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Archive for the ‘Svezia’ Category

Il Canto del fiore rosso (Sången om den eldröda blomman) – Mauritz Stiller (1919)

agosto 15, 2019 Lascia un commento

Sången om den eldröda blommanSången om den eldröda blomman si ispira a un romanzo dell’autore finlandese Johannes Linnankoski che ebbe un grande successo all’epoca tanto da ispirare Mauritz Stiller eGustaf Molander nella sceneggiatura di questo film. Attore protagonista un giovane e spericolato Lars Hanson.

Olof Koskela (Lars Hanson) è l’erede di una delle più importanti famiglie di proprietari terrieri della zona. Il ragazzo, però, è anche un grande farfallone e prima seduce Annikki (Greta Almroth) e poi inizia una storia con la serva Elli (Lillebil Ibsen). Quando i genitori di lui (Louise Fahlman Axel Hultman) lo scoprono, gli intimano di lasciarla perché la sua posizione non è consona a una famiglia del loro lignaggio, ma Olof si ribella e si allontana di casa. Cerca di trovare Elli che nel frattempo è stata però allontanata dalla casa in cui lavorava facendo perdere le proprie tracce. Passa qualche tempo e troviamo Olof al lavoro taglialegna. In base al periodo, i taglialegna si spostavano di zona in zona seguendo il fiume per trasportare la legna. Mentre si trova in una cittadina a lavoro, incrocia la giovane Kyllikki (Edith Erastoff), figlia di un orgoglioso proprietario terriero (Hjalmar Peters), e se ne innamora. Lei, orgogliosa come il padre,  non ha mai neanche rivolto la parola a nessun ragazzo che non considerasse degno di lei, eppure Olof, tramite un’impresa ardita (attraversare il fiume a bordo di un tronco d’albero evitando la cascata), riesce a conquistarla. Il padre di Kyllikki, però, non ne vuole proprio sapere di dare la figlia in sposa a un vagabondo e caccia il ragazzo di casa. Olof parte con la promessa di tornare da lei e si ritrova in una grande città. Qui viene adescato da una prostituta che lo porta nella sua casa di lavoro. Proprio qui ritrova Elli, che dopo averlo riconosciuto si suicida per il dolore di essere stata vista in una condizione così misera. Olof è sconvolto e decide di dare un taglio alla sua vita da vagabondo e prendersi per una volta le sue responsabilità: torna a casa e scopre che i genitori sono morti. Con rinnovato vigore, il giovane riprende l’attività di famiglia e torna per sposare Kyllikki qualificandosi come un Koskela e ricevendo così il placet anche da parte del padre di lei.

La storia è piuttosto articolata ma molto godibile. Le diverse atmosfere sono davvero ben rese a livello fotografico, con splendidi paesaggi e belle inquadrature di interni nella parte cittadina. Olof è un giovane spensierato, che con le sue azioni e la sua poca serietà ha fatto soffrire molte persone e causato anche la morte di una ragazza. Attraverso una lunga evoluzione psicologica, però, il giovane riesce a cambiare atteggiamento e tornare dalla donna che lo aspetta e a cui ha promesso un futuro felice insieme. Carino anche il messaggio finale: il padre di Kyllikki gli chiede perché non ha detto subito di essere un Koskela e Olof risponde “perché non volevo prendere moglie usando il nome della mia famiglia ma con il mio e da solo”. Insomma, un modo per dimostrare che anche quando si ha alle spalle la sicurezza economica e un nome importante quello che conta davvero è quello che si è.

Sången om den eldröda blomman è un film giovane e fresco, che riesce a intrattenere piacevolmente per quasi due ore. Particolarità del film è la presenza di una colonna sonora originale, opera di Armas Järnefelt, il cui figlio era presente alla proiezione del Cinema Ritrovato 2019.

Il tesoro di Arne (Herr Arnes pengar) – Mauritz Stiller (1919)

giugno 28, 2019 Lascia un commento

sirarneCon Stiller e il cinema svedese in generale sono sempre andato sul sicuro e anche in questo caso sono stato piuttosto soddisfatto della visione, anche se capitata alle 9 di mattina dopo che la giornata precedente era  finita a mezzanotte in serale. La storia è tratta da Heir Arnes penningar di Selma Lagerlöf, quindi potete immaginare che è ricolmo di moralismo protestante  arricchito da elementi riferibili a leggende locali.

Sir Arne (Hjalmar Selander) è un uomo altero che custodisce nella sua diocesi un tesoro maledetto che nessuno osa toccare. Sir Archie (Richard Lund), Filip (Erik Stocklassa) e Donald (Bror Berger), tre mercenari scozzesi sfuggiti dal carcere e pieni di risentimento, lo trafugano dopo aver ucciso  tutti i membri della famiglia tranne Elsalill (Mary Johnson), che si è nascosta, e scappano nel punto più estremo della Svezia aspettando di poter salpare. Ma il fato non vuole la loro fuga: l’inverno è incredibilmente lungo e freddo e il mare ghiacciato. Caso vuole che Elsalill venga adottata da Torarin (Axel Nilsson), venditore di pesce essiccato che vive proprio nella città dove i mercenari stanno aspettando di poter partire. Sir Archie, vedendo la ragazza, inizia a provare sensi di colpa per quanto ha fatto e decide che l’unico modo per espiare le sue colpe è quello di sposare la giovane. Elsalill si innamora di lui ma scopre presto la verità sul suo conto. A causa sua i tre scozzesi vengono braccati dalle guardie cittadine e Archie, volendosi vendicare per il tradimento, la usa come scudo umano uccidendola. Nel finale i tre vengono catturati e vanno verso una giusta esecuzione.

La storia non è proprio del mio genere,  Selma Lagerlöf è un po’ troppo retorica e ricerca sempre la moralità dietro ogni cosa. Però nel complesso il film mi è piaciuto, i personaggi erano ben costruiti e, pur con i loro limiti, interessanti. Il film è permeato da un senso di inesorabilità del destino con la presenza costante del volere divino. I banditi, giunti nel luogo che dovranno usare per imbarcarsi in Scozia, sono bloccati da un interminabile inverno che, come il capitano dell’unica nave presente dice più volte, è segno del fatto che qualche peccatore vuole uscire dall’isola ma deve prima essere punito. Lo capirà anche Sir Archie, che dopo aver lottato come un leone si arrende nel finale al suo destino, conscio che ormai è stato voluto da una volontà più alta. Come tradizione della scrittrice non mancano i fantasmi, che tanto hanno caratterizzato il mitico Körkarlen di Victor Sjöström (1921). Qui si ritrova nella presenza della sorellina di Elsalill, uccisa senza pietà da Archie e che perseguita lui e guida lei verso la ricerca della verità.

Per chi, come me, non ama i film eccessivamente retorici e moraleggianti, l’apprezzamento o meno si basa sul giusto equilibrio tra una buona narrazione e gli altri elementi. In questo caso mi sembra sia stato abbastanza rispettato quindi tendenzialmente consiglierei la visione. Herr Arnes pengar ha un gusto molto vicino al pubblico svedese e abbiamo già visto in passato opere simili, quindi tendenzialmente se vi piace questo tipo di cinema dovreste andare sul sicuro. Il film è disponibile in edizione restaurata per la Kino Video.

Visioni Notturne (Nattliga toner) – Georg af Klercker (1918)

nattligatonerOgni anno durante il Cinema Ritrovato viene generalmente presentato un film muto svedese, in qeusto caso si è trattato di un film poco noto ai più ma molto amato da Ingmar Bergman, di cui si festeggia il centenario dalla nascita proprio nel 2018. Il film è Nattliga toner di Georg af Klercker, un regista sottovalutato e decisamente sfortunato. Iniziò la sua carriera negli studios di Charles Magnusson, ma per motivi non chiari cadde in rovina ai suoi occhi. Diresse allora film per altre case di produzione che vennero però poi acquisite e riunite nella Svensk Filmindustri, con a capo proprio Magnusson. Nel 1918 la carriera di Af Klercker era dunque terminata, ma non  senza lasciare un bel film come eredità.

La storia narra la storia del Conte Robert von Meislingen (Manne Göthson), uomo con velleità poetiche ma senza effettive capacità. In una delle sue proprietà vive Peter Långhår (Gabriel Alw) tanto povero quanto dotato poeticamente. Condivide le sue opere solo con il vecchio vicino Jens (Justus Hagman) che gli porta regolarmente il poco cibo che riesce a trovare in cambio di qualche buona poesia. Peter nasconde gelosamente un’opera grandiosa, dal titolo “visioni notturne” che se pubblicata gli darebbe certamente il successo. Un giorno il conte scopre le doti del poeta e inizia a pagarlo per ricevere le sue poesie e spacciarle per proprie. Addolcito dal vino e dal denaro, un giorno Peter mostra le sue “visioni” al conte che cerca di acquistarle senza successo. La fama di gloria lo porterà all’estremo gesto: ucciderà Peter e spaccerà per sua l’opera ottenendo la fama tanto desiderata. Ma Jens conosce la realtà e riesce a smascherare il conte che confesserà in punto di morte. Alla storia di Peter si affianca quella di una giovane ballerina (Agda Helin) che subisce una insistente corte da parte del conte nonostante sia fidanzata con Emil (Johnny Björkman) che gestisce l’ospizio dove andrà Jens una volta sfrattato dal Conte. Saranno proprio loro ad organizzare per lui la messinscena che porterà il Conte a rivelare quanto ha fatto.

 

Il film non è stato presentato a seguito di un nuovo restauro, ma la versione visionata è proprio quella fatta a seguito della richiesta di Ingmar Bergman che contiene anche le didascalie che mancavano nella copia conservata. La fotografia nel film è estremamente curata, purtroppo la scarsa reperibilità del film mi consente di mettervi solo foto di scena, che mostrano comunque quanto fosse tutto molto curato. Tra tutto mi ha stupito molto la recitazione di Gabriel Alw, capace di trasmettere con il suo stile recitativo l’intensità di un’opera poetica che di suo ha una componente orale che sembrerebbe difficilmente aggirabile. Eppure, attraverso la mimica manuale e facciale trasmette tutta l’intensità e la sofferenza che le sue “visioni notturne” si presuppone potessero generare nell’ascoltatore. Piccola nota maligna: per assurdo è forse più efficace e forte la sua opera in una versione muta piuttosto che in una sonora in cui magari il testo non era adeguato alla presunta qualità dell’opera.

 

Come spesso capita non tutto è perfetto: il modo in cui il conte muore è un po’ ridicolo: la giovane a cui fa la corte lo invita dopo il suo spettacolo fingendo di essere finalmente interessata a lui. Lui sale sul palco e all’improvviso entra un attore che si è trasvestito da Peter. Colto dallo shock il conte cade in una buca di scena che si trova dietro di lui e batte la testa (vedi sopra). Nonostante questa piccola sbavatura Nattliga toner è stato a mio avviso uno dei film più belli presentati durante il Cinema Ritrovato 2018 che mi ha spinto a prendere in mano le altre opere di Georg af Klercker di cui parlerò magari nei prossimi mesi.

Fuoco a bordo (Eld ombord) – Victor Sjöström (1923)

aprile 17, 2015 Lascia un commento

 

Eld Ombord è l’ultimo film muto svedese di Victor Sjöström che sarebbe poi partito per gli Stati Uniti alla ricerca della definitiva consacrazione. Questa è anche la penultima volta in cui svolgerà il doppio ruolo di regista e attore. Bisognerà aspettare il sonoro per rivederlo in queste due vesti con Markurells i Wadköping (1931). Sia quest’ultimo che il nostro Eld Ombord hanno in comune il fatto di essere tratti da un soggetto di Hjalmar Bergman. Ma andiamo alla trama:

Ann-Britt Steen (Jenny Hasselqvist) ha sposato l’armatore Jan Steen (Matheson Lang). Ma Ann è amata follemente anche da Dick (Victor Sjöström), ragazzo con un passato oscuro che non ha mai digerito il fatto che lei abbia sposato un altro. Inutile dire che i due uomini si odiano. Jan diventa sempre più geloso e decise di far vivere la moglie e la figlia con sé sulla nave. Nel frattempo Dick cerca disperatamente un lavoro. Col tempo Jan inizia ad avere problemi economici ed imbarca clandestinamente dell’esplosivo nascosto in botti di burro. Nell’issare il carico un membro dell’equipaggio viene ferito e si è costretti a sostituirlo in fretta e furia. Indovinate chi prende il suo posto? Ovviamente Jan e Dick se ne accorgono troppo tardi di essere sulla stessa nave, ormai sono salpati e il carico va consegnato in fretta, così indicono una tregua. In poco tempo il nuovo arrivato diventa molto amato dalla ciurma e dalla figlia e moglie di Jan, il quale diventa gelosissimo. Presto arriva il dramma: Dick scopre cosa c’è nel carico, in una lite Jan ferisce gravemente la moglie. L’equipaggio si ammutina e Dick decide di far esplodere la nave credendo di aver perduto per sempre la sua amata. Ma è davvero tutto finito?

Una storia molto ben costruita tra colpi di scena e un finale che non mi sarei mai aspettato. Il film viene ricordato per un motivo decisamente buffo. La nave ad un certo punto doveva esplodere ed erano state montate alcune cariche per simulare l’esplosione. La simulazione fu talmente ben fatta che la nave affondò veramente. Per il resto troviamo molti degli elementi tipici della produzione svedese di Victor Sjöström: il mare, la natura, la redenzione, la trasformazione dei personaggi non solo psicologicamente ma anche nella percezione che ne ha lo spettatore. Come ultimo muto svedese, insomma, si può essere più che soddisfatti. Nel film recitano tra gli altri anche Ida Gawell-Blumenthal (mamma di Ann-Britt), Thecla Åhlander (mamma di Dick), Julia Cederblad (cugina di Dick) e Nils Lundell (detective che dice a Dick che Jan è un contrabbandiere). La scene finali sono certamente quelle più a effetto, visto che ho parlato dell’esplosione ecco delle foto che mostrano la sequenza:

Per concludere Eld Ombord è un film estremamente piacevole e l’ora e mezza di durata passa in poco tempo lasciando piacevoli sensazioni nello spettatore. Probabilmente è uno dei film che preferisco del regista, di gran lunga meglio di molti dei film che rimangono della produzione americana. Consiglio a tutti la visione.

La prova del fuoco (Vem dömer) – Victor Sjöström (1922)

Vem dömer è il penultimo muto svedese rimastoci di Victor Sjöström, il terzultimo in assoluto. L’ultimo suo lavoro in Svezia è Eld ombord (incendio a bordo – 1923). Il fuoco, come da titolo, è presente anche in Vem dömer anche se per motivi molto differenti. In un certo senso questo film per tematica e atmosfera ricorda da vicino Il monastero di Sendomir (1920). Questa volta però il film è tratto da un soggetto di Hjalmar Bergman scritto per l’occasione.

Protagonista è Ursula (Jenny Hasselqvist) che, pur non amandolo, sposa l’intagliatore Mastro Anton (Ivan Hedqvist). Questi è grande amico del sindaco locale (Tore Svennberg) con cui è solito uscire la sera. Mentre il marito si diverte, Ursula si intrattenersi con il giovane Bertram (Gösta Ekman). La ragazza decide quindi di liberarsi del marito per poter sposare il suo amato. Un giorno un frate (Waldemar Wohlström) giunge nella casa di Ursula per vendere i prodotti del sua monastero. A Ursula viene in mente un piano, e chiede al frate di mettere nel suo anello una dose di veleno. Questi capisce cosa sta accadendo e quando Ursula si distrae mette nello scomparto del gioiello un prodotto innocuo al posto della polvere mortale. Corre poi alla locanda ad avvertire Mastro Anton. Questi torna di corsa a casa e si fa offrire da bere fingendo di non sapere nulla ma guardando la scena dallo specchio: quando vede che Ursula gli versa la polvere dall’anello, Anton muore d’infarto per il dispiacere. La popolazione vorrebbe linciare la ragazza convinta che sia stata lei ad ucciderlo. Nonostante il frate deponga in suo favore, il Priore (Knut Lindroth) decide di sottoporla alla prova del fuoco: questa prova consiste nel passare su un camminamento infuocato ed uscirne vivi; solo così chi è accuso di un reato avrebbe potuto sciogliere ogni dubbio. Visto che Ursula continua a dichiararsi non colpevole, Bertram decide di sottoporsi alla prova la posto suo. Poco prima della fatidica prova, la ragazza capisce il motivo della morte Mastro Anton e sentendosi colpevole decide di rimettersi al giudizio del fuoco. Riuscirà a superare la prova, o le sue colpe la faranno sprofondare nelle fiamme dell’inferno?

In un’atmosfera molto gotica si svolgono le vicende di Ursula, donna egoista e ottusa. Almeno questo è il personaggio come viene presentato all’inizio. Infatti la psicologia della protagonista non resta statica, ma si evolve nel corso della vicenda in un percorso che la avvicina all’amore e quindi a Dio. Solo quando Ursula capisce che le sue azioni hanno portato, pur indirettamente, alla morte del marito può iniziare il vero processo di espiazione. Il fuoco è un elemento importante, perché ha una funzione depurativa. Questo è il significato della prova: a livello simbolico se l’animo di chi attraversa le fiamme è puro o il pentimento è sincero, potrà superare indenne il camminamento ed uscirne come una persona nuova. Ancora una volta Victor Sjöström mette in scena una vicenda fortemente impregnata di morale cristiana e si concentra su un tema tanto caro: quello dell’apparenza e dell’evoluzione caratteriale del personaggio negativo che verso la fine si redime per apparire agli occhi dello spettatore come esempio positivo. Per quanto riguarda il primo aspetto esso è chiarissimo anche solo dalle tre foto che vi metto sotto, che raffigurano prima il crocifisso (che compare ripetutamente nel film), poi il gesto di Mastro Anton prima di morire e infine il tentativo di Ursula di analizzare quanto accaduto la notte della morte del marito:

Film del genere non sono esattamente i miei preferiti, ma in ogni caso non posso dire di non averlo gradito. Il tocco di Victor Sjöström si nota sempre e l’interpretazione degli attori è molto buona. La vicenda si svolge in maniera piuttosto fluida senza eccessivi tempi morti e l’ora e mezza di film scorrono senza problemi.

Il monastero di Sendomir (Klostret i Sendomir) – Victor Sjöström (1920)

aprile 6, 2015 1 commento

 

Il monastero di Sendormir (Sandomierz, nel sud-est della Polonia) è un dramma molto intenso ambientato nella Varsavia del XVII secolo ispirato a un breve racconto di Franz Grillparze del 1828. Vedere un film svedese ambientato in Polonia è molto strano ma oltre a questo è la modalità della narrazione che è molto poco svedese, ma si avvicina di più ad alcuni drammi simili dell’Europa centrale. Un manifesto Italiano d’epoca presente sul web descrive il film come un “grande dramma passionale d’avventure“. In realtà non è detto che la locandina si riferisca alla versione svedese, infatti nel 1919 venne rilasciato in Germania Das Kloster von Sendomir di Rudolf Meinert (presumibilmente perduto) con Ellen Richter e Edvard von Winterstein. La produzione tedesca proiettò il film in Svezia qualche settimana prima dell’uscita della versione irata da Sjöström, e questo scatenò una sorta di guerra tra la Frankfurter Film-Co. GmbH e la AB Svenska Biografteatern. Diciamo pure che era una pratica piuttosto diffusa quella di sfruttare la pubblicità per un film molto atteso proiettando una versione alternativa o creando a basso costo un film omonimo per ottenere un guadagno facile. In Italia mi viene in mente il caso de L’Inferno di Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguoro, Adolfo Padovan (1911). Purtroppo per quanto riguarda Il monastero di Sendormir non si può fare alcun paragone tra le due versioni. Non ci resta che passare alla trama.

La storia inizia con l’arrivo in un monastero di due nobili (Nils TillbergErik A. Petschler). Vengono accolti da un monaco (Tore Svennberg) dal fare schivo e ambiguo. Su insistenza dei due ospiti, l’uomo racconta la storia del monastero: un tempo quel luogo era il castello del Conte Starschensky (Tore Svennberg), uomo ricco che conduceva un’esistenza felice. Era sposato con una splendida donna, Elga (Tora Teje) da cui aveva avuto una bambina (Gun Robertson). Accanto a lui sempre il fido consigliere (Albrecht Schmidt), pronto ad esaudire ogni suo ordine. Tutto  troppo bello per essere vero: un giorno il consigliere nota che un uomo misterioso si è nascosto nel castello. Subito avvisa il suo padrone temendo possa essere un amante di Elga. Nessuno viene trovato e il Conte si rasserena. Decide di partire per un viaggio pregando il suo aiutante di avvisarlo qualora notasse qualcosa di losco. E in effetti qualcosa accade: con l’aiuto della serva Dortka (Renée Björling), Elga fa arrivare il suo amante, il cugino Oginsky (Richard Lund) nella sua camera, sicura che nessuno sappia niente. Ma il consigliere nota tutto e corre ad avvertire il padrone. La domestica si accorge però in tempo dell’arrivo del Conte e riesce a far fuggire Oginsky e far ricadere su di sé la colpa della padrona. Il Conte crede ciecamente a questa versione finché un ritrovamento non rimette tutto in discussione.

Klostret i Sendomir racconta una storia intensa fatta di grandi sofferenze e tradimenti. Una famiglia perfetta si ritroverà distrutta nel giro di pochi giorni. Il film ci mette davanti personaggi deboli, capaci degli atti più deprecabili pur di avere salva la vita; al contempo racconta di persone forti e decise, capaci di assumersi le proprie responsabilità fino all’ultimo. Le vicende si svolgono quasi per intero all’interno del castello/monastero di Sendomir, luogo di gioia, dolore, penitenza e redenzione. La scelta di raccontare la storia attraverso un flashback contribuiscono a rafforzare la qualità del film fino al finale intenso che non può non turbare lo spettatore. Il personaggio del Conte è certamente il più profondo e interessante. Ma non deve essere sottovalutata la prova di Tora Teje, qui nella sua prima interpretazione, in particolare nella scena clou del film, dove tutto il dramma del personaggio esplode, riportando alla mente le tragedie greche, in particolare Medea di Euripide, seppur con le dovute proporzioni. Il 1920 sarà un anno speciale per Tora Teje che reciterà anche nel celebre Erotikon di Stiller e Karin, figlia di Ingmar per lo stesso Sjöström. La scena che più mi ha colpito ho deciso di raccontervela anche attraverso le immagini: Il Conte sospetta che la moglie lo tradisca e passa la notte insonne a fissare il vuoto. Il passare del tempo è indicato dalla luce che si riflette sul volto del personaggio: prima le candele lo illuminano, poi si spengono. Arriva piano piano l’alba e poi il pieno giorno. L’inquadradtura è sempre la stessa, un primo piano, ma è la luce a variare e a darci l’idea di un passaggio temporale.

Per concludere posso dire che Klostret i Sendomir è stata una bella scoperta, nonostante sia qualcosa di molto differente da quello che mi aspettavo. Tra i tanti muti ambientati nel 1600, questo è, a parer mio, uno dei più interessanti e intensi. Ancora una volta Victor Sjöström mi ha stupito con la sua ecletticità e intelligenza. Non posso che consigliare la visione.

La ragazza di Stormyr (Tösen från Stormyrtorpet) – Victor Sjöström (1917)

Nel 1917 Sjöström era ormai convinto che un film di successo doveva per forza essere tratto da un libro. Gli venne suggerito di trasporre il romanzo della Premio Nobel Selma Lagerlöf dal divertente titolo Una saga intorno a una saga e altre saghe (1908). Fu l’inizio di una lunga serie di trasposizioni da libri della scrittrice, tra cui ricordo lo splendido Il carretto fantasma (1921) e i due film dedicati alla saga dei figli di Ingmar. La storia, nella migliore tradizione della scrittrice svedese, è un intreccio di trame e sottotrame che confluiscono in una sola storia. Questa tanto per facilitarmi nel descriverla:

Due storie sembrano inizialmente svolgersi parallele. Da una parte abbiamo Helga (Greta Almroth), ragazza di Stormyr, che ha avuto un figlio da un uomo sposato che si rifiuta di riconoscerlo. I genitori (William Larsson Thekla Borgh) la costringono ad andare davanti al giudice (Nils Aréhn), nonostante lei sia contaria. Il giorno del giudizio l’uomo, pur di non prendersi le sue responsabilità legali, sta per spergiurare sulla Bibbia la propria estraneità al fatto, ma Helga, ancora innamorata, gli toglie il libro sacro da sotto la mano per evitare che faccia un grave peccato. Decide quindi di ritirare la denuncia guadagnando al stima del pubblico e del giudice. Dall’altra parte abbiamo Gudmund Erlandsson (Lars Hanson), promesso sposo di Hildur (Karin Molander), figlia di Erik Persson, un giurato locale (Georg Blomstedt). Gudmund assiste al processo e si affeziona alla disavventura di Helga. Tornato a casa racconta quanto accaduto in aula al padre Erland (Hjalmar Selander) e alla madre Ingeborg (Concordia Selander). La madre è costretta a stare su una sedia a rotelle e avendo bisogno di assistenza decide di chiamare Helga come sua domestica. Ma la storia deve ancora cominciare! I Persson vedono di malocchio la presenza di Helga, macchiatasi di rapporti extraconiugali nonché madre di un figlio illegittimo. Gudmung è così costretto a rinunciare a lei. Il giorno prima delle nozze, Gudmund va in città e trovando dei suoi amici fa baldoria e si ubriaca. Scatta una rissa e un uomo viene ucciso. Gudmund, con i vestiti strappati, va a dormire e al risveglio non ricorda nulla di quanto accaduto. Il giorno dopo, leggendo il giornale, pensa di essere stato lui a commettere il delitto: l’uomo assassinato è stato ritrovato con una lama spezzata nel corpo. Il ragazzo prende il suo coltello ed è effettivamente spezzato. Il giorno delle nozze decide di andare a costituirsi e Hildur sprezzante lascia il Gudmund al suo destino. Ma i colpi di scena non sono finiti e il finale scioglierà tutti i nodi.

Dice Idestam-Alquist “con una trama del genere Agatha Chistie avrebbe potuto ricavarne un giallo. […] Ma ciò che interessa a Selma Lagerlöf sono le persone, come esse pensano, sentono, reagiscono […]. Ambedue partono col proposito di tenere in tensione il lettore, ma ognuno tratta i temi in modo ben diverso” (1). Victor Sjöström segue passo passo il romanzo della Lagerlöf per un totale di 290 scene. Per evitare le molte didascalie le limita. Molte sequenze ne sono prive, senza danneggiare la comprensione di quanto sta accadendo. Il messaggio è sia con gran parte della produzione del regista che nei lavori della scrittrice: non bisogna lasciarsi accecare dalle apparenze, se una persona è mossa da sentimenti genuini (e spesso e volentieri dalla fede in Dio) ogni ostacolo può essere superato. Da una parte abbiamo Helga, la peccatrice che però ha un cuore tenero ed è mossa da sentimenti veri, dall’altra c’è Hildur, donna dal giudizio facile, meschina e interessata solo al guadagno e all’apparenza. Gudmund si trova a dover scegliere tra queste due realtà, l’apparenza o il sentimento. Una scelta simile la vedremo in I figli di Ingmar (Ingmarssönerna – 1919) con risultati simili. Non a caso anche la saga dei figli di Ingmar era tratta da un libro della stessa Selma Lagerlöf (Ndr. Jerusalem). Altro elemento che ritorna è la vita semplice, al di fuori delle grande città. L’attenzione all’elemento naturale e alla vita modesta e ritirata. Inoltre ancora una volta ci si sofferma sul folklore e sulle tradizioni, esempio dato dalla festa di matrimonio, poi interrotta, tra Hildur e Gudmund. Particolarità del film è quella di sottolineare gli eventi significativi con dei primissimi piani (come potete vedere qui sotto).

Nonostante Tösen från Stormyrtorpet non sia uno dei migliori film del regista, fu proprio questo che fece conoscere Sjöström in America. Nel film recitano Greta Almroth, Lars Hanson e Karin Molander (all’epoca sposata con il regista Gustaf Molander): tutti e tre sarebbero andati negli Stati Uniti, anche se solo Hanson vi recitò (1). La loro avventura durò pochi anni: nel 1928 Lars Hanson e Karin Molander (che si erano sposati nel 1922) tornarono in patria. Secondo la leggenda nello stesso battello trovarono un disincantato Mauritz Stiller che sarebbe morto quello stesso anno. Qualche tempo dopo anche Sjöström fece ritorno definitivamente in Svezia, rinunciando a girare gli ultimi film che aveva da contratto.

Con Tösen från Stormyrtorpet inizia una nuova epoca del cinema di Sjöström, grazie anche al sodalizio con Selma Lagerlöf. I tempi di Dödskyssen erano fortunatamente finiti.

(1) Idestam-Almquist B., Dramma e rinascita del cinema svedese, Roma 1954.

Mastro Samuele (Mästerman) – Victor Sjöström (1920)

Mastro Samuele è forse una delle peggiori traduzioni per il titolo di un film. Verrebbe da pensare che stiamo parlando di un’operetta, invece è un bel dramma scritto da Hjalmar Bergman. Perché si chiama Mästerman? Il protagonista è Mäster Eneman, ovvero Mastro Eneman. Visto che non era molto amato dalla popolazione locale, aveva un banco dei pegni e offriva prestiti non certo a buon mercato, veniva beffardamente chiamato Mästerman unendo il titolo e il nome assieme. Insomma niente mastro Samuele, seppur il nome del protagonista è effettivamente Sammel. In Mästerman Victor Sjöström lascia la sceneggiatura a Bergman per interpretare il doppio ruolo di regista e attore, a lui così congeniale. La storia è piuttosto complessa, ma decisamente più lineare rispetto ai film tratti dai libri di Selma Lagerlöf.

Mästerman (Victor Sjöström) è il gestore di un banco dei pegni molto odiato dalla popolazione locale per il suo zelo e la sua spilorceria. Non ama mescolarsi alla gente e viene considerato un misantropo senza cuore. Nel corso degli anni è riuscito ad accumulare una serie di oggetti particolari, costruendosi una collezione degna di nota. Tutto cambia il giorno in cui soccorre Torah (Greta Almroth) la figlia della locandiera Boman (Concordia Selander). Il cuore gentile della giovane sembrano infatti aver fatto breccia nel cuore di Mästerman. Torah è però fidanzata con un pessimo soggetto, Knut (Harald Schwenzen), marinaio col vizio del gioco. Proprio il gioco lo porta a perdere tutto. Per saldare il debito chiede un prestito al banco dei pegni e Mastro Eneman chiede in cambio i servigi di Torah come domestica. Incapaci di restituire il debito i due accettano e mentre Knut lavora per guadagnare il denaro del riscatto, la giovane lavora per Mästerman. Notando il debole che l’uomo ha per lei, Torah lo convince a farsi benvolere dalla popolazione donando i propri averi ai bisognosi, in cambio lei “lo accompagnerà in chiesa”. Mastro Eneman crede che lei voglia sposarlo, ma è solo un inganno. Presto se ne accorge e decide di vendicarsi sulla giovane. Quando Knut torna per pagare il debito, Mästerman gli fa credere che Torah non vuole più sposarlo. Tornato da Torah le racconta che il suo amato non vuole più saperne di lei. Disperata, la donna accetta di sposare il suo padrone. Possibile sia finita così?

Mästerman è un film davvero molto bello che mi ha stupito in positivo in particolare per la grande complessità del protagonista interpretato da Sjöström. Mastro Eneman subisce un’evoluzione costante nel corso della vicenda. Ma la particolarità di questo racconto è che nessun personaggio è veramente positivo, ma tutti hanno i loro lati oscuri. Knut ha il vizio del gioco, ruba, ma al contempo è deciso a redimersi ed è sospinto dalla forza dell’amore. Torah non esita ad ingannare il suo padrone pur di raggiungere i suoi fini, ma è al contempo generosa nei confronti del prossimo e rispetta la parola data, specie in ambito sentimentale. Mästerman è freddo, avaro e calcolatore, ma non esita a mettersi in gioco quando si innamora. La vicenda, insomma, ruota tutta intorno a un tema, l’amore: l’amore unisce e separa, rende buoni ma anche capaci di commettere le peggiori nefandezze. Sembrerebbe il più classico dei triangoli amorosi e invece non è così. Siamo in Svezia, in un tipico paesino locale, e la presenza di una cultura estranea alla nostra con le sue abitudini, trasforma il racconto in qualcosa di più profondo. Probabilmente il merito va ricercato nella solita delicatezza con cui Sjöström racconta le vicende sentimentalmente “amorali”, un tocco che culminerà con The Scarlet Letter (1926), film considerato non trasponibile sul grande schermo, quantomeno nella forma di lungometraggio. Elemento particolarissimo del film sono le didascalie, disegnate dal vignettista Arthur Sjögren con un effetto davvero incredibile. Di seguito potete vedere qualche esempio.

Con Mästerman la coppia Sjöström-Bergman ha fatto sicuramente centro, confezionando un dramma molto piacevole e intenso, che si avvicina ai migliori lavori del regista svedese.

Il Bacio della morte (Dödskyssen) – Victor Sjöström (1916)

aprile 1, 2015 2 commenti

Con Il bacio della morte Victor Sjöström si cimenta in un genere davvero inusuale, il giallo. Non è propriamente un bel film poliziesco, ed è comunque piuttosto bizzarro nella sua realizzazione nonché nel suo finale. La sceneggiatura è firmata da A.V. Samsjo un simpatico pseudonimo che unisce il nome dei veri due sceneggiatori Sam Ask e lo stesso Victor Sjöström. Non sazio il regista svedese interpreta nel film addirittura due ruoli. Ma andiamo per ordine.

Un delitto è stato commesso, il Dr. Monro (Albin Lavén) è stato ritrovato morto e si sospetta sia stato il maggiordomo (che fantasia!). Il racconto segue le deposizioni di tre personaggi. Per prima quella della domestica, Anna Harper (Jenny Tchernichin) il cui racconto serve solo per far capire allo spettatore quanto successo. Viene introdotto un secondo uomo. l’Ingegnere Weyler (Victor Sjöström) capo del dipartimento progettazioni di un’azienda. Egli racconta di come venisse da un periodo molto difficile: la moglie lo aveva lasciato perché lui passava più tempo al lavoro che non con lei; la salute peggiorava e le cure a cui lo sottoponeva il Dr. Monro sembravano farlo peggiorare invece che guarirlo. in più il capo gli aveva dato una scadenza molto breve per un progetto. Un giorno l’Ingegner Label (Victor Sjöström) volle mostrargli una invenzione. Weyler notò la loro somiglianza e propose al collega di prendere il suo posto: così avvenne. La parola passa a Label il quale racconta di come avesse iniziato a lavorare al progetto con entusiasmo. Per non dare nell’occhio seguiva le cure del Dr. Monro e anche a lui sembrò che seguendo la cura la sua saluta peggiorasse invece di migliorare. Una sera quando mancava un giorno alla consegna, Label sognò che un uomo stranamente mascherato si era introdotto in casa rubando i progetti. In effetti un progetto mancava. Si rivolse quindi al Dr. Adell (Mathias Taube), suo amico, chiedendogli consiglio. Questi gli fornì una maschera antigas e gli suggerì di provare un agguato per la serata successiva. Calata la notte lo strano personaggio si ripresentò, ma questa volta i due riuscirono a impedire il furto. L’uomo misterioso riuscì comunque a fuggire e nonostante l’inseguimento tutto fu inutile venne ritrovata solo la maschera dell’uomo. Giunse per caso il Dr. Monro che si offrì di analizzarla. Giunto nella casa del Dottore, Label incontrò la figlioletta di Monrno. Mentre giocava con la piccola, il maggiordomo gli offrì una cioccolata calda che l’ingegnere decise di non bere. Poco dopo questa si rovesciò per sbaglio addosso alla piccola. Così quando il Dottor Monro, ignaro, diede un bacio a sua figlia morì sul colpo. Il maggiordomo venne riconosciuto colpevole.

Dödskyssen è un giallo poco convincente con tanti punti oscuri. Questo non è collegato al fatto che l’unica versione esistente, proveniente dalla Cinématèque Française, sia purtroppo mutila avendo una durata di appena 30 minuti su 60. Per ovviare a questa perdita, infati, si è ricostruita la parte mancante utilizzando delle immagini fisse e inserendo le didascalie ritrovate in Svezia. Un dato che stupisce è la totale assenza di elementi naturali, tutto è girato in studio tra l’altro la scena si svolge per lo più in un un unico posto, la stanza dell’Ingegner Wylder/Label. La scena è composta da elementi semplici e poco interessanti, i personaggi sono banali e agiscono in maniera piuttosto illogica. La trama è del resto tanto assurda e scontata che mi risulta difficile pensare abbia appassionato gli spettatori dell’epoca. Dödskyssen rientra per altro nel genere di giallo che amo meno, quello dove tutto è noto fin dall’inizio ma si deve solo capire perché il delitto è stato commesso. Eppure c’è un lato positivo: prima de Il carretto fantasma (1921), Sjöström dimostra di sapere usare perfettamente la tecnica della doppia esposizione nonché quella degli specchi riflettenti per creare sulla scena un suo doppio. Tornando poi alla cattiva qualità del film c’è però una scusante: in quegli anni  Sjöström era depresso e insoddisfatto della sua vita. La critica era severa con lui e le sue innovazioni non erano riconosciute. Il suo matrimonio con la Bech era ormai giunto al termine e il risultato poco soddisfacente di Dödskyssen fece il resto. La leggenda vuole che il regista decise di partire piantando in asso la Svenska Biografteatern AB. Ritornò nei luoghi dove era stato quando era piccolo. Qui trovò la sua vecchia nutrice che gli raccontò della sua infanzia e di sua madre. Andò poi a Grimstad in Norvegia, dove Ibsen aveva passato la sua giovinezza. Qui sentì raccontare la storia di Terje Vigen e se ne innamorò. Una volta tornato agli si dedicò infati proprio alla realizzazione di quel film (1). Dopo questo viaggio Sjöström era cambiato, aveva forse trovato quella scintilla che gli avrebbe permesse di sfornare splendidi film uno dietro l’altro ed essere stimato in tutto il mondo per la sua qualità di regista. Ammettiamolo, il giallo non faceva proprio per lui.

1. Beng Idestam-Almquist Dramma e rinascita del cinema svedese, Roma 1954.

Gli avvoltoi del mare (Havsgamar) – Victor Sjöström (1916)

Gli avvoltoi del mare è il terzo film di Victor Sjöström giunto fino a noi. Tra Havsgamar e Ingeborg Holm (1913) ci sono circa una ventina di titoli sfornati uno dietro l’altro in appena tre anni. Questo ci fa capire la quantità di materiale prodotto dal regista andato sfortunatamente perduto. Le vicende narrate in Gli avvoltoi del mare, si basano sul romanzo La rosa di Tistelön (Rosen på Tistelön -1842) di Emilie Flygare-Carlén opportunamente riviste da Fritz Magnussen. Si tratta di un racconto che segue molto le inclinazioni del regista svedese sia per i temi trattati che per lo svolgimento prevalentemente in esterno.

Hornung (Rasmus Rasmussen) intraprende assieme al figlio maggiore Birger (John Ekman) azioni di contrabbando. Una sera mentre sono all’opera vengono sorpresi dal doganiere Ejvind Arlond (Richard Lund). Pur di non essere catturati, Hornung e Birger uccidono il Tenente ignorando che il figlio più piccolo, Anton (Nils Elforrs) aveva visto tutto. Dopo questa esperienza traumatica Anton impazzirà. Passano quindici anni e il misfatto non è stato ancora scoperto. A turbare i sonni di Hornung e Birger è la notizia che Arvid Arnold (Richard Lund), figlio dell’uomo assassinato, è stato promosso doganiere. Non bastasse Arvid si innamora di Gabriele (Greta Almroth) figlia di Hornung, il quale si oppone fermamente alla loro unione. Passano i mesi senza che nulla cambi. Un giorno, però, mentre Hornung e Birger sono intenti nei loro loschi affari vegono notati dal doganiere. Accortisi di essere seguiti, riescono a dissimulare la loro attività. Sanno però di avere poco tempo. Così una notte partono e bruciano tutte le prove del contrabbando. Proprio in quel momento Anton decide di fare giustizia e invia allo Sceriffo (Thure Holm) le prove del coinvolgimento del padre e del fratello nella morte di Ejvind Arlond. La situazione arriva rapidamente verso l’epilogo. Doganiere e sceriffo colgono Hornung e Birger sul fatto, i due si barricano nella casa. Per costringerli a uscire le forze dell’ordine tappano la canna fumaria. Birger fugge, ma per Hornung è ormai troppo tardi.

Il film venne girato quasi tutto in esterna tra Lidingö e Landsort, località che forniscono un paesaggio marino davvero stupendo. Ancora una volta è la natura ad essere la protagonista del racconto più che le vicende umane. Troviamo poi nel film tante tematiche già affrontate da Sjöström nei precedenti film: la follia e il rinsavimento improvviso di Ingeborg Holm; l’amore difficile de Il Giardiniere seppur qui si concluda con un amaro lieto fine. Vi è però una strana particolarità in questo racconto: i due personaggi negativi, Hornung e Birger, sembrano quasi i protagonisti della vicenda e lo saranno fino alla fine del racconto. Le vicende della famiglia Arlond così come quelle del suo amore per Gabriele sembrano più che altro un contorno, a cui si presta attenzione solo perché le vite dei due giovani sono, per motivi differenti, strettamente collegate a quelle di Hornung e Birger. Appare scontato, quindi, che la vicenda si tronchi proprio con la morte dell’anziano padre di famiglia. Due le scene principali del racconto: il primo riguarda lo splendido inseguimento in acqua a bordo delle piccole imbarcazione quando il doganiere scopre l’attività di contrabbando di Hornung e Birger. La seconda si svolge all’interno della piccola abitazione dissimulata nella vegetazione di un isolotto locale, dove i malfattori nascondono i frutti del loro lavoro: Hornung e Birger sono ormai stati scoperti e si sono trincerati nella dimora continuando a bruciare le prove della loro attività clandestina. Per cercare di stanarli il doganiere e lo sceriffo tappano la canna fumaria: la casa si riempie immediatamente di fumo; Birger fugge, mentre per il padre non c’è niente da fare, cade a terra soffocato. Il doganiere e lo sceriffo liberano la canna fumaria e quando il fumo si dirada scoprono il dramma. Un taglio proprio sul finale ci impedisce di comprendere la reazione dei personaggi e specialmente della figlia Gabriele, che era venuta sul posto assieme all’amato Arvid.

Nonostante Havsgamar non sia forse uno dei migliori lavori di Sjöström, lascia comunque delle sensazioni positive nello spettatore, le stesse che troviamo nei film della serie dedicata a Jerusalem di Selma Lagerlöf. Quando il ritmo della narrazione rallenta lo spettatore può sempre perdersi negli splendidi paesaggi che dominano le riprese e sognare di immedesimarsi nella magia della natura svedese.