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Posts Tagged ‘Silent Films’

Josef Kajetán Tyl – Svatopluk Innemann (1926)

Josef Kajetán TylLo abbiamo visto più volte, il primo cinema ceco ruota intorno alle figure importanti che hanno contribuito a formare e tenere vivo il sentimento identitario locale all’interno dell’Impero Austro-Ungarico. Josef Kajetán Tyl è uno di questi: scrittore, attore e drammaturgo è noto probabilmente ai più per aver scritto nel 1834 i versi che sono poi diventati l’inno nazionale ceco Kde domov můj (it. dov’è la mia casa).

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
L’acqua scroscia sui prati,
le fronde frusciano sulle rocce,
nel giardino risplende il fiore di primavera,
il paradiso terrestre a prima vista.
Questa è la splendida terra,
la terra ceca, casa mia,
la terra ceca, casa mia!

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
Se incontri una terra paradisiaca,
Con anime sensibili, in fisici agili,
Di mente chiara, gloriosa e prosperosa,
E con una forza che tutto sfida,
Questa è la gloriosa razza ceca,
In mezzo ai cechi è la mia casa,
In mezzo ai cechi è la mia casa!

I versi riportati, su musica di František Škroup, facevano parte di un’operetta più ampia dal titolo Fidlovačka aneb žádný hněv a žádná rvačka (it. Fidlovačka, ovvero niente rabbia e niente lotta).

La storia di Josef Kajetán Tyl (Zdeněk Štěpánek) è piuttosto travagliata e viene raccontata in forma romanzata dal regista Svatopluk Innemann in più di due ore: nato da una famiglia povera, vista la sua precoce sensibilità per la musica e la composizione, viene inviato dalla famiglia a Praga. Nelle film l’artista raggiunge una compagnia teatrale, tra cui la futura moglie Magdalena Forchheimová (Helena Friedlová), ed inizia presto a mettere in scena delle opere nello Stavovské divadlo (il teatro degli stati di Praga). Qui presenta con successo anche la Fidlovačka e conosce anche la seconda moglie, nonché sorella della prima, Anna Forchheimová-Rajská (Zdena Kavková – anche se non divorzierà mai convivendo con entrambe). Dopo lo scoppio della rivoluzione francese Josef Kajetán Tyl, come tanti, diventa attivo politicamente e sogna di dar vita, a sua volta, ad una ribellione contro i dominatori. Su influsso dello scrittore Karel Havlíček Borovský (Jan W. Speerger) partecipa effettivamente a un colpo di stato, ma viene ferito e la repressione sedata nel sangue (storicamente finsice nel Marzo 1849). Visti i suoi sentimenti sovversivi viene esiliato ed è costretto a partire portandosi dietro compagne e prole. Inizierà qui il suo declino e morirà in povertà di una malattia ignota senza aver compiuto neanche cinquant’anni.

Il film si presenta come un biopic piuttosto moderno e, almeno nell’aspetto, realistico. Prende le mosse da un saggio Josef Ladislav Turnovský di cui ignoro l’attendibilità a livello storico nonché l’aderenza dell’adattamento. Come capitato altre volte, anche qui il film era privo di sottotitoli, anche se conoscendo in generale la storia è abbastanza facile comprenderla, anche se ovviamente si perdono le sfumature. I personaggi sono tantissimi, così come le scenografie e i costumi: dovette essere una sorta Kolossal locale, immagino che la spesa finale, infatti, non fu affatto bassa. Le scene più interessanti che ho visto durante il film riguardano l’inizio, quando un giovanissimo Josef Kajetán Tyl, in procinto di partire, immagina di guadagnare tanti soldi da sfamare la sua famiglia (sopra), e il momento della composizione dell’inno, dove il regista stacca mostrando elementi paesaggistici locali e raffigurazioni pittoriche (sotto).

Il film è piuttosto interessante, la vita dell’artista è ricca e sfaccettata e per chi ama le storie del genere poeta romantico “maledetto” sicuramente potrebbe avere un appeal. Al contempo le vicende di Josef Kajetán Tyl sono fortemente ancorate alla storia locale e la mancanza di una traduzione degli intertitoli, assieme alla durata non indifferente, potrebbero essere un ostacolo piuttosto insormontabile.

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Figlie di Eva (Dcery Eviny) – Karel Lamač (1928)

Dcery EvinyDcery Eviny è l’ultimo film muto della coppia Karel Lamač-Anny Ondra girato in Cecoslovacchia, andranno poi in Germania a girare e lei in particolare avrà anche una felice parentesi cinematografica in Gran Bretagna sotto la regia di Alfred Hitchcock (vi rimando al progetto sul nostro sito). Questo è un melodramma dove la protagonista è una donna fatale e peccatrice, una figlia di Eva per l’appunto, che si ritrova a giostrarsi in uno strano triangolo amoroso.

La Ballerina Nina Lavell (Anny Ondra) sta intrattenendo una relazione con il Barone Hanuš Stetten (Wolfgang Zilzer), che però è sposato. Riceve quindi la visita del Barone Bihl (Theodor Pištěk) che per conto della moglie di lui le chiede di lasciarlo perdere. Per farlo quindi ingelosire e andare via, Nina seduce il Pittore Rudolf Romain (Karel Lamač), abituato a una vita frugale con la mamma e la fidanzatina Maria (Uli TridenskajaMáňa Ženíšková), e lo usa per il suo scopo facendogli credere di essere a sua volta desiderato. I nodi però vengono presto al pettine e Nina, non riuscendo ad uscire dalla tela che lei stessa ha tessuto, si suicida con un colpo di pistola. Sul letto di morte chiede ad Hanuš e Rudolf di tornare con le rispettive compagne e si scusa per il suo comportamento.

Questa storia moraleggiante ebbe un discreto successo in Europa ed è forse una delle pellicole ceche mute più esportate all’estero. La storia del resto riprende tante commedie, anche americane, con stampo moraleggiante in cui la donna fatale si ritrova alla fine a pagare i suoi peccati con la morte. Il film è generalmente ben girato, anche se all’inizio non mi è stato subito chiaro chi avesse sparato a Nina (in realtà come detto è lei stessa a uccidersi forse pentita dei suoi peccati di lussuria) e ho dovuto rivedere la scena per capire cosa fosse successo. Interessante il fatto che tra i due litiganti si inserisca il Barone, ma nel complesso la storia è piuttosto banalotta e gira tutta sulle spalle di Anny Ondra che, dopo prestazioni esuberanti come quella di Milenky starého kriminálníka, è qui un po’ sottotono e in un ruolo più classico da femme fatale.

Insomma, Dcery Eviny è un film molto classico e per questo probabilmente anche godibile, ma mi aspettavo qualcosa di più originale e divertente, quindi sono rimasto un pochino deluso. Probabilmente più a freddo rivaluterò il film nel complesso, ma la mia sensazione è che manchi quel quid in grado di renderlo più di un “film carino”.

Storia di un ragazzo (Historien om en gut) – Peter Lykke-Seest (1919)

Historien om en gutCon Historien om en gut il Cinema Ritrovato ha attraversato il cinema norvegese anche se forse avrei preferito un’altra pellicola. Questo film ricorda un po’ nello spirito le storie di alcuni fumetti o libri per ragazzi tipo Piccolo Ranger o Piccolo alpino. Si tratta di un ragazzo per bene che si ritrova a doversi far valere nella vita di tutti i giorni o perché fuggito dalla famiglia o perché l’ha perduta.

Esben Gram (Esben Lykke-Seest), figlio di un console, viene accusato ingiustamente di aver rubato l’orologio a un professore. Distrutto per aver subito un’ingiustizia, vende le sue cose e scappa di casa. Inizia una serie di avventure che lo riporteranno poi sano e salvo dai genitori grazie a una compagnia di scout che lo salva dall’ira di una banda di ladri.

Il film è quindi composto da una serie di disavventure che si svolgono in posti diversi: prima una nave capitanata da un uomo alcolizzato e violento, poi una fattoria e infine una città dove viene costretto da una banda di ragazzi a compiere furti. Nel finale c’è uno strano inno allo scautismo che era stato introdotto in Norvegia da circa una decina di anni. Non mi pare ci sia stato un contributo da parte dell’associazione scoutistica locale, probabilmente Esben Lykke-Seest, che immagino abbia qualche grado di parentela con il regista, vi faceva parte e il regista ha voluto inserirlo credendo di consigliare quei valori al pubblico a cui era indirizzato il film.

Che dire, è un film carino, ma pensare che sia il film più noto del regista mi fa un po’ storcere la bocca, ma è evidente che il target non sono decisamente io. Inoltre il ragazzino alto-borghese perfettino può facilmente stare sulle scatole.

Non uccidete più (Tötet Nicht Mehr! – Misericordia) – Lupu Pick (1919)

Tötet Nicht MehrTra i film presentati in rassegna durante il Cinema Ritrovato 2019 c’è stato anche Tötet Nicht Mehr, film del regista rumeno Lupu Pick che è una sorta di manifesto contro la pena di morte. In oltre due ore si sviluppano le vicende dei personaggi che si ritrovano a fare i conti con la legge per aver ucciso degli uomini ingiusti.

Erik Paulsson (Lupu Pick) è un violinista affermato ed ha un figlio che ama molto. Questi viene condannato a morte perché partecipa a riunioni rivoluzionarie. Erik si lancia contro l’esecutore della condanna (Bernhard Goetzke) e viene mandato in carcere. Evade assieme a Lundt (Eduard Rothauser), segretario del comandante e cambia città. Comincia una nuova vita, ha una figlia piccola e inizia ricomincia a suonare il violino. Durante una serata si presenta il comandante che ha condannatoil figlio ed Erik lo uccide. Grazie alla difesa di Lundt, diventato avvocato, riceve l’ergastolo e non la pena di morte. Passano 18 anni e viene liberato per buona condotta. La figlia Karin (Edith Posca) sta per sposare Sebald Brückner (Johannes Riemann), figlio del pubblico ministero Brückner (Albert Patry) che voleva condannare Erik a morte. Scoperta l’identità del padre di Karin, il padre di Sebald rompe i contatti col figlio costringendolo a una via di stenti. Prova a scrivere una commedia che recita con la moglie, ma il direttore del teatro (Rudolf Klein-Rhoden) cerca di usare violenza sulla ragazza e una volta respinto chiude lo spettacolo e manda maldicenze sui due ai suoi colleghi. Sebald cerca di andare a casa del direttore dle teatro per chiarirsi ma questi lo assale e lui lo uccide per sbaglio. La sua pena è la condanna a morte, beffa perché il pubblico ministero Brückner ne era grande fautore.

Sebbene il messaggio sia splendido, il film è davvero pesante e a volte poco coerente nello svolgimento. Il Jumping the Shark c’è quando Sebald e Karin iniziano a portare avanti la loro commediola di Pierrot e Colombina, da lì in poi il film diventa troppo pesante e difficile da seguire, perché porta avanti eccessivamente alcuni punti senza prendere lo spettatore. Per intenderci, quando Sebald viene arrestato e processato mancano ancora trenta minuti alla fine e il regista si sofferma troppo a lungo sull’arringa, di una verbosità e retorica fastidiosa, e sul momento in cui aspetta l’esecuzione capitale. Se volessimo poi fare le pulci alla storia, la vera colpa di tutto sta in Lundt che prima è segnatario della morte del figlio di Erik Paulsson e poi non si prende decisamente cura della figlia Karin o delle sue problematiche sebbene in teoria ne fosse il tutore. Insomma il fautore della giustizia e della fine della tortura non è altri che colui che da cui partono le disgrazie della famiglia.

Insomma Tötet Nicht Mehr è un film inutilmente lungo e pesante, che pur mandando un messaggio importante non riesce a veicolarlo con una messa in scena coinvolgente e ben costruita. Il soggetto, originale e scritto da Pick e Gerhard Lamprecht, ha davvero tanti limiti.

La miniera delle idee sepolte (Šachta pohřbených ideí) – Antonín Ludvík Havel & Rudolf Myzet (1922)

Sachta pohrbenych ideiNel corso di questi articoli ci capita spesso di parlare di alcuni personaggi importanti per la definizione di una nazione Ceca e la diffusione dei suoi elementi identitari. Šachta pohřbených ideí ci da l’occasione per parlare di Petr Bezruč, poeta ceco noto principalmente per i suoi Slezské písně (it. Canti della Slesia) pubblicati nel 1909 e poi ampliati nel corso degli anni. Bezruč dedicò parte della sua produzione a parlare di problemi sociali, ed è proprio a partire da una delle sue poesie che si ispira il film di cui andremo a parlare oggi, più in particolare Ostrava (qui la traduzione inglese).

La storia è piuttosto contorta e, come capitato altre volte, mi son dovuto affidare alla trama presente su Czech Feature film (CFF) per capire meglio quanto stava accadendo. Purtroppo anche questo film è molto “verboso” negli intertitoli e non sempre riuscivo a seguire con il mio ceco di base.

Durante la dominazione Austro-Ungarica, l’ingegnere Oblomoský (Anatol Montalmare) diventa proprietario di una miniera. Durante alcune agitazioni dei lavoratori uno di loro, di nome Havlena (Eduard Bartos), viene ferito gravemetne e muore poco dopo lasciando vedova la moglie. Passano gli anni e Oblomoský, che è rimasto colpito dalla vicenda, inizia a frequentare il giovane ingegnere Skála (Antonín Ludvík Havel), innamorato del socialismo e che vorrebbe rendere la minera una proprietà collettiva dello stato. Si intreccia qui la storia di Kohlmann (Eduard Sevcík), un imprenditore che vorrebbe acquisire la miniera e sfruttarne in esclusiva la sua produzione. Viste le agitazioni dei minatori, diventato ancora più potente grazie ai suoi legami con la famiglia dei Rothschild, manda i gendarmi per costringere con la forza i riottosi a riprendere il loro lavoro. Per ottenere quello che vuole decide di preparare addirittura un sabotaggio in miniera, servendosi di Machácek (Rudolf Myzet), un minatore che è diventato sorvegliante e per questo viene evitato dai suoi ex compagni di lavoro. Viene la guerra e Oblomoský muore, lasciando così a Kohlmann la possibilità di prendere la miniera. Ma il suo sfruttamento non durerà tanto: la nuova Repubblica decide di confiscare le miniere e statalizzarle facendo così diventare i lavoratori statali e togliendoli dalle grinfie dell’imprenditore senza scrupoli.

Šachta pohřbených ideí è il primo film a tematica sociale prodotto in Cecoslovacchia e riprende la tematica socialista che abbiamo imparato a conoscere in film provenienti da diversi stati europei dopo la Rivoluzione del ’17. Tra quelli che abbiamo visto posso citare rapidamente l’ungherese Bánya titka (1918), il norvegese Revolutionens Datter (1918) o anche Christian Wahnschaffe (1920-21) che sono stati presentati durante il Cinema Ritrovato 2018.  Il film venne inizialmente censurato alla sua presentazione del ’21 e venne rilasciato solo a seguito di un nuovo editing. Bisogna dire che rispetto a quelli degli altri stati qui non sembra esserci un giudizio negativo. Il motivo è strettamente collegato alla nascita dello neonato stato cecoslovacco, infatti la conquista finale è proprio la confisca della miniera da parte del consiglio nazionale e quindi sostanzialmente la statalizzazione dei dipendenti.

La cosa che ho apprezzato del film sono le scene di massa, l’attenzione al “verismo” con riprese della miniera e dei minatori tra scontri con i militari, con i padroni della miniera o semplicemente in riunioni interne. La scena rappresentata nella locandina riguarda invece un’altra scena molto emozionante e “ricca” a livello visivo, durante la quale i minatori scappano in massa, trasportando anche i feriti, dopo un attentato da parte di Machácek.

Come avrete intuito questo film mi è piaciuto molto, perché racconta tematiche sociali senza quella negatività post rivoluzionaria che abbiamo incontrato tante volte. Inoltre, pur essendo presenti personaggi negativi tra i minatori, si avverte una certa umanità o comunque un desiderio di giustizia che muove le azioni rivoluzionarie. Viene il sospetto che questa rivolta abbia avuto successo filmicamente solo perché rientra all’interno del volere dello stato che, nazionalizzando, porta giustizia ed equità. La tematica socialista sembrerebbe essere ben lontana da quella comunista sovietica nella volontà di chi ha fatto il film o comunque, se la censura riguardava proprio questo, in questa edizione rieditata, ma la sensazione vedendo oggi le vicende è sicuramente diversa.

Ruth Stonehouse al Cinema Ritrovato

Ruth_StonehouseNon si può non solidarizzare un po’ con Ruth Stonehouse, attrice piuttosto mediocre e regista piuttosto anonima che intervistata dal “Motion Picture Magazine” (febbraio 1919), sui suoi progetti disse: “naturalmente voglio essere un’attrice famosa… per un po’… ma poi voglio diventare una regista, una produttrice; voglio occuparmi della parte materiale del cinema, che poi è anche la sua parte artistica”. Bello sognare cara Ruth, la sua carriera da regista durerà appena due anni e si interromperà proprio con Rosalind at Redgate mentre quella di attrice vedrà la fine con l’avvento del sonoro, sintomo forse di una voce non all’altezza.

– Gilded Cage – Anonimo (1916)
Marie (Ruth Stonehouse) è figlia di prime nozze di un padre assente (morto?) e per questo è costretta a vivere come domestica della matrigna (Louise Crolius) e della sorellastra Eloise (Betty Scott). Quest’ultima è fidanzata con Kent (Bryant Washburn), un ragazzo che non è particolarmente ricco, seppure buono di cuore. Ella decide dunque di lasciarlo per sposare Weston (John Thorn) decisamente più abbiente. Si renderà presto conto di aver fatto una scelta sbagliata: il marito la tradisce e minaccia di toglierle tutto qualora osi ribellarsi. Elloise si trova quindi in una gabbia dorata da cui le è impossibile uscire. Nel frattempo Marie inizia a frequentare Kent che probabilmente sposerà vivendo felicemente.

Questo corto ha lo stesso titolo di uno con regia di Harley Knoles dello stesso anno ma che non ha decisamente stessi attori o budget (vi recitano Alice Brady, Irving Cummings e Montagu Love). La storia ricalca un po’ quelle fiabesche stile Cenerentola, con una ragazza bruttina sfruttata dalle sorelle ma che alla fine trova l’amore del suo principe azzurro.

– Rosalind at Redgate – Ruth Stonehouse (1919)
La Storia di Rosalind at Redgate è veramente intricata, a dire a vero senza motivo a tratti, e ci regala anche l’emozione di vedere Ruth Stonehouse come regista e attrice nell’interpretare due cugine identiche: una banca familiare fallisce a causa di uno dei membri, per non far sapere in giro cosa è accaduto l’uomo firma una confessione e promette di restituire il maltolto (cambiale finta). Tutti i beni finiscono alla sorella che rifiuta di dargli il denaro perché questo passa il tempo a farsi mantenere. Assieme al fratello hanno figlie che sono identiche. Alla morte dell’uomo a cui ha fatto la promessa, il banchiere truffatore cerca di recuperarla per ripulirsi la reputazione senza spendere un soldo. Per motivi di onore, infatti, il fratello non aveva rivelato alla famiglia di chi era la colpa. Alla fine, dopo vicende varie, la verità viene a galla e lui fugge colmo di vergogna.

Non so come fosse il romanzo di Meredith Nicholson, ma la storia non è il massimo, sebbene cerchi di riprendere le avventure americane del tempo, e soprattutto Ruth Stonehouse ci mette davvero poco di personale nelle riprese che sono davvero asettiche. Non credo sia da attribuire solo alla misoginia del mondo dello spettacolo la sua prematura scomparsa dal mondo registico, la Stonehouse, seppur a suo modo pioniera, non ha davvero il mordente per mettere in scena film di rilievo.

Pour Don Carlos – Musidora, Jacques Lasseyne (1921)

doncarlos1Nel 1920 usciva il romanzo Pour Don Carlos Pierre Benoît, appena un anno dopo vedeva la luce il suo adattamento. Si tratta del primo lavoro della Société des Films Musidora, girato nei paesi baschi. Determinò l’incontro tra Musidora e Antonio Cañero, qui non come attore ma come consulente tecnico, e quindi l’inizio della storia d’amore tra i due di cui abbiamo già parlato per Soleil et Ombre (1922).

Nel 1876 i Carlisti controllano la parte nord della Spagna ed Allégria Petchart (Musidora), è la loro anima rivoluzionaria. Olivier de Préneste (Stephen Weber), giovane Duca di Biarritz, sta per sposare Lucille de Mercoeur e accetta il posto vacante di sottoprefetto di Villeléon, nei paesi Baschi. Dopo il suo arrivo scopre che il suo posto è stato preso da Allegria, che lo fa prigioniero promettendogli la libertà in cambio del suo aiuto. La rivoluzionaria convince Lucille ad unirsi alla sua causa e fugge. Viene raggiunta da Olivier all’accampamento carlista e parte per combattere. Viene fatto prigioniero in battaglia assieme al Conte di Magnoac (Paul Clérouc). Per liberarlo, Allégria si traveste da stracciona e, dopo aver sedotto il Comandante nemico (Jean Daragon) e avergli fatto firmare una richiesta di rilascio per Olivier, lo uccide. I due giovani iniziano una lunga fuga, aiutati da un vecchio pastore (Henri Janvier) fedele alla causa Carlista e da sua figlia Conchita (Simone Cynthia). I fuggitivi vengono però scoperti e Allégria resta a fare da diversivo e manda Olivier a Biarritz dove vive Lucille. I fidanzati, finalmente riuniti, aspettano il ritorno della loro amica, ma questo non avverrà mai. Il nascondiglio di Allégria viene scoperto e lei viene uccisa dai soldati nemici…

Il finale è davvero emozionante, perché proprio quando Allégria viene uccisa, Lucille e Olivier ricevono una lettera che dice loro di aspettare, anche a lungo, il suo ritorno con fiducia. Mentre vediamo le immagini del funerale del personaggio interpretato da Musidora, i due fidanzati aspettano quindi con ansia di rivedere colei che è riuscita a riunirli. Purtroppo non ci sono molte immagini del film in rete ed il film non è reperibile facilmente. La scena più celebre, che è possibile vedere anche nel documentario Musidora: La Dixième Muse di Cazals, è quella in cui Musidora mangia avidamente il cibo offertogli dal Comandante nemico, mentre questo la guarda o la bacia sempre più eccitato dall’idea di poterla avere. Nel mentre Allégria, per essere certa di poterlo uccidere, continua a richiedere brindisi, versando poi però il suo vino a terra per non rischiare di perdere la propria lucidità.

Tra i tre film spagnoli, questo è certamente il più riuscito ed emozionante, quello dove Musidora dà prova maggiore delle sue capacità attoriali. I paesaggi sono molto belli e la storia emozionante. Speriamo che presto questa trilogia spagnola venga rilasciata per il mercato home video.