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Il Bacio della morte (Dödskyssen) – Victor Sjöström (1916)

aprile 1, 2015 2 commenti

Con Il bacio della morte Victor Sjöström si cimenta in un genere davvero inusuale, il giallo. Non è propriamente un bel film poliziesco, ed è comunque piuttosto bizzarro nella sua realizzazione nonché nel suo finale. La sceneggiatura è firmata da A.V. Samsjo un simpatico pseudonimo che unisce il nome dei veri due sceneggiatori Sam Ask e lo stesso Victor Sjöström. Non sazio il regista svedese interpreta nel film addirittura due ruoli. Ma andiamo per ordine.

Un delitto è stato commesso, il Dr. Monro (Albin Lavén) è stato ritrovato morto e si sospetta sia stato il maggiordomo (che fantasia!). Il racconto segue le deposizioni di tre personaggi. Per prima quella della domestica, Anna Harper (Jenny Tchernichin) il cui racconto serve solo per far capire allo spettatore quanto successo. Viene introdotto un secondo uomo. l’Ingegnere Weyler (Victor Sjöström) capo del dipartimento progettazioni di un’azienda. Egli racconta di come venisse da un periodo molto difficile: la moglie lo aveva lasciato perché lui passava più tempo al lavoro che non con lei; la salute peggiorava e le cure a cui lo sottoponeva il Dr. Monro sembravano farlo peggiorare invece che guarirlo. in più il capo gli aveva dato una scadenza molto breve per un progetto. Un giorno l’Ingegner Label (Victor Sjöström) volle mostrargli una invenzione. Weyler notò la loro somiglianza e propose al collega di prendere il suo posto: così avvenne. La parola passa a Label il quale racconta di come avesse iniziato a lavorare al progetto con entusiasmo. Per non dare nell’occhio seguiva le cure del Dr. Monro e anche a lui sembrò che seguendo la cura la sua saluta peggiorasse invece di migliorare. Una sera quando mancava un giorno alla consegna, Label sognò che un uomo stranamente mascherato si era introdotto in casa rubando i progetti. In effetti un progetto mancava. Si rivolse quindi al Dr. Adell (Mathias Taube), suo amico, chiedendogli consiglio. Questi gli fornì una maschera antigas e gli suggerì di provare un agguato per la serata successiva. Calata la notte lo strano personaggio si ripresentò, ma questa volta i due riuscirono a impedire il furto. L’uomo misterioso riuscì comunque a fuggire e nonostante l’inseguimento tutto fu inutile venne ritrovata solo la maschera dell’uomo. Giunse per caso il Dr. Monro che si offrì di analizzarla. Giunto nella casa del Dottore, Label incontrò la figlioletta di Monrno. Mentre giocava con la piccola, il maggiordomo gli offrì una cioccolata calda che l’ingegnere decise di non bere. Poco dopo questa si rovesciò per sbaglio addosso alla piccola. Così quando il Dottor Monro, ignaro, diede un bacio a sua figlia morì sul colpo. Il maggiordomo venne riconosciuto colpevole.

Dödskyssen è un giallo poco convincente con tanti punti oscuri. Questo non è collegato al fatto che l’unica versione esistente, proveniente dalla Cinématèque Française, sia purtroppo mutila avendo una durata di appena 30 minuti su 60. Per ovviare a questa perdita, infati, si è ricostruita la parte mancante utilizzando delle immagini fisse e inserendo le didascalie ritrovate in Svezia. Un dato che stupisce è la totale assenza di elementi naturali, tutto è girato in studio tra l’altro la scena si svolge per lo più in un un unico posto, la stanza dell’Ingegner Wylder/Label. La scena è composta da elementi semplici e poco interessanti, i personaggi sono banali e agiscono in maniera piuttosto illogica. La trama è del resto tanto assurda e scontata che mi risulta difficile pensare abbia appassionato gli spettatori dell’epoca. Dödskyssen rientra per altro nel genere di giallo che amo meno, quello dove tutto è noto fin dall’inizio ma si deve solo capire perché il delitto è stato commesso. Eppure c’è un lato positivo: prima de Il carretto fantasma (1921), Sjöström dimostra di sapere usare perfettamente la tecnica della doppia esposizione nonché quella degli specchi riflettenti per creare sulla scena un suo doppio. Tornando poi alla cattiva qualità del film c’è però una scusante: in quegli anni  Sjöström era depresso e insoddisfatto della sua vita. La critica era severa con lui e le sue innovazioni non erano riconosciute. Il suo matrimonio con la Bech era ormai giunto al termine e il risultato poco soddisfacente di Dödskyssen fece il resto. La leggenda vuole che il regista decise di partire piantando in asso la Svenska Biografteatern AB. Ritornò nei luoghi dove era stato quando era piccolo. Qui trovò la sua vecchia nutrice che gli raccontò della sua infanzia e di sua madre. Andò poi a Grimstad in Norvegia, dove Ibsen aveva passato la sua giovinezza. Qui sentì raccontare la storia di Terje Vigen e se ne innamorò. Una volta tornato agli si dedicò infati proprio alla realizzazione di quel film (1). Dopo questo viaggio Sjöström era cambiato, aveva forse trovato quella scintilla che gli avrebbe permesse di sfornare splendidi film uno dietro l’altro ed essere stimato in tutto il mondo per la sua qualità di regista. Ammettiamolo, il giallo non faceva proprio per lui.

1. Beng Idestam-Almquist Dramma e rinascita del cinema svedese, Roma 1954.

I Proscritti (Berg-Ejvind och hans hustru) – Victor Sjöström (1917)

luglio 11, 2013 Lascia un commento

Victor Sjöström fu un grande regista che in alcuni rari frangenti si destreggiò anche come ottimo attore. I Proscritti è il primo film dove svolge il doppio ruolo, situazione che ritornerà per Il Carretto Fantasma (1921). Sarà Bergman, poi, in Verso la gioia (1949) ma soprattutto con Il Posto delle Fragole (1957) a rilanciarlo come interprete. La storia narrata ne I Proscritti riprende le gesta del fuorilegge islandese del ‘700 Fjalla-Eyvindur, che assieme alla moglie Halla visse immerso nella natura per circa venti anni. La vicenda venne poi trasformata in un’opera teatrale da Jóhann Sigurjónsson opportunamente adattata per il grande schermo da Victor Sjöström e Sam Ask.

Eyvind (Victor Sjöström), ricercato per un furto che ha commesso per disperazione, si fa assumere come garzone da Halla (Edith Erastoff), vedova di un grande proprietario terriero. Per paura di essere riconosciuto, l’uomo si fa chiamare Kári. Tra i due nasce un amore sincero, ma la gelosia dell’avido cognato di lei (Artur Rolén), che brama di riunire sotto di sé tutte le proprietà un tempo appartenute al padre, spinge l’uomo a compiere approfondite indagini sul nuovo arrivato. Il passato di Eyvind viene presto scoperto ed insieme ad Halla decide di fuggire. I due vivono nell’ostile natura islandese e nel giro di poco tempo hanno un figlio che crescono con cura ed amore ed il tempo passa senza grandi difficoltà. Ma un giorno il cognato di Halla riesce a rintracciarli e lei, convinta di essere ormai perduta, getta il figlio da una rupe. L’intervento di Eyvind, però, permette loro una rocambolesca fuga che riesce a costo della morte dei loro inseguitori. Passati molti anni i due, ormai vecchi e estenuati dai sensi di colpa e dalle rigide temperature invernali, decideranno di morire abbracciati tra le nevi espiando così le loro colpe passate.

I Proscritti è un film davvero splendido e toccante, che critica, ancora una volta, una società cieca nei confronti dei bisognosi. Nel corso della vicenda i due innocenti fuorilegge saranno costretti dagli eventi a diventare dei veri assassini. Lo stacco dai tragici omicidi alla vecchiaia dei due innamorati è davvero potente, così come la frase con cui si chiude la storia: “la morte ha concesso loro il perdono“. La disperazione e la povertà possono trasformare gli uomini, anche di animo nobile, e spingerli ad andare contro le leggi. Ma è la società che li trasforma in mostri, senza concedere mai una seconda possibilità o senza capire cosa ha portato a quel gesto. Sono i più ricchi a decidere, con ottusità, della sorte dei più deboli. Victor Sjöström e Edith Erastoff (moglie dello stesso Sjöström), forniscono qui una spendida interpretazione di un’amore oltre i confini che pur terminando tragicamente porta simbolicamente ad una liberazione. Entrambi sono vittime dei sentimenti e della disperazione ma entrambi nascondono delle qualità morali indiscutibili. Ancora una volta Sjöström offre un film splendido, che racconta temi scottanti con estrema delicatezza e sensibilità. Tra gli attori non citati prima vi è anche John Ekman, che interpreta un altro fuorilegge che per un breve periodo di tempo vive assieme ai due innamorati ma si allontana quando si innamora, a sua volta, di Halla. Meritano una menzione anche gli splendidi paesaggi che accompagnano lo spettatore nel corso di tutta la vicenda lasciandolo a tratti davvero a bocca aperta. Il restauro presentato in Piazza Maggiore al Cinema Ritrovato 2013 contribuisce poi ad impreziosire maggiormente il tutto. Il film è anche edito in Italia nell’edizione della Ermitage.

Approfondimenti: per un taglio diverso vi rimando all’articolo su Cinefilia Ritrovata. L’articolo merita anche solo per la bellissima foto tratta dalla scena finale della morte di Eyvind e Halla in un gelido ma liberatorio abbraccio.