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Posts Tagged ‘StummFilm’

La maschera e il volto – Augusto Genina (1919)

settembre 5, 2019 Lascia un commento

maschera_volto.jpgVedere La maschera e il volto di Genina al cinema è piuttosto difficile, per questo sono stato molto felice quando ho letto sul programma del Cinema Ritrovato 2019 che sarebbe stato proiettato. Non conoscevo la storia e devo dire che mi ha molto divertito, tanto che il film rientra senza dubbio nella mia top3 di questa edizione.

Paolo Grazia (Vittorio Rossi Pianelli) è sicuro che se dovesse trovare la moglie Savina (Italia Almirante Manzini) con un altro la ucciderebbe. Inutile dire che gli capita proprio quello che temeva, ma quando tenta di ucciderla, non ci riesce. Decide quindi di risparmiarle la vita ma la spedisce lontano da casa e le fornisce una nuova identità. Agli amici dice di averla strangolata e poi gettato nel corpo il fiume. Paolo viene processato e il suo avvocato (Ettore Piergiovanni) altri non è che l’amante della moglie, cosa che però lui ignora. L’arringa è ben fatta e l’uomo viene assolto per aver commesso un legittimo delitto d’onore. La ben architettata scenetta si deve però presto scontrare con la realtà: Savina torna da Paolo che la perdona, ma dal lago emerge un cadavere quasi irriconoscibile e tutti sono convinti sia della donna, tanto che viene riconosciuta da diversi testimoni. Paolo è quindi costretto ad organizzare il funerale della donna sconosciuta e durante questo Savina fa la sua comparsa davanti agli amici di lui e all’amante avvocato. Assurdità delle assurdità: per evitare beghe legali per il finto omicidio, i due, nuovamente innamorati, sono costretti a fuggire e farsi una nuova vita certi del silenzio dei loro cari.

Anche se la critica dell’epoca non fu molto favorevole al film, preferendogli la versione teatrale, ho trovato La maschera e il volto una commedia davvero ben riuscita con pochi punti morti. Mi è stramente capitato di ridere diverse volte, probabilmente perché sono un amante delle commedie dell’assurdo, qui in una sua declinazione borghese molto ironica. Paragonato spesso al Fu Mattia Pascal di Pirandello, questa commedia scritta da Luigi Chiarini, non è certamente altrettanto brillante, ma presenta comunque degli elementi originali e divertenti. La storia è tra l’altro spunto per una riflessione sempre attuale: è facile avere posizioni forti, ma saremo in grado di rispettarle qualora dovessi trovarci in quella determinata situazione? Paolo Grazia non ne è capace ma allo stesso tempo non riesce a darsi pace per questo e quindi architetta una soluzione creativa per autoconvincere se stesso di aver rispettato i suoi principi e dimostrare agli amici di averlo fatto. Fortunatamente il delitto d’onore è stato definitivamente abrogato in Italia nel 1981, ma all’epoca faceva certamente discutere l’atteggiamento che un uomo poteva avere nei confronti della moglie fedifraga. I vari personaggi hanno posizioni contrastanti sull’argomento, in particolare uno di loro, il più anziano, è piuttosto scettico di fronte alle dichiarazioni tanto forti di Paolo, forse conscio che la vita è molto più complicata delle convinzioni e degli slogan. La storia ebbe diverse trasposizioni, alcune anche piuttosto recenti, e potrebbe essere consigliata a quelle persone che, proprio come Paolo, amano pontificare senza immaginare quanto la realtà possa essere diversa dalle sfuggevoli parole.

Le immagini sono prese da davidbordwell.net

Il Canto del fiore rosso (Sången om den eldröda blomman) – Mauritz Stiller (1919)

agosto 15, 2019 Lascia un commento

Sången om den eldröda blommanSången om den eldröda blomman si ispira a un romanzo dell’autore finlandese Johannes Linnankoski che ebbe un grande successo all’epoca tanto da ispirare Mauritz Stiller eGustaf Molander nella sceneggiatura di questo film. Attore protagonista un giovane e spericolato Lars Hanson.

Olof Koskela (Lars Hanson) è l’erede di una delle più importanti famiglie di proprietari terrieri della zona. Il ragazzo, però, è anche un grande farfallone e prima seduce Annikki (Greta Almroth) e poi inizia una storia con la serva Elli (Lillebil Ibsen). Quando i genitori di lui (Louise Fahlman Axel Hultman) lo scoprono, gli intimano di lasciarla perché la sua posizione non è consona a una famiglia del loro lignaggio, ma Olof si ribella e si allontana di casa. Cerca di trovare Elli che nel frattempo è stata però allontanata dalla casa in cui lavorava facendo perdere le proprie tracce. Passa qualche tempo e troviamo Olof al lavoro taglialegna. In base al periodo, i taglialegna si spostavano di zona in zona seguendo il fiume per trasportare la legna. Mentre si trova in una cittadina a lavoro, incrocia la giovane Kyllikki (Edith Erastoff), figlia di un orgoglioso proprietario terriero (Hjalmar Peters), e se ne innamora. Lei, orgogliosa come il padre,  non ha mai neanche rivolto la parola a nessun ragazzo che non considerasse degno di lei, eppure Olof, tramite un’impresa ardita (attraversare il fiume a bordo di un tronco d’albero evitando la cascata), riesce a conquistarla. Il padre di Kyllikki, però, non ne vuole proprio sapere di dare la figlia in sposa a un vagabondo e caccia il ragazzo di casa. Olof parte con la promessa di tornare da lei e si ritrova in una grande città. Qui viene adescato da una prostituta che lo porta nella sua casa di lavoro. Proprio qui ritrova Elli, che dopo averlo riconosciuto si suicida per il dolore di essere stata vista in una condizione così misera. Olof è sconvolto e decide di dare un taglio alla sua vita da vagabondo e prendersi per una volta le sue responsabilità: torna a casa e scopre che i genitori sono morti. Con rinnovato vigore, il giovane riprende l’attività di famiglia e torna per sposare Kyllikki qualificandosi come un Koskela e ricevendo così il placet anche da parte del padre di lei.

La storia è piuttosto articolata ma molto godibile. Le diverse atmosfere sono davvero ben rese a livello fotografico, con splendidi paesaggi e belle inquadrature di interni nella parte cittadina. Olof è un giovane spensierato, che con le sue azioni e la sua poca serietà ha fatto soffrire molte persone e causato anche la morte di una ragazza. Attraverso una lunga evoluzione psicologica, però, il giovane riesce a cambiare atteggiamento e tornare dalla donna che lo aspetta e a cui ha promesso un futuro felice insieme. Carino anche il messaggio finale: il padre di Kyllikki gli chiede perché non ha detto subito di essere un Koskela e Olof risponde “perché non volevo prendere moglie usando il nome della mia famiglia ma con il mio e da solo”. Insomma, un modo per dimostrare che anche quando si ha alle spalle la sicurezza economica e un nome importante quello che conta davvero è quello che si è.

Sången om den eldröda blomman è un film giovane e fresco, che riesce a intrattenere piacevolmente per quasi due ore. Particolarità del film è la presenza di una colonna sonora originale, opera di Armas Järnefelt, il cui figlio era presente alla proiezione del Cinema Ritrovato 2019.

La tierra de los toros – Musidora (1924)

tierra_torosTra i tre film con Musidora alla regia questo è il più particolare e, purtroppo, il meno fruibile. Il motivo è semplice, il film faceva parte di uno spettacolo itinerante in cui l’attrice stessa interveniva tra una sezione e l’altra del film facendo piccoli spettacoli di cabaret, con canti e balletti. Il film è quindi solo una parte dello spettacolo e proprio per questo non rende giustizia all’idea originale che la vamp francese aveva in mente.

Il film è molto personale anche nella trama: Musidora cerca un torero per il suo spettacolo. Si reca ad una corrida e propone il lavoro al bel Antonio Cañero che rifiuta. La stella francese decide allora di provare a prenderlo in giro travestendosi da donna brutta e fingendo di voler collaborare con lui. Dopo aver fatto breccia nel cuore del torero per il suo carattere, Musidora si rivela ma solo per fuggire da lui perché deve partecipare a uno spettacolo improrogabile. Antonio Cañero la insegue e dopo l’esibizione le chiederà di seguirlo. I due vivranno assieme portando avanti un “Ranch” di tori.

Tierra-de-los-torosLa tierra de los toros, come detto, ha una trama è piuttosto semplice e bruttina. Sebbene lo spettatore più appassionato possa provare affetto per la coppia Musidora-Cañero, lo stile a metà tra documentario e romanzo non è ben riuscito a mio parere. Durante la proiezione al Cinema Ritrovato 2019, il gruppo dei Los Musidoros ha provato a creare degli intermezzi per ricreare l’atmosfera dello spettacolo originale. Si sono così alternati video, audio e lettere scritte dall’attrice a Cañero in cui emerge quello che di fatto è il vero protagonista di questa vicenda: l’amore tra i due. Il film lascia trasparire ancor più della passione un amore dolce, fatto di sguardi e tanta ironia. Per questo amore folle, Musidora perderà di fatto il treno per il grande successo: questo sarà il suo ultimo film alla regia e praticamente l’ultimo anche come attrice. Sfortunatamente l’amore tra i due giovani non durò molto a lungo e chissà che non avesse lasciato nell’attrice un piccolo rimpianto su quello che sarebbe potuto essere qualora fosse rimasta in Francia cavalcando l’onda della notorietà. Di certo la sua voce non era molto adatta al sonoro e magari avrebbe comunque avuto ancora pochi anni a disposizione sul grande schermo, ma che ci avrebbero magari potuto lasciare qualche altra perla da visionare.

La miniera delle idee sepolte (Šachta pohřbených ideí) – Antonín Ludvík Havel & Rudolf Myzet (1922)

Sachta pohrbenych ideiNel corso di questi articoli ci capita spesso di parlare di alcuni personaggi importanti per la definizione di una nazione Ceca e la diffusione dei suoi elementi identitari. Šachta pohřbených ideí ci da l’occasione per parlare di Petr Bezruč, poeta ceco noto principalmente per i suoi Slezské písně (it. Canti della Slesia) pubblicati nel 1909 e poi ampliati nel corso degli anni. Bezruč dedicò parte della sua produzione a parlare di problemi sociali, ed è proprio a partire da una delle sue poesie che si ispira il film di cui andremo a parlare oggi, più in particolare Ostrava (qui la traduzione inglese).

La storia è piuttosto contorta e, come capitato altre volte, mi son dovuto affidare alla trama presente su Czech Feature film (CFF) per capire meglio quanto stava accadendo. Purtroppo anche questo film è molto “verboso” negli intertitoli e non sempre riuscivo a seguire con il mio ceco di base.

Durante la dominazione Austro-Ungarica, l’ingegnere Oblomoský (Anatol Montalmare) diventa proprietario di una miniera. Durante alcune agitazioni dei lavoratori uno di loro, di nome Havlena (Eduard Bartos), viene ferito gravemetne e muore poco dopo lasciando vedova la moglie. Passano gli anni e Oblomoský, che è rimasto colpito dalla vicenda, inizia a frequentare il giovane ingegnere Skála (Antonín Ludvík Havel), innamorato del socialismo e che vorrebbe rendere la minera una proprietà collettiva dello stato. Si intreccia qui la storia di Kohlmann (Eduard Sevcík), un imprenditore che vorrebbe acquisire la miniera e sfruttarne in esclusiva la sua produzione. Viste le agitazioni dei minatori, diventato ancora più potente grazie ai suoi legami con la famiglia dei Rothschild, manda i gendarmi per costringere con la forza i riottosi a riprendere il loro lavoro. Per ottenere quello che vuole decide di preparare addirittura un sabotaggio in miniera, servendosi di Machácek (Rudolf Myzet), un minatore che è diventato sorvegliante e per questo viene evitato dai suoi ex compagni di lavoro. Viene la guerra e Oblomoský muore, lasciando così a Kohlmann la possibilità di prendere la miniera. Ma il suo sfruttamento non durerà tanto: la nuova Repubblica decide di confiscare le miniere e statalizzarle facendo così diventare i lavoratori statali e togliendoli dalle grinfie dell’imprenditore senza scrupoli.

Šachta pohřbených ideí è il primo film a tematica sociale prodotto in Cecoslovacchia e riprende la tematica socialista che abbiamo imparato a conoscere in film provenienti da diversi stati europei dopo la Rivoluzione del ’17. Tra quelli che abbiamo visto posso citare rapidamente l’ungherese Bánya titka (1918), il norvegese Revolutionens Datter (1918) o anche Christian Wahnschaffe (1920-21) che sono stati presentati durante il Cinema Ritrovato 2018.  Il film venne inizialmente censurato alla sua presentazione del ’21 e venne rilasciato solo a seguito di un nuovo editing. Bisogna dire che rispetto a quelli degli altri stati qui non sembra esserci un giudizio negativo. Il motivo è strettamente collegato alla nascita dello neonato stato cecoslovacco, infatti la conquista finale è proprio la confisca della miniera da parte del consiglio nazionale e quindi sostanzialmente la statalizzazione dei dipendenti.

La cosa che ho apprezzato del film sono le scene di massa, l’attenzione al “verismo” con riprese della miniera e dei minatori tra scontri con i militari, con i padroni della miniera o semplicemente in riunioni interne. La scena rappresentata nella locandina riguarda invece un’altra scena molto emozionante e “ricca” a livello visivo, durante la quale i minatori scappano in massa, trasportando anche i feriti, dopo un attentato da parte di Machácek.

Come avrete intuito questo film mi è piaciuto molto, perché racconta tematiche sociali senza quella negatività post rivoluzionaria che abbiamo incontrato tante volte. Inoltre, pur essendo presenti personaggi negativi tra i minatori, si avverte una certa umanità o comunque un desiderio di giustizia che muove le azioni rivoluzionarie. Viene il sospetto che questa rivolta abbia avuto successo filmicamente solo perché rientra all’interno del volere dello stato che, nazionalizzando, porta giustizia ed equità. La tematica socialista sembrerebbe essere ben lontana da quella comunista sovietica nella volontà di chi ha fatto il film o comunque, se la censura riguardava proprio questo, in questa edizione rieditata, ma la sensazione vedendo oggi le vicende è sicuramente diversa.

Sylvester – Lupu Pick (1924)

giugno 30, 2019 Lascia un commento

SylvsterStrano che un regista che ha fatto un film così tradizionale nella sua composizione come Tötet nicht mehr (1919), abbiamo girato nel giro di poco tempo dei film sperimentali seguendo il movimento Kammerspiel. Sia il regista Lupu Pick che lo sceneggiatore Carl Mayer avevano precedentemente lavorato a film sul genere, i due erano per altro alla quarta collaborazione.

Nella notte di San Silvestro un Uomo (Eugen Klöpfer) si ritrova ad accogliere la madre (Frida Richard) con l’iniziale ritrosia della moglie (Edith Posca). Il sentimento di astio si trasforma presto in affetto e le due sembrano legare molto. La madre cambia però totalmente atteggiamento quando vede la foto del figlio con la moglie e poi quella di lei assieme a lui, forse per gelosia. L’anziana donna tenta quindi di strangolare la moglie e ne nasce un acceso diverbio che porta la ragazza a imporre al marito la cacciata della madre. Conteso tra i due amori, l’uomo si toglierà la vita mentre la gente festeggia per le strade l’arrivo del nuovo anno.

Il film è stato proiettato in piazzetta Pasolini in ricordo di Enno Patalas che vide una splendida copia giapponese del film durante le Giornate di Pordenone innamorandosene. Purtroppo non ho condiviso l’amore per Syvelster, nonostante avesse alcune particolarità interessanti. Il film alterna alle vicende dell’uomo quelle della festa per le celebrazioni della notte di San Silvestro, che si accendono in funzione dello svolgimento delle vicende. Oltre a questo compare quattro volte la scena di un mare in tempesta che nel finale si calma finalmente con la morte dell’uomo, cosa che sembrerebbe simboleggiare il patimento interiore del protagonista che si calma finalmente nel momento del suicidio. Devo dire che questi intermezzi non mi sono sembrati integrati con la narrazione e sembrano un’aggiunta accessoria. C’è sicuramente un bel lavoro con le inquadrature, specie dei volti dei personaggi, che in linea con il genere sono poco truccati e tendenti ad una rappresentazione più “realistica”. Le riprese si alternano tra quelle molto dinamiche nelle scene ambientate in strada a quelle più statiche e claustrofobiche ambientate nella stanza dove sono presenti i personaggi principali.

Che dire, non è certo un film che si vede tutti giorni, la sua trama è abbastanza sperimentale sviluppandosi sostanzialmente in pochi minuti ma portando in essi grandi e, forse troppo, repentini stravolgimenti. Contando la versione reperibile sul web, vi consiglio sinceramente di starne alla larga, perché non godreste affatto di quei dettagli e particolari che rendono il film interessante, lasciandovi solo alla narrazione con tutti i suoi limiti.

Il tesoro di Arne (Herr Arnes pengar) – Mauritz Stiller (1919)

giugno 28, 2019 Lascia un commento

sirarneCon Stiller e il cinema svedese in generale sono sempre andato sul sicuro e anche in questo caso sono stato piuttosto soddisfatto della visione, anche se capitata alle 9 di mattina dopo che la giornata precedente era  finita a mezzanotte in serale. La storia è tratta da Heir Arnes penningar di Selma Lagerlöf, quindi potete immaginare che è ricolmo di moralismo protestante  arricchito da elementi riferibili a leggende locali.

Sir Arne (Hjalmar Selander) è un uomo altero che custodisce nella sua diocesi un tesoro maledetto che nessuno osa toccare. Sir Archie (Richard Lund), Filip (Erik Stocklassa) e Donald (Bror Berger), tre mercenari scozzesi sfuggiti dal carcere e pieni di risentimento, lo trafugano dopo aver ucciso  tutti i membri della famiglia tranne Elsalill (Mary Johnson), che si è nascosta, e scappano nel punto più estremo della Svezia aspettando di poter salpare. Ma il fato non vuole la loro fuga: l’inverno è incredibilmente lungo e freddo e il mare ghiacciato. Caso vuole che Elsalill venga adottata da Torarin (Axel Nilsson), venditore di pesce essiccato che vive proprio nella città dove i mercenari stanno aspettando di poter partire. Sir Archie, vedendo la ragazza, inizia a provare sensi di colpa per quanto ha fatto e decide che l’unico modo per espiare le sue colpe è quello di sposare la giovane. Elsalill si innamora di lui ma scopre presto la verità sul suo conto. A causa sua i tre scozzesi vengono braccati dalle guardie cittadine e Archie, volendosi vendicare per il tradimento, la usa come scudo umano uccidendola. Nel finale i tre vengono catturati e vanno verso una giusta esecuzione.

La storia non è proprio del mio genere,  Selma Lagerlöf è un po’ troppo retorica e ricerca sempre la moralità dietro ogni cosa. Però nel complesso il film mi è piaciuto, i personaggi erano ben costruiti e, pur con i loro limiti, interessanti. Il film è permeato da un senso di inesorabilità del destino con la presenza costante del volere divino. I banditi, giunti nel luogo che dovranno usare per imbarcarsi in Scozia, sono bloccati da un interminabile inverno che, come il capitano dell’unica nave presente dice più volte, è segno del fatto che qualche peccatore vuole uscire dall’isola ma deve prima essere punito. Lo capirà anche Sir Archie, che dopo aver lottato come un leone si arrende nel finale al suo destino, conscio che ormai è stato voluto da una volontà più alta. Come tradizione della scrittrice non mancano i fantasmi, che tanto hanno caratterizzato il mitico Körkarlen di Victor Sjöström (1921). Qui si ritrova nella presenza della sorellina di Elsalill, uccisa senza pietà da Archie e che perseguita lui e guida lei verso la ricerca della verità.

Per chi, come me, non ama i film eccessivamente retorici e moraleggianti, l’apprezzamento o meno si basa sul giusto equilibrio tra una buona narrazione e gli altri elementi. In questo caso mi sembra sia stato abbastanza rispettato quindi tendenzialmente consiglierei la visione. Herr Arnes pengar ha un gusto molto vicino al pubblico svedese e abbiamo già visto in passato opere simili, quindi tendenzialmente se vi piace questo tipo di cinema dovreste andare sul sicuro. Il film è disponibile in edizione restaurata per la Kino Video.

Filibus: Il misterioso pirata del cielo – Mario Roncoroni (1915)

giugno 27, 2019 Lascia un commento

Filibus_airship_poster2Abbiamo anche noi la nostra Musidora! Abbiamo anche noi una Irma Vep! All’inizio del 1915, quindi alcuni mesi prima di Les Vampires di Louis Feuillade, usciva Filibus, la storia di una ladra dai mille travestimenti capace, con la sua astuzia, di mettere in seria difficoltà le forze dell’ordine. Il tutto utilizzando una sorta di dirigibile futurista da cui calarsi per non lasciare tracce!

La Baronessa di Croixmonde (Cristina Ruspoli) ha in realtà una seconda identità: quella del ladro Filibus che sta terrorizzando la Sicilia con i suoi furti. Il Commissario Kutt Hendy (Giovanni Spano) decide di occuparsi del caso. La Baronessa lo sfida e sostiene riuscirà a dimostrare che sarebbe proprio lui l’autore dei furti. Filibus mette in atto un piano diabolico: utilizzando il suo dirigibile, addormenta il commissario e gli prende un calco della mano, in modo tale da creare un guanto speciale che lasci le impronte digitali del commissario sui luoghi del delitto. Per poter seguire da vicino il suo rivale, Filibus finge il rapimento di Leonora (Valentina Creti), sorella del Commissario, organizzando anche un salvataggio e presentandosi nelle mentite spoglie del Conte de la Brive. Inizia quindi a frequentare la sorella diventandone un corteggiatore in attesa del momento per mettere in atto il suo diabolico piano. L’occasione più ghiotta arriva quando il Hendy si ritrova a sorvegliare un reperto egizio con gli occhi di smeraldo: il Commissario, per prendere in fallo il ladro, piazza una minicamera dentro l’occhio della statua, ma Filibus, accorgendosene, lo addormenta e, dopo aver lasciato le impronte digitali del suo rivale sul reperto, fa in modo che sia fotografato dalla macchina. Per completare l’opera, usando il dirigibile, lo trasporta direttamente nella sua casa mettendo i rubini sulla scrivania. Tutti, compresa la sorella Leonora, credono nella colpevolezza del commissario che si convince di essere soggetto a uno strano caso di sonnambulismo. A risolvere la situazione ci pensa un amico, rapito dalla vera Filibus ma che riesce ad evadere dal dirigibile. Assieme al Commissario preparano una trappola per incastrare Filibus e smascherarlo: la cosa riesce ma soprendentemente Filibus fugge e promette vendetta.

Il finale lascia presagire un seguito che purtroppo non c’è stato, ma questa Fantômas al femminile è un personaggio davvero particolare così come il suo fantascientifico dirigibile che funge da base segreta. Certo, appare un po’ poco credibile che un cilindro possa calarsi dal cielo del tutto indisturbato, ma sono delle ingenuità su cui si può passare sopra. Altra particolarità sta nel fatto che la protagonista si travesta da uomo e intraprenda una sorta di corteggiamento nei confronti della sorella del Commissario, cosa davvero impensabile all’epoca e che infatti viene più che altro data ad intendere, anche se nel finale lo spasimante di Leonaro, da lei sempre rifiutato, nel chiederle la mano si lascia sfuggire un “immagino non abbia più simpatie per il Conte De la Brive“, esplicitando di fatto la liaison.

Come per Rocambole, Lupin o il già citato Fantômas, il furto è per Filibus più una sfida, un modo per mettere alla prova il proprio ingegno e superare quello delle forze dell’ordine.Proprio per questo ci si ritrova a patteggiare per lei e, alla fine, ho sperato riuscisse a spuntarla come ha fatto.

La Lanterna Rossa (The Red Lantern) – Albert Cappellani (1919)

giugno 23, 2019 Lascia un commento

redlantern

Con The Red Lantern, il Cinema Ritrovato ha omaggiato il cinema di Albert Cappellani, autore prolificissimo tra  il 1915 e il 1922, e ad Alla Nazimova, star di Hollywood che non ha certo bisogno di presentazioni, che girò  altri due film con il regista francese. La storia raccontata nel film è molto interessante e si basa sul romanzo omonimo di Edith Wherry che prendeva a sua volta spunto da una citazione della Ballad of east and west di Rudyard Kipling secondo cui “l’Est è Est, e l’Ovest è Ovest, e mai i due si incontreranno, finché il Cielo e la Terra si presenteranno infine al Grande Seggio del Giudizio di Dio”.

Mahlee (Alla Nazimova) è una ragazza cinese nata da padre americano di cui si ignora l’identità. Essendo di razza mista, la giovane viene discriminata dalla sua gente, in particolare per la grandezza dei suoi piedi (il padre lasciò del  denaro per mantenerla ma a patto che non le venissero fasciati i piedi). Alla morte della nonna, Mahlee viene adottata dalla famiglia Templeton (Winter HallMary Van Ness), americani che tentano di portare la cristianità in Cina. Qui conosce Sam Wang (Noah Beery), uomo di origine mista come lei ma estremamente sgradevole nei modi di fare. Egli è meno disincantato di Mahlee e cerca di convincerla ad unirsi alla causa dei Boxers, rivoltosi che vorrebbero cacciare gli stranieri dalla Cina, mostrandole l’ipocrisia degli  occidentali che pur tollerando la presenza dei cinesi si credono comunque superiori. La conferma alle parole di Wang arriva quando Mahlee si innamora del figlio dei Templeton ma si vede rifiutata per il colore della sua pelle. Diventa quindi bandiera e simbolo della rivolta fingendosi la Dea della Lanterna Rossa e incitando alla battaglia il popolo cinese e la stessa imperatrice. Nel frattempo giunge alla missione anche Philip Sackville (Frank Currier) assieme alla figlia Blanche (Alla Nazimova). Questi si rivela essere il vero padre di Mahlee ma si rifiuta di riconoscerla rendendo ancora più attaccata alla causa dei Boxers la  ragazza. Nel finale la rivolta fallisce e la falsa dea si suicida.

La storia, a livello di trama, si basa su una scelta illogica: perché Wang e Mahlee, due persone evitate da entrambe le loro genti di origine, dovrebbe diventare capi della rivolta dei Boxers, che comunque li avrebbero resi una sorta di reietti o addirittura avrebbero potuto fare pressioni per mandarli via una volta ottenuta la vittoria? Oltre a questo il messaggio non è proprio edificante. Il finale, in cui la Mahlee morente ripete al giovane Templeton la frase di Kipling, sembra inoltre sancire una impossibilità nell’unire le genti dell’est con quelle dell’ovest e sembra quasi giustificare la morte della protagonista e di Wang, perché ponti impossibile tra i due mondi. Proprio alla luce di questo The Red Lantern dovrebbe farci riflettere sulla reale possibilità di inclusione. Quanto sarebbe stato più semplice se Mahlee avesse potuto coronare il suo sogno d’amore? Invece il ragazzo che ama finisce per mettersi addirittura con la sua sorellastra  del tutto simile a lei tranne che per il colore della pelle. Solo soffermandosi su questo desiderio di ingiustizia si può quindi ribaltare quella che sembra la morale del film e trasformarla in una di integrazione.

Se dopo questa recensione siete curiosi, vi invito ad acquistare il dvd inserito all’interno di un volume davvero sfizioso edito della Cinematek.

Fedra (Phèdre) – Anonimo (1910)

giugno 22, 2019 Lascia un commento

FedraDurante il Cinema Ritrovato 2019 è stata presentata una versione restaurata di Phèdre film francese (o italiano per Andrea Meneghelli) che traspone il mito classico sul grande schermo. Da amante della mitologia greca mi aspettavo una trasposizione che seguisse l’Ippolito Euripide, invece incredibilmente la versione scelta è quella romana di Seneca. Bisogna dire che appena un anno prima era uscita a teatro un libretto di Gabriele D’Annunzio, che riprendeva da vicino la versione di Seneca, ed è quindi probabile che fosse proprio questo testo la fonte di ispirazione degli sceneggiatori.

Nella versione euripidea, Ippolito è il figlio di Teseo, fondatore e Re di Atene, il quale è convolato in seconde nozze con Fedra. Quest’ultima si innamora di Ippolito che però è dedito solo alla caccia e non ha alcuna intenzione di pensare alle emozioni terrene. Fedra decide di dichiarare il suo amore al giovane che la rifiuta: per la vergogna la donna si toglie la vita e lascia un biglietto in cui sostiene di aver subito violenza da Ippolito. Quando scopre la cosa Teseo maledice il figlio che muore annegato per volere di Poseidone. Solo dopo il Re di Atene scoprirà la verità, ritrovandosi senza moglie e senza marito e con la sola disperazione come compagna.

Nella versione senecana e del film, Fedra non si uccide e accusa solamente Ippolito di violenza per vendicarsi del rifiuto. Quando il giovane muore annegato, Fedra dichiara la sua colpa a Teseo.

Il film, di cui non è noto il regista, ha una recitazione molto esasperata a livello gestuale, ma che ben si concilia con il tema tragico. Gli attori mi è parso di vederli in altri film ma in mancanza di indicazioni non mi sbilancio a favore di eventuali riconoscimenti. Purtroppo non esistono immagini in rete sul film, del resto il restauro è recentissimo, operato da L’Immagine Ritrovata su materiale dell’EYE Filmmuseum.

La Virgen de la Caridad – Ramón Peón (1930)

maggio 30, 2019 Lascia un commento

virgen_caridadIl nostro viaggio intorno al mondo ci porta a Cuba, tre anni prima della “rivoluzione dei sergenti” e quando Fidel Castro, avendo solo 4 anni, non poteva neanche lontamente immaginare che un giorno sarebbe stato un giorno il leader maximo. La Virgen de la Caridad è un film diretto Ramón Peón, regista, sceneggiatore e attore che molto deve alla storia del cinema cubano. La storia è impregnata di morale cristiana e non brilla per originalità. Ma andiamo a vedere la trama:

Il giovane Yeyo (Miguel Santos) possiede una piccola proprietà insieme alla madre Ritiica (Matilde Maun). Come spesso capita è innamorato, e corrisposto da Trina (Diana Marde), la figlia di Don Pedro (Francisco Muñoz), ricco proprietario terriero che ovviamente rifiuta l’idea che la sua bambina possa sposare un poveraccio. I due si frequentano segretamente e sperano un giorno di coronare il loro sogno d’amore. La situazione cambia quando giunge in città Guillermo Fernandez (Guillermo de la Torre), uomo ricco e senza scrupoli tornato per vedere il suo paese natale. Inutile dire che si innamora a sua volta di Trina. Per poterla sposare, Fernandez decide di liberarsi del rivale procurandosi un finto atto di proprietà del Bijirita, il possedimento di Yeyo. Non potendo dimostrare di essere i veri proprietari, il ragazzo e la mamma sono costretti a lasciare la loro proprietà e rifugiarsi presso degli amici. Intanto Don Pedro ha fissato la data di matrimonio della figlia con Guillermo. Ovviamente proprio poco prima che si celebri la cerimonia Yeyo troverà l’atto di proprietà, nascosto dietro al quadro della vergine Maria di cui lui era tanto devoto. Svelato l’inganno i giovani potranno finalmente vivere felici e contenti…

Il problema principale del film è la lentezza nell’ingranare: la versione che ho visto è stata portata a 24fps, e nonostante questo la vicenda vera e propria inizia a metà film. L’inizio è un insieme di riprese folkloristiche che raccontano la quotidianità della cuba rurale. Tra le tante scene c’è anche una sorta di palio che vedrà ovviamente Yeyo vincitore. La cosa più interessante è la regia: Peón sperimenta molto dal punto di vista delle riprese e si lancia in riprese in movimento non sempre riuscite se non nella scena finale di cui potete vedere le immagini qui sotto: Yeyo è disperato perché sta perdendo tutto quello che aveva. Si gira e vede il quadro della vergine e si dirige verso di essa per pregarla. Nello stesso momento un altro personaggio sta piantando un chiodo che trapassa la parete e fa cadere la tela a terra rompendo il vetro che la protegge. Quando Yeyo la raccoglie si rende conto che dietro c’è l’atto di proprietà. Tutti questi spostamenti, sono accompagnati da un movimento di camera ben riuscito che mostra allo spettatore tutta la dinamica nel dettaglio! Si parte da uno spostamento laterale per far vedere il momento in cui il quadro cade per il chiodo piantato fino ad uno verso il basso per evidenziare la comparsa dei documenti.

Raúl Rodríguez, autore del libro El cine silente en Cuba dice del film:

L’importanza del film non sta nel fatto che si tratta della solo copia completamente preservata dell’intera produzione muta locale e neppure nel suo essere il film che chiude la stagione del muto a Cuba. Il suo merito è esclusivamente quello […] di cercare di penetrare all’interno di una certa realtà paesana¹“. Il film è tratto da un romanzo e mostra come i buoni e i diseredati possano avere successo davanti alle angherie dei potenti grazie all’aiuto della fede che, intervenendo come deus ex machina, risolverà tutti i problemi.

Concludendo il film, pur possedendo alcune caratteristiche interessanti, racconta una storia banale e poco incisiva che non mi ha particolarmente impressionato. Il buonismo di fondo e la morale religiosa non sono esattamente nelle mie corde e qui sono le protagoniste assolute.

Se siete interessati alla storia del cinema locale vi consiglio questo breve documentario:

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¹La importancia de esta cinta no radica en el hecho de que sea la única copia conservada completa de toda la producción silente de ficción, ni siquiera en el hecho de ser la cinta que cierra el ciclo del cine mudo producido en Cuba. Su mérito radica exclusivamente en el hecho de que […] hace un intento de penetrar hasta cierto punto en la realidad del campesino“.