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Archive for the ‘Italia’ Category

Vedi Napule e po’ mori! – Eugenio Perego (1924)

vedinapuleVedi Napule e po’ mori! è un titolo che sembra rimandare al cinema di Elvira Notari, fatto di sangue e passionalità. Sembrerebbe, e invece questo film è proprio l’opposto: prodotto dalla Lombardo Film e uscito nel 1924 questa è la proposta del regime per un nuovo cinema napoletano da esportazione che sappia portarsi dietro un’idea di Italia bella e senza ombre. Protagonista del film è Leda Gys il cui personaggio, Pupatella, già dal nome si differenzia dalle “male femmine” che abbiamo imparato a conoscere durante il Cinema Ritrovato.

Billy (Livio Pavanelli) è un produttore americano che è in Italia per girare un film. Quando cerca la protagonista femminile si imbatte nella bella e spontanea Pupatella (Leda Gys), di cui presto si innamora. Finito il film le propone di andare con lui negli Stati Uniti perché è certo che lei possa fare strada nel cinema internazionale. La ragazza lascia così il povero padre pescatore e il fratello (Nino Taranto) per imbarcarsi verso il nuovo continente. Una volta lì sente nostalgia di casa e instaura così una relazione di amicizia con un sua conterraneo, sposato e con figli, che gli insegna l’inglese. Billy pensa che lei abbia una relazione con l’uomo e, pieno di gelosia, la scaccia. Tornata a Napoli, Pupatella perde il suo proverbiale sorriso, entra in depressione e si indebolisce sempre più. Inevitabile il lieto fine…

In questo film tutti vogliono bene a Pupatella, una sorta di raggio di sole per parenti e amici, capace di far cambiare umore a chiunque. Che bella la vita a Napoli tra sole cuore e amore! Il film è decisamente più stucchevole e banalotto rispetto a quanto visto in precedenza, ma il mio affetto per la Gys mi spinge a dargli comunque una sufficienza piena. Essendo un film da esportazione non mancano i momenti di festa in cui vediamo processioni con lanci di coriandoli e suonate.

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L’Avarizia – Gustavo Serena (1918)

avarizia3L’avarizia, presentato durante il Cinema Ritrovato 2018, è uno dei capitoli della serie sui Sette Peccati Capitali (1918-1919) prodotto dalla Bertini Film e dalla Caesar Film di Roma che vedeva come protagonista assoluta la diva Francesca Bertini. Trovare informazioni su questi film nella letteratura generica è piuttosto difficile, complice una riscoperta tardiva del fondo e la mancanza di una distribuzione home video. I film sono stati ritrovati nella Cineteca di Praga (Národní filmový archiv) in due versioni: una con intertitoli in ceco e una in tedesco per le minoranze locali. La serie fu esportata nell’allora Cecooslovacchia negli anni ’20 ed ebbe un notevole successo. Tutti i capitoli dei Sette peccati capitali vennero presentati nella loro versione restaurata durante il Cinema Ritrovato 2003 in una sezione interamente dedicata alla Bertini. A distanza di 15 anni, in occasione del centenario della serie, si è deciso di riproporre l’avarizia come capitolo simbolo, in attesa forse di proporne altri il prossimo anno.

Riporto la trama ampliando quella scritta per Cinefilia Ritrovata: La vicenda narra della storia d’amore tra Maria Lorini (Francesca Bertini) e il giovane Luigi Bianchi (Gustavo Serena). Entrambi vivono a stretto contatto con l’avarizia: lei ha una zia malata che nonostante stia sempre a letto si fa consegnare lo stipendio che la ragazza guadagna come sarta; il padre di lui (Franco Gennaro) ha messo da parte una fortuna come usuraio ma nasconde i proventi di questo sporco guadagno fingendosi povero. Quando il padre di Luigi scopre la loro relazione si mette d’accordo con il Conte Poretti (Alfredo Bracci), che desidera la ragazza, per farli allontanare. Con una messa in scena fanno credere a Luigi che Maria lo tradisca. La zia muore di crepacuore e Maria scopre gli averi che aveva tenuto nascosti. Con il denaro decide di aprire la sua casa di moda ma presto si ritrova piena di debiti. Il conte si fa quindi avanti e, fingendo di considerarla una sorta di sorella, le offre di prestarle il denaro necessario a portare avanti l’attività. Una sera Poretti, stufo dei continui rifiuti della ragazza, cerca di violentarla e Maria lo uccide con un colpo di pistola. Viene quindi imprigionata e uscita dal carcere inizia a frequentare posti poco raccomandabili, bevendo, fumando e forse vendendo il suo corpo. Il padre di Luigi muore e, pentendosi, rivela al figlio quanto successo a Maria. Finalmente libero da preoccupazioni economiche Luigi riesce a rintracciare la giovane e salvarla dalla sua misera condizione.

Avarizia4Il personaggio interpretato dall Bertini, nella migliore delle tradizioni melodrammatica, è il centro della vicenda: tutto quello che accade intorno a lei la porta vorticosamente verso la perdizione. La giovane Maria non ha colpa di quanto accade, ma è l’avarizia e la lussuria altrui che la trascinanano verso un baratro di declino morale apparentemente senza via d’uscita. Fortunatamente la provvidenza ha in serbo un futuro felice per i due giovani innamorati, che con la morte dei peccatori potranno finalmente sposarsi e vivere insieme. Il film è ben costruito e diretto, la Bertini riesce ad accentuare l’evoluzione della situazione del suo personaggio passando da uno stile recitativo posato a uno più teatrale e ricco di gestualità nelle scene finali. Non mancano elementi involontariamente comici come la rivelazione della vera natura del Conte Poretti, che non era affatto un nobile ma un truffatore il cui vero nome era Porchetti (sic!). Se la cosa a un pubblico cecoslovacco poteva non far ridere, mi risulta difficile che una simile ingenuità potesse essere indifferente al pubblico nostrano!

Non posso che invitare chiunque possa a recuperare presso le cineteche questo e gli altri film della serie, nella speranza che presto possa uscire in edizione home video o digitale.

Elvira Notari: un amore selvaggio e due raccolte di frammenti

amore_selvaggio-300x290Un amore selvaggio (1912) è un cortometraggio ambientato in campagna che mostra alcune delle tematiche principali del cinema di Elvira Notari. I protagonisti sono due fratelli, Giuseppe (Raffaele Viviani) strafottente scansafatiche e Carmela (Luisella Viviani), laboriosa e ligia al dovere. Il primo, dopo numerosi richiami ,viene licenziato e invita la sorella ad andare via con lui. Ma Carmela è innamorata del suo padrone Alessandro (Giovanni Grasso) e nella speranza di riuscire a conquistarlo rifiuta. Giuseppe vorrebbe vendicarsi sul capo e di notte si intrufola nel podere per ucciderlo ma Carmela riesce a farlo ragionare e lo allontana. Ma la situazione di stallo non durerà a lungo: Carmela cerca di baciare Alessandro che la rifiuta. Convinta che lui non la voglia perché stregato dalla sua amante, prova ad avvelenarla senza successo, ma viene scoperta e allontanata. Desiderosa di vendetta fa credere a Giuseppe di essere stata disonorata dal padrone e lo incita ad ucciderlo. Nel tentativo di seguire il fratello cade in un burrone e si ferisce, venendo soccorsa proprio dalla ragazza di Alessandro. Verrà colpita dalla sua gentilezza e facendo fondo a tutte le forze rimaste correrà nel luogo dell’agguato per evitare che Giuseppe compia un ingiusto omicidio.

I due protagonisti, fratelli anche nella vita, sono stati anche due personalità importanti della napolitanità. Raffaele in particolare mostrò una certa capacità di spaziare tra le arti ottenendo successo come attore di teatro, cantante ma anche come poeta e paroliere. Qui entrambi danno il meglio di loro facendosi interpreti dell’anima animalesca del cinema della Notari, mosso da passioni talmente forti da non essere controllabili. Così i due fratelli che in apparenza sembrano così diversi (uno scansafatiche e strafottente, l’altra diligente e affabile), si ritrovano uniti dall’estrema passionalità che porta nel punto di incontro nella pianificazione della morte del loro padrone. Diversamente da altri film della regista italiana, qui abbiamo però un insperato lieto fine, con il ravvedimento di Carmela e il salvataggio in extremis di Alessandro.

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Napoli2L’Italia s’è desta (1927) è un montaggio che unisce alcuni frammenti non identificati con protagonista Eduardo Notari. Nel primo estreatto il giovane si ritrova intrappolato tra le grinfie di una ragazza che ne mina l’integrità. Nel secondo il ragazzo si è arruolato per la guerra e prima di partire si gode il dolce affetto dei vecchi genitori e della sua fidanzata. Molti dei frammenti presentati sono a colori, una delle caratteristiche che resero molto popolare il cinema della Notari.

 

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Napoli3Stessa tipologia di film è Napoli sirena delle canzoni (1929), composta da numerosi frammenti con Eduardo Notari figura centrale, come suonatore o ragazzo geloso. In alcuni estratti lo vediamo nel ruolo del ragazzo stregato dalla mala femmina di turno, mentre ruba di nascosto il denaro alla vecchia madre. Non mancano scene di festa e processioni. Anche qui numerosi frammenti sono colorati.

È Piccerella – Elvira Notari (1922)

lapiccerella“ma non vedi che è piccolo?”. Quante volte è capitato di trovarci davanti dei genitori che permettono tutto ai figli giustificandoli con questa frase? Così avviene anche nel primo film di Elvira Notari proiettato durante il Cinema Ritrovato 2018. È Piccerella è un film crudo, che ci catapulta in una Napoli d’altri tempi passionale e vera come nessuno prima di allora aveva saputo raccontarla in ambito cinematografico. Come sempre la Notari si ispira a una canzone, in questo caso è proprio “è piccerella” con versi di Libero Bovio e musica di Salvatore Gambardella:
‘A mamma ha ditto: “Oje ni’, saje che te dico? E’ strappatella e nun capisce ancora. Te tratta, ch’aggi’ ‘a di’, comm’a n’amico, meglio ‘e n’amico, comm’a frate e sora.
E’ piccerella, è n’anema ‘nnucente e nun capisce niente.”

Tore (Alberto Danza) è un onesto lavoratore, sempre puntuale e preciso. Gestisce una piccola attività con la madre (Elisa Cava) e il fratello Gennariello (Eduardo Notari). Un giorno, però, incontra la bella Margaretella (Rosé Angione), una “mala spina” che con il suo fascino riesce a corrompere anche l’animo più puro, giustificata dalla madre che la considera ancora una bambina. Tanti ce ne sono stati prima di Tore ad essere inguagliati dalla bella moretta, dissipando di volta in volta denaro e orgoglio per farla contenta. Uno di questi, un malavitoso locale, non si è però dato pace e continua insistentemente ad andarle dietro minacciando più volte Tore. Quest’ulimo, intanto, pur di soddisfare i vizi della sua amata, inizia a sperperare i soldi di famiglia e smette di pagare le rate per gli strumenti di lavoro che gli vengono così sequestrati. L’incantesimo della Piccerella è così forte che Tore arriva a rubare in casa pur di poterle dare quanto vuole. La mamma di Tore si ammala gravemente ed è in letto di morte e vuole vedere il suo primogenito: Gennariello parte dunque alla sua disperata ricerca e lo trova ferito gravemente dopo lo scontro a fuoco con il suo rivale in amore. Lo porta dalla madre poco prima che lei spiri. Matura quindi in Tore il desiderio di vendetta che lo porta ad uccidere Margaretella durante una processione. Viene catturato e messo in carcere ma anche lì non riesce a liberarsi della sua Piccerella che gli appare continuamente in visione.

 

Quello che colpisce di questa vicenda è la brutalità che riesce a mettere in scena. Quando avviene l’omicidio, il volto di Tore è trasfigurato dalla rabbia; il personaggio è entrato in uno stato bestiale al termine di un processo di corruzione che lo ha portato a fare tutto quello che riteneva sbagliato pur di appagare gli insaziabili capricci della sua Maragaretella. Si contorce, urla, spalanca la bocca come a voler mordere la sua preda, vorrebbe infierire ancora sul cadavere della donna che l’ha portato a distruggere la sua anima. Una reazione così scomposta e, per certi versi umana, raramente si può vedere in un film muto italiano, in cui il dolore e la sofferenza, per quanto esasperati nella gestualità, mantengono comunque una sorta di compostezza. Ma è proprio questa caratteristica a far emergere il cinema della Notari rispetto ai suoi contemporanei, che diventa un primo passaggio verso quel cinema neorealista che prenderà forma solo nel dopoguerra. Se per noi, quindi, il cinema della Notari è ricco di spunti ed interessi, non era invece così amato dal regime, che appena possibile cercò di sostituire questa Napoli ferina ad una raggiante e priva di ombre come in Vedi Napule e po’ mori di Perego (1928), di cui parleremo nei prossimi giorni. Un’altra caratteristica dei film della Notari è l’attenzione al folklore locale, con la presenza di tante processioni e feste patronali, ma anche quella di variare molto la lingua delle didascalie che spazia dall’aulico al napoletano (vedi sotto).

Al Cinema Ritrovato abbiamo potuto vedere il film nella versione musicata da Enrico Melozzi su commissione di ZDF/ARTE. Inizialmente ero spiazzato perché gli arrangiamenti, rigorosamente in musica napoletana, sembravano quasi messi in ordine casuale, ma in realtà è stato fatto un lavoro davvero certosino, in particolare durante una serenata durante la quale si è tentato di ricostruire il parlato con un risultato davvero eccezionale. Speriamo che questa versione sia presto disponibile per il mercato home video, dando modo al film di uscire dalla sua nicchia e portare alla riscoperta di una Napoli antica e perduta ma che è capace, ancora oggi, di emozionare e ferire. Nel film non ci sono vincitori, ma solo vinti: è un vero pugno nello stomaco che non lascia speranza per il futuro ma solo ombre e dannazione.

 

Fantasia ‘e surdato – Elvira Notari (1927)

fantasia2Fantasia ‘e surdato è forse il film che contiene il maggior numero di elementi ricorrenti nel cinema della Notari: l’amore, la gelosia, il tradimento, la famiglia distrutta, la mala femmina e l’onore conquistato in battaglia. Proprio per questo suo essere esemplificativo ho scelto di partire da lui per iniziare a parlare del cinema della Notari che questa edizione del Cinema Ritrovato ci ha permesso di scoprire ed amare. Tra le varie stranezze da notare che il film è ambientato a Roma invece che a Napoli.

Giggi (Geppino Iovine) è innamorato di una giovane fioraia (Lina Cipriani ?*), la quale però lo lascia perché sente il  peso di un amore semplice e privo di sorprese. Lui, distrutto dal dolore, cede alle moine di Rosa,  una donnaccia che riesce a incatenarlo tra le sue venefiche grinfie. Perderà piano piano la sua dignità fino ad arrivare a rubare in casa della povera madre e del fratello Gennariello (Eduardo Notari). Raggiunto il fondo della sua moralità, Giggi si suicida, pregando Rosa di restituire un pendaglio di famiglia che aveva sotratto. Rosa*, invece, scrive alla polizia instillando il sospetto di un omicidio effettuato da Gennariello. La polizia lo arresta e questo porta la vecchia madre in una voragine di dolore. Rosa, però, inizia a pentirsi della sua malvagità e si rieca dall’anziana donna: qui viene a conoscenza delle sofferenze patite da Gennariello quando era soldato, quando aveva lottato senza paura tanto da guadagnarsi una medaglia al valore. Rosa allora crolla e rivela la verità denunciandosi per falsa testimonianza ai carabinieri.

EduardoCaratteristica principale dei film della Notari era quella di ispirarsi a una canzone o comunque da testi della canzone tradizionale, in modo tale da rendere esportabile il prodotto, specie negli Stati Uniti. In questo caso le vicende sono tratte dal monologo in romanesco “Er fattaccio” di Amerigo Giuliani (ecco il motivo dell’ambientazione romana) e dalla canzone napoletana che da il nome al film, Fantasia ’e surdato, di Beniamino V. Canetti e Nicola Valente. Rispetto ad altri film proiettati, seppur nella sua crudezza, il film ha la particolarità di avere un happy ending che rivaluta per altro la figura di Rosa, fino ad allora vera e propria malafemmina. Il finale si allontana molto dal monologo da cui è tratta la scenggiatura: nella versione originale, infatti, il protagonista uccide effettivamente il fratello Giggi durante una lite, perché poco prima quest’ultimo aveva colpito la madre che era caduta a terra come morta lanciando un grido. Nel film, invece, Gennariello è innocente ed è anzi un’anima candida, che ha penato come soldato e ha ottenuto una medaglia la valore. Qui si trova in giro un errore riguardante la trama, secondo alcuni Genneriello si farebbe soldato per sfuggire alla prigione, ma nella realtà egli ha già combattuto e la madre ricorda le sue gesta passate proprio ad evidenziare come una persona che ha lottato così nobilmente difficilmente può avere il cuore di uccidere un fratello.

La vicenda, come da tradizione della Notari, è estremamente drammatica seppur nel suo lieto fine. Per sdrammatizzare ecco una serie di cose divertenti che abbiamo notato durante la visione: 1) la giovane fioraia è, almeno per i canoni attuali, una bella ragazza, mentre Rosa proprio per niente; potete immaginare le risate che ha strappato una scena in cui Giggi mostra orgoglioso la nuova fiamma alla ex  urlando: ”vedi quanto è bella la mia Rosa?”. Tra l’altro proprio in quel momento un altro tipo le sta suonando una serenata; contento lui! 2) il povero Eduardo Notari ha una perenne espressione del “mainagioia”, rendendo patetica qualsiasi scena, anche quelle dove dovrebbe essere invece felice: occhi a palla e sguardo perso nel vuoto come a voler urlare: “marò!”; 3) alcune didascalie laconiche sono davvero molto divertenti, alcune cose accadono quasi improvvisamente senza un reale svolgimento lasciando piuttosto spiazzati.

Concludo dicendo che ho visto Fantasia ‘e surdato solo dopo è piccerella, che è a mio avviso il più bello e originale tra i film presentati della Notari, per cui ho avuto l’impressione che il film fosse un “more of the same” meno riuscito in virtù anche dei punti sopracitati. Almeno Giggi è più bellino di Tore, anche se meno selvaggio, ma Rosa non è un personaggio forte come la Piccerella. Insomma un film bello, ma che paga la scarsa fantasia nel soggetto e la visione ravvicinata con altre pellicole più riuscite della regista.

* credo di aver identificato con correttezza il nome dell’attrice che interpreta la fioraia, ma non ho avuto fortuna con Rosa, di cui ignoro l’interprete.

Le immagini sono tratte dal web e sono molto scarse, alcune provengono dalla proiezione live di Michela Coppola e Anacleto Vitolo che potete vedere sul sito web dedicato, altre dal Woman Film Pioneers Project che dedica una sezione ad Elvira Notari.

La Moglie di Claudio – Gero Zambuto (1918)

vlcsnap-2018-07-03-00h37m51s775La moglie di Claudio è un film davvero molto interessante e ricco di spunti di riflessione. Ultimo lavoro della fruttuosa collaborazione tra Piero Fosco (Giovanni Pastrone), qui supervisore alla regia di Zambuto, e Pina Menichelli, questo film è un po’ una summa dei temi della donna fatale e senza scrupoli che tanto successo hanno avuto nel cinema muto italiano. Il soggetto è tratto dall’omonima opera teatrale di Alexandre Dumas Figlio.

Sfortunatamente la copia esistente, restaurata nel 2011, presenta diverse parti mutile, cosa che rende alcune parti poco comprensibili e alcuni personaggi poco identificabili:

Claudio Ruper (Vittorio Rossi-Pianelli) è un uomo probo e intelligente che dopo anni di studi è riuscito a costruire un cannone in grado di porre fine a tutte le guerre. Tutto sembra perfetto, ma in passato ha fatto l’errore di sposare Cesarina (Pina Menichelli), donna perfida e manipolatrice, che si circonda di amanti e tradisce ripetutamente il marito. Lavora per Claudio il giovane Antonino (Alberto Nepoti), considerato praticamente un figlio adottivo, tanto da essere l’unico ad avere i piani dell’arma segreta. Purtroppo è da sempre innamorato di Cesarina, e lei approfitta ripetutamente della sua debolezza. Durante il film emerge il passato oscuro della donna: durante una precedente relazione extraconiugale ha avuto un figlio, poi abbandonato ad un’altra famiglia. Claudio lo scopre ed inizia a frequentare il bambino che però muore poco dopo per una malattia. La perfida donna non batte ciglio e Claudio rompe definitivamente con lei. Cesarina scappa quindi con Moncabré (Arnaldo Arnaldi), che fa a capo ad una banda che cerca di ottenere i piani dell’arma. Lui, che dovrebbe sedurla per rubarli, finisce per cadere vittima del suo fascino e viene così ucciso dalla banda. Lei fugge e passa un periodo di convalescenza (è rimasta incinta?). Frattanto Claudio frequenta Rebecca, donna proba e intelligente, il cui il padre Rebecca ha come obbiettivo quello  di riunire ebrei sparsi per i cinque continenti e fondare uno stato di Israele. Cesarina torna e fa di tutto per riacquistare, anche se per mero capriccio, l’affetto di Claudio che non cede. Viene allora raggiunta da Cantagnac (Gabriel Moreau), capo della banda, che le propone di prendere le carte in cambio di denaro. Nel finale rocambolesco lei, manipolando Antonino, si fa consegnare i piani ma viene scoperta da Claudio che la uccide.

Una trama lunga e complessa, ricca di intrighi e colpi di scena. Tutto gira intorno alla figura di Cesarina, una donna talmente priva di morale che non poteva, secondo la sensibilità dell’epoca, che pagare con la morte i propri peccati. La straordinarietà forse è il mancato pentimento in punto di morte della donna, caratteristica che abbiamo ritrovato nel corso del festival ad esempio con Barysnja I Chuligan recensito ieri. Capitolo recitazione: la Menichelli menichelleggia un po’ troppo rendendo alcune scene quasi comiche nella sua esasperata gestualità. In particolare al momento della morte si produce in giravolte e smorfie decisamente improbabili, quasi orgasmiche più che spastiche.

Piccola chicca da notare è il riferimento a un possibile stato ebraico, presente già in Dumas il quale scriveva nel 1873! Altra caratteristica poco comune nei film dell’epoca è questa presenza ripetuta di aspetti altamente immorali in una protagonista: il figlio illegittimo, la sua convalescenza, forse un eufemismo per un‘altra gravidanza extraconiugale con possibile aborto. Insomma, non certo cose che il cinema degli anni ’10 amava mostrare. Proprio questa cattiveria e immoralità rendono però il film più moderno, così come il dramma finale, con la morte della protagonista impenitente, risulta una giusta fine che di rado si vede nel cinema delle dive.

Il gioiello di Khama – Amleto Palermi (1918)

vlcsnap-2018-07-01-21h39m28s567Il gioello di Khama di Amleto Palermi è stato uno dei film che mi ha maggiormente sorpreso tra quelli presenti del vasto programma del Cinema Ritrovato 2018. È un film di difficile categorizzazione, che unisce generi e motivi molto diversi tra loro.

Steeners (Aurèle Sydney) è un ricco uomo d’affari che si trova in una situazione difficile: durante un viaggio in India, per fare piacere ad una sua amica (Eugenia Masetti?*), ruba il gioiello da un idolo di una setta locale. Questi lo scoprono e giurano che entro un anno recupereranno il gioiello e puniranno il profanatore col fuoco. Mancano pochi giorni alla fine dell’anno e Steeners si fa sostituire da un povero pittore (sempre Sidney), uguale a lui in tutto e per tutto, in cambio di una ricca somma in denaro. La setta scambia l’artista per il suo sosia e tenta in tutti i modi di ucciderlo. Lui viene però aiutato dalla sua compagna (Dolly Morgan ?*). Tra inseguimenti e colpi di scena il lieto fine non tarda ad arrivare.

Il film è piuttosto strambo ma ben riuscito; come detto è caratterizzato da uno strnao miscuglio di generi e tematiche: il doppelgänger, la setta, la profanazione, l’avventura, lo spionaggio e così via. Eppure per uno strano caso del destino questi elementi che potrebbero rendere eccessivo il film creano una storia bilanciata che seppur con numerosi buchi narrativi e assurdità risulta decisamente godibile. Tra queste ultime ne citiamo alcune: i membri della setta cercano ad un certo punto di uccidere il pittore privandolo dell’acqua. In una scena, per fiaccare ancora di più la resistenza del ragazzo, gli aguzzini iniziano a versare e bere acqua davanti a lui separati solo da una vetrata con una staccionata di legno (vedi foto). Una persona normale l’avrebbe semplicemente rotta per andare a prendersi l’acqua, ma il nostro eroe soffre senza agire. Inoltre, visto che devono uccidere Steeners con il fuoco, i cattivi hanno appiccato un incendio così il protagonista tenta di scappare. Per provare a farlo desistere un membro della setta gli agita contro un bastone infuocato riscutendo un discreto successo prima di cadere nel vuoto e morrie (personalmente preferirei avere una leggera ustione salvandomi che temporeggiare con un incendio alle spalle!). Un elemento piuttosto strano, rispetto alla morigeratezza solita dei film muti italiani, è il fatto che Steeners abbia numerose amanti di cui possiede alcune agendine con tutte le informazioni per non dimenticarsi nulla di loro (vedi sotto). Di questa bella cosa ne approfitterà anche il pittore che, nonostante sia in teoria fidanzato, non disdegna la compagnia di una bella ragazza una volta indossati i panni del ricco propietario. Malgrado tutto Il gioiello di Khama è un buon film italiano di avventura, capace di emozionare con elementi esotici e tanta azione.

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*sfortunatamente non sono certo della corretta corrispondenza delle attrici femminili con i personaggi non essendo esplicitate durante il film o su altri lidi.


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Credo che la più grande opportunità di internet sia poter condividere in tempo reale informazioni: così, subito dopo la pubblicazione di questo articolo, sono stato contattato dal gentilissimo Denis Lotti, docente presso l’Università di Padova e di cui avete letto su questo pagine, riguardo l’identificazione di un frammento che gli fu presentato dal Gosfilmofond di Russia quando vi si recò in occasione dello splendido documentario Sperduti nel buio. Il film in questione era Dramma di una stirpe che rientrava insieme al Gioiello di Khama e l’incubo nei “Racconti straordinari della Cines” (1918-19) diretti e scritti da Amleto Palermi e con Sydney protagonista. Vi invito a leggere l’articolo di Denis Lotti per avere maggiori informazioni. Notavamo anche il riciclo anche della location: nelle immagini presenti nel blog di Denis Lotti potete vedere la famosa finestra tonda riutilizzata per una scena di Dramma di una stirpe.