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Posts Tagged ‘Muti Bretoni’

Gardiens de phare – Jean Grémillon (1929)

gennaio 30, 2013 1 commento

A partire da un post di Dominique Daniel del sito “Gardien de phares” ho avuto modo di scoprire un film muto di cui non avevo ancora sentito parlare. Si tratta di Gardiens de phare (Guardiani del faro), di Jean Grémillon, regista della bassa Normandia, che si avvicinò all’avanguardia francese partendo dall’ambiente musicale, per poi passare a quello cinematografico. Alla sceneggiatura c’era addirittura Jacques Feyder che si era ispirato all’opera teatrale omonima di Paul Cloquemin e Paul Autier (1905). La trama, non molto originale, ricorda per altro da vicino Finis Terrae sebbene non ne condivida il lieto fine. Il film venne iniziato nel 1928, ma Gilbert Dalleu, l’attore inizialmente scritturato per la parte del padre, fu vittima di un incidente automobilistico che lo costrinse a dare forfait. Quando, circa un anno dopo, si riprese a girare venne scelto Paul Fromet per interpretare quello stesso ruolo.

Yvon Bréhan (Geymond Vital), giovane guardiano del faro locale, viene morso da un cane mentre si trova con la sua ragazza Marie (Génica Athanasiou). Quando Yvon si reca con il padre (Paul Fromet) sul faro, inizia ad accusare i primi sintomi della rabbia. Il mare in tempesta rende però impossibile l’arrivo di soccorsi…

Gremillon mette in scena la storia tragica di un uomo impossibilitato ad aiutare la persona più cara. Nel corso del suo turno di guardia al faro père Bréhan, costretto a compiere il suo lavoro per il bene della collettività, dovrà sacrificare tutti i suoi affetti. Belle ma angoscianti le scene finali in cui si alternano scene di goia e speranza, sulla terraferma, da parte delle donne rincuorate dalla seppur tardiva accensione del faro, mentre sullo stesso faro va in scena la profonda disperazione di un padre. Un film molto interessante che presenta riprese e immagini particolari e ben studiate, ricche di primi piani suggestivi. Se, da un lato, abbiamo un’abientazione bretone banale e stereotipata (tra i vestiti tipici e le solite feste con danze), dall’altra parte abbiamo invece una messa in scena molto originale, con giochi di luci, e inquadrature decisamente stuzzicanti. Bellissime, ad esempio, le riprese fatte sulle barche. Le riprese esterne del film vennero girate quasi completamente nel piccolo borgo di Saint-Guénolé, nel Finistère. Il faro dovrebbe essere quello de la Vielle (per maggiori informazioni cliccate qui).

Il film, a lungo considerato “disperso in mare”, per usare un’espressione dello stesso Grémillon, venne fortunatamente ritrovato in Danimarca nel 1954. Purtroppo, però, nè la loncandina originale dell’epoca, nè la partitura musicale sono conservate (e difatti potete vedere al posto della locandina un mio pastrocchio). Negli anni ’90 il compositore Jean-Louis Agobet ha dato vita alla musica che attualmente accompagna l’opera. Sebbene Gardiens de phare non sia ancora edito in DVD è possibile vederlo nella sua interezza grazie ad una registrazione effettuata durante la proiezione del film nel corso della “V Jornada Brasileira de Cinema Silencioso” (2011) della Cinemateca Brasileira. Questo video è lo stesso che ho inserito in fondo alla pagina. Come vedete la pellicola in alcuni tratti risulta rovinata e certamente meriterebbe un accurato lavoro di restauro. Un sentito ringraziamento a Dominique Daniel per avermi permesso di scoprire questo film!

Curiosità: Génica Athanasiou, attrice originaria della romania, torna a recitare per Gremillon dopo Maldone. Tra i due, oltre ad un rapporto professionale, iniziò presto una relazione che durerà più di dieci anni. L’attrice, scoperta da Charles Dullin, preferirà però la carriera teatrale che continuerà a scapito di quella cinematografica interrotta, di fatto, negli anni ’30.

Approfondimenti: per maggiori informazioni vi rimando alla scheda del sito cinematheque-bretagne ma anche alla recensione presente sul sito avoir-alire.

I Fari e il Cinema

gennaio 29, 2013 2 commenti

Finis Terrae – Jean Epstein (1929)

Esattamente un anno e mezzo fa pubblicavo il mio primo post su questo spazio dedicato al cinema muto. All’epoca si chiamava ancora “senza voce” e mi ostinavo a voler descrivere i film in ogni più piccolo dettaglio. Il primissimo articolo era dedicato a “l’Uomo che Ride“, che aveva ispirato sia il titolo provvisorio del blog che il mio attuale nickname: mutosorriso. Voleva essere un omaggio a Gwynplaine e al suo triste e silenzioso sorriso, che mi aveva colpito profondamente. Ieri, con l’ultimo capitolo della trilogia di The Rat, ho raggiunto quota 65 recensioni e più di 12.000 visite. Non avrei mai pensato di raggiungere traguardi di questo tipo. Ma la cosa più bella, e l’ho ripetuto più volte, è stata quella di poter conoscere tante persone nuove e trovare nuove ed entusiasmanti collaborazioni.
L’ultima di queste è appena partita grazie a Gianni e Federica, fondatori del blog Uomini e lighthouse. Tutto è partito da un film muto a cui tengo particolarmente e di cui avevo parlato nel Febbraio dello scorso anno. Si tratta di Finis Terrae, di Epstein, affresco della Bretagna dell’inizio del secolo scorso. Proprio da lì è nato uno scambio di mail più o meno lunghe che è culminato con un progetto, partito proprio ieri, che mi ha subito emozionato. Cercherò infatti di parlare dei film, non solo muti, che parlano dei fari. L’idea di partenza era quella di limitarsi alla Bretagna, ma visto il mio amore per l’Irlanda (e grazie forse anche alla mia conoscenza dei film irlandesi), abbiamo deciso di estendere la nostra area di interesse. Gli articoli cercheranno di incentrarsi più sui fari che non sulla storia del film, per questo non escludo di tornare a parlare di Finis Terrae e di un altro film che mi piace particolarmente, l’Homme du Large di Marcel l’Herbier. Siamo partiti con un film del 2004, l’Équipier di Philippe Lioret, ambientato nell’isola di Ouessant.

Spero mi seguirete anche in questa nuova avventura che non metterà, assolutamente, in disparte il progetto “E Muto Fu” che continuo a portare avanti con il massimo entusiamo.

Per finire volevo segnalare l’apertura di tre pagine diverse per gli indici (divisi in ordine alfabetico, per regista e per attore), prima raggruppati in un’unica pagina.

Grazie a tutti voi lettori che avete permesso a questo spazio di tagliare questo storico traguardo.

Yann

Finis Terrae – Jean Epstein (1929)

febbraio 17, 2012 6 commenti

Anticipando capolavori del calibro di La Terra Trema del nostro Visconti o Man of Aran di Flaherty, Jean Epstein, grande maestro dell’avanguardia francese, ci presenta la dura vita dei pescatori bretoni regalandoci un affresco della loro splendida cultura. Proprio dall’amore per questa terra nasce questo film, un documentario di un popolo che fino alla seconda guerra mondiale manteneva intatta la sua autenticità.

Quattro pescatori di alghe, si recano nella deserta isola di Bannec, vicino alla più celebre Ouessant. Entrambe le isole rientrano nel dipartimento del Finistère, dal latino Finis Terrae, fine della terra, che in bretone, Penn-Ar-Bed, acquisisce il significato di fine del mondo. In effetti un senso di isolamento  accompagna i nostri pescatori al lavoro nelle prime fasi della vicenda. La loro tranquilla solitudine viene improvvisamente rotta: il povero Ambroise, infatti, si ferisce accidentalmente ad un dito con una scheggia di vetro. Con il passare dei giorni la ferita si infetta e il ragazzo inizia a perdere le forze. Nel frattempo a Ouessant il guardiano del faro avverte il dottore dell’isola della strana assenza di attività a Bannec. Questi, spinto dalle insistenti richieste delle madri dei pescatori, decide di partire sfidando la tempesta. Intanto tra i pescatori il giovane Jean-Marie, decide di provare a salvare il suo amico mettendosi in mare nonostante il pericolo. A complicare il tutto arriva una fitta nebbia che non permette alle due imbarcazioni di vedere chiaramente l’orizzone. Riusciranno ad incontrarsi? O un fatale destino lascerà che si sfiorino soltanto?

Epstein ci regala tante piccole fotografie della nostra bretagna, Roch Avet una musica splendida ed evocativa. La parte migliore è sicuramente rappresentata dalla scena in cui la voce viene lasciata al vento ed alle onde, lasciando lo spettatore completamente immerso nella magia paesaggio locale. Gli attori, tutti veri isolani, contribuiscono meravigliosamente a rendere realistica l’ambientazione, dandoci tanti piccoli quadretti di vita quotidiana, tra tradizione (con i vestiti tipici) e religione (uno degli elementi cardine della Bretagna). Il film, sebbene non sia stato distribuito in dvd, è stato completamente restaurato e proposto più volte sui canali Arte (come potete vedere in questa scheda in cui per altro si riporta una splendida frase del regista). Sperando che questa mancanza venga presto colmata non mi resta che lasciarvi regalandovi una delle scene più evocative della pellicola, in cui le donne, preoccupate, aspettano con ansia il ritorno del dottore. Buona visione e buona Bretagna.

La giustizia del mare (l’homme du large) – Marcel L’Herbier (1920)

agosto 20, 2011 2 commenti

Oggi torniamo al cinema francese con una pellicola davvero straordinaria, forse una delle migliori di Marcel l’Herbier. Mi riferisco a l’homme du large, storia molto evocativa tratta da Un drame au bord de la mer di Honoré de Balzac. La vicenda si svolge nella mia cara Bretagna, in particolare a Batz-sur-Mer, cittadina purtroppo ora relegata al dipartimento della Loire-Atlantique, le cui riprese spaziano tra le coste del Morbihan e del Finistère. In questo racconto l’elemento bretone è costantemente presente, si va dai costumi tipici, ai balli e agli strumenti tradizionali (la bombarda e il biniou, la cornamusa locale), dalla particolare religiosità allo stretto rapporto con l’elemento primo: il mare, anzi, l’oceano. La Bretagna ha sviluppato una sua particolare forma di religione, fortemente radicata nella natura: basti ricordare che molti dei santi bretoni non sono riconosciuti ufficialmente dalla chiesa. Potete scorrere una cartina della regione e subito vi renderete conto di come la toponomastica sia spesso legata a nomi di santi o al mare: lo stesso Morbihan significa, in bretone, “piccolo mare“. Fino alla prima e seconda guerra mondiale, la Bretagna era ancora così, in tutta la sua semplicità ed “arretratezza”, con il bretone come lingua principale e le proprie tradizioni, tanto da considerarsi quasi uno stato a sè stante. Al termine dei conflitti mondiali, invece, il governo centralizzato francese ha fatto partire un processo di modernizzazione e francesizzazione, ma questo intervento tardivo giustifica il radicato sentimento nazionalista tutt’ora presente nella popolazione locale. Tutti questi elementi sono fondamentali per capire questa pellicola e i personaggi in essa rappresentati.

Il film si apre con l’immagine di un uomo, visibilmente disperato, che giura al mare e a Dio di passare il resto della vita in silenzio e meditazione. Da qui parte un lungo flashback: Nolff (Roger Karl), è un pescatore fortemente legato al suo oceano e, quando la moglie (Claire Prélia) partorisce un figlio maschio, Michel (Jaque Catelain), egli decide di consacrarlo ad esso. Il pescatore fa un patto con la sua consorte: lui educherà e crescerà Michel mentre lei, invece, farà lo stesso con la loro figlia, Djenna (Marcelle Pradot). Gli effetti non tardano a palesarsi: gli anni passanno e il figlio maschio è diventato un depravato fannullone, mentre Djenna è una lavoratrice instancabile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Con il passare del tempo le condizioni di Michel si aggravano: in un crescendo che ricorda Greed di Von Stroheim, questi si avvicina sempre più alla sfrenatezza aumentando i propri vizi, anche per colpa della cattiva influenza del Lucignolo della situazione, Guenn la Taupe (prima interpretazione del grande Charles Boyer). Accecato dalla passione, il ragazzo arriva a non andare al capezzale della madre morente pur di stare accanto alla donna che desidera ardentemente, nel locale più malfamato della città…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Da questo momento in poi Michel perde il controllo: prima tenta di uccidere un uomo, poi, per rubare i soldi che la madre aveva lasciato in eredità a Djenna, ferisce la sorella. Il padre, esasperato, decide di rimandare la decisione al mare purificatore, e dopo essersi assicurato che non potesse fuggire, lo manda alla deriva sopra a una piccola imbarcazione, decidendo di vivere una vita in solitudine e in silenzio. Qualche tempo dopo  il mare darà il suo giudizio…

(potete riprendere la lettura da qui…)

L’homme du large è un film davvero molto interessante sotto tantissimi punti di vista. Henri Langlois, fondatore della cinématèque française, lo definì come “il primo esempio di scrittura cinematografica […] l’homme du large non è una semplice sequenza di fatti spiegati e rilegati da sottotitoli, ma una successione di immagini il cui messaggio ha la stessa forza di un’idea; […] Le didascalie non sostituiscono mai un’immagine per aggiungere frasi che sembrano essere inesprimibili. Si sovrappongono all’immagine per sottolinearne il senso…” (da L’Âge du cinéma 6, 1952;  tr. Esvan Y.) In effetti l’uso delle didascalie è molto originale: esse ritagliano le scene acui si riferiscono presentando sempre, al loro interno, elementi di esse. Grazie all’ultimo restauro operato dalla Gaumont dal 1998 al 2001, ci sono stati inoltre restituiti i colori originali, meticolosamente preparati dal regista, che servivano ad evidenziare maggiormente i contrasti tra le diverse scene e a mostrare e caratterizzare i sentimenti dei vari personaggi. La scena in cui questo gioco dei contrasti sembra avere il suo apice è quella dove si alternano le scene di sfrenatezza di Michel, caratterizzate da un rosso sporco, a quelle scure di agonia della madre. Tema portante è la redenzione, la dicotomia tra bene e male, l’attaccamento alla religiosità. L’Homme du large presenta un’altra caratteristica molto importante: un po’ come moderna Odissea, questo film presenta uno dei primi casi in cui la storia parte da un flashback per poi ricongiungersi all’inizio della vicenda e proseguire con la storia. Un film tanto ricco di eccessi non potè sfuggire alla censura, anche se gli interventi, in realtà limitati alle scene riguardanti il locale peccaminoso, dove si alternano baci lascivi e scene saffiche, vennero subito resi vani dallo stesso regista che si premurò di reinserire le parti tagliate nella pellicola originale.

L’Homme du large ebbe un vasto successo sia di pubblico che di critiche che si protrasse nell’arco degli anni. Forse è il film più espressionista del regista francese, il più carico di simboli, che si nascondono in ogni scena. Nel 2009 la Gaumont ha finalmente messo in vendita il DVD della versione restaurata, che ha permesso così di poter godere a pieno di questo capolavoro. Un film di cui si parla poco in Italia ma che merita di essere visto.