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Il monastero di Sendomir (Klostret i Sendomir) – Victor Sjöström (1920)

Il monastero di Sendormir (Sandomierz, nel sud-est della Polonia) è un dramma molto intenso ambientato nella Varsavia del XVII secolo ispirato a un breve racconto di Franz Grillparze del 1828. Vedere un film svedese ambientato in Polonia è molto strano ma oltre a questo è la modalità della narrazione che è molto poco svedese, ma si avvicina di più ad alcuni drammi simili dell’Europa centrale. Un manifesto Italiano d’epoca presente sul web descrive il film come un “grande dramma passionale d’avventure“. In realtà non è detto che la locandina si riferisca alla versione svedese, infatti nel 1919 venne rilasciato in Germania Das Kloster von Sendomir di Rudolf Meinert (presumibilmente perduto) con Ellen Richter e Edvard von Winterstein. La produzione tedesca proiettò il film in Svezia qualche settimana prima dell’uscita della versione irata da Sjöström, e questo scatenò una sorta di guerra tra la Frankfurter Film-Co. GmbH e la AB Svenska Biografteatern. Diciamo pure che era una pratica piuttosto diffusa quella di sfruttare la pubblicità per un film molto atteso proiettando una versione alternativa o creando a basso costo un film omonimo per ottenere un guadagno facile. In Italia mi viene in mente il caso de L’Inferno di Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguoro, Adolfo Padovan (1911). Purtroppo per quanto riguarda Il monastero di Sendormir non si può fare alcun paragone tra le due versioni. Non ci resta che passare alla trama.

La storia inizia con l’arrivo in un monastero di due nobili (Nils TillbergErik A. Petschler). Vengono accolti da un monaco (Tore Svennberg) dal fare schivo e ambiguo. Su insistenza dei due ospiti, l’uomo racconta la storia del monastero: un tempo quel luogo era il castello del Conte Starschensky (Tore Svennberg), uomo ricco che conduceva un’esistenza felice. Era sposato con una splendida donna, Elga (Tora Teje) da cui aveva avuto una bambina (Gun Robertson). Accanto a lui sempre il fido consigliere (Albrecht Schmidt), pronto ad esaudire ogni suo ordine. Tutto  troppo bello per essere vero: un giorno il consigliere nota che un uomo misterioso si è nascosto nel castello. Subito avvisa il suo padrone temendo possa essere un amante di Elga. Nessuno viene trovato e il Conte si rasserena. Decide di partire per un viaggio pregando il suo aiutante di avvisarlo qualora notasse qualcosa di losco. E in effetti qualcosa accade: con l’aiuto della serva Dortka (Renée Björling), Elga fa arrivare il suo amante, il cugino Oginsky (Richard Lund) nella sua camera, sicura che nessuno sappia niente. Ma il consigliere nota tutto e corre ad avvertire il padrone. La domestica si accorge però in tempo dell’arrivo del Conte e riesce a far fuggire Oginsky e far ricadere su di sé la colpa della padrona. Il Conte crede ciecamente a questa versione finché un ritrovamento non rimette tutto in discussione.

Klostret i Sendomir racconta una storia intensa fatta di grandi sofferenze e tradimenti. Una famiglia perfetta si ritroverà distrutta nel giro di pochi giorni. Il film ci mette davanti personaggi deboli, capaci degli atti più deprecabili pur di avere salva la vita; al contempo racconta di persone forti e decise, capaci di assumersi le proprie responsabilità fino all’ultimo. Le vicende si svolgono quasi per intero all’interno del castello/monastero di Sendomir, luogo di gioia, dolore, penitenza e redenzione. La scelta di raccontare la storia attraverso un flashback contribuiscono a rafforzare la qualità del film fino al finale intenso che non può non turbare lo spettatore. Il personaggio del Conte è certamente il più profondo e interessante. Ma non deve essere sottovalutata la prova di Tora Teje, qui nella sua prima interpretazione, in particolare nella scena clou del film, dove tutto il dramma del personaggio esplode, riportando alla mente le tragedie greche, in particolare Medea di Euripide, seppur con le dovute proporzioni. Il 1920 sarà un anno speciale per Tora Teje che reciterà anche nel celebre Erotikon di Stiller e Karin, figlia di Ingmar per lo stesso Sjöström. La scena che più mi ha colpito ho deciso di raccontervela anche attraverso le immagini: Il Conte sospetta che la moglie lo tradisca e passa la notte insonne a fissare il vuoto. Il passare del tempo è indicato dalla luce che si riflette sul volto del personaggio: prima le candele lo illuminano, poi si spengono. Arriva piano piano l’alba e poi il pieno giorno. L’inquadradtura è sempre la stessa, un primo piano, ma è la luce a variare e a darci l’idea di un passaggio temporale.

Per concludere posso dire che Klostret i Sendomir è stata una bella scoperta, nonostante sia qualcosa di molto differente da quello che mi aspettavo. Tra i tanti muti ambientati nel 1600, questo è, a parer mio, uno dei più interessanti e intensi. Ancora una volta Victor Sjöström mi ha stupito con la sua ecletticità e intelligenza. Non posso che consigliare la visione.

Il Bacio della morte (Dödskyssen) – Victor Sjöström (1916)

Con Il bacio della morte Victor Sjöström si cimenta in un genere davvero inusuale, il giallo. Non è propriamente un bel film poliziesco, ed è comunque piuttosto bizzarro nella sua realizzazione nonché nel suo finale. La sceneggiatura è firmata da A.V. Samsjo un simpatico pseudonimo che unisce il nome dei veri due sceneggiatori Sam Ask e lo stesso Victor Sjöström. Non sazio il regista svedese interpreta nel film addirittura due ruoli. Ma andiamo per ordine.

Un delitto è stato commesso, il Dr. Monro (Albin Lavén) è stato ritrovato morto e si sospetta sia stato il maggiordomo (che fantasia!). Il racconto segue le deposizioni di tre personaggi. Per prima quella della domestica, Anna Harper (Jenny Tchernichin) il cui racconto serve solo per far capire allo spettatore quanto successo. Viene introdotto un secondo uomo. l’Ingegnere Weyler (Victor Sjöström) capo del dipartimento progettazioni di un’azienda. Egli racconta di come venisse da un periodo molto difficile: la moglie lo aveva lasciato perché lui passava più tempo al lavoro che non con lei; la salute peggiorava e le cure a cui lo sottoponeva il Dr. Monro sembravano farlo peggiorare invece che guarirlo. in più il capo gli aveva dato una scadenza molto breve per un progetto. Un giorno l’Ingegner Label (Victor Sjöström) volle mostrargli una invenzione. Weyler notò la loro somiglianza e propose al collega di prendere il suo posto: così avvenne. La parola passa a Label il quale racconta di come avesse iniziato a lavorare al progetto con entusiasmo. Per non dare nell’occhio seguiva le cure del Dr. Monro e anche a lui sembrò che seguendo la cura la sua saluta peggiorasse invece di migliorare. Una sera quando mancava un giorno alla consegna, Label sognò che un uomo stranamente mascherato si era introdotto in casa rubando i progetti. In effetti un progetto mancava. Si rivolse quindi al Dr. Adell (Mathias Taube), suo amico, chiedendogli consiglio. Questi gli fornì una maschera antigas e gli suggerì di provare un agguato per la serata successiva. Calata la notte lo strano personaggio si ripresentò, ma questa volta i due riuscirono a impedire il furto. L’uomo misterioso riuscì comunque a fuggire e nonostante l’inseguimento tutto fu inutile venne ritrovata solo la maschera dell’uomo. Giunse per caso il Dr. Monro che si offrì di analizzarla. Giunto nella casa del Dottore, Label incontrò la figlioletta di Monrno. Mentre giocava con la piccola, il maggiordomo gli offrì una cioccolata calda che l’ingegnere decise di non bere. Poco dopo questa si rovesciò per sbaglio addosso alla piccola. Così quando il Dottor Monro, ignaro, diede un bacio a sua figlia morì sul colpo. Il maggiordomo venne riconosciuto colpevole.

Dödskyssen è un giallo poco convincente con tanti punti oscuri. Questo non è collegato al fatto che l’unica versione esistente, proveniente dalla Cinématèque Française, sia purtroppo mutila avendo una durata di appena 30 minuti su 60. Per ovviare a questa perdita, infati, si è ricostruita la parte mancante utilizzando delle immagini fisse e inserendo le didascalie ritrovate in Svezia. Un dato che stupisce è la totale assenza di elementi naturali, tutto è girato in studio tra l’altro la scena si svolge per lo più in un un unico posto, la stanza dell’Ingegner Wylder/Label. La scena è composta da elementi semplici e poco interessanti, i personaggi sono banali e agiscono in maniera piuttosto illogica. La trama è del resto tanto assurda e scontata che mi risulta difficile pensare abbia appassionato gli spettatori dell’epoca. Dödskyssen rientra per altro nel genere di giallo che amo meno, quello dove tutto è noto fin dall’inizio ma si deve solo capire perché il delitto è stato commesso. Eppure c’è un lato positivo: prima de Il carretto fantasma (1921), Sjöström dimostra di sapere usare perfettamente la tecnica della doppia esposizione nonché quella degli specchi riflettenti per creare sulla scena un suo doppio. Tornando poi alla cattiva qualità del film c’è però una scusante: in quegli anni  Sjöström era depresso e insoddisfatto della sua vita. La critica era severa con lui e le sue innovazioni non erano riconosciute. Il suo matrimonio con la Bech era ormai giunto al termine e il risultato poco soddisfacente di Dödskyssen fece il resto. La leggenda vuole che il regista decise di partire piantando in asso la Svenska Biografteatern AB. Ritornò nei luoghi dove era stato quando era piccolo. Qui trovò la sua vecchia nutrice che gli raccontò della sua infanzia e di sua madre. Andò poi a Grimstad in Norvegia, dove Ibsen aveva passato la sua giovinezza. Qui sentì raccontare la storia di Terje Vigen e se ne innamorò. Una volta tornato agli si dedicò infati proprio alla realizzazione di quel film (1). Dopo questo viaggio Sjöström era cambiato, aveva forse trovato quella scintilla che gli avrebbe permesse di sfornare splendidi film uno dietro l’altro ed essere stimato in tutto il mondo per la sua qualità di regista. Ammettiamolo, il giallo non faceva proprio per lui.

1. Beng Idestam-Almquist Dramma e rinascita del cinema svedese, Roma 1954.