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Archive for the ‘1920-1929’ Category

Rebus Film Nr. 1 – Paul Leni (1925)

giugno 13, 2019 Lascia un commento

rebus-1Dopo il suo capolavoro, Il Gabinetto delle figure di cera, Paul Leni nel 1925 ebbe una sorta di pausa creativa. Lavorò molto ma a progetti piccoli, forse per fatica o per una certa acquisita soddisfazione che affievolì l’impulso del suo estro. La fama gli garantì la fiducia e la stabilità che gli permetterà poi di fare il gran salto negli Stati Uniti.

Fu contattato per realizzare due scenografie per due film minori, Der Farmer aus Texas di Joe May – lo stesso regista-produttore col quale Leni iniziò la sua gavetta – e Die Frau von vierzig Jahren di Richard Oswald che, tratto a un romanzo di Vita Sackville-West, vede l’esordio sullo schermo di Dina Gralla.

Nel frattempo una società di produzione che si occupava di extra, di specials e di tutto il materiale che veniva proiettato nell’intervallo tra più film ebbe un’idea originale: realizzare dei brevi film in forma di rebus, distinti in due parti, una con il rebus stesso e l’altra con la soluzione, da proiettarsi prima e dopo un film. Non si hanno notizie di altri simili tentativi, eppure il risultato è discreto e, al tempo, avrebbe potuto destare una certa attenzione o quanto meno augurare un filone “enigmistico”.

Non fu così, ma se oggi possiamo vederne uno (sugli otto prodotti, gli altri sono andati tutti perduti) è forse per la fama del suo autore. A dirigere l’opera fu contattato proprio Paul Leni a cui andò sicuramente a genio un’opera totalmente “decorativa” e del tutto libera. Per tale libertà oggi Rebus n.1 viene inserito nel filone sperimentale e avanguardista, ma non fu certo pensato e messo in opera come un “prodotto d’arte”. Leni probabilmente si divertì molto a realizzarlo, Rebus è un gioco e giocando fu realizzato.

Il montaggio e gli effetti, compresa l’animazione del croupier e del cruciverba, richiamano inevitabilmente i lavori francesi, tedeschi e olandesi dell’avanguardia degli anni precedenti. Si pensi a Ruttmann, Leger, Richter; se avesse voluto Leni avrebbe potuto produrre lavori di pari importanza e sarebbe stato interessantissimo vedere cosa realizzò nei rebus successivi, se ripeté sé stesso o se la sua tecnica si spinse oltre.

Rebus n.1 ha come soluzioni jazzband, ice, india, arena, paris e nine e svelare la soluzione è come offrire spoiler con un ritardo di quasi cento anni. Ma qui, come in molti altri casi, se stiamo parlando di un film non è per far sapere “come va a finire”, ma per ragionare su cosa tale soluzione sveli. Tradotta in altri termini la soluzione è: musica, esotismo, vita alla moda: il meglio che in quegli anni potevano offrire la vita delle città e il cinema di intrattenimento. Le riprese dall’India e dalla Spagna sono vedute in pieno stile Lumiere; l’estrazione del ghiaccio richiama lo stile documentaristico del tempo; il casinò, la vita notturna, le sale da ballo richiamano quell’eccitante caos tanto caro a chi frequentava le sale cinematografiche a cui i Rebus erano destinati.

Se c’è qualcosa di sperimentale è nei testi ad opera di Hans Brennert – purtroppo nella versione che circola su youtube non sono compresi – che fanno “recitare” il croupier animato, nominato Mr. Rebus. Il suo affermare «Sono il primo cruciverba su pellicola» o, al termine del rebus, «non c’è nulla di irrisolto in me» aggiunge una dimensione – quasi uno sfondamento della quarta parete cinematografica – che all’epoca non era per nulla convenzionale: quella dell’interazione.

Ad avere gli altri Rebus forse la valutazione critica di Leni sarebbe di altro tipo. Chissà che non vengano scoperti, tra decenni, nei fondi di qualche cineteca privata.

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La Lanterna (Lucerna) – Karel Lamač (1925)

lucernaAlois Jirásek è stato uno dei personaggi più importanti nel processo che portò dai primi germogli identitari fino alla nascita della nazione Cecoslovacca nel 1918. Professore universitario, scrittore e anche senatore in parlamento dal ’20 al ’25, Jirásek venne anche più volte candidato al Premio Oscar, che sfortunatamente non vinse. Tra le sue opere, quella a cui sono più legato è Staré pověsti české (1894), tradotto in Italia da Mondadori con il titolo “Racconti  e leggende della Praga d’Oro“, che contiene, appunto racconti popolari cechi in un momento in cui il suo stato era ancora sotto l’impero Austro-Ungarico. Tra queste storie la mia preferita era quella del celebre Orologio (Staroměstský Orloj) e del suo creatore Hanuš di Růže.  Jirásek era insomma un profondo conoscitore del folklore locale e questo influenzò anche le sue opere originali. Tra queste, nel 1905, vide la luce Lucerna, un dramma con toni fiabeschi che si ispirava alla tradizione ceca. Quando il neonato cinema locale dovette quindi attingere dalle sue opere, inevitabilmente la scelta cadde anche su Lucerna. La fortuna di questa opera andò avanti oltre il muto con altre tre trasposizioni di cui la più recente data 1967.

L’arrivo in una piccola città della Principessa (Andula Sedláčková), è certamente un evento molto atteso e così tutti si danno da fare per darle il benvenuto. Tra questi non c’è però il mugnaio Libor (Theodor Pištěk), che prova rancore nei confronti della stirpe reale essendo la sua famiglia costretta a fare loro da lucernai, cosa che vede come degradante. Visto il suo rifiuto, i cortigiani locali minacciano l’uomo di portargli via Hanička (Anny Ondra), orfana di cui è il guardiano e che ama profondamente, e di abbattere l’albero di tiglio che secondo la leggenda proteggerebbe persone e animali. La Principessa costringe quindi Libor a farle da lanterniere e lo porta nel bosco. Nel frattempo l’insegnante Zajíček (Karel Lamač), sta proteggendo l’albero dall’assalto degli uomini della principessa. Si unisce a lui Hanička che entra magicamente dentro l’albero, diventando un tutt’uno con esso. Libor, ignaro di tutto, si sta lasciando attrarre dalla bella principessa quando viene avvertita da una sua amica (Antonie Nedošinská) di quanto sta accadendo. Arriva giusto quando Zajíček sta cercando di difendere con la sua vita il Tiglio e si unisce a lui in questa strenua difesa. Nel finale la Principessa sopraggiunge e chiede ai suoi di salvare il tiglio. Una luce divina illuminerà i presenti e Hanička tornerà tra i mortali per finire tra le braccia del suo amato mugnaio.

 

Tra gli elementi folkloristici ritroviamo prima di tutto i due vodník Michal e Ivan (Eman Fiala e Ferenc Futurista – vedi sopra foto al centro). I vodník sono dei folletti acquatici boemi, solitamente rossi o verdi, che si divertono a fare dispetti o addirittura a cercare di annegare i passanti (a seconda delle versioni). In Lucerna si limitano a fare dispetti spaventando i vari personaggi. Abbiamo poi la difesa strenua del tiglio, che rappresenta la nazione ceca stessa, essendo l’albero nazionale.

Nel film, oltre a Karel Lamač, troviamo alla fotografia due nomi molto importanti: Svatopluk Innemann, che dall’anno successivo inizierà una felice carriera da regista, e Otto Heller, che nella sua lunga carriera come direttore della fotografia vincerà anche un BAFTA con The Ipcress File (1965). Il nome di Lamač non può che farvi pensare a Anny Ondra, presente ovviamente anche qui nel ruolo della giovane orfana Hanička. Nel ruolo di femme fatale, troviamo qui Andula Sedlácková che, grazie al trucco e degli abiti stupendi, è davvero splendida.

Parlando del film vero e proprio, a me personalmente è piaciuto molto anche se ha delle pecche, alcune delle quali imputabili alla mia padronanza sommaria della lingua ceca: le didascalie sono tante, verbose e non esistono traduzioni, quindi potete immaginare la difficoltà che ho avuto, pur avendo dalla mia la conoscenza della cultura locale. Ci sono delle parti comiche o delle scene portate avanti forse un pochino troppo a lungo per i miei gusti, ma nel complesso ho trovato il film ben costruito e caratterizzato da un’atmosfera davvero suggestiva e fiabesca.

La Virgen de la Caridad – Ramón Peón (1930)

virgen_caridadIl nostro viaggio intorno al mondo ci porta a Cuba, tre anni prima della “rivoluzione dei sergenti” e quando Fidel Castro, avendo solo 4 anni, non poteva neanche lontamente immaginare che un giorno sarebbe stato un giorno il leader maximo. La Virgen de la Caridad è un film diretto Ramón Peón, regista, sceneggiatore e attore che molto deve alla storia del cinema cubano. La storia è impregnata di morale cristiana e non brilla per originalità. Ma andiamo a vedere la trama:

Il giovane Yeyo (Miguel Santos) possiede una piccola proprietà insieme alla madre Ritiica (Matilde Maun). Come spesso capita è innamorato, e corrisposto da Trina (Diana Marde), la figlia di Don Pedro (Francisco Muñoz), ricco proprietario terriero che ovviamente rifiuta l’idea che la sua bambina possa sposare un poveraccio. I due si frequentano segretamente e sperano un giorno di coronare il loro sogno d’amore. La situazione cambia quando giunge in città Guillermo Fernandez (Guillermo de la Torre), uomo ricco e senza scrupoli tornato per vedere il suo paese natale. Inutile dire che si innamora a sua volta di Trina. Per poterla sposare, Fernandez decide di liberarsi del rivale procurandosi un finto atto di proprietà del Bijirita, il possedimento di Yeyo. Non potendo dimostrare di essere i veri proprietari, il ragazzo e la mamma sono costretti a lasciare la loro proprietà e rifugiarsi presso degli amici. Intanto Don Pedro ha fissato la data di matrimonio della figlia con Guillermo. Ovviamente proprio poco prima che si celebri la cerimonia Yeyo troverà l’atto di proprietà, nascosto dietro al quadro della vergine Maria di cui lui era tanto devoto. Svelato l’inganno i giovani potranno finalmente vivere felici e contenti…

Il problema principale del film è la lentezza nell’ingranare: la versione che ho visto è stata portata a 24fps, e nonostante questo la vicenda vera e propria inizia a metà film. L’inizio è un insieme di riprese folkloristiche che raccontano la quotidianità della cuba rurale. Tra le tante scene c’è anche una sorta di palio che vedrà ovviamente Yeyo vincitore. La cosa più interessante è la regia: Peón sperimenta molto dal punto di vista delle riprese e si lancia in riprese in movimento non sempre riuscite se non nella scena finale di cui potete vedere le immagini qui sotto: Yeyo è disperato perché sta perdendo tutto quello che aveva. Si gira e vede il quadro della vergine e si dirige verso di essa per pregarla. Nello stesso momento un altro personaggio sta piantando un chiodo che trapassa la parete e fa cadere la tela a terra rompendo il vetro che la protegge. Quando Yeyo la raccoglie si rende conto che dietro c’è l’atto di proprietà. Tutti questi spostamenti, sono accompagnati da un movimento di camera ben riuscito che mostra allo spettatore tutta la dinamica nel dettaglio! Si parte da uno spostamento laterale per far vedere il momento in cui il quadro cade per il chiodo piantato fino ad uno verso il basso per evidenziare la comparsa dei documenti.

Raúl Rodríguez, autore del libro El cine silente en Cuba dice del film:

L’importanza del film non sta nel fatto che si tratta della solo copia completamente preservata dell’intera produzione muta locale e neppure nel suo essere il film che chiude la stagione del muto a Cuba. Il suo merito è esclusivamente quello […] di cercare di penetrare all’interno di una certa realtà paesana¹“. Il film è tratto da un romanzo e mostra come i buoni e i diseredati possano avere successo davanti alle angherie dei potenti grazie all’aiuto della fede che, intervenendo come deus ex machina, risolverà tutti i problemi.

Concludendo il film, pur possedendo alcune caratteristiche interessanti, racconta una storia banale e poco incisiva che non mi ha particolarmente impressionato. Il buonismo di fondo e la morale religiosa non sono esattamente nelle mie corde e qui sono le protagoniste assolute.

Se siete interessati alla storia del cinema locale vi consiglio questo breve documentario:

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¹La importancia de esta cinta no radica en el hecho de que sea la única copia conservada completa de toda la producción silente de ficción, ni siquiera en el hecho de ser la cinta que cierra el ciclo del cine mudo producido en Cuba. Su mérito radica exclusivamente en el hecho de que […] hace un intento de penetrar hasta cierto punto en la realidad del campesino“.

Nel paese del caldo mattino (Im Lande der Morgenstille – Goyohan achim-ui nala-eseo – 고요한 아침의 나라 ) – Norbert Weber (1925)

vlcsnap-2019-05-20-00h21m12s251Non sono un grande appassionato di documentari muti, eppure questo, per qualche strana ragione, mi ha attratto fin da subito, forse perché ha un’anima molto attuale, almeno nella prima parte. Il regista, Padre Norbert Weber, era un missionario benedettino che era andato in Corea per portare la cristianità nella penisola asiatica. Nel farlo, decide per qualche motivo che potrebbe essere interessante riprendere le usanze culturali del paese e poi mostrare quello che loro stavano facendo lì. Lo spirito delle riprese è contenuto in due didascalie: “il missionario è uno straniero che deve imparare a capire le persone per poter diventare un tutt’uno con loro”. Per certi versi la sua è una forma mentis simile a quella degli antropologi, che cercano di vedere le caratteristiche del popolo che stanno studiando immergendosi nella loro cultura e vivendo con loro.

Per gusto personale la prima parte è quella che preferisco: qui ci viene mostrano il modo in cui i coreani coltivano il riso, creano sandali o fanno vasi. Una parte piuttosto corposa è poi dedicata alle le loro credenze religiose, tra buddismo e “paganesimi” vari (sic.). Visto che il mio interesse documentaristico è più orientato verso l’etnografia, la seconda ora, interamente dedicata alle attività che si svolgono all’interno della missione, mi ha preso molto meno. Una delle cose più divertenti di questa parte, da insegnante, è stato però vedere i poveri coreani costretti a imparare il latino e tradurre frasi da una lingua all’altra (ultima foto in fondo).

In generale vedere la Corea molto prima della Guerra e della sua divisione mi ha colpito molto. Attraverso le immagini ci si rende conto di come passi il tempo e come le culture possano cambiare nel giro di un secolo! La prima ora la consiglierei sinceramente a tutti, la seconda un po’ meno. Più delle mie parole lascio parlare le immagini.

Albert Samama Chikly e Haydée Chikly pionieri del cinema muto tunisino

Haydee_ChiklyQuando il Cinema Ritrovato 2015 dedicò una sezione ad Albert Samam Chikly, ricordo la mia grande delusione quando persi proprio i frammenti tratti dai due film di fiction sopravvissuti. Mi ero visto tutti i suoi film “dal vero”, a volte rischiando anche di addormentarmi, e mi ero perso quello che più mi interessava della rassegna. A distanza di quattro anni sono finalmente riuscito a recuperarli e oggi posso parlare finalmente di Zohra (1922) e Aïn El-Ghazel (1924).

Entrambi i film hanno una caratteristica in comune, oltre alla regia, la presenza di Haydée Chikly sia come attrice che come sceneggiatrice. Haydée, appena sedicenne all’epoca della sua prima esperienza, fu la prima donna africana a sceneggiare un film e, oltre ad avere questo primato, lo fa in maniera estremamente intelligente, creando storie, per quanto ci è dato sapere, piuttosto ben riuscite. Andiamo ad analizzarle nello specifico:

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– Zohra o L’Odyssée d’une jeune française en Tunisie (it. Zohra o l’odissea di una giovane francese in Tunisia) – Albert Samama Chikly (1922)

Di Zohra (in arabo “stella della felicità”) ci restano purtroppo solo una decina di minuti della parte centrale. Da quello che possiamo vedere si tratta quasi di un film etnografico, dove la protagonista (Haydée Chickly) ha perso i genitori durante un naufragio e si ritrova a vivere in una comunità di beduini che la accolgono come una figlia dandole il nome di Zohra. Gran parte delle scene è quindi incentrata a mostrare la vita e le usanze dei beduini tunisini di inizio secolo scorso più che sviluppare una vera e propria storia. Da quanto sappiamo, anche da foto di scena rimaste, la giovane veniva poi rapita da alcuni banditi mentre cercava di raggiungere le autorità europee e, dopo una fuga rocambolesca, riuscirà a raggiungere un aereo francese in panne atterrato casualmente in quella zona. I due partiranno assieme alla volta della Francia dove ritroverà i suoi genitori.

La storia, come si vede, era piuttosto articolata e fantasiosa e devo dire che mi ha colpito molto pensare che fosse stata scritta da una ragazza così giovane. Sicuramente, grazie al padre, avrà avuto accesso alla visione di tanti film o letto tanti libri, ma questo non toglie la meraviglia. Anche il suo modo di recitare è piuttosto maturo, non eccessivo e piuttosto maturo.

Riguardo alle riprese, queste sono davvero molto belle, per quanto ci è possibile vedere, e catturano l’anima della tradizione locale. Una cosa che mi ha colpito, anche qui, sono i tentativi, a volte goffi, di dare una mobilità alle riprese o comunque di sperimentare come mostrano le immagini di scena delle riprese aeree che ho trovato su una monografia a lui dedicata¹.

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¹G. Mansour, Samama Chickly: Un tunisien à la rencontre du XXème siècle, Simpact editions, 2000 (da cui è tratta anche la foto qui sopra).

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– Aïn El-Ghazel o La Fille de Carthage (it. Occhio di Gazzella o la figlia di Cartagine) – Albert Samama Chikly (1924)

Questa seconda storia è forse più tradizionale ma ugualmente interessante: la giovane Aïn El-Ghazel (Haydée Chickly) figlia del Caid Bou-Hanifa (Si-Hadj Hadi Jebali), viene promessa in sposa al figlio dello sceicco (Si-Belgassem ben Taieb). Lei è però innamorata del maestro Taleb (Si-Ahmed Dziri). Questa è la vicenda che vediamo nel frammento sopravvissuto, il seguito è molto shakespeariano: i due fuggono ma vengono raggiunti e alla morte di Taleb la nostra eroina si suicida per il dolore.

Il film venne girato a La Marsa, nel castello del Bey di Tunisia, e a Sidi Bou Saïd. Nel titolo vi è un riferimento a Cartagine, perché le due località si trovano proprio dove sorgeva la vecchia città che tanto fece penare i nostri antenati. Grande attenzione è data al paesaggio (a cui ho dato la precedenza nella scelta delle immagini) oltre che, ancora una volta, all’etnografia in particolare con riferimento ai vestiti della protagonista e ad usanze particolari come quella di recarsi da una divinatrice per conoscere il proprio futuro o acol soffermarsi qualche minuto a riprendere l’isegnamento del corano ai bambini. Le immagini di scena ci mostrano come il prosieguo fornisse ulteriori splendidi paesaggi che purtroppo sono andati perduti in video.

Se volete sapere un po’ di più del progetto dedicata ad Albert Samama Chickly vi rimando al mio articolo per Cinefilia Ritrovata dell’epoca che concludevo così: “Alla fine della rassegna a lui dedicata possiamo fare un quadro di Albert Samama Chikly e definirlo come un artista eclettico appassionato dal suo mondo e dalla sua cultura. Egli è testimone di un mondo che sta cambiando attraverso un lento passaggio dal passato alla modernità. Il suo interesse si spinge anche verso l’eterna sperimentazione per superare i limiti tecnici dei primi anni del cinema e stupire il suo pubblico. La sua curiosità lo spinge a diventare reporter e come tale segue fuori dal suo paese le vicende più importanti di quel periodo, come alcuni avvenimenti della Prima Guerra Mondiale o il Terremoto di Messina“.

Insomma attraverso la sua macchina da presa riuscì a catturare un mondo in evoluzione, comprendendo anche la sua Tunisia che stava attraversando un periodo di lenti cambiamenti che avrebbero poi portato all’indipendenza dalla Francia nel 1956.

Ho perso il mio cuore a Lima (Yo perdi mi corazon en Lima) – Alberto Santana (1933)

Yo perdi mi corazon en LimaLa storia dei paesi sudamericani agli inizi del ‘900 è stata spesso costellata da instabilità politica e grandi spargimenti di sangue. Il Perù non fa eccezione ma è riuscito a lasciarci un documento molto interessante girato in un momento delicato del suo passato: Alberto Santana, uno dei massimi registi del primo cinema peruviano, girò questo film tra il Marzo e l’Aprile del 1933 durante le agitazioni politiche che portarono all’assassinio del Presidente Luis Miguel Sánchez Cerro il 30 Aprile del 1933. Proprio durante il suo governo, scoppiò un conflitto contro la Colombia che costrinse molti degli uomini peruviani ad andare al fronte per difendere la loro patria. Proprio in questo contesto si sviluppa la vicenda del nostro film:

La bella Carmen arriva a Lima per stare dalla zia Angela e dalla cugina Lola. Le due giovani ragazze trovano presto l’amore nei fascinosi Oscar e Juan e passano spensierate giornate immaginando un futuro felice assieme a loro. Il sogno presto si rompe: il Perù e la Colombia entrano in guerra e i due decidono di arruolarsi. Il conflitto porta inevitabilmente i suoi morti e tra questi vi sarà anche Oscar. Carmen, distrutta dal dolore, decide di farsi suora e dedicare la sua vita alla preghiera.

Yo perdi mi corazon en Lima2Yo perdi mi corazon en Lima ha molte somiglianze con altri film anti-bellici che abbiamo imparato a conoscere con il tempo. Tra questi mi viene subito in mente Maudite Soit la Guerre (1914), in cui il finale era decisamente simile. Nonostante questo troviamo alcuni elementi tipicamente locali, con l’attenzione per alcuni monumenti o piazze principali di Lima e la parte “dal vero” con la processione militare sotto gli occhi del presidente. Nonostante questo il film risulta un po’ asettico, ha degli influssi esteri evidenti e ignorandone la provenienza difficilmente si potrebbe risalire alla sua origine peruviana.

A livello di svolgimento del racconto il film è un po’ disorganico perché da una parte c’è un filone narritivo in cui le ragazze sono protagoniste con le loro speranze e dolori, mentre dall’altra troviamo quello dei ragazzi che sembra infilato a forza con momenti scanzonati privi quasi di senso e personaggi introdotti rapidamente senza essere presentati o quasi. Probabilmente questo è anche dovuto ad alcune lacune presenti nella pellicola conservata, anche se dalla descrizione iniziale sembrerebbe che queste non siano particolarmente rilevanti.

Concludendo, ho trovato Yo perdi mi corazon en Lima un film interessante, capace di emozionare pur senza eccellere a livello di originalità e presentando delle caratteristiche proprie. Consigliato per chi ha voglia di farsi un viaggio nel mondo del muto e vedere un breve affresco di Lima negli anni ’30 del ‘900. Purtroppo la qualità del video è veramente scadente.

Canto di vita (Píseň života) – Miroslav Josef Krňanský (1924)

pisenzivoatPpur essendoci giunto tramite vie traverse e in forma gravemente mutile, Píseň života in appena 20 minuti tutta la sua carica tragica. La storia di per sé non è particolarmente originale, venne del resto scritta e adattata dallo stesso regista Krňanský, eppure lascia il segno nello spettatore. La storia si interrompe a metà, proprio con il sopraggiungere del climax tragico che, secondo le sinossi dell’epoca, si sarebbe poi andato a sciogliere lentamente nei minuti successivi.

In una notte di luna piena un uomo sconosciuto lascia nel carro di Havel (Karel Vána) una neonata, Hana (Ruzena Hofmanová), che lui cresce come sua figlia. Un giorno Havel si ammala però gravemente e dopo essersi riappacificato con il fratello Konrad (Adolf Krössing) gli affida Hana, ormai cresciuta. Dopo aver venduto letteralmente tutto quello che avevano, la ragazza riesce a trovare lavoro presso la fabbrica del Signor Silver (Luigi Hofman) diretta da Richard Mára (Vladimír Majer). Quest’ultimo nota Hana e con la scusa di essere interessato al suo futuro prima le regala una collana di perle e poi tenta di violentarla. Hana si libera in maniera rocambolesca del suo aggressore colpendolo al volto  e quest’ultimo decide di vendicarsi denunciandola per aggressione e furto della collana. Hana viene condannata a dieci mesi di galera e Konrad si suicida per il dolore.

Così si chiude la versione conservata, lasciando decisamente l’amaro in bocca per un dramma senza vie di uscita. Fortunatamente la storia andava invece avanti con Hana che veniva scagionata e trovava rifugio da un guardiacaccia. Qui avrebbe poi scoperto di essere figlia di Zaluzanský, ricco proprietario terriero, e troveto l’amore sposando Petr, figlio del Signor Silver.

Un finale, insomma, molto differente da quello che le immagini cinematografiche ci mostrano e che risollevano un pochino il morale dello spettatore che si ritrova a vedere come ultima scena le gambe penzolanti di Konrad che ha deciso di impiccarsi!

La storia della conservazione del film è strana, infatti il regista ha più volte riutilizzato pezzi del film in altre opere: Příběh jednoho dne (1926), Bahnem Prahy (1927) e infine in una sua raccolta tarda dal titolo Blednoucí romance (1958) dove Píseň života diventò Osudem zrazeni (it. tradito dal destino) in cui vi era il finale tragico della nostra versione.

Il film viene generalmente ricordato più che altro per essere uno dei rari film in cui recitò Adolf Krössing. il tenore tedesco nato in boemia grande amico di Bedřich Smetana e Antonín Dvořák. Krössing aveva una vena comico-buffonesca che si vede anche nella pellicola e che, personalmente, non ho apprezzato più di tanto così come in generale la recitazione degli altri attori. Molto curata è invece la fotografia, curata da Otto Heller, che regala a tratti delle splendide inquadrature che grazie al restauro effettuato sulla pellicola spiccano ancora di più.

 

Per chi fosse interessato alla visione, il film è inserito come bonus nel dvd di Batalion (1927) rilasciato dal Narodni filmový archiv (NFA) con sottotitoli in inglese.