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Posts Tagged ‘Tod Browning’

Uomini nella notte (Outside the Law) – Tod Browning (1920)

novembre 5, 2014 Lascia un commento

Piccola premessa: questa recensione è stata scritta nel “lontano” febbraio 2013 ma per motivi differenti non è stata mai pubblicata fino a oggi. Come ho avuto modo di dire altre volte, E Muto Fu possiede in realtà un gran numero di recensioni già scritte ma la cui pubblicazione è stata rimandata per diverse motivazioni. Il mio stile è mutato con il tempo così come il mio modo di approcciarmi a un film. In un certo senso non mi riconosco più pienamente in quanto ho scritto in passato, eppure sono contento di condivedere con voi quello che ero e quello che pensavo. Dopo questa premessa vi lascio finalmente alla recensione:

Dopo The Wicked Darling, Lon Chaney e Tod Browning si ritrovano insieme per la seconda di una lunga serie di film. In Ouside the Law, l’attore dai mille volti interpreta il duplice ruolo di un gangster, Black Mike Sylva, e di un servitore cinese, Ah Wing. La storia vedeva, al contrario degli stereotipi dell’epoca, la cultura cinese e i cinesi in generale sotto un’ottica positiva a conferma di quanto Browning fosse sempre stato anticonformista ed aperto alla rivalutazione dei luoghi comuni (che comunque qui non mancano) e di come Freaks non sia stato un caso isolato nella sua carriera..

Chang Lo (E. Alyn Warren), filosofo confuciano, convince il Boss Silent Madden (Ralph Lewis) e la figlia Molly (Priscilla Dean) a ritirarsi dall’attività criminale. Questa scelta desta però il malumore nella malavita di San Francisco, tanto che Black Mike Sylva (Lon Chaney), che aveva un conto in sospeso con il Boss, arriva ad accusare Silent Madden di un omicidio che questi non ha mai commesso. L’ingiusta accusa fa perdere a Molly la fiducia riposta in Chang Lo. Insieme a Dapper Bill Ballard (Wheeler Oakman), decide quindi di compiere una rapina nascondendosi poi in un Hotel assieme al complice in attesa che le acque si calmino. Ma Black Mike è deciso a rovinare anche la ragazza e passa a setaccio la città alla sua ricerca. Quando il gangster li trova, tutto sembra perduto. Ma in un colpo solo, e grazie anche all’aiuto del cinese Ah Wing (Lon Chaney), Molly riuscirà a porre fine a tutti i suoi problemi…

In questo film il ruolo di Lon Chaney è a prima vista secondario, eppure riesce comunque a catturare lo spettatore. L’attenzione del regista è puntata teoricamente su Priscilla Dean che tenta di inquadrare l’evoluzione del suo rapporto con il personaggio interpretato da Wheeler Oakman. Il film, nel complesso molto buonista, si rivela estremamente piacevole grazie ad una buona qualità recitativa e a dei ritmi narrativi piuttosto rapidi. Non mancano macchiette divertenti come il bambino dell’Hotel o lo stesso Ah Wing che catturano la simpatia dello spettatore oggi come allora. La prova di Chaney è come sempre ottima grazie alla sua solita capacità di entrare con estrema credibilità nei panni dei personaggi da lui interpretati (in particolare ovviamente Black Mike). Il successo del film portò Browning a farne un remake sonoro nel 1930 senza però la partecipazione di Lon Chaney, morto lo stesso anno a causa di un tumore alla gola che ne compromise la carriera sonora. Outside the Law viene solitamente considerato come uno dei primi gangster movie a presentare una forte componente psicologica ed in cui i personaggi, in particolare i due protagonisti, si evolvono nel corso della vicenda. Il film, a lungo considerato perduto, è stato fortunatamente ritrovato nel 1975 nella sua riedizione del 1926 (modificata rispetto a quella originale) distribuita a seguito del passaggio di Browning e Chaney alla MGM e del loro successivo grande successo (erano gli anni di The Unholy Three, The Mystic, The Blackbird). Nella versione originale pare che il ruolo di Ah Wing fosse molto più corposo.

Il film è disponibile in Italia grazie all’edizione della DCult, di qualità discreta e dal prezzo molto conveniente. Consigliato agli amanti di Chaney e di Browning.

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The Mystic – Tod Browning (1925)

maggio 29, 2012 1 commento

Nel 1925, assieme allo straordinario The Unholy Three, Tod Browning portò sugli schermi anche il meno noto The Mystic, in cui ancora una volta è il mondo degli artisti a far da padrone. Al posto del solito Lon Chaney, il regista scritturò Conway Tearle come protagonista affiancandolo alla bella Aileen Pringle, qui in una delle sue ultime interpretazioni di rilievo prima della ribalta del cinema sonoro.

In Ungheria un gruppo di gitani composto da Poppa Zazarack (Mitchell Lewis), sua figlia la “maga” Zara (Aileen Pringle) e Anton (Robert Ober), lanciatore di coltelli, guadagna grazie a discutibili trucchi di magia. Dopo uno degli spettacoli i tre vengono avvicinati da Michael Nash (Conway Tearle), speculatore americano, che li invita a mettersi in società con lui. I quattro volano a New York ed iniziano a guadagnare sulle spalle della nobiltà locale. Ma quando stanno per derubare la giovane Doris Merrick (Gladys Hulette), Micheal viene bloccato dai sensi di colpa. La situazione degenera e Zara, innamorata di di Micheal, dopo una iniziale gelosia si schiara dalla parte dell’amato. Poppa e Anton, invece, temono di essere raggirati e vorrebbero impossessarsi del denaro. Il finale è ricco di colpi di scena ma il lieto fine, per quanto originale, non tarda ad arrivare.

The Mystic, per quanto poco innovativo nella stuttura della trama, è ricco di spunti interessanti e trovate geniali. La fotografia regala delle vere e proprie chicche e un sapiente gioco di telecamere contribuisce ad aumentare la suspance nei momenti più delicati. Bellissime le scene in cui entrano in campo le finte anime dei defunti, attraverso un astuto gioco di luci nel buio. La recitazione, nel complesso, è da promuovere, in particolare per quanto riguarda i personaggi di Zara e Micheal Nash, ma anche per Poppa (solo a me Mitchell Lewis ricorda vagamente Pierre Alcover?).

Il film purtroppo non è edito in DVD ma è reperibile solo in VHS. Ho intravisto su youtube una versione veramente pessima senza audio, ma a meno di alternative potrebbe essere un modo per vedere questa pellicola meno nota del regista ma che comunque sa regalare delle emozioni.

Per chi volesse approfondire consiglio anche questa bella recensione in francese che potete consultare cliccando qui.

Tod Robbins – Freaks! (a cura di Alessandro Oliviero)

Sono sempre stato al fianco delle piccole case editrici che cercano di ritagliarsi uno spazio nel mondo della letteratura e sono molto felice di aprire una sezione dedicata ai libri più o meno inerenti al cinema muto.

Dopo una inspiegabile assenza finalmente anche noi italiani possiamo godere dei racconti di uno degli autori più interessanti del panorama mondiale, Clarence Aaron “Tod” Robbins (1888–1949). Se il suo nome non vi dice niente, pensate ad uno dei film più scandalosi del cinema, Freaks, e forse capirete  di chi sto parlando. Tod Robbins altri non è che lo scrittore della novella “Spurs” (1923) che avrebbe poi ispirato il regista Tod Browning per il suo tanto discusso Freaks (1933). Ma la collaborazione tra i due aveva già conosciuto un ampio successo con un altro racconto, The Unholy Three, che Browning girò sia in versione muta (1917) che in una sonora (1925), per altro unica pellicola sonora che Lon Chaney fece prima di morire per un cancro alla gola. Ma Robbins non è solo questo. Attraverso questi otto racconti ci si delinea la figura di uno scrittore pieno di spunti interessanti, capace di anticipare alcune storie e filoni che avrebbero avuto tanto successo in seguito. Tanto per fare un esempio leggendo The Bibulous Baby (Assenzio) del 1919, non si può non vedere un riferimento al celebre racconto di Fitzgerald “Il curioso caso di Benjamin Button” scritta per altro poco dopo, nel 1922. Negli altri racconti si mescolano elementi fantastici tra pirati, banshee e terribili vendette, dove a regnare è il misterioso e l’oscuro, con tinte che ricalcano a tratti quelle di Edgar Allan Poe.

Ecco gli otto racconti contenuti nella raccolta:

Crimson Flowers (Fiori Rossi, Fiori di Sangue) – 1919
Cock-Crow Inn (La Locanda) 1926
The Bibulous Baby (Assenzio) – 1919
Spurs (Freaks) – 1923
The Confession (La Confessione) – 1935
A Voice from Beyond (Il Tesoro Nascosto) – 1919
A Bit of Banshee (Un po’ Banshee) – 1924
Whimpus (Whimpus)- 1919

Le storie, di diversa lunghezza, nascondono sempre uno spunto interessante o una sorpresa, proprio per questo fare una recensione di ogni singolo racconto potrebbe essere controproducente, ma per farvi un’idea dello stille di Robbins vi invito a leggere gli estratti gentilmente messi a disposizione dalla casa editrice Ctrl Alt Write:

La Confessione – ricca confessione di un assassino perfetto…
Whimpus – a volte le storie più fantasiose si rivelano veritiere…

Freaks!, edito dalla casa editrice online Ctrl Alt Write, colma finalmente il vuoto editoriale riguardo Tod Robbins. Alessandro Oliviero ci regala una traduzione ben curata, così come la Biografia che attraverso numerosi aneddoti ci introduce al mondo dell’autore. Se avete amato Freaks e The Unholy Three non potete lasciarvi sfuggire a questa splendida occasione per toccare con mano gli scritti di Tod Robbins ad un prezzo, bisogna dirlo, molto vantaggioso (appena 3,99€).

Per ulteriori informazioni sulla casa editrice vi rimando nuovamente al blog.
Per maggiori informazioni sull’antologia e per acquistare il libro potete cliccare qui.

Non mi resta che sperare che anche gli altri racconti di Tod Robbins vengano pubblicati quanto prima in Italia e augurare a tutti una buona lettura!

I Tre (The Unholy Three) – Tod Browning (1925)

settembre 16, 2011 8 commenti

The Unholy Three è forse il più famoso muto di Tod Browning ed è il film che avrà un influsso importante su quelli seguenti del regista statunitense. Il successo fu tale che, come per Outside the Law, ne venne fatto un remake sonoro nel 1930, diretto però da Jack Conway. Lon Chaney prenderà parte anche a questa seconda versione sonora ma morirà poche settimane dopo la sua uscita nelle sale a causa di un cancro alla gola. Nella versione originale, Browning conferma la sua passione per il circo e ci presenta personaggi con caratteristiche fisiche particolari. Ci troviamo insomma, davanti ad una sorta di preludio a Freaks, tanto che ritroviamo il piccolo nano Harry Earles (appena ventitreenne), uno dei personaggi principali di quella pellicola. The Unholy Three sancisce l’inizio di un nuovo periodo d’oro per la coppia Browning/Chaney, appena ingaggiati dalla MGM. La loro unione ha prodotto, nella decade 1919-1929, ben dieci film di cui la maggiorparte proprio a partire dal ’25. Le vicende narrate sono tratte dall’omonima opera di Clarence Aaron “Tod” Robbins, lo stesso che ispirerà anche il sopracitato Freaks.

Il Professor Echo (Lon Chaney), ventriloquo, Hercules (Victor McLaglen), uomo dalla forza straordinaria e il nano Little Willie detto Tweedledee (Harry Earles) decidono di unire le loro forze per creare, assistiti dalla bella Rosie (Mae Busch), un’associazione criminale chiamata “The Unholy Three“. I Tre aprono un negozio di animali, dove Echo si spaccia per l’anziana Mrs. “Granny” O’Grady, Tweedledee per un bimbo ed Hercules per un semplice fattorino. Per coprire meglio le loro malefatte assumono l’impacciato Hector MacDonald (Matt Moore) il quale, però, dimostra subito un certo feeling con Rosie suscitando le ire del Professore, da sempre innamorato di lei. Il trio inizia a rapinare le case dove venngono venduti gli animali, rimanendo per lungo tempo, grazie ai loro travestimenti, al di fuori di ogni inchiesta. La situazione sfugge però loro di mano…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

…Rosie si innamora di Hector e decide di sposarlo nonostante le pressioni di Echo. Ma quando durante uno dei furti avviene un omicidio i tre non faticano a incastrare il povero ragazzo e fuggire dopo aver rapito Rosie. Ma il lieto fine è dietro l’angolo: Echo si immola per amore e decide di confessare tutto durante il processo ad Hector. In cambio riceve la libertà ma perde la sua Rosie. Hercules e Willie, invece, perdono la vita per mano di una terribile scimmia assassina (sic) consumati dalla loro brama di denaro.

(potete riprendere la lettura da qui..)

Il film presenta molti elementi caratteristici degli Horror americani anni 30/40 e molti espedienti che il regista utilizzerà nei suoi film successivi. Primo tra tutti mi piace ricordare l’uso del travestimento nel tanto maltrattato “la Bambola del Diavolo” (The Devil-Doll) del 1936, dove uno splendido Lionel Barrymore si finge una vecchina per vendicarsi di coloro che lo avevano fatto condannare ingiustamente (e non a caso nella locandina scrivevano “Greater than The Unholy Three“). Vendetta che verrà compiuta grazie a bamboline assassine in un susseguirsi di immagini dal forte impatto visivo. In secondo luogo, come ho già detto accennato, siamo di fronte ad una sorta di preludio a Freaks, attraverso l’attenzione alle deformoazioni fisiche e l’utilizzo di esse a proprio vantaggio. Il regista, nella sua sensibilità, ci tiene a sottolineare l’ingiusto disprezzo che devono subire quotidianamente queste persone, cosa che emerge specialmente nei confronti di Little Willie all’inizio del film. Altro elemento portante è la presenza del tipico mostro che ovviamente si ritorcerà contro qualcuno dei protagonisti (altro must delle pellicole contemporanee e  successive).
Chaney ci regala un’altra ottima interpretazione, dimostrando ancora una volta di meritarsi il soprannome di “uomo dai mille volti“. Come sempre il suo personaggio dovrà però combattere con le sue passioni amorose, risultando  sconfitto anche se in un finale che sembra rivalutarlo in positivo. McLaglen ed Earles svolgono alla perfezione il loro ruolo. Allo stesso modo la Busch si cala perfettamente nei panni di innamorata disperata, e Moore in quelli del povero Hector, pedina di una vicenda più grande di lui. Browning dirige magistralmente le telecamere, regalandoci alcune immagini molto belle, come quella in cui i tre ci vengono mostrati attraverso le loro ombre mentre confabulano prima della creazione della loro associazione criminale.

Per concludere possiamo dire di essere di fronte ad un film pregevole, che scorre piacevolmente grazie ad un ritmo incalzante, scene ad alta suspance e delle ottime interpretazioni. Sicuramente consigliato agli amanti del Browning sonoro (ma non solo) e del grande Chaney.  Impossibile poi lasciarsi scappare l’occasione di godersi questo film nella nuova edizione restaurata rilasciata dalla Warner Brothers proprio qualche mese. Nonostante le didascalie in inglese siano ricche di slang, il tutto risulta comprensibile e godibilissimo anche da chi non ha una eccessiva padronanza della lingua. Insomma i presupposti ci sono tutti per gustarsi al meglio una vera perla per gli amanti del genere.

Il Capitano di Singapore (The Road to Mandalay) – Tod Browning (1926)

Da grande estimatore di Tod Browning non potevo esimermi dal vedere questa pellicola che purtroppo, devo dire, mi ha abbastanza deluso. La nostra sfortuna è quella di possedere un unico esemplare, per altro mutilo e in pessime condizioni, ritrovato in Francia negli anni 80. Sinceramente non sono a conoscenza di lavori di restuaro, di cui ci sarebbe urgente bisogno. A quanto ne so è molto raro trovare informazioni, specialmente in Italia, riguardanti questo film, cercherò quindi di dare un quadro generale esprimendo qualche considerazione.

Siamo a Singapore, terra di riposo per i marinai, dove regna un trio di malfattori composto da Singapore Joe (Lon Chaney) caratterizzato da un occhio sfregiato, Charlie Wing detto l’Inglese (Sojin), maestro nell’uso dei coltelli e L’Ammiraglio (Owen Moore), mascalzone che non disdegna alcool e risse. Quest’ultimo si innamora della bella Rosemary (Lois Moran), venditrice di goielli che vive sotto la protezione di suo zio,  Padre James (Henry B. Walthall) e di un piccolo servo (una nostra vecchia conoscenza: John George). La ragazza, in realtà, è figlia di Singapore Joe, che vorrebbe interrompere la sua carriera criminale per rivelarsi e vivere finalmente assieme alla figlia. Scoperta la relazione tra Rosemary e L’Ammiraglio, volendo evitare che la figlia sposi un delinquente suo pari, Joe cercherà di ostacolare il loro matrimonio…

La vicenda si regge totalmente sulle spalle di Lon Chaney, nel difficile compito di interpretare un criminale senza scrupoli che si scopre padre preoccupato. Alcune scene finali mettono in evidenza questa “schizofrenia” del personaggio, sconvolto da un dramma interiore tanto forte da portarlo a gesti estremi. La storia, però, forse a causa della mutilazione subita dalla pellicola, non riesce a incidere: i personaggi sono poco caratterizzati e non c’è un vero e proprio sviluppo. Tutto sembra essere scontato, anche per un film del 1926. The Road to Mandalay è mix di machismo, risse, fascino esotico (tra bar e tanti luoghi comuni) con una spruzzatina di drammaticità. Per quanto ho potuto vedere, forse è uno dei lavori meno riusciti di Tod Browning che per l’occasione aveva curato anche la scenografia assieme a Herman Mankiewicz. Spero comunque possa uscire presto un’edizione restaurata (nel caso fosse già uscita vi prego di segnalarmelo). Le immagini che ho riportato sono ovviamente fotografie di scena e non screenshot.

Lo Sconosciuto (The Unknown) – Tod Browning (1927)

agosto 13, 2011 5 commenti

Tod Browning è sicuramente un regista particolare che porta sempre nel suo cuore il mondo del circo e dei Freaks (a cui dedicherà nel 1932 lo splendido omonimo film). Ho già avuto modo di citare The Unknown nel primo post di questo blog, quando parlavo di The Man Who Laughs, non a caso altra pellicola che analizza la vita circense, ma avrei potuto dire la stessa cosa riguardo He who gets slapped. Non so se qualcuno ha già trattato l’argomento, ma credo sarebbe interessante studiare l’attenzione che questi primi sceneggiatori e registi avevano nei riguardi di questo mondo tanto strano e particolare, tanto da spingerli a rappresentarlo in numerose pellicole, per la maggiorparte (caso decisamente raro) rimaste intatte. Forse proprio per la sua stravaganza e particolarità, oltre alle numerose maldicenze che circolano nei confronti di chi fa questa vita, il circo era un terreno ideale per ambientare le proprie storie come mondo adatto a stupire ed incantare.

Alonzo (Lon Chaney) è privo di entrambe le braccia e si guadagna da vivere in un circo (sotto il nome di “uomo senza braccia“) lanciando coltelli alla bella Nanon (Joan Crawford, che avrà vasta fortuna nei film sonori vincendo l’oscar con “Il romanzo di Mildred” nel ’46) figlia del padrone del circo. Alonzo è costantemente aiutato dal nano Cojo (John George) ed ha stretto un forte legame di confidenza (e un celato amore) con Nanon, nonostante il padre cerchi di ostacolare la loro amicizia. La bella circense subisce la corte spietata del forzuto Malabar (Norman Kerry, altro attore poco fortunato dopo il passaggio al sonoro e che morì per colpa di una cirrosi epatica), ma non può ricambiare il suo amore: detesta infatti che la si stringa tra le braccia, cosa che il povero Malabar non manca mai di fare. “L’uomo senza braccia” però nasconde un incredibile segreto…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Egli infatti non è affatto menomato, ma tiene nascoste le braccia grazie ad un trucco, forse per celare una sua seconda vita malavitosa. La sua mano destra, infatti, possiede due pollici, cosa che lo rende facilmente riconoscibile. Una sera Alonzo, mentre camminava verso la sua roulotte, viene sorpreso dal padre di Nanoon che scopre il suo segreto. Egli lo strangola a morte, non senza attirare l’attenzione della figlia che nota i due pollici dell’assassino senza però riuscire a vederne il volto. Il finto menomato dissimula un profondo dolore e si offre di proteggere la povera Nanoon ormai orfana. Convinto che il suo amore sia ricambiato, Alonzo, preso sempre più da un’ardente passione, compie un atto tanto estremo quanto innamorato: va di nascosto da un dottore collegato alla sua precedente vita e si fa tagliare effettivamente le braccia per evitare di dover mentire all’amata ed essere da lei riconosciuto come assassino del padre. Non tutto va come dovrebbe…mentre Alonzo subisce il duro intervento, Nanoon supera la propria fobia e risce finalmente a ricambiare l’amore di Malabar decidendo quindi di sposarlo. Quando il lanciatore di coltelli viene a saperlo, al colmo della rabbia medita una terribile vendetta. Approfittando della pericolosità del nuovo spettacolo che mettono in scena i due innamorati (Malabar legava ciascun braccio a due cavalli che correvano su dei tapis-roulant in direzione opposta) Alonzo di nascosto interrompe bruscamente la corsa di una delle due cavalcature sperando che questo possa rendere il ragazzo menomato come lui. Nanoon, nel tentativo di salvarlo, si getta tra i cavalli imbizzariti e Alonzo, per evitare che le accada qualcosa, muore schiacciato da uno di essi. I due innamorati possono ora vivere felici il resto dei loro giorni.

(potete riprendere la lettura da qui in poi…)

Un film strano, particolare, in cui forse non viene posto sotto il giusto risalto l’amore illimitato che Alonzo/Chaney nutre per la bella acrobata. Nella versione che ho visionato ho notato una buona qualità video ma un audio non all’altezza, con musiche forse eccessivamente “moderne” e che mal si accompagnavano con lo sviluppo della vicenda. Per il resto ottima prova da parte degli attori principali, in particolare Chaney, qui in una delle sue migliori performance. Pare che la Crawford abbia più volte detto di aver imparato più da Chaney in questo film che da chiunque altro nel corso della sua lunga carriera, affermazione che lascia veramente stupiti e con un pizzico di amaro in bocca ripensando a quello che l’attore avrebbe potuto fare se non avesse avuto quel cancro alla gola. Mi piacerebbe sapere le reazioni che ebbe il pubblico alla vista di una Crawford tanto provocante, ai limiti della nudità per i target dell’epoca.
Come spesso accade per i film del duo Chaney/Browning, questa pellicola è stata a lungo “maledetta”: accolta con scarso entusiasmo dalla critica del tempo, ci era rimasta in una versione incompleta fino al ritrovamente, verso gli anni 70, nella Cinematheque Francaise di una pellicola da 35mm contenente una porzione maggiore della pellicola. Sebbene ci troviamo di fronte ad un’opera incompleta, possiamo quindi farci un’idea molto ampia di quello che doveva essere il film nella sua interezza e queste assenze non sembrano notarsi a una prima visione del film.

Bellissimo film, incentrato sull’amore e sulle possibile conseguenze a cui esso può portare, due linee parallele costituite dall’amore puro e dall’amore impuro, che porta verso il subdolo e la malvagità. Una splendida prova di un regista che ammiro particolarmente e di un grande attore come Chaney, che riesce sempre a stupirmi nelle sue doti trasformistiche. In attesa di tornare, in un futuro non troppo lontano, a parlare di qeusta strepitosa coppia, vi invito a visionare questa pellicola breve ma intensa.

L’uomo che ride (The Man Who Laughs) – Paul Leni (1928)

luglio 29, 2011 11 commenti

A un anno dal suo trasferimento in america Paul Leni ci regala forse il suo capolavoro, di certo il film più bello della sua breve esperienza nel nuovo mondo che si interromperà appena un anno dopo a causa di una devastante leucemia. Questo film con il suo forte impatto visivo ha stuzzicato l’immaginario delle generazioni successive tanto da dar vita a uno dei più noti cattivi della storia dei fumetti, Joker di Batman. Ma la storia parte da lontano, da un drammatico romanzo di Victor Hugo, L’homme qui rit per l’appunto, uno degli ultimi scritti dall’autore francese e pubblicato nel 1869.

Semplificando il lungo romanzo d’oltralpe, lo sceneggiatore (Grubb Alexander) ci mette di fronte alla cattura per tradimento di Lord Clancharlie da parte degli uomini del malvagio Re Giacomo II di Inghilterra (tra cui spicca l’astuto buffone di corte Barkilphedro interpretato da uno splendido Brandon Hurst). Prima di essere ucciso, chiuso in un sarcofago ripieno di punte arruginite (fine che Leni rappresenta con una grande carica emotiva ma anche con la delicatezza che caraterrizava i muti), il ribelle viene a sapere che il figlio Gwynplaine è stato venduto a degli zingari noti per le loro atrocità. Da essi il piccolo è stato sfigurato e costretto a portare un eterno sorriso. La scena si sposta e veniamo a sapere che un editto ha reso questi zingari fuori legge i quali, pur di salvare la loro pelle, poco si curano di portare con loro il piccolo che, infreddolito ed affamato, inizia un cammino che lo porterà a vedere le peggiori atrocità: prima un gruppo di uomini impiccati, poi la fame più nera. Proprio in questo contesto incontrerà una donna, morta per il freddo e gli stenti, con in braccio una bambina ancora viva: Dea. I due diventeranno inseparabile e con lei sotto la giacca Gwynplaine arriva alla casa mobile di Ursus (interpretato dal grande caratterista Cesare Gravina) e del suo cane. L’uomo scopre che la piccola è non vedente e viene finalmente rivelata lo sfregio del bambino.

Passano 15 anni e Gwynplaine (interpretato da Conrad Veidt, attore ebreo-tedesco che ricordo per la sua interpretazione di Cesare ne “il gabinetto del dottor Caligari“) è diventato adulto così come la bella Dea (Mary Philbin, attrice schiva, nota anche per aver recitato ne “il Fantasma dell’opera” del 25 al fianco di Lon Chaney). Insieme al loro salvatore girano l’Inghilterra mettendo in scena la piece teatrale dell’Uomo che ride, scritta dal Ursus il cui protagonista principale è ovviamente il nostro Gwynplaine. Ma la routine dei nostri eroi ha purtroppo breve durata. Barkilphedro scopre che il protagonista della piece il figlio di Lord Clancharlie e lo rivela alla Regina Anna (che ha preso il posto dell’ormai defunto Re Giacomo), stufa delle bravate della sua viziosa sorellastra, la Duchessa Josiana. Proprio lei passa le sue giornate sotto mentite spoglie al circo in compagnia di personaggi non certo raccomandabili. In una delle sue sortite la Duchessa vede l’opera di Gwynplaine e, al contrario di tutti i presenti, non riderà. Colpito dal comportamento di Josiana, il nostro eroe non esiterà a correre da lei quando questa glielo chiederà, abbandonando così la povera Dea che nutre nei suoi confronti un amore sincero.  Nella sua estrema fragilità Gwynplaine ha bisogno di essere amato di una persona che può vedere la sua deformità. Una volta che il giovane è giunto a palazzo la Duchessa riceve un messaggio dalla Regina Anna, all’interno del quale viene a sapere che potrà mantenere il suo patrimonio solo sposando “l’uomo che ride”, ormai riconosciuto come Lord Fermain Clancharlie. Josiana ride istericamente e, sentendosi deriso, Gwynplaine fugge da Ursus e Dea. Poche ore dopo viene però catturato dalle milizie regie, portato in cella e spacciato per morto. Qui ci troviamo di fronte a una delle scene più commoventi del film. Dea non deve sapere niente e Ursus finge di dover fare lo spettacolo anche quel giorno facendo da attore e da pubblico in sala. Ma la finzione durerà poco, il malvagio Barkilphedro farà il suo ingresso nel piccolo teatro annunciando la finta-morte di Gwynplaine e annunciando la messa al bando della compagnia dal Regno Unito. Distrutti dal dolore a questi non resta altro che preparare i bagagli e partire.

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Nel frattempo il nuovo Lord Fermain Clancharlie viene portato alla Camera dei Lord per l’investitura ufficiale e la ratifica della promessa di matrimonio con la Duchessa Josiana. Ma Gwynplaine si ribella e, tra le risa e lo sdegno della nobiltà, si rifiuta di accettare la volontà della regina e scappa alla ricerca dell’amata Dea e di Ursus ( Nel frattempo, in una sequenza altamente drammatica, Dea aveva sfiorato il ricongiungimento entrando, tirata dal cane, nella Camera senza essere notata, ma per colpa del solito Barkilphedro, che approfittando della sua cecità la spinge fuori, lo stratagemma era stato sventato). Il nostro eroe giunge alle porte del circo ma scopre della messa al bando della compagnia. Da qui, protetto dalla folla che lo ha apprezzato e deriso durante i suoi spettacoli, riesce ad arrivare al porto da dove la nave di Ursus e Dea è appena partita. Sarà il cane ha risolvere la situazione, prima indicando a Gwynplaine la posizione della nave, e poi proteggendolo e mettendo fine una volta per tutte alle angherie di Barkilphedro. L’Uomo che ride raggiunge a nuoto la nave dei suoi compagni e finalmente può essere realmente felice tra le braccia delle persone che ama.

Con uno strappo alla versione originale qui abbiamo il finale felice, quando Hugo preferisce quello drammatico e disincantato. Dea, molto debole, muore poco dopo aver riabbracciato il suo Gwynplaine che la seguirà annegandosi nella Manica.

(potete riprendere la lettura da qui…)

Leni ci regala un capolavoro artistico, un gioco di sguardi e di espressioni. Là dove il sorriso eterno del protagonista non può rivelarci i veri sentimenti dell’eroe, sono i movimenti e gli occhi che fanno da padroni. Il regista tedesco ci mostra tutta la debolezza di un ragazzo costretto a crescere e vivere tra lo scherno e il disprezzo altrui, una sorta di preludio a quello che poi saranno i temi tanto cari a Tod Browning con Lo Sconosciuto (The Unknown) prima e Freaks poi. Chissà come sarebbe stato questo film se Lon Chaney avesse potuto interpretare Gwynplaine, ruolo che rifiutò all’ultimo, forse per il troppo lavoro, forse per i problemi dovuti al cancro alla gola che lo accompagnavano da diverso tempo. Magari invece è stato meglio così, Veidt ha interpretata il suo ruolo magistralmente, è riuscito a rendere alla perfezione la debolezza e la forza del proprio personaggio, a giocare con le gestualità e con lo sguardo. Geniali e di forte impatto emotivo le scene in cui si copre la bocca, congelata in un sorriso attraverso dei ganci metallici, per mostrare tutta la tristezza del suo sguardo, lo smarrimento per la derisione, dell’essere giudicati solo per la propria apparenza. L’uomo che ride è una critica sociale, nonché alla classe dirigente tutta, alla differenza abbissale, e sempre attuale, tra classi estremamente ricche e quelle più povere. Hugo, forse per prendere le distanze, non avrà faticato ad ambientare questa triste storia nell’odiata Inghilterra, dando poi ad una nave, diretta in Francia, il ruolo di possibile salvatrice dei nostri eroi.

Sono felice di cominciare questa mia piccola avventura con un capolavoro del muto che ha saputo regalare tante emozioni grazie alla sua forte espressività e carica simbolica. Una storia coinvolgente, ricca di scene drammatiche, commoventi ma anche liete. Un racconto introspettivo, che si sofferma sulla psicologia di un personaggio costretto, contro la sua volontà a vivere secondo la volontà degli altri. La storia scivola in 110 minuti che volano sulle note della splendida musica di accompagnamento originale, che permette allo spettatore di entrare al meglio nelle dimaniche sceniche. Un film consigliato a tutti, anche a chi non è solito guardare questo tipo di pellicole.