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Posts Tagged ‘Victor Sjöström’

Fuoco a bordo (Eld ombord) – Victor Sjöström (1923)

aprile 17, 2015 1 commento

Eld Ombord è l’ultimo film muto svedese di Victor Sjöström che sarebbe poi partito per gli Stati Uniti alla ricerca della definitiva consacrazione. Questa è anche la penultima volta in cui svolgerà il doppio ruolo di regista e attore. Bisognerà aspettare il sonoro per rivederlo in queste due vesti con Markurells i Wadköping (1931). Sia quest’ultimo che il nostro Eld Ombord hanno in comune il fatto di essere tratti da un soggetto di Hjalmar Bergman. Ma andiamo alla trama:

Ann-Britt Steen (Jenny Hasselqvist) ha sposato l’armatore Jan Steen (Matheson Lang). Ma Ann è amata follemente anche da Dick (Victor Sjöström), ragazzo con un passato oscuro che non ha mai digerito il fatto che lei abbia sposato un altro. Inutile dire che i due uomini si odiano. Jan diventa sempre più geloso e decise di far vivere la moglie e la figlia con sé sulla nave. Nel frattempo Dick cerca disperatamente un lavoro. Col tempo Jan inizia ad avere problemi economici ed imbarca clandestinamente dell’esplosivo nascosto in botti di burro. Nell’issare il carico un membro dell’equipaggio viene ferito e si è costretti a sostituirlo in fretta e furia. Indovinate chi prende il suo posto? Ovviamente Jan e Dick se ne accorgono troppo tardi di essere sulla stessa nave, ormai sono salpati e il carico va consegnato in fretta, così indicono una tregua. In poco tempo il nuovo arrivato diventa molto amato dalla ciurma e dalla figlia e moglie di Jan, il quale diventa gelosissimo. Presto arriva il dramma: Dick scopre cosa c’è nel carico, in una lite Jan ferisce gravemente la moglie. L’equipaggio si ammutina e Dick decide di far esplodere la nave credendo di aver perduto per sempre la sua amata. Ma è davvero tutto finito?

Una storia molto ben costruita tra colpi di scena e un finale che non mi sarei mai aspettato. Il film viene ricordato per un motivo decisamente buffo. La nave ad un certo punto doveva esplodere ed erano state montate alcune cariche per simulare l’esplosione. La simulazione fu talmente ben fatta che la nave affondò veramente. Per il resto troviamo molti degli elementi tipici della produzione svedese di Victor Sjöström: il mare, la natura, la redenzione, la trasformazione dei personaggi non solo psicologicamente ma anche nella percezione che ne ha lo spettatore. Come ultimo muto svedese, insomma, si può essere più che soddisfatti. Nel film recitano tra gli altri anche Ida Gawell-Blumenthal (mamma di Ann-Britt), Thecla Åhlander (mamma di Dick), Julia Cederblad (cugina di Dick) e Nils Lundell (detective che dice a Dick che Jan è un contrabbandiere). La scene finali sono certamente quelle più a effetto, visto che ho parlato dell’esplosione ecco delle foto che mostrano la sequenza:

Per concludere Eld Ombord è un film estremamente piacevole e l’ora e mezza di durata passa in poco tempo lasciando piacevoli sensazioni nello spettatore. Probabilmente è uno dei film che preferisco del regista, di gran lunga meglio di molti dei film che rimangono della produzione americana. Consiglio a tutti la visione.

La Donna Divina (The Divine Woman) – Victor Sjöström (1928)

aprile 9, 2015 1 commento

Di The Divine Woman (1928) ci resta principalmente un frammento della durata di appena nove minuti visibili su gli 80 di durata complessiva del film. Una parte minima che ha comunque il merito di stregare lo spettatore grazie al potere magnetico di Greta Garbo. Oltre a questo frammento, il Svenska Filminstitutet dovrebbe averne ritrovato un altro lungo meno di un minuto proiettato in pubblico il 27 Febbraio 2011 e di cui potete vedere qualche immagine qui. Ancora più sorprendente, in questi nove minuti Greta Garbo ride, sì, prima di Ninotchka (1939). Andiamo per ordine. Mentre girava Confessions of a Queen, Victor Sjöström scoprì con sua grande sorpresa che Mauritz Stiller era arrivato a Hollywood portando con sé una ragazza ancora sconosciuta, “tale” Greta Garbo. “Vedrai” disse Stiller a Sjöström “questa ragazza diverrà qalcuno” (1). Inizialmente la produzione non voleva saperne di lei, ma Stiller fece fare al suo amico fotografo Arnold Genthe diverse foto alla ragazza. Quando le mostrarono alla MGM cambiarono subito idea e la Garbo venne scritturata. Dopo succesi di pubblico come The Temptress (1926), film maledetto iniziato da Stiller e finito da Fred Niblo, la Garbo venne scritturata in The Divine Woman di Sjöström che ebbe così modo di dirigerla per la prima volta. Certo, l’aveva già conosciuta per comuni conoscenze, ma non l’aveva mai vista al lavoro. Rimase decisamente soddisfatto, arrivava allo studio ben preparata ed aveva un intuito particolare nell’interpretare le scene. Come protagonista maschile ancora una voltra Larsh Hanson, con degli inediti capelli scuri e baffetti, mentre nei panni dell’antagonista Lowell Sherman. Purtroppo il film non era decisamente dei migliori e il manoscritto, tratto dallo spettacolo Starlight di Gladys Unger, a dire di  Sjöström era terribile. L’unica cosa che si salvava era il titolo. La trama era all’incirca la seguente:

Nella Parigi del 1860, Marianne (Greta Garbo), ragazza povera ma di grandi aspirazioni, tenta la carriera teatrale. Mano a mano che il successo cresce, dovrà scegliere tra il giovane soldato Lucien (Lars Hanson), che ha disertato per restarle a fianco, e il ricco Henry Legrand (Lowell Sherman), produttore che le promette fama e ricchezze.

Insomma la storia è molto hollywoodiana, e infatti la critica non lo apprezzò particolarmente, mentre fu un grande successo di pubblico. Il resto è storia: Lars Hanson, Mauritz Stiller e Victor Sjöström tornarono in Svezia poco tempo dopo, mentre la Garbo intraprese la sua carriera trionfale fino all’inaspettato ritiro dalle scene a 35 anni (in The Divine Woman ne aveva appena 26). Non mi resta che lasciarvi al frammento di nove minuti concludendo così il Progetto Sjöström. Se siete a Roma questa sera, 9 Aprile 2015, vi aspetto stasera al Cineclub Detour per la proiezione di The Scarlet Letter di Sjöström. Buona visione!

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I Re in esilio (Confessions of a Queen) – Victor Sjöström (1925)

aprile 8, 2015 1 commento

Da un romanzo di Alphonse Daudet, Les Rois en exil (1879) nasce Confessions of a Queen, terzo film americano di Sjöström. La sceneggiatura venne affidata a Agnes Christine Johnston, di cui il regista svedese non fu molto felice, come del resto del risultato complessivo del film: “Speravo molto nel film Confessions of a Queen, perché il libro era molto itneressante, ma lo scenario travisò tutto. Quanto si conosce poco della vita! Anche Thalberg e tutti gli altri, quando il film fu finito, credevano si fosse realizzata un’altra grande opera. Invece non ebbe nessuna risonanza“(1). Il film non è tutto da buttare. Anche se abbiamo solo una parte del film (una voce fuori campo racconta cosa accade nelle sezioni mancanti, putroppo finale incluso), la storia è piacevole e mi ha riportato alla mente per certe situazioni The Merry Widow di Von Stroheim che fu rilasciato lo stesso anno dalla stessa MGM. Vediamo perché:

Nel regno di Illyria sta per essere incoronato un nuovo Re, Christian II (Lewis Stone), al seguito del matrimonio con Frederika (Alice Terry), principessa di un paese vicino. Il loro matrimonio non è però felice. Il Re è un nullafacente che vista la reticenza della moglie preferisce divertirsi con la lasciva Sephora (Helena D’Algy) piuttosto che occuparsi di lei o del proprio popolo, mentre la Regina è continuamente oggetto di attenzioni da parte del Principe Alexei (John Bowers). La nascita di un erede non cambia la situazione tra i due. Un giorno viene ordito un colpo di stato ai danni del Re: gli viene intimato di firmare una rinuncia al regno, pena la morte. Incitato dalla Regina, Christian II rifiuta le condizioni e dopo una rocambolesca fuga si rifugia a Parigi. Qui Christian cambia e il rapporto che il potere aveva diviso si rafforza nella sfortuna. Purtroppo più cresce l’amore, più il Re diventa geloso della moglie e sospetta un tradimento con Alexei, che intanto lavora per riportare il fratello al trono. Scatta un litigio tra i due coniugi e Christian si rifugia in un bar dove si ubriaca. Frederika è più delusa che mai e il Re le suggerisce di mettere Alexei sul trono. Scatta allora un piano, a insaputa della regina, per uccidere il vecchio Re e togliergli il trono legittimamente. Christian lo capisce ma non fa nulla per sottrarsi al suo destino. Fredrerika scopre il tentativo di attentato e corre al salvataggio del marito. Arriverà in tempo, o l’inganno è stato scoperto troppo tardi?

La storia del principe o Re di un paese esotico, giocherellone e scansafatiche, ma innamorato della propria moglie non è propriamente una novità, e tra i tanti ricorda alla mente la Vedova allegra di Von Stroheim,a mio avviso di molto superiore a Confessions of a Queen. Le analogie sono anche tra l’amore conteso tra i due fratelli, entrambi straordinariamente muniti di baffetti (nell’ideologia muta sinonimo del cattivo di turno). Non è escluso che la scelta di pubblicare a distanza di pochi mesi due film relativamente simili non fosse una scelta voluta dalla MGM. Intendiamoci Confessions of a Queen non è un brutto film, né particolarmente noiososo, semplicemente non lascia niente, è un film sufficiente, piacevole per passare niente e nulla più. Alla luce di questo sorprende leggere il nome di Victor Sjöström alla regia, perché questo non è assolutamente quello che uno si potrebbe aspettare da lui. Da quanto si vede è un film americano, il più americano dei film del regista svedese, complice anche il finale mancante, in cui magari egli poteva racchiudere le sue grandi capacità. In ogni caso, quanto vediamo sullo schermo non è decisamente ciò che ci si aspetta da lui e per questo si resta delusi e indifferenti. Insomma, una vera delusione testimoniata dalla frase già citata all’inizio che lo stesso Victor Sjöström disse qualche tempo dopo: “credevano si fosse realizzata un’altra grande opera. Invece non ebbe nessuna risonanza“.

(1) Idestam-Almquist B., Dramma e rinascita del cinema svedese, Roma 1954.

La prova del fuoco (Vem dömer) – Victor Sjöström (1922)

Vem dömer è il penultimo muto svedese rimastoci di Victor Sjöström, il terzultimo in assoluto. L’ultimo suo lavoro in Svezia è Eld ombord (incendio a bordo – 1923). Il fuoco, come da titolo, è presente anche in Vem dömer anche se per motivi molto differenti. In un certo senso questo film per tematica e atmosfera ricorda da vicino Il monastero di Sendomir (1920). Questa volta però il film è tratto da un soggetto di Hjalmar Bergman scritto per l’occasione.

Protagonista è Ursula (Jenny Hasselqvist) che, pur non amandolo, sposa l’intagliatore Mastro Anton (Ivan Hedqvist). Questi è grande amico del sindaco locale (Tore Svennberg) con cui è solito uscire la sera. Mentre il marito si diverte, Ursula si intrattenersi con il giovane Bertram (Gösta Ekman). La ragazza decide quindi di liberarsi del marito per poter sposare il suo amato. Un giorno un frate (Waldemar Wohlström) giunge nella casa di Ursula per vendere i prodotti del sua monastero. A Ursula viene in mente un piano, e chiede al frate di mettere nel suo anello una dose di veleno. Questi capisce cosa sta accadendo e quando Ursula si distrae mette nello scomparto del gioiello un prodotto innocuo al posto della polvere mortale. Corre poi alla locanda ad avvertire Mastro Anton. Questi torna di corsa a casa e si fa offrire da bere fingendo di non sapere nulla ma guardando la scena dallo specchio: quando vede che Ursula gli versa la polvere dall’anello, Anton muore d’infarto per il dispiacere. La popolazione vorrebbe linciare la ragazza convinta che sia stata lei ad ucciderlo. Nonostante il frate deponga in suo favore, il Priore (Knut Lindroth) decide di sottoporla alla prova del fuoco: questa prova consiste nel passare su un camminamento infuocato ed uscirne vivi; solo così chi è accuso di un reato avrebbe potuto sciogliere ogni dubbio. Visto che Ursula continua a dichiararsi non colpevole, Bertram decide di sottoporsi alla prova la posto suo. Poco prima della fatidica prova, la ragazza capisce il motivo della morte Mastro Anton e sentendosi colpevole decide di rimettersi al giudizio del fuoco. Riuscirà a superare la prova, o le sue colpe la faranno sprofondare nelle fiamme dell’inferno?

In un’atmosfera molto gotica si svolgono le vicende di Ursula, donna egoista e ottusa. Almeno questo è il personaggio come viene presentato all’inizio. Infatti la psicologia della protagonista non resta statica, ma si evolve nel corso della vicenda in un percorso che la avvicina all’amore e quindi a Dio. Solo quando Ursula capisce che le sue azioni hanno portato, pur indirettamente, alla morte del marito può iniziare il vero processo di espiazione. Il fuoco è un elemento importante, perché ha una funzione depurativa. Questo è il significato della prova: a livello simbolico se l’animo di chi attraversa le fiamme è puro o il pentimento è sincero, potrà superare indenne il camminamento ed uscirne come una persona nuova. Ancora una volta Victor Sjöström mette in scena una vicenda fortemente impregnata di morale cristiana e si concentra su un tema tanto caro: quello dell’apparenza e dell’evoluzione caratteriale del personaggio negativo che verso la fine si redime per apparire agli occhi dello spettatore come esempio positivo. Per quanto riguarda il primo aspetto esso è chiarissimo anche solo dalle tre foto che vi metto sotto, che raffigurano prima il crocifisso (che compare ripetutamente nel film), poi il gesto di Mastro Anton prima di morire e infine il tentativo di Ursula di analizzare quanto accaduto la notte della morte del marito:

Film del genere non sono esattamente i miei preferiti, ma in ogni caso non posso dire di non averlo gradito. Il tocco di Victor Sjöström si nota sempre e l’interpretazione degli attori è molto buona. La vicenda si svolge in maniera piuttosto fluida senza eccessivi tempi morti e l’ora e mezza di film scorrono senza problemi.

Il monastero di Sendomir (Klostret i Sendomir) – Victor Sjöström (1920)

aprile 6, 2015 1 commento

Il monastero di Sendormir (Sandomierz, nel sud-est della Polonia) è un dramma molto intenso ambientato nella Varsavia del XVII secolo ispirato a un breve racconto di Franz Grillparze del 1828. Vedere un film svedese ambientato in Polonia è molto strano ma oltre a questo è la modalità della narrazione che è molto poco svedese, ma si avvicina di più ad alcuni drammi simili dell’Europa centrale. Un manifesto Italiano d’epoca presente sul web descrive il film come un “grande dramma passionale d’avventure“. In realtà non è detto che la locandina si riferisca alla versione svedese, infatti nel 1919 venne rilasciato in Germania Das Kloster von Sendomir di Rudolf Meinert (presumibilmente perduto) con Ellen Richter e Edvard von Winterstein. La produzione tedesca proiettò il film in Svezia qualche settimana prima dell’uscita della versione irata da Sjöström, e questo scatenò una sorta di guerra tra la Frankfurter Film-Co. GmbH e la AB Svenska Biografteatern. Diciamo pure che era una pratica piuttosto diffusa quella di sfruttare la pubblicità per un film molto atteso proiettando una versione alternativa o creando a basso costo un film omonimo per ottenere un guadagno facile. In Italia mi viene in mente il caso de L’Inferno di Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguoro, Adolfo Padovan (1911). Purtroppo per quanto riguarda Il monastero di Sendormir non si può fare alcun paragone tra le due versioni. Non ci resta che passare alla trama.

La storia inizia con l’arrivo in un monastero di due nobili (Nils TillbergErik A. Petschler). Vengono accolti da un monaco (Tore Svennberg) dal fare schivo e ambiguo. Su insistenza dei due ospiti, l’uomo racconta la storia del monastero: un tempo quel luogo era il castello del Conte Starschensky (Tore Svennberg), uomo ricco che conduceva un’esistenza felice. Era sposato con una splendida donna, Elga (Tora Teje) da cui aveva avuto una bambina (Gun Robertson). Accanto a lui sempre il fido consigliere (Albrecht Schmidt), pronto ad esaudire ogni suo ordine. Tutto  troppo bello per essere vero: un giorno il consigliere nota che un uomo misterioso si è nascosto nel castello. Subito avvisa il suo padrone temendo possa essere un amante di Elga. Nessuno viene trovato e il Conte si rasserena. Decide di partire per un viaggio pregando il suo aiutante di avvisarlo qualora notasse qualcosa di losco. E in effetti qualcosa accade: con l’aiuto della serva Dortka (Renée Björling), Elga fa arrivare il suo amante, il cugino Oginsky (Richard Lund) nella sua camera, sicura che nessuno sappia niente. Ma il consigliere nota tutto e corre ad avvertire il padrone. La domestica si accorge però in tempo dell’arrivo del Conte e riesce a far fuggire Oginsky e far ricadere su di sé la colpa della padrona. Il Conte crede ciecamente a questa versione finché un ritrovamento non rimette tutto in discussione.

Klostret i Sendomir racconta una storia intensa fatta di grandi sofferenze e tradimenti. Una famiglia perfetta si ritroverà distrutta nel giro di pochi giorni. Il film ci mette davanti personaggi deboli, capaci degli atti più deprecabili pur di avere salva la vita; al contempo racconta di persone forti e decise, capaci di assumersi le proprie responsabilità fino all’ultimo. Le vicende si svolgono quasi per intero all’interno del castello/monastero di Sendomir, luogo di gioia, dolore, penitenza e redenzione. La scelta di raccontare la storia attraverso un flashback contribuiscono a rafforzare la qualità del film fino al finale intenso che non può non turbare lo spettatore. Il personaggio del Conte è certamente il più profondo e interessante. Ma non deve essere sottovalutata la prova di Tora Teje, qui nella sua prima interpretazione, in particolare nella scena clou del film, dove tutto il dramma del personaggio esplode, riportando alla mente le tragedie greche, in particolare Medea di Euripide, seppur con le dovute proporzioni. Il 1920 sarà un anno speciale per Tora Teje che reciterà anche nel celebre Erotikon di Stiller e Karin, figlia di Ingmar per lo stesso Sjöström. La scena che più mi ha colpito ho deciso di raccontervela anche attraverso le immagini: Il Conte sospetta che la moglie lo tradisca e passa la notte insonne a fissare il vuoto. Il passare del tempo è indicato dalla luce che si riflette sul volto del personaggio: prima le candele lo illuminano, poi si spengono. Arriva piano piano l’alba e poi il pieno giorno. L’inquadradtura è sempre la stessa, un primo piano, ma è la luce a variare e a darci l’idea di un passaggio temporale.

Per concludere posso dire che Klostret i Sendomir è stata una bella scoperta, nonostante sia qualcosa di molto differente da quello che mi aspettavo. Tra i tanti muti ambientati nel 1600, questo è, a parer mio, uno dei più interessanti e intensi. Ancora una volta Victor Sjöström mi ha stupito con la sua ecletticità e intelligenza. Non posso che consigliare la visione.

La ragazza di Stormyr (Tösen från Stormyrtorpet) – Victor Sjöström (1917)

Nel 1917 Sjöström era ormai convinto che un film di successo doveva per forza essere tratto da un libro. Gli venne suggerito di trasporre il romanzo della Premio Nobel Selma Lagerlöf dal divertente titolo Una saga intorno a una saga e altre saghe (1908). Fu l’inizio di una lunga serie di trasposizioni da libri della scrittrice, tra cui ricordo lo splendido Il carretto fantasma (1921) e i due film dedicati alla saga dei figli di Ingmar. La storia, nella migliore tradizione della scrittrice svedese, è un intreccio di trame e sottotrame che confluiscono in una sola storia. Questa tanto per facilitarmi nel descriverla:

Due storie sembrano inizialmente svolgersi parallele. Da una parte abbiamo Helga (Greta Almroth), ragazza di Stormyr, che ha avuto un figlio da un uomo sposato che si rifiuta di riconoscerlo. I genitori (William Larsson Thekla Borgh) la costringono ad andare davanti al giudice (Nils Aréhn), nonostante lei sia contaria. Il giorno del giudizio l’uomo, pur di non prendersi le sue responsabilità legali, sta per spergiurare sulla Bibbia la propria estraneità al fatto, ma Helga, ancora innamorata, gli toglie il libro sacro da sotto la mano per evitare che faccia un grave peccato. Decide quindi di ritirare la denuncia guadagnando al stima del pubblico e del giudice. Dall’altra parte abbiamo Gudmund Erlandsson (Lars Hanson), promesso sposo di Hildur (Karin Molander), figlia di Erik Persson, un giurato locale (Georg Blomstedt). Gudmund assiste al processo e si affeziona alla disavventura di Helga. Tornato a casa racconta quanto accaduto in aula al padre Erland (Hjalmar Selander) e alla madre Ingeborg (Concordia Selander). La madre è costretta a stare su una sedia a rotelle e avendo bisogno di assistenza decide di chiamare Helga come sua domestica. Ma la storia deve ancora cominciare! I Persson vedono di malocchio la presenza di Helga, macchiatasi di rapporti extraconiugali nonché madre di un figlio illegittimo. Gudmung è così costretto a rinunciare a lei. Il giorno prima delle nozze, Gudmund va in città e trovando dei suoi amici fa baldoria e si ubriaca. Scatta una rissa e un uomo viene ucciso. Gudmund, con i vestiti strappati, va a dormire e al risveglio non ricorda nulla di quanto accaduto. Il giorno dopo, leggendo il giornale, pensa di essere stato lui a commettere il delitto: l’uomo assassinato è stato ritrovato con una lama spezzata nel corpo. Il ragazzo prende il suo coltello ed è effettivamente spezzato. Il giorno delle nozze decide di andare a costituirsi e Hildur sprezzante lascia il Gudmund al suo destino. Ma i colpi di scena non sono finiti e il finale scioglierà tutti i nodi.

Dice Idestam-Alquist “con una trama del genere Agatha Chistie avrebbe potuto ricavarne un giallo. […] Ma ciò che interessa a Selma Lagerlöf sono le persone, come esse pensano, sentono, reagiscono […]. Ambedue partono col proposito di tenere in tensione il lettore, ma ognuno tratta i temi in modo ben diverso” (1). Victor Sjöström segue passo passo il romanzo della Lagerlöf per un totale di 290 scene. Per evitare le molte didascalie le limita. Molte sequenze ne sono prive, senza danneggiare la comprensione di quanto sta accadendo. Il messaggio è sia con gran parte della produzione del regista che nei lavori della scrittrice: non bisogna lasciarsi accecare dalle apparenze, se una persona è mossa da sentimenti genuini (e spesso e volentieri dalla fede in Dio) ogni ostacolo può essere superato. Da una parte abbiamo Helga, la peccatrice che però ha un cuore tenero ed è mossa da sentimenti veri, dall’altra c’è Hildur, donna dal giudizio facile, meschina e interessata solo al guadagno e all’apparenza. Gudmund si trova a dover scegliere tra queste due realtà, l’apparenza o il sentimento. Una scelta simile la vedremo in I figli di Ingmar (Ingmarssönerna – 1919) con risultati simili. Non a caso anche la saga dei figli di Ingmar era tratta da un libro della stessa Selma Lagerlöf (Ndr. Jerusalem). Altro elemento che ritorna è la vita semplice, al di fuori delle grande città. L’attenzione all’elemento naturale e alla vita modesta e ritirata. Inoltre ancora una volta ci si sofferma sul folklore e sulle tradizioni, esempio dato dalla festa di matrimonio, poi interrotta, tra Hildur e Gudmund. Particolarità del film è quella di sottolineare gli eventi significativi con dei primissimi piani (come potete vedere qui sotto).

Nonostante Tösen från Stormyrtorpet non sia uno dei migliori film del regista, fu proprio questo che fece conoscere Sjöström in America. Nel film recitano Greta Almroth, Lars Hanson e Karin Molander (all’epoca sposata con il regista Gustaf Molander): tutti e tre sarebbero andati negli Stati Uniti, anche se solo Hanson vi recitò (1). La loro avventura durò pochi anni: nel 1928 Lars Hanson e Karin Molander (che si erano sposati nel 1922) tornarono in patria. Secondo la leggenda nello stesso battello trovarono un disincantato Mauritz Stiller che sarebbe morto quello stesso anno. Qualche tempo dopo anche Sjöström fece ritorno definitivamente in Svezia, rinunciando a girare gli ultimi film che aveva da contratto.

Con Tösen från Stormyrtorpet inizia una nuova epoca del cinema di Sjöström, grazie anche al sodalizio con Selma Lagerlöf. I tempi di Dödskyssen erano fortunatamente finiti.

(1) Idestam-Almquist B., Dramma e rinascita del cinema svedese, Roma 1954.

E Muto Fu presenta: La Lettera Scarlatta (The Scarlet Letter) – Victor Sjöström (1926)

aprile 3, 2015 1 commento

Eccoci al nostro terzo appuntamento con le proiezioni mute al Cineclub Detour di Roma. Il film di questa volta merita davvero ed è The Scarlet Letter del 1926, ultima trasposizione muta del romanzo di Nathaniel Hawthorne. Il regista non è certo un personaggio qualunque, Victor Sjöström, o Seastrom come veniva chiamano oltreoceano, era considerato all’epoca uno dei dieci migliori registi in assoluto. E come dargli torto? La MGM ebbe un grande merito all’epoca, ed è quello di aver accolto Mr. Seastrom con tutti gli onori ed avergli dato relativa carta bianca. E si vede! Sebbene il film abbia un’ambientazione molto americana, non si possono non notare analogie con le precedenti produzioni svedesi del regista. Gli venne inoltre concesso l’amico e connazionale Lars Hanson come attore principale, e Lillian Gish nel ruolo di Hester Prynne, la protagonista della vicenda. Pare che inizialmente Sjöström non impazzisse all’idea di avere la Gish nel cast perché aveva la fama di essere una prima donna, fredda e inavvicinabile. E invece il loro rapporto fu davvero idilliaco: la stella statunitense si lasciò condurre docilmente e in The Scarlet Letter e nel successivo The Wind (1928) fu protagonista di due delle sue migliori interpretazioni in assoluto. Sjöström fece anche una ripresa considerata all’avanguardia in America, osò riprendere in carrellata la Gish e Lars Hanson. In Svezia aveva già usato questo trucco, ma per il cinema statunitense era una novità che stupì favorevolmente il pubblico. Se volete saperne di più potete consultare la recensione del film.

Insomma come avrete capito ci sono tutti gli elementi per una bella serata in compagnia. Non mancate quindi Giovedì 9 Aprile alle 20.30 presso il Cineclub Detour di Via Urbana 107. Al termine della proiezione inizierà un dibattito. Questa volta faremo un video confronto con tre versioni sonore del film:

The Scarlet Letter (1934), regia di Robert G. Vignola, con Colleen Moore e Hardie Albright.
Der scharlachrote Buchstabe (1973), regia di Wim Wenders, con Senta Berger.
The Scarlet Letter (1995), regia di Roland Joffé, con Demi Moore, Gary Oldman e Robert Duvall.

La seconda parte sarà una retrospettiva sull’attrice Premio Oscar Lillian Gish e su Victor Sjöström. Inoltre per accompagnare la proiezione stiamo svolgendo il progetto Victor Sjöström che prevede una pubblicazione al giorno fino alla data della proiezione.

Costo del biglietto 5€ intero e 3€ ridotto per studenti. Per accedere è necessario iscriversi al Cineclub (la tessera ha validità annuale) ad un costo di 3€ intero e 2€ ridotto studenti. All’interno del Cineclub è presente un bar che vende bevande alcoliche e analcoliche a prezzi contenuti.

Abbiamo bisogno di voi! Purtroppo se il riscontro non sarà alto la nostra avventura potrebbe già finire. Se siete interessati ma non potete venire condivedete l’iniziativa. Potete farlo invitando i vostri amici all’evento facebook, oppure inviando a chi volete la nostra locandina o, infine, stampando la nostra brochure e distribuendola e librerie o luoghi che considerati adatti allo scopo. 

Grazie a tutti, spero ci vedremo Giovedì al Cineclub Detour!