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Archive for the ‘Italia’ Category

È Piccerella – Elvira Notari (1922)

lapiccerella“ma non vedi che è piccolo?”. Quante volte è capitato di trovarci davanti dei genitori che permettono tutto ai figli giustificandoli con questa frase? Così avviene anche nel primo film di Elvira Notari proiettato durante il Cinema Ritrovato 2018. È Piccerella è un film crudo, che ci catapulta in una Napoli d’altri tempi passionale e vera come nessuno prima di allora aveva saputo raccontarla in ambito cinematografico. Come sempre la Notari si ispira a una canzone, in questo caso è proprio “è piccerella” con versi di Libero Bovio e musica di Salvatore Gambardella:
‘A mamma ha ditto: “Oje ni’, saje che te dico? E’ strappatella e nun capisce ancora. Te tratta, ch’aggi’ ‘a di’, comm’a n’amico, meglio ‘e n’amico, comm’a frate e sora.
E’ piccerella, è n’anema ‘nnucente e nun capisce niente.”

Tore (Alberto Danza) è un onesto lavoratore, sempre puntuale e preciso. Gestisce una piccola attività con la madre (Elisa Cava) e il fratello Gennariello (Eduardo Notari). Un giorno, però, incontra la bella Margaretella (Rosé Angione), una “mala spina” che con il suo fascino riesce a corrompere anche l’animo più puro, giustificata dalla madre che la considera ancora una bambina. Tanti ce ne sono stati prima di Tore ad essere inguagliati dalla bella moretta, dissipando di volta in volta denaro e orgoglio per farla contenta. Uno di questi, un malavitoso locale, non si è però dato pace e continua insistentemente ad andarle dietro minacciando più volte Tore. Quest’ulimo, intanto, pur di soddisfare i vizi della sua amata, inizia a sperperare i soldi di famiglia e smette di pagare le rate per gli strumenti di lavoro che gli vengono così sequestrati. L’incantesimo della Piccerella è così forte che Tore arriva a rubare in casa pur di poterle dare quanto vuole. La mamma di Tore si ammala gravemente ed è in letto di morte e vuole vedere il suo primogenito: Gennariello parte dunque alla sua disperata ricerca e lo trova ferito gravemente dopo lo scontro a fuoco con il suo rivale in amore. Lo porta dalla madre poco prima che lei spiri. Matura quindi in Tore il desiderio di vendetta che lo porta ad uccidere Margaretella durante una processione. Viene catturato e messo in carcere ma anche lì non riesce a liberarsi della sua Piccerella che gli appare continuamente in visione.

 

Quello che colpisce di questa vicenda è la brutalità che riesce a mettere in scena. Quando avviene l’omicidio, il volto di Tore è trasfigurato dalla rabbia; il personaggio è entrato in uno stato bestiale al termine di un processo di corruzione che lo ha portato a fare tutto quello che riteneva sbagliato pur di appagare gli insaziabili capricci della sua Maragaretella. Si contorce, urla, spalanca la bocca come a voler mordere la sua preda, vorrebbe infierire ancora sul cadavere della donna che l’ha portato a distruggere la sua anima. Una reazione così scomposta e, per certi versi umana, raramente si può vedere in un film muto italiano, in cui il dolore e la sofferenza, per quanto esasperati nella gestualità, mantengono comunque una sorta di compostezza. Ma è proprio questa caratteristica a far emergere il cinema della Notari rispetto ai suoi contemporanei, che diventa un primo passaggio verso quel cinema neorealista che prenderà forma solo nel dopoguerra. Se per noi, quindi, il cinema della Notari è ricco di spunti ed interessi, non era invece così amato dal regime, che appena possibile cercò di sostituire questa Napoli ferina ad una raggiante e priva di ombre come in Vedi Napule e po’ mori di Perego (1928), di cui parleremo nei prossimi giorni. Un’altra caratteristica dei film della Notari è l’attenzione al folklore locale, con la presenza di tante processioni e feste patronali, ma anche quella di variare molto la lingua delle didascalie che spazia dall’aulico al napoletano (vedi sotto).

Al Cinema Ritrovato abbiamo potuto vedere il film nella versione musicata da Enrico Melozzi su commissione di ZDF/ARTE. Inizialmente ero spiazzato perché gli arrangiamenti, rigorosamente in musica napoletana, sembravano quasi messi in ordine casuale, ma in realtà è stato fatto un lavoro davvero certosino, in particolare durante una serenata durante la quale si è tentato di ricostruire il parlato con un risultato davvero eccezionale. Speriamo che questa versione sia presto disponibile per il mercato home video, dando modo al film di uscire dalla sua nicchia e portare alla riscoperta di una Napoli antica e perduta ma che è capace, ancora oggi, di emozionare e ferire. Nel film non ci sono vincitori, ma solo vinti: è un vero pugno nello stomaco che non lascia speranza per il futuro ma solo ombre e dannazione.

 

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Fantasia ‘e surdato – Elvira Notari (1927)

fantasia2Fantasia ‘e surdato è forse il film che contiene il maggior numero di elementi ricorrenti nel cinema della Notari: l’amore, la gelosia, il tradimento, la famiglia distrutta, la mala femmina e l’onore conquistato in battaglia. Proprio per questo suo essere esemplificativo ho scelto di partire da lui per iniziare a parlare del cinema della Notari che questa edizione del Cinema Ritrovato ci ha permesso di scoprire ed amare. Tra le varie stranezze da notare che il film è ambientato a Roma invece che a Napoli.

Giggi (Geppino Iovine) è innamorato di una giovane fioraia (Lina Cipriani ?*), la quale però lo lascia perché sente il  peso di un amore semplice e privo di sorprese. Lui, distrutto dal dolore, cede alle moine di Rosa,  una donnaccia che riesce a incatenarlo tra le sue venefiche grinfie. Perderà piano piano la sua dignità fino ad arrivare a rubare in casa della povera madre e del fratello Gennariello (Eduardo Notari). Raggiunto il fondo della sua moralità, Giggi si suicida, pregando Rosa di restituire un pendaglio di famiglia che aveva sotratto. Rosa*, invece, scrive alla polizia instillando il sospetto di un omicidio effettuato da Gennariello. La polizia lo arresta e questo porta la vecchia madre in una voragine di dolore. Rosa, però, inizia a pentirsi della sua malvagità e si rieca dall’anziana donna: qui viene a conoscenza delle sofferenze patite da Gennariello quando era soldato, quando aveva lottato senza paura tanto da guadagnarsi una medaglia al valore. Rosa allora crolla e rivela la verità denunciandosi per falsa testimonianza ai carabinieri.

EduardoCaratteristica principale dei film della Notari era quella di ispirarsi a una canzone o comunque da testi della canzone tradizionale, in modo tale da rendere esportabile il prodotto, specie negli Stati Uniti. In questo caso le vicende sono tratte dal monologo in romanesco “Er fattaccio” di Amerigo Giuliani (ecco il motivo dell’ambientazione romana) e dalla canzone napoletana che da il nome al film, Fantasia ’e surdato, di Beniamino V. Canetti e Nicola Valente. Rispetto ad altri film proiettati, seppur nella sua crudezza, il film ha la particolarità di avere un happy ending che rivaluta per altro la figura di Rosa, fino ad allora vera e propria malafemmina. Il finale si allontana molto dal monologo da cui è tratta la scenggiatura: nella versione originale, infatti, il protagonista uccide effettivamente il fratello Giggi durante una lite, perché poco prima quest’ultimo aveva colpito la madre che era caduta a terra come morta lanciando un grido. Nel film, invece, Gennariello è innocente ed è anzi un’anima candida, che ha penato come soldato e ha ottenuto una medaglia la valore. Qui si trova in giro un errore riguardante la trama, secondo alcuni Genneriello si farebbe soldato per sfuggire alla prigione, ma nella realtà egli ha già combattuto e la madre ricorda le sue gesta passate proprio ad evidenziare come una persona che ha lottato così nobilmente difficilmente può avere il cuore di uccidere un fratello.

La vicenda, come da tradizione della Notari, è estremamente drammatica seppur nel suo lieto fine. Per sdrammatizzare ecco una serie di cose divertenti che abbiamo notato durante la visione: 1) la giovane fioraia è, almeno per i canoni attuali, una bella ragazza, mentre Rosa proprio per niente; potete immaginare le risate che ha strappato una scena in cui Giggi mostra orgoglioso la nuova fiamma alla ex  urlando: ”vedi quanto è bella la mia Rosa?”. Tra l’altro proprio in quel momento un altro tipo le sta suonando una serenata; contento lui! 2) il povero Eduardo Notari ha una perenne espressione del “mainagioia”, rendendo patetica qualsiasi scena, anche quelle dove dovrebbe essere invece felice: occhi a palla e sguardo perso nel vuoto come a voler urlare: “marò!”; 3) alcune didascalie laconiche sono davvero molto divertenti, alcune cose accadono quasi improvvisamente senza un reale svolgimento lasciando piuttosto spiazzati.

Concludo dicendo che ho visto Fantasia ‘e surdato solo dopo è piccerella, che è a mio avviso il più bello e originale tra i film presentati della Notari, per cui ho avuto l’impressione che il film fosse un “more of the same” meno riuscito in virtù anche dei punti sopracitati. Almeno Giggi è più bellino di Tore, anche se meno selvaggio, ma Rosa non è un personaggio forte come la Piccerella. Insomma un film bello, ma che paga la scarsa fantasia nel soggetto e la visione ravvicinata con altre pellicole più riuscite della regista.

* credo di aver identificato con correttezza il nome dell’attrice che interpreta la fioraia, ma non ho avuto fortuna con Rosa, di cui ignoro l’interprete.

Le immagini sono tratte dal web e sono molto scarse, alcune provengono dalla proiezione live di Michela Coppola e Anacleto Vitolo che potete vedere sul sito web dedicato, altre dal Woman Film Pioneers Project che dedica una sezione ad Elvira Notari.

La Moglie di Claudio – Gero Zambuto (1918)

vlcsnap-2018-07-03-00h37m51s775La moglie di Claudio è un film davvero molto interessante e ricco di spunti di riflessione. Ultimo lavoro della fruttuosa collaborazione tra Piero Fosco (Giovanni Pastrone), qui supervisore alla regia di Zambuto, e Pina Menichelli, questo film è un po’ una summa dei temi della donna fatale e senza scrupoli che tanto successo hanno avuto nel cinema muto italiano. Il soggetto è tratto dall’omonima opera teatrale di Alexandre Dumas Figlio.

Sfortunatamente la copia esistente, restaurata nel 2011, presenta diverse parti mutile, cosa che rende alcune parti poco comprensibili e alcuni personaggi poco identificabili:

Claudio Ruper (Vittorio Rossi-Pianelli) è un uomo probo e intelligente che dopo anni di studi è riuscito a costruire un cannone in grado di porre fine a tutte le guerre. Tutto sembra perfetto, ma in passato ha fatto l’errore di sposare Cesarina (Pina Menichelli), donna perfida e manipolatrice, che si circonda di amanti e tradisce ripetutamente il marito. Lavora per Claudio il giovane Antonino (Alberto Nepoti), considerato praticamente un figlio adottivo, tanto da essere l’unico ad avere i piani dell’arma segreta. Purtroppo è da sempre innamorato di Cesarina, e lei approfitta ripetutamente della sua debolezza. Durante il film emerge il passato oscuro della donna: durante una precedente relazione extraconiugale ha avuto un figlio, poi abbandonato ad un’altra famiglia. Claudio lo scopre ed inizia a frequentare il bambino che però muore poco dopo per una malattia. La perfida donna non batte ciglio e Claudio rompe definitivamente con lei. Cesarina scappa quindi con Moncabré (Arnaldo Arnaldi), che fa a capo ad una banda che cerca di ottenere i piani dell’arma. Lui, che dovrebbe sedurla per rubarli, finisce per cadere vittima del suo fascino e viene così ucciso dalla banda. Lei fugge e passa un periodo di convalescenza (è rimasta incinta?). Frattanto Claudio frequenta Rebecca, donna proba e intelligente, il cui il padre Rebecca ha come obbiettivo quello  di riunire ebrei sparsi per i cinque continenti e fondare uno stato di Israele. Cesarina torna e fa di tutto per riacquistare, anche se per mero capriccio, l’affetto di Claudio che non cede. Viene allora raggiunta da Cantagnac (Gabriel Moreau), capo della banda, che le propone di prendere le carte in cambio di denaro. Nel finale rocambolesco lei, manipolando Antonino, si fa consegnare i piani ma viene scoperta da Claudio che la uccide.

Una trama lunga e complessa, ricca di intrighi e colpi di scena. Tutto gira intorno alla figura di Cesarina, una donna talmente priva di morale che non poteva, secondo la sensibilità dell’epoca, che pagare con la morte i propri peccati. La straordinarietà forse è il mancato pentimento in punto di morte della donna, caratteristica che abbiamo ritrovato nel corso del festival ad esempio con Barysnja I Chuligan recensito ieri. Capitolo recitazione: la Menichelli menichelleggia un po’ troppo rendendo alcune scene quasi comiche nella sua esasperata gestualità. In particolare al momento della morte si produce in giravolte e smorfie decisamente improbabili, quasi orgasmiche più che spastiche.

Piccola chicca da notare è il riferimento a un possibile stato ebraico, presente già in Dumas il quale scriveva nel 1873! Altra caratteristica poco comune nei film dell’epoca è questa presenza ripetuta di aspetti altamente immorali in una protagonista: il figlio illegittimo, la sua convalescenza, forse un eufemismo per un‘altra gravidanza extraconiugale con possibile aborto. Insomma, non certo cose che il cinema degli anni ’10 amava mostrare. Proprio questa cattiveria e immoralità rendono però il film più moderno, così come il dramma finale, con la morte della protagonista impenitente, risulta una giusta fine che di rado si vede nel cinema delle dive.

Il gioiello di Khama – Amleto Palermi (1918)

vlcsnap-2018-07-01-21h39m28s567Il gioello di Khama di Amleto Palermi è stato uno dei film che mi ha maggiormente sorpreso tra quelli presenti del vasto programma del Cinema Ritrovato 2018. È un film di difficile categorizzazione, che unisce generi e motivi molto diversi tra loro.

Steeners (Aurèle Sydney) è un ricco uomo d’affari che si trova in una situazione difficile: durante un viaggio in India, per fare piacere ad una sua amica (Eugenia Masetti?*), ruba il gioiello da un idolo di una setta locale. Questi lo scoprono e giurano che entro un anno recupereranno il gioiello e puniranno il profanatore col fuoco. Mancano pochi giorni alla fine dell’anno e Steeners si fa sostituire da un povero pittore (sempre Sidney), uguale a lui in tutto e per tutto, in cambio di una ricca somma in denaro. La setta scambia l’artista per il suo sosia e tenta in tutti i modi di ucciderlo. Lui viene però aiutato dalla sua compagna (Dolly Morgan ?*). Tra inseguimenti e colpi di scena il lieto fine non tarda ad arrivare.

Il film è piuttosto strambo ma ben riuscito; come detto è caratterizzato da uno strnao miscuglio di generi e tematiche: il doppelgänger, la setta, la profanazione, l’avventura, lo spionaggio e così via. Eppure per uno strano caso del destino questi elementi che potrebbero rendere eccessivo il film creano una storia bilanciata che seppur con numerosi buchi narrativi e assurdità risulta decisamente godibile. Tra queste ultime ne citiamo alcune: i membri della setta cercano ad un certo punto di uccidere il pittore privandolo dell’acqua. In una scena, per fiaccare ancora di più la resistenza del ragazzo, gli aguzzini iniziano a versare e bere acqua davanti a lui separati solo da una vetrata con una staccionata di legno (vedi foto). Una persona normale l’avrebbe semplicemente rotta per andare a prendersi l’acqua, ma il nostro eroe soffre senza agire. Inoltre, visto che devono uccidere Steeners con il fuoco, i cattivi hanno appiccato un incendio così il protagonista tenta di scappare. Per provare a farlo desistere un membro della setta gli agita contro un bastone infuocato riscutendo un discreto successo prima di cadere nel vuoto e morrie (personalmente preferirei avere una leggera ustione salvandomi che temporeggiare con un incendio alle spalle!). Un elemento piuttosto strano, rispetto alla morigeratezza solita dei film muti italiani, è il fatto che Steeners abbia numerose amanti di cui possiede alcune agendine con tutte le informazioni per non dimenticarsi nulla di loro (vedi sotto). Di questa bella cosa ne approfitterà anche il pittore che, nonostante sia in teoria fidanzato, non disdegna la compagnia di una bella ragazza una volta indossati i panni del ricco propietario. Malgrado tutto Il gioiello di Khama è un buon film italiano di avventura, capace di emozionare con elementi esotici e tanta azione.

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*sfortunatamente non sono certo della corretta corrispondenza delle attrici femminili con i personaggi non essendo esplicitate durante il film o su altri lidi.


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Credo che la più grande opportunità di internet sia poter condividere in tempo reale informazioni: così, subito dopo la pubblicazione di questo articolo, sono stato contattato dal gentilissimo Denis Lotti, docente presso l’Università di Padova e di cui avete letto su questo pagine, riguardo l’identificazione di un frammento che gli fu presentato dal Gosfilmofond di Russia quando vi si recò in occasione dello splendido documentario Sperduti nel buio. Il film in questione era Dramma di una stirpe che rientrava insieme al Gioiello di Khama e l’incubo nei “Racconti straordinari della Cines” (1918-19) diretti e scritti da Amleto Palermi e con Sydney protagonista. Vi invito a leggere l’articolo di Denis Lotti per avere maggiori informazioni. Notavamo anche il riciclo anche della location: nelle immagini presenti nel blog di Denis Lotti potete vedere la famosa finestra tonda riutilizzata per una scena di Dramma di una stirpe.

Addio Giovinezza! – Augusto Genina (1927)

addio_giovinezza_1927Durante il Cinema Ritrovato 2014 venne presentata, dopo due restauri e una storia travagliata, Addio Giovinezza! nella versione di Augusto Genina del 1918. Come molti sapranno, questo adattamento cinematografico doveva essere orginariamente diretto da Nino Oxilia, autore assieme a Camasio della commedia originale, che però morì sul fronte durante il primo conflitto mondiale. La sua prematura dipartita portò a un cambiamento dei piani e alla scleta di Genina come regista. Il film fu un successo e così, a quasi dieci anni di distanza dalla suddetta versione, lo stesso Genina ripropose sul grande schermo la commedia che gli aveva dato tanta notorietà: con quale risultato? Andiamo a scoprirlo dopo aver riassunto brevemente la trama:

Mario (Walter Slezak) è un giovane di provincia che si sposta a Torino per frequentare l’Università. Qui incontra Leone (Augusto Bandini), ragazzo sbadato ma estremamente generoso. Dopo alcuni tentativi di trovare una casa, Mario prende in affitto una camera dalla giovane Dorina (Carmen Boni). I due si innamorano e iniziano presto un’intensa relazione. Purtroppo a minare la tranquillità della coppia si mette  Elena (Elena Sangro), una donna ricca e annoiata che ha notato Mario e tenta di sedurlo senza troppi scrupoli. La situazione diventa incandescente e di fronte all’interesse di Mario per la nobildonna, Dorina non riesce a restare impassibile: i due litigano e si separano. Rispetto alla versione del 1918 questa non ha, almeno nella versione da me visionata, probabilmente un riversamento da VHS, il lieto fine come quella del 1918. Nel finale Dorina sta andando a cercare Mario qualche mese dopo il loro litigio, davanti all’uscio di casa decide però di desistere. La scena cambia e troviamo Mario all’Università che supera gli esami o forse la laurea (è piuttosto confusa questa parte) annunciando poi ai suoi tramite lettera il suo ritorno.

addio giovinezzaIn generale rispeto alla prima versione, questo remake è decisamente deboluccio e la cosa viene segnalata già dalla stampa dell’epoca1. Alessandro Blasetti per il Cinematografo si mette in risalto il coraggio di “presentare ad un pubblico americanizzato […] un film di carattere squisitamente italiano e riportantesi alla sensibilità della gioventù di vent’anni or sono”.  I giornalisti di cui citiamo gli interventi sono però concordi nel dare merito a Genina di aver diretto molto bene il film, il quale presenta comunque dei difetti anche se “là ove c’è manchevolezza, fredezza, incertezza, ciò si deve al fatto che gli attori non hanno risposto all’appello. […] Walter Slezak, ch’era Mario, è fisicamente antipatico e flaccido, con un sorriso vacuo per non dire ebete che infastidiva non soltanto me, ma il pubblico. […] Dimenticavo dire di Elena Sangro, inelegante e nienteaffatto gran dama” (Giulio Doria per Cinema-Star). Al contempo si loda la prestazione di Carmen Boni “graziosa e spigliata piccola attrice […] le va di diritto la lode e il più incondizionato incoraggiamento” (Doria) e ancora dicendo che “ha superato ottimamente la difficile prova cui s’era sottoposta, riuscendo a non richiamare nostalgie né confronti con la celebre interprete della precedente edizione del lavoro” (Blasetti). Personalmente non sono del tutto d’accordo con Blasetti: per quanto la Dorina della Boni risulti un personaggio dolce e ben calzato, la Jacobini resta decisamente ineguagliata e ho avuto una certa nostalgia per la sua interpretazione. Altro motivo di disaccordo è sulle considerazioni di Doria riguardo Augusto Bandini che avrebbe interpertato Leone con “efficacissima e non esagerata comicità“, aggettivi che io ribalterei in toto definendo la sua intepretazione poco efficace ed esageratamente “comica”, ricca di scene poco memorabili che avrei volentieri saltato.

In conclusione se dovessi consigliare una versione di Addio Giovinezza!, in assenza dell’originale di Oxilia del 1913, consiglierei la prima versione di Genina e non certo questa. Nonostante ciò il regista riesce a dare il suo tocco regalandoci alcune belle scene e una buona fotografia che hanno anche il merito di darci un piccolo spaccato della vita dei giovani universitari dell’epoca. Per ulteriori informazioni e per leggere l’articolo integrale di Doria rimando all’articolo di Sempre in Penombra a cui ho rubato, chiedo venia, la locandina.

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1 Estratti degli articoli tratti da S.G. Germani – V. Martinelli, il cinema di Augusto Genina, Udine 1989.

PRELUDIO – Il fiacre n. 13 (1917)

Tube, frac, omicidi e una carrozza dal numero non molto felice.

Questo è il sunto del quarto episodio di Il fiacre n. 13, film tratto dall’omonimo romanzo edito nel 1881 da Xavier de Montépin, autore francese di romanzi d’appendice in voga quegli anni. Nel film l’influenza del feuilleton e del genere poliziesco francese c’è e si vede; è inoltre inevitabile non fare un confronto con un altro serial italiano contemporaneo quale I topi grigi di Emilio Ghione: l’ambientazione parigina (in realtà gli studi torinesi della Ambrosio), i costumi, i sotterfugi, la donna da salvare. Insomma, praticamente una versione un po’ più benestante di Za la Mort che, per spostarsi da una bettola all’altra, non potendo permettersi una carrozza, preferiva andare a piedi (come scordarsi gli ultimi, lunghi fotogrammi di Dollari e fracks…) o adoperando una più comoda Lancia.Schermata 2018-04-19 alle 16.31.15

Peccato aver visionato all’archivio audiovisivi della Cineteca di Bologna solamente il quarto episodio Giustizia!, (*) l’unico insieme a Gian Giovedì, il secondo, ad essere completamente risparmiato dalle lame della censura (Il delitto al Ponte di Neuilly non venne nemmeno distribuito). Tant’é che vedere un film solo nella sua parte finale comprendendo molto poco di quanto accaduto prima non è proprio il massimo. Se si vuole, l’unico vantaggio che il cinema muto italiano offre (degli anni Dieci almeno) è che mediamente il cast di un lungometraggio comprende sì e no una decina di interpreti; pertanto, grazie anche alla cospicua presenza di didascalie esplicative che danno un ritmo serrato alla narrazione, non è stato così complicato tessere le fila della storia.

Ambientato in un contesto aristocratico, il duca George de Latour (Vasco Creti), insieme all’amante Berta (Helena Makowska) vuole interrompere una volta per tutte l’agiatezza famigliare del fratello che ha appena avuto un erede, intascandosi così tutti i suoi beni, ingaggiando l’apache Gian Giovedì (Alberto Capozzi). Da qui parrebbe esserci tutto un susseguirsi di sottotrame e personaggi secondari che col passare degli episodi acquisiscono una maggior fisionomia e psicologia, così come certi rapporti svelati solo in Giustizia!. Dico parrebbe per i motivi spiegati sopra. Ho intenzione di approfondire il tutto andando alla ricerca degli altri tre episodi della “carrozza sventurata”: prego i lettori di considerare questo breve articolo come un preludio a quello che verrà, o come input per cercare insieme a me i restanti episodi.

(*) Convintissima di trovare sul supporto dvd tutti gli episodi, mi si è presentato invece il titolo “Episodio IV: Giustizia!”. Sono sicura che il lettore proverà una certa empatia nei confronti del mio disappunto e della mia delusione.

Il fiacre n. 13 (Episodio I: Il delitto al Ponte di Neuilly; Episodio II: Gian Giovedì; Episodio III: La figlia del ghigliottinaio; Episodio IV: Giustizia!) / Alberto Capozzi e Gero Zambuto. – Soggetto: Xavier de Montépin – Sceneggiatura: Giuseppe Paolo Pacchierotti . – Torino, Società Anonima Ambrosio, 1917. – Con Alberto Capozzi, Helena Makowska, Gigetta Morano, Fernanda Negri Pouget, Vasco Creti, Diana Karenne. Lunghezza: metri 5520 circa. 

Visto di Censura: Il delitto al Ponte di Neuilly – 12414, 30 marzo 1917, vietata;

Gian Giovedì – 12415, 20 gennaio 1917, approvata; 

La figlia del ghigliottinaio – 12416, 20 gennaio 1917, approvata con riserva;

Giustizia! – 12417, 20 gennaio 1917, approvata.

Stato: parzialmente sopravvissuto.

Nella gabbia dei leoni – Nelly la domatrice (1912)

Spesso e malvolentieri succede che chi scrive sia sopraffatto dal blocco dello scrittore; ènelly capitato a me due giorni prima della consegna del consueto pezzo del giovedì: ho semplicemente esaurito le idee, non ho film da argomentare, non ho storie da raccontare. Chiedo quindi il classico aiutino da casa, che altro non è che il motore di ricerca Safari, e mi metto a sfogliare il canale Vimeo del Museo del Cinema di Torino, ricchissimo di materiale utile alla fruizione di film d’epoca. D’un tratto lo sguardo si ferma su Nelly la domatrice, titolo che cattura subito la mia attenzione, o meglio, la rete neuronale del mio cervello inizia a propagare impulsi elettrici generando il ricordo di quel Nelly la gigolette (o La danzatrice della taverna nera) (Emilio Ghione, 1914) la cui unica foto di scena sopravvissuta ha occupato l’immagine di copertina del mio profilo Facebook tra i mesi di settembre e novembre 2017 e film tanto sospirato dai fan di Emilio Ghione poichè perduto e considerato il preludio dell’acclamata saga di Za la Mort.

Le due Nelly svolgono professioni diverse: la prima domatrice di leoni in un circo, la seconda gigolette (degenerazione linguistica del termine chanteuse, sciantosa, cantante dei caffè concerto), danzatrice, intrattenitrice, seduttrice. Non si possono fare ulteriori considerazioni circa la Nelly interpretata da Francesca Bertini nel film di Ghione in quanto, come detto, si hanno solo notizie a proposito del soggetto e la pellicola è da ritenersi, purtroppo, dispersa.
La Nelly domatrice, invece, è la protagonista del melodrammone circense (“grandioso dramma impressionante” come recita un volantino pubblicitario di quel periodo) di 25 minuti di Mario Caserini, girato in casa Ambrosio nel 1912, periodo in cui la narrazione cinematografica inizia ad acquisire un suo perchè grazie all’istituzione di numerosi generi, spesso tratti da soggetti letterari.

Per soddisfare ogni curiosità a proposito della trama del film, ne faccio un riassunto con spoiler del finale molto prevedibile: Lei ama lui, Lui ama lei, l’Altro ama Lei, Lei ama l’Altro, Lui detesta l’Altro, l’Altro non ama più Lei, Lei torna da Lui [inizio dello spoiler], Lui si uccide con un colpo di rivoltella alla nuca [fine dello spoiler]. L’unico elemento che potrebbe mettere un po’ di pepe alla situazione sono i leoni che vorrebbero mangiarsi (come biasimarli) l’Altro (che sì, ha un nome quale Conte Wilhem), ma sono così ben ammaestrati che lasciano che egli conquisti il cuore di Nelly introducendosi nella gabbia dando prova del suo immenso (mah) coraggio guadagnandosi così l’amore di Nelly. La storia idilliaca tra Nelly e il conte continua tra fughe romantiche e tazze di té in terrazza, con il povero Lui (che sì, ha un nome anch’esso, Alfredo) Nelly la domatriceche non solo viene tradito miserevolmente, ma viene pure licenziato dal circo in cui lavora come assistente di Nelly; infine, il comportamento poco rispettoso del Conte Wilhelm nei confronti di Nelly fa sì che la domatrice si trovi domata, non dai leoni, ma dal pentimento di aver tradito il povero Alfredo e dalla consapevolezza che il tempo perduto non ritornerà mai più.

Soggetto non particolarmente avvincente a parte, la pellicola è però da riconoscere come testimonianza fondamentale della filmografia di Mario Caserini che ad oggi risulta tutt’altro che cospicua; Nelly la domatrice è un esempio dell’importanza di Caserini nella storia del cinema in quanto pioniere e uno dei primi autori di film di genere passionale. Detto ciò ricordiamoci che siamo nei primissimi anni Dieci e l’industria cinematografica italiana ha appena scoperto le proprie potenzialità di opera d’arte e strumento “seduttore” di masse: la visione di un semplice triangolo amoroso contornato da dei leoni per lo spettatore medio italiano nato nella seconda metà del diciannovesimo secolo era inusuale quanto sconcertante. Difatti un recensore coevo riporta: “Indubbiamente questa film merita proprio una lode. Lode per la esecuzione, lode per il coraggio che attori e operatore han dimostrato lavorando tranquilli e calmi davanti alle gole formidabili di parecchi leoni. E non c’è ombra di trucchi; i leoni sono proprio là naso a naso con gli attori e qualche volta allungano le grinfie con poco onesta intenzione di portar via qualche brandello di carne umana fresca (oh! quanto fresca!) che vedono a portata”. Forse non avevo tutti i torti quando dicevo poco sopra che i leoni avrebbero divorato volentieri in un sol boccone il Conte Wilhelm. Si percepiva nel 1912 e si vede anche nel 2018.

Curiosità: Un occhio allenato e fisionomista riconoscerebbe senza alcun dubbio l’uomo che indossa i panni del conte Wilhelm: è lo stesso Mario Bonnard del principe Massimiliano in Ma l’Amor mio non muore edito l’anno successivo a Nelly la domatrice e diretto sempre da Caserini.

Nelly la domatrice / Mario Caserini. – Soggetto e sceneggiatura: Arrigo Frusta. – Torino: Società Anonima Arturo Ambrosio, 1912. – Con Fernanda Negri-Pouget, Mario Bonnard, Mario Voller Buzzi, Antonietta Calderai, Oreste Grandi, Alfred Schneider e i suoi leoni.
Lunghezza: metri 602/622.
Visto di Censura: 9787, 22 giugno 1915.
Stato: sopravvissuto.

Fonti: – Aldo Bernardini, Le imprese di produzione del cinema muto italiano, Bologna, Persiani, 2015.

– Gian Piero Brunetta, Il cinema muto italiano. Dalla “Presa di Roma” a “Sole” 1905 – 1929, Roma/ Bari, Laterza, 2008.

– Il Rondone, La Vita Cinematografica III, n.19, 15 ottobre 1912, p.57.