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Posts Tagged ‘Muti Cecoslovacchi’

Josef Kajetán Tyl – Svatopluk Innemann (1926)

Josef Kajetán TylLo abbiamo visto più volte, il primo cinema ceco ruota intorno alle figure importanti che hanno contribuito a formare e tenere vivo il sentimento identitario locale all’interno dell’Impero Austro-Ungarico. Josef Kajetán Tyl è uno di questi: scrittore, attore e drammaturgo è noto probabilmente ai più per aver scritto nel 1834 i versi che sono poi diventati l’inno nazionale ceco Kde domov můj (it. dov’è la mia casa).

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
L’acqua scroscia sui prati,
le fronde frusciano sulle rocce,
nel giardino risplende il fiore di primavera,
il paradiso terrestre a prima vista.
Questa è la splendida terra,
la terra ceca, casa mia,
la terra ceca, casa mia!

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
Se incontri una terra paradisiaca,
Con anime sensibili, in fisici agili,
Di mente chiara, gloriosa e prosperosa,
E con una forza che tutto sfida,
Questa è la gloriosa razza ceca,
In mezzo ai cechi è la mia casa,
In mezzo ai cechi è la mia casa!

I versi riportati, su musica di František Škroup, facevano parte di un’operetta più ampia dal titolo Fidlovačka aneb žádný hněv a žádná rvačka (it. Fidlovačka, ovvero niente rabbia e niente lotta).

La storia di Josef Kajetán Tyl (Zdeněk Štěpánek) è piuttosto travagliata e viene raccontata in forma romanzata dal regista Svatopluk Innemann in più di due ore: nato da una famiglia povera, vista la sua precoce sensibilità per la musica e la composizione, viene inviato dalla famiglia a Praga. Nelle film l’artista raggiunge una compagnia teatrale, tra cui la futura moglie Magdalena Forchheimová (Helena Friedlová), ed inizia presto a mettere in scena delle opere nello Stavovské divadlo (il teatro degli stati di Praga). Qui presenta con successo anche la Fidlovačka e conosce anche la seconda moglie, nonché sorella della prima, Anna Forchheimová-Rajská (Zdena Kavková – anche se non divorzierà mai convivendo con entrambe). Dopo lo scoppio della rivoluzione francese Josef Kajetán Tyl, come tanti, diventa attivo politicamente e sogna di dar vita, a sua volta, ad una ribellione contro i dominatori. Su influsso dello scrittore Karel Havlíček Borovský (Jan W. Speerger) partecipa effettivamente a un colpo di stato, ma viene ferito e la repressione sedata nel sangue (storicamente finsice nel Marzo 1849). Visti i suoi sentimenti sovversivi viene esiliato ed è costretto a partire portandosi dietro compagne e prole. Inizierà qui il suo declino e morirà in povertà di una malattia ignota senza aver compiuto neanche cinquant’anni.

Il film si presenta come un biopic piuttosto moderno e, almeno nell’aspetto, realistico. Prende le mosse da un saggio Josef Ladislav Turnovský di cui ignoro l’attendibilità a livello storico nonché l’aderenza dell’adattamento. Come capitato altre volte, anche qui il film era privo di sottotitoli, anche se conoscendo in generale la storia è abbastanza facile comprenderla, anche se ovviamente si perdono le sfumature. I personaggi sono tantissimi, così come le scenografie e i costumi: dovette essere una sorta Kolossal locale, immagino che la spesa finale, infatti, non fu affatto bassa. Le scene più interessanti che ho visto durante il film riguardano l’inizio, quando un giovanissimo Josef Kajetán Tyl, in procinto di partire, immagina di guadagnare tanti soldi da sfamare la sua famiglia (sopra), e il momento della composizione dell’inno, dove il regista stacca mostrando elementi paesaggistici locali e raffigurazioni pittoriche (sotto).

Il film è piuttosto interessante, la vita dell’artista è ricca e sfaccettata e per chi ama le storie del genere poeta romantico “maledetto” sicuramente potrebbe avere un appeal. Al contempo le vicende di Josef Kajetán Tyl sono fortemente ancorate alla storia locale e la mancanza di una traduzione degli intertitoli, assieme alla durata non indifferente, potrebbero essere un ostacolo piuttosto insormontabile.

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Figlie di Eva (Dcery Eviny) – Karel Lamač (1928)

Dcery EvinyDcery Eviny è l’ultimo film muto della coppia Karel Lamač-Anny Ondra girato in Cecoslovacchia, andranno poi in Germania a girare e lei in particolare avrà anche una felice parentesi cinematografica in Gran Bretagna sotto la regia di Alfred Hitchcock (vi rimando al progetto sul nostro sito). Questo è un melodramma dove la protagonista è una donna fatale e peccatrice, una figlia di Eva per l’appunto, che si ritrova a giostrarsi in uno strano triangolo amoroso.

La Ballerina Nina Lavell (Anny Ondra) sta intrattenendo una relazione con il Barone Hanuš Stetten (Wolfgang Zilzer), che però è sposato. Riceve quindi la visita del Barone Bihl (Theodor Pištěk) che per conto della moglie di lui le chiede di lasciarlo perdere. Per farlo quindi ingelosire e andare via, Nina seduce il Pittore Rudolf Romain (Karel Lamač), abituato a una vita frugale con la mamma e la fidanzatina Maria (Uli TridenskajaMáňa Ženíšková), e lo usa per il suo scopo facendogli credere di essere a sua volta desiderato. I nodi però vengono presto al pettine e Nina, non riuscendo ad uscire dalla tela che lei stessa ha tessuto, si suicida con un colpo di pistola. Sul letto di morte chiede ad Hanuš e Rudolf di tornare con le rispettive compagne e si scusa per il suo comportamento.

Questa storia moraleggiante ebbe un discreto successo in Europa ed è forse una delle pellicole ceche mute più esportate all’estero. La storia del resto riprende tante commedie, anche americane, con stampo moraleggiante in cui la donna fatale si ritrova alla fine a pagare i suoi peccati con la morte. Il film è generalmente ben girato, anche se all’inizio non mi è stato subito chiaro chi avesse sparato a Nina (in realtà come detto è lei stessa a uccidersi forse pentita dei suoi peccati di lussuria) e ho dovuto rivedere la scena per capire cosa fosse successo. Interessante il fatto che tra i due litiganti si inserisca il Barone, ma nel complesso la storia è piuttosto banalotta e gira tutta sulle spalle di Anny Ondra che, dopo prestazioni esuberanti come quella di Milenky starého kriminálníka, è qui un po’ sottotono e in un ruolo più classico da femme fatale.

Insomma, Dcery Eviny è un film molto classico e per questo probabilmente anche godibile, ma mi aspettavo qualcosa di più originale e divertente, quindi sono rimasto un pochino deluso. Probabilmente più a freddo rivaluterò il film nel complesso, ma la mia sensazione è che manchi quel quid in grado di renderlo più di un “film carino”.

La miniera delle idee sepolte (Šachta pohřbených ideí) – Antonín Ludvík Havel & Rudolf Myzet (1922)

Sachta pohrbenych ideiNel corso di questi articoli ci capita spesso di parlare di alcuni personaggi importanti per la definizione di una nazione Ceca e la diffusione dei suoi elementi identitari. Šachta pohřbených ideí ci da l’occasione per parlare di Petr Bezruč, poeta ceco noto principalmente per i suoi Slezské písně (it. Canti della Slesia) pubblicati nel 1909 e poi ampliati nel corso degli anni. Bezruč dedicò parte della sua produzione a parlare di problemi sociali, ed è proprio a partire da una delle sue poesie che si ispira il film di cui andremo a parlare oggi, più in particolare Ostrava (qui la traduzione inglese).

La storia è piuttosto contorta e, come capitato altre volte, mi son dovuto affidare alla trama presente su Czech Feature film (CFF) per capire meglio quanto stava accadendo. Purtroppo anche questo film è molto “verboso” negli intertitoli e non sempre riuscivo a seguire con il mio ceco di base.

Durante la dominazione Austro-Ungarica, l’ingegnere Oblomoský (Anatol Montalmare) diventa proprietario di una miniera. Durante alcune agitazioni dei lavoratori uno di loro, di nome Havlena (Eduard Bartos), viene ferito gravemetne e muore poco dopo lasciando vedova la moglie. Passano gli anni e Oblomoský, che è rimasto colpito dalla vicenda, inizia a frequentare il giovane ingegnere Skála (Antonín Ludvík Havel), innamorato del socialismo e che vorrebbe rendere la minera una proprietà collettiva dello stato. Si intreccia qui la storia di Kohlmann (Eduard Sevcík), un imprenditore che vorrebbe acquisire la miniera e sfruttarne in esclusiva la sua produzione. Viste le agitazioni dei minatori, diventato ancora più potente grazie ai suoi legami con la famiglia dei Rothschild, manda i gendarmi per costringere con la forza i riottosi a riprendere il loro lavoro. Per ottenere quello che vuole decide di preparare addirittura un sabotaggio in miniera, servendosi di Machácek (Rudolf Myzet), un minatore che è diventato sorvegliante e per questo viene evitato dai suoi ex compagni di lavoro. Viene la guerra e Oblomoský muore, lasciando così a Kohlmann la possibilità di prendere la miniera. Ma il suo sfruttamento non durerà tanto: la nuova Repubblica decide di confiscare le miniere e statalizzarle facendo così diventare i lavoratori statali e togliendoli dalle grinfie dell’imprenditore senza scrupoli.

Šachta pohřbených ideí è il primo film a tematica sociale prodotto in Cecoslovacchia e riprende la tematica socialista che abbiamo imparato a conoscere in film provenienti da diversi stati europei dopo la Rivoluzione del ’17. Tra quelli che abbiamo visto posso citare rapidamente l’ungherese Bánya titka (1918), il norvegese Revolutionens Datter (1918) o anche Christian Wahnschaffe (1920-21) che sono stati presentati durante il Cinema Ritrovato 2018.  Il film venne inizialmente censurato alla sua presentazione del ’21 e venne rilasciato solo a seguito di un nuovo editing. Bisogna dire che rispetto a quelli degli altri stati qui non sembra esserci un giudizio negativo. Il motivo è strettamente collegato alla nascita dello neonato stato cecoslovacco, infatti la conquista finale è proprio la confisca della miniera da parte del consiglio nazionale e quindi sostanzialmente la statalizzazione dei dipendenti.

La cosa che ho apprezzato del film sono le scene di massa, l’attenzione al “verismo” con riprese della miniera e dei minatori tra scontri con i militari, con i padroni della miniera o semplicemente in riunioni interne. La scena rappresentata nella locandina riguarda invece un’altra scena molto emozionante e “ricca” a livello visivo, durante la quale i minatori scappano in massa, trasportando anche i feriti, dopo un attentato da parte di Machácek.

Come avrete intuito questo film mi è piaciuto molto, perché racconta tematiche sociali senza quella negatività post rivoluzionaria che abbiamo incontrato tante volte. Inoltre, pur essendo presenti personaggi negativi tra i minatori, si avverte una certa umanità o comunque un desiderio di giustizia che muove le azioni rivoluzionarie. Viene il sospetto che questa rivolta abbia avuto successo filmicamente solo perché rientra all’interno del volere dello stato che, nazionalizzando, porta giustizia ed equità. La tematica socialista sembrerebbe essere ben lontana da quella comunista sovietica nella volontà di chi ha fatto il film o comunque, se la censura riguardava proprio questo, in questa edizione rieditata, ma la sensazione vedendo oggi le vicende è sicuramente diversa.

La Finta Gattina (Falešná kočička) – Svatopluk Innemann (1926)

Falešná kočičkaChi mi conosce saprà che ho la tendenza, quando intraprendo un progetto, di seguire l’ordine cronologico per avere un’idea generale dell’evoluzione di un artista o, in questo caso, della cinematografia di un paese. Falešná kočička è la prima commedia che mi abbia preso realmente e divertito della cinematografia ceca (e sapete che non sono un grande appassionato del genere nella sua forma muta). Il film rientra in una serie di tre commedie della Oceanfilm con Vlasta Burian e Zdena Kavková su soggetti di Josef Skružný che comprendeva, oltre a Falešná kočička, anche Lásky Kačenky Strnadové (1926) e Milenky starého kriminálnika (1927) sempre con regia di Svatopluk Innemann. La carattersitica di questa prima commedia, oltre alla sua freschezza, è quella di essere dinamica sia nello svolgimento che proprio nelle scene, grazie alla mobilità della telecamera che riprendono inseguimenti o parate in movimento.

Il Dottor Karel Verner (Karel Hašler) vuole assolutamente sposarsi ma tra le donne che conosce non ne trova una adatta e quelle dell’alta borghesia in generale lo disgustano. Ha quindi la geniale idea di trovarne una tra il popolino e crescerla ed educarla secondo i suoi gusti. I suoi primi tentativi non sono certo fortunati: la prima ruba l’argenteria e la seconda si porta la famiglia gitana in casa. La giovane Milča Janotová (Zdena Kavková), ragazza borghese, decide di fare uno scherzo al dottore e, dopo aver ingaggiato l’ubriacone Vendelin Pleticha (Vlasta Burian) come guida, va nei bassifondi ad imparare gli usi delle donne di strada. Con l’aiuto della sua vecchia tata Amálka Holoubková (Antonie Nedošinská), ora assistente del Dottore, si fa abbordare e portare in casa come nuova pretendente. Dopo aver provato a farle far lezione da un insegnante (Svatopluk Innemann), senza particolare successo, il medico inizia ad impartire lui stesso gli insegnamenti alla giovane; i due si avvicinano sempre più tanto che Verner inizia a trascurare i suoi pazienti. Secondo il piano Vandelin, spacciandosi per il padre di Milča, sarebbe dovuto andare a riprenderla dopo qualche tempo terminando così lo scherzo. Ma il Dottore, dopo averlo fatto bere, gli chiede la mano della “figlia” offrendogli anche del denaro. L’ubriacone non crede alle sue orecchie e accetta. La situazione degenera: un’amica di Milča va dal medico per un problema ai denti e svela l’inganno. Verner la ripudia e lei, distrutta dal dolore, entra in un delirio che la sta portando alla morte. Viene chiamato sul letto di morte di Milča proprio il Dottore che si commuove e decide di perdonarla. Non è il solo finale a lieto fine: Vendelin aveva iniziato a bere perché era stato lasciato dalla sua ragazza che altri non era che Amálka. I due si ricongiungono e si sposano proprio come Milča e Verner.

Questo film è il primo che abbia incontrato che propone il classico della donna compita che cerca di apprendere i costumi dei bassifondi seguito da un insegnante. Più di recente una cosa simile credo sia stata messa sul grande schermo da Lillo e Greg in una commedia cinematografica di cui ho visto il trailer qualche anno fa. Evidentemente la storia di fondo si ispira a Pygmalion di George Bernard Shaw (1913), ridicolizzandone però la morale sociale e con una conclusione che mette in dubbio la possibilità che realmente un uomo di alto borgo possa sposare una poveraccia analfabeta dopo averla istruita.

La scena che più mi ha divertito vede Vendelin, ubriaco, che, chiamato da un paziente del dottore che non resiste più al dolore, decide di spacciarsi per dentista e operare. Vandelin gli strappa un dente e il paziente, basito, gli dice che non era quello giusto. Il “dottore” fa spallucce e gliene strappa un altro, al ché il paziente sviene per lo shock. Anche qui non si tratta certo di chissà quale scena originale, ma il modo in cui è stata girata, la fisionomia dei personaggi e la loro mimica l’hanno resa davvero divertente a parer mio. A testimonianza, invece, della dinamicità delle riprese potete vedere sotto la rincorsa di Vendelin a un fogli di carta con sopra l’indirizzo del Dottore che dovrebbe usare per andare a riprendere Milča.

Se vi siete incuriositi è in vendita l’edizione ceca in dvd, mentre i sottotitoli in inglese reperibili su internet.

Canto di vita (Píseň života) – Miroslav Josef Krňanský (1924)

pisenzivoatPpur essendoci giunto tramite vie traverse e in forma gravemente mutile, Píseň života in appena 20 minuti tutta la sua carica tragica. La storia di per sé non è particolarmente originale, venne del resto scritta e adattata dallo stesso regista Krňanský, eppure lascia il segno nello spettatore. La storia si interrompe a metà, proprio con il sopraggiungere del climax tragico che, secondo le sinossi dell’epoca, si sarebbe poi andato a sciogliere lentamente nei minuti successivi.

In una notte di luna piena un uomo sconosciuto lascia nel carro di Havel (Karel Vána) una neonata, Hana (Ruzena Hofmanová), che lui cresce come sua figlia. Un giorno Havel si ammala però gravemente e dopo essersi riappacificato con il fratello Konrad (Adolf Krössing) gli affida Hana, ormai cresciuta. Dopo aver venduto letteralmente tutto quello che avevano, la ragazza riesce a trovare lavoro presso la fabbrica del Signor Silver (Luigi Hofman) diretta da Richard Mára (Vladimír Majer). Quest’ultimo nota Hana e con la scusa di essere interessato al suo futuro prima le regala una collana di perle e poi tenta di violentarla. Hana si libera in maniera rocambolesca del suo aggressore colpendolo al volto  e quest’ultimo decide di vendicarsi denunciandola per aggressione e furto della collana. Hana viene condannata a dieci mesi di galera e Konrad si suicida per il dolore.

Così si chiude la versione conservata, lasciando decisamente l’amaro in bocca per un dramma senza vie di uscita. Fortunatamente la storia andava invece avanti con Hana che veniva scagionata e trovava rifugio da un guardiacaccia. Qui avrebbe poi scoperto di essere figlia di Zaluzanský, ricco proprietario terriero, e troveto l’amore sposando Petr, figlio del Signor Silver.

Un finale, insomma, molto differente da quello che le immagini cinematografiche ci mostrano e che risollevano un pochino il morale dello spettatore che si ritrova a vedere come ultima scena le gambe penzolanti di Konrad che ha deciso di impiccarsi!

La storia della conservazione del film è strana, infatti il regista ha più volte riutilizzato pezzi del film in altre opere: Příběh jednoho dne (1926), Bahnem Prahy (1927) e infine in una sua raccolta tarda dal titolo Blednoucí romance (1958) dove Píseň života diventò Osudem zrazeni (it. tradito dal destino) in cui vi era il finale tragico della nostra versione.

Il film viene generalmente ricordato più che altro per essere uno dei rari film in cui recitò Adolf Krössing. il tenore tedesco nato in boemia grande amico di Bedřich Smetana e Antonín Dvořák. Krössing aveva una vena comico-buffonesca che si vede anche nella pellicola e che, personalmente, non ho apprezzato più di tanto così come in generale la recitazione degli altri attori. Molto curata è invece la fotografia, curata da Otto Heller, che regala a tratti delle splendide inquadrature che grazie al restauro effettuato sulla pellicola spiccano ancora di più.

 

Per chi fosse interessato alla visione, il film è inserito come bonus nel dvd di Batalion (1927) rilasciato dal Narodni filmový archiv (NFA) con sottotitoli in inglese.

Il Costruttore della cattedrale (Stavitel chrámu) – Karel Degl & Antonín Novotný (1919)

stavitel-chramuNel 1919 la neonata Cecoslovacchia aveva bisogno di rafforzare quelli che erano i simboli della sua identità nazionale. Anche nel cinema, così, vide la luce un film che parlava della creazione di uno dei monumenti più rappresentativi di Praga: la Cattedrale neo-gotica di san Vito. Quest’ultima ebbe una storia costruttiva lunga e travagliata che iniziò nel 1644 e terminò nel 1929 con la collaborazione, fra gli altri, anche di Alfons Mucha, che si spese grandemente per lo sviluppo identitario del suo paese. Il primo architetto della cattedrale fu Matthias di Arras e, alla sua morte, prese il suo posto Peter Parler. Quest’ultimo, dopo aver inizialmente proseguito i progetti del suo predecessore, iniziò una serie di modifiche personali molto interessanti dando vita a delle incredibili volte a nervatura intrecciate e di costoloni volanti che si sarebbero poi diffuse fino in Germania. Proprio a questo personaggio quasi mitico che visse sotto il regno di Carlo IV di Lussemburgo è dedicato questo film romanzato.

Petr (Rudolf Deyl) è un giovane architetto straniero che propone al Re Carlo IV (Jakub Seifert) dei nuovi progetti per la costruzione di una cattedrale. Il suo successo semina però l’invidia dei tre principali mastri costruttori locali (Jaroslav Hurt, Florentin Steinsberg e Karel Vána) i quali cercano di destabilizzare il ragazzo instillandogli il dubbio che la volta possa non reggere il suo peso. Petr cerca di non pensare alla cosa grazie all’amore della bella Alena (Eva Vrchlická) e l’affetto del padre di lei (Karel Kolár), ma questo presto non basta più. Ossessionato dal terrore che la sua costruzione possa collassare, Petr stringe un patto con il diavolo (Jaroslav Hurt) e perde il senno. Quando i suoi costruttori si ribellano perché temono che una volta tolte le impalcature la cattedrale possa crollare, lui si barrica dentro e le incendia. Riesce a fuggire in maniera rocambolesca ma muore cadendo in un dirupo. Se la sua vita si è spenta in giovane età così non accade per il suo monumento che, nonostante la distruzione delle impalcature, è rimasto miracolosamente intatto e così lo sarebbe stato per i secoli a venire.

Il Vero Peter Parler non morì in maniera così rocambolesca in giovane età ma arrivò quasi ai settant’anni prima di essere sepolto nella cattedrale che lui stesso aveva provveduto ad edificare. Il film, di brevissima durata, mi ha ricordato le atmosfere di alcuni tedeschi più o meno coevi (come ad esempio Der Student Von Prag) e si distingue per dei costumi ben curati e una recitazione tutto sommato convincente. In conclusione Stavitel chrámu è un film che ben rappresenta la situazione culturale del paese: dopo decenni in cui il sentimento identitario e nazionalistico si era sviluppato vi era la necessità di rafforzarlo. Si cercò quindi da una parte di valorizzare le grandi opere già presenti in loco, come nel caso di questo film, e dall’altra di dare vita a qualcosa di grandioso che potesse spostare l’interesse degli stati esteri verso di loro, cosa che accadde, ad esempio, per l’Epopea slava di Mucha. La nostra prima incursione nel cinema locale non poteva quindi che partire da un film che parlasse della nascita di uno dei monumenti più rappresentativi di Praga come la Cattedrale di San Vito.

Jan Kříženecký – pioniere del cinema muto ceco

Jan KøíženeckýNel 1896 il cinematografo arrivò a Praga con gli incredibili film dei Fratelli Lumière. Tra l’entusiasmo generale un giovane architetto appena trentenne, Jan Kříženecký,  pensò che quello poteva essere un buon investimento e acquistò il suo primo apparecchio. Il giovane, pieno di entusiasmo, si buttò subito a capofitto nella produzione di alcuni cortometraggi cercando la collaborazione di alcuni attori teatrali piuttosto noti all’epoca, tra cui Josef Šváb-Malostranský e František Gyra che, al contrario di quanto capitò in altri paesi, si “abbassarono” a recitare per questa nuova arte. Il lavoro di Kříženecký venne presentato alla fiera dell’architettura e dell’ingegneria di Praga (Výstavy architektury a inženýrství) del Giugno 1898 dando i natali alla storia cinematografica del paese. Molti di questi cortometraggi, straordinariamente conservati, sono stati presentati al Cinema Ritrovato 2018. Purtroppo non tutti sono reperibili sul web quindi quando non sarà possibile mostrarvi il video troverete un’immagine esemplificativa tratta dal Národní filmový archiv (NFA). Per questo progetto di cinema muto ceco mi sembra che non ci sia modo migliore di iniziare che vedere quello da cui tutto è partito con le sue influenze delle produzioni estere ma anche le sue particolarità.

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Svatojanská pouť v českoslovanské vesnici (1898)

In questo film dal vero troviamo una serie di feste, balli e giostre.

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– Defilování vojska o Božím těle na Královských Vinohradech (1898):

Questo breve filmato porta sul grande schermo una sfilata militare.

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– Polední výstřel z děla na baště sv. Tomáše (1898):

Troviamo qui un cannone, caricato da soldati, che spara qualche colpo.

 

– Cyklisté (1898):

Jan Kříženecký trasporta lo spettatore in una gara o palio ciclistico, dove alla fine uno dei partecipanti cade malamente

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– Staroměstští hasiči (1898):

Qui troviamo dei vigili del fuoco. Non si capisce se si tratta di un’esercitazione ad hoc per la ripresa o se effettivamente stiano andando a risolvere un’emergenza visto che paiono sfilare.

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– Cvičení s kuželi Sokola malostranského (1898):

I protagonisti di questo film si mettono in mostra attraverso vari esercizi prima con le clavette e poi con spada, asta e altri attrezzi. Il movimento Sokol, fondato verso metà ‘800 a Praga, era un movimento che univa agli ideali del corpo allenato attraverso una ginnastica rigorosa quello della libertà del popolo slavo. Fu fondamentale per la creazione di uno stato ceco e proprio per questo documenti di questo tipo rivestono una grande importanza per la storia della futura Repubblica Ceca.

 

– Voltýžování jízdního odboru Sokola pražského (1898)

Qui troviamo fantini acrobatici che salgono e scendono da un cavallo.

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– Slavnost zakládání pomníku Františka Palackého (1898)

Film dal vero che rappresenta un documento piuttosto importante e tipico della storia ceca con la presentazione del monumento dedicato a František Palacký, considerato il “padre della patria ceca”. Non mancano elementi divertenti come un cappello che copre in parte la ripresa.

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– Žofínská plovárna (1898)

Su di un pontile con dei trampolini troviamo giovani e meno giovani che si tuffano allegramento ammicando alla cinepresa. Si tratta di un affresco di vita quotidiana molto vivace e divertente visibile qui sotto in qualità purtroppo piuttosto bassa.

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– Dostaveníčko ve mlýnici (1898)

Arriva il cinematografo! Un uomo bacia donna e poi scatena una rissa dove volano mazzate. Questo film apre un trittico dei primi film di finzione cechi. Tutti e tre sono scritti e recitati, assieme a Ferdinand Gýra nei primi due casi, da Josef Šváb-Malostranský. La regia è ovviamente di Jan Kříženecký.

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– Výstavní párkař a lepič plakátů (1898)

Presentato in due versioni: nella prima un uomo attacca sul muro un manifesto con scritto cinema. Un ambulante gli offre una salsiccia e per prenderla il nostro protagonista versa inavvertitamente calce o terra nel secchio che le contiene scatenando rissa. Nella seconda versione il manifesto è già affisso ma la sostanza non cambia! Qui avete la prima versione:

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– Smích a pláč (1898)

Primo piano di un uomo (Josef Šváb-Malostranský) che ride e piange in maniera alternata e ripetuta

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