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Il Bacio della morte (Dödskyssen) – Victor Sjöström (1916)

Con Il bacio della morte Victor Sjöström si cimenta in un genere davvero inusuale, il giallo. Non è propriamente un bel film poliziesco, ed è comunque piuttosto bizzarro nella sua realizzazione nonché nel suo finale. La sceneggiatura è firmata da A.V. Samsjo un simpatico pseudonimo che unisce il nome dei veri due sceneggiatori Sam Ask e lo stesso Victor Sjöström. Non sazio il regista svedese interpreta nel film addirittura due ruoli. Ma andiamo per ordine.

Un delitto è stato commesso, il Dr. Monro (Albin Lavén) è stato ritrovato morto e si sospetta sia stato il maggiordomo (che fantasia!). Il racconto segue le deposizioni di tre personaggi. Per prima quella della domestica, Anna Harper (Jenny Tchernichin) il cui racconto serve solo per far capire allo spettatore quanto successo. Viene introdotto un secondo uomo. l’Ingegnere Weyler (Victor Sjöström) capo del dipartimento progettazioni di un’azienda. Egli racconta di come venisse da un periodo molto difficile: la moglie lo aveva lasciato perché lui passava più tempo al lavoro che non con lei; la salute peggiorava e le cure a cui lo sottoponeva il Dr. Monro sembravano farlo peggiorare invece che guarirlo. in più il capo gli aveva dato una scadenza molto breve per un progetto. Un giorno l’Ingegner Label (Victor Sjöström) volle mostrargli una invenzione. Weyler notò la loro somiglianza e propose al collega di prendere il suo posto: così avvenne. La parola passa a Label il quale racconta di come avesse iniziato a lavorare al progetto con entusiasmo. Per non dare nell’occhio seguiva le cure del Dr. Monro e anche a lui sembrò che seguendo la cura la sua saluta peggiorasse invece di migliorare. Una sera quando mancava un giorno alla consegna, Label sognò che un uomo stranamente mascherato si era introdotto in casa rubando i progetti. In effetti un progetto mancava. Si rivolse quindi al Dr. Adell (Mathias Taube), suo amico, chiedendogli consiglio. Questi gli fornì una maschera antigas e gli suggerì di provare un agguato per la serata successiva. Calata la notte lo strano personaggio si ripresentò, ma questa volta i due riuscirono a impedire il furto. L’uomo misterioso riuscì comunque a fuggire e nonostante l’inseguimento tutto fu inutile venne ritrovata solo la maschera dell’uomo. Giunse per caso il Dr. Monro che si offrì di analizzarla. Giunto nella casa del Dottore, Label incontrò la figlioletta di Monrno. Mentre giocava con la piccola, il maggiordomo gli offrì una cioccolata calda che l’ingegnere decise di non bere. Poco dopo questa si rovesciò per sbaglio addosso alla piccola. Così quando il Dottor Monro, ignaro, diede un bacio a sua figlia morì sul colpo. Il maggiordomo venne riconosciuto colpevole.

Dödskyssen è un giallo poco convincente con tanti punti oscuri. Questo non è collegato al fatto che l’unica versione esistente, proveniente dalla Cinématèque Française, sia purtroppo mutila avendo una durata di appena 30 minuti su 60. Per ovviare a questa perdita, infati, si è ricostruita la parte mancante utilizzando delle immagini fisse e inserendo le didascalie ritrovate in Svezia. Un dato che stupisce è la totale assenza di elementi naturali, tutto è girato in studio tra l’altro la scena si svolge per lo più in un un unico posto, la stanza dell’Ingegner Wylder/Label. La scena è composta da elementi semplici e poco interessanti, i personaggi sono banali e agiscono in maniera piuttosto illogica. La trama è del resto tanto assurda e scontata che mi risulta difficile pensare abbia appassionato gli spettatori dell’epoca. Dödskyssen rientra per altro nel genere di giallo che amo meno, quello dove tutto è noto fin dall’inizio ma si deve solo capire perché il delitto è stato commesso. Eppure c’è un lato positivo: prima de Il carretto fantasma (1921), Sjöström dimostra di sapere usare perfettamente la tecnica della doppia esposizione nonché quella degli specchi riflettenti per creare sulla scena un suo doppio. Tornando poi alla cattiva qualità del film c’è però una scusante: in quegli anni  Sjöström era depresso e insoddisfatto della sua vita. La critica era severa con lui e le sue innovazioni non erano riconosciute. Il suo matrimonio con la Bech era ormai giunto al termine e il risultato poco soddisfacente di Dödskyssen fece il resto. La leggenda vuole che il regista decise di partire piantando in asso la Svenska Biografteatern AB. Ritornò nei luoghi dove era stato quando era piccolo. Qui trovò la sua vecchia nutrice che gli raccontò della sua infanzia e di sua madre. Andò poi a Grimstad in Norvegia, dove Ibsen aveva passato la sua giovinezza. Qui sentì raccontare la storia di Terje Vigen e se ne innamorò. Una volta tornato agli si dedicò infati proprio alla realizzazione di quel film (1). Dopo questo viaggio Sjöström era cambiato, aveva forse trovato quella scintilla che gli avrebbe permesse di sfornare splendidi film uno dietro l’altro ed essere stimato in tutto il mondo per la sua qualità di regista. Ammettiamolo, il giallo non faceva proprio per lui.

1. Beng Idestam-Almquist Dramma e rinascita del cinema svedese, Roma 1954.

L’Eredità di Ingmar (Ingmarsarvet) – Gustaf Molander (1925)

Cinque anni dopo Karin Ingmarsdotter di Victor Sjöström, Gustaf Molander riprende mano alla saga Jerusalem di Selma Lagerlöf con Ingmrsarvet, traducibile come L’eredità di Ingmar. Sono passati tanti anni per mantenere il cast inalterato, così per ovvi motivi oltre al regista cambiano anche gli attori e non certo in peggio visto che subentrano nomi come Lars Hanson e Conrad Veidt. Si, proprio quel Conrad Veidt. La storia riprende da dove l’avevamo lasciata pur con un breve riassunto di quanto successo nel capitolo precedente. Ma andiamo alla trama:

Sono passati diversi anni dalle vicende narrate nell’ultimo film: Karin (Märta Halldén), ha avuto dei figli da Halfvor (Mathias Taube), ma in seguito ad una grave malattia, ha perso l’uso delle gambe. Halfvor manda comunque avanti la fattoria degli Ingmarsson con fervore ed acutezza. Il piccolo Ingmar Ingmarsson (Lars Hanson) è ormai cresciuto e sta per intraprendere la carriera di insegnante. Egli nutre per altro un profondo affetto per la figlia del maestro, Gertrud Storm (Mona Mårtenson), che ricambia il suo amore. Ma la famiglia Ingmarsson è profondamente legata alla terra e questo legame non può essere spezzato. Durante una terribile tempesta, il ragazzo vede l’immagine di suo padre che lo spinge a riprendere in mano la terra pena la dannazione eterna. Nello stesso momento nella chiesa della città, un inquietante Predicatore (Conrad Veidt) fa la sua comparsa, spingendo i fedeli a lasciare i loro possedimenti per andare in Terra santa. Tra i fedeli che accettano ci sono anche Karin, che viene guarita miracolosamente, e Halfvor. I due decidono quindi di mettere in vendita la fattoria degli Ingmarsson. Per riprendere la fattoria, Ingmar, spinto anche dall’amico di famiglia Stark-Anders (Ivan Hedqvist), accetta le condizioni del Giudice Persdotter e sposa la figlia Barbro (Jenny Hasselqvist) in cambio del denaro per vincere l’asta. Gertrud si chiude nella disperazione, finché ad un tratto comprende che questo è un segno divino: anche lei seguirà il predicatore verso la Terra santa.

L’unico sconfitto della vicenda è Ingmar, un uomo incapace di liberarsi dei beni materiali, costretto a vivere della terra come bloccato da una maledizione di famiglia. Avviene una sorta di evoluzione nel tema riccorrente, perché la semplice fede non basta più, essa deve infatti essere rafforzata da un viaggio verso Gerusalemme. Insomma, cambia il regista, ma non cambia di molto il tema portante del racconto. Purtroppo una cosa cambia, forse in peggio, ovvero l’utilizzo delle tecniche. Per esempio nella scena della tempesta vediamo apparire in una pessima doppia esposizione prima la rappresentazione della caccia selvaggia di Odino, tanto per restare nell’ambito di commistione tra cristianesimo e le vecchie credenze nordiche, poi il vecchio Ingmar che maledice il figlio. Basterebbe ripensare un attimo Körkarlen per storcere la bocca. Non manca comunque un’attenzione ai paesaggi tipica dei capitoli precedenti e ancora una volta sotto il punto di vista recitativo non si possono fare che commenti positivi. La presenza di Conrad Veidt è davvero sorprendente; il suo personaggio sembra essere uscito da un film espressionista tedesco, tanto che quasi stride con l’ambientazione bucolica del racconto. Ma forse è proprio questo contrasto a rafforzare il personaggio e rendere credibile l’esodo di massa della popolazione locale. Purtroppo questo è l’ultimo capitolo di cui potrò fare la recensione, perché nonostante il seguito Till Österland (1926) ci sia pervenuto (almeno in parte) e penso sia conservato nella Cineteca di Svezia, non mi risulta al momento reperibile in alcun modo. Dal titolo, che rimanda all’Oriente (è traducibile infatti con “verso Oriente”) possiamo dedurre che i membri del villaggio e, chissà, forse anche Ingmar, giungeranno a Gerusalemme dopo tante sofferenze. Il libro da cui la storia è tratta potrebbe aiutarci ma sinceramente, vista la tematica, mi verrebbe molto difficile leggere quanto resta. Il cast dell’ultimo capitolo risulta, dalle informazioni in mio possesso, pressoché identico a Ingmarsarvet con Lars Hanson ma senza la presenza di Conrad Veidt (da quanto ho visto è assente la figura del predicatore, quantomeno indicato con questo nome). Spero di colmare presto questa lacuna e terminare questo lungo viaggio. Ovviamente anche per Ingmarsarvet non esistono edizione home video.