalla censura), gira in mutande per l’istituto o stampa un bacio pieno di passione, fanno della Gys una donna moderna e lontana dagli stereotipi del tempo, tanto da renderla un’artista capace di passare con estrema facilità da un genere all’altro, al di là di ottenere apprezzamenti da parte di critica e pubblico in un periodo estremamente difficile per la cinematografia italiana dei primi anni Venti.
Trappola, insieme ai tre film del filone napoletano Vedi Napule e po’ mori, Napoli è una canzone e Napule…e niente cchiù! ad oggi sopravvissuti, è conservato presso la Cineteca di Bologna. I quadri sono in buono stato, sebbene molte didascalie al momento della visione siano di durata eccessivamente breve, tanto da ostacolarne l’immediata lettura; è inoltre evidente che alcune scene siano andate perdute: ad esempio, non è di chiara comprensione il motivo per cui Leda, dopo la fuga dall’istituto, si ritrovi improvvisamente con un cagnolino in braccio, totalmente assente nelle sequenze successive.

Trappola / Eugenio Perego. – Soggetto e sceneggiatura: Eugenio Perego. – Napoli: Lombardo Film, 1922. – Con Leda Gys, Gian Paolo Rosmino, Suzanne Fabre, Claudio Mari, Carlos Reiter.
Lunghezza: metri 1596.
Visto di Censura: 17019, 11 maggio 1922.
Prima visione: 6 giugno 1922.
Stato: sopravvissuto.

Fonte: Aldo Bernardini, Vittorio Martinelli, Leda Gys, Attrice, Milano, Coliseum, 1987.