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Archive for the ‘1920-1929’ Category

Canto di vita (Píseň života) – Miroslav Josef Krňanský (1924)

pisenzivoatPpur essendoci giunto tramite vie traverse e in forma gravemente mutile, Píseň života in appena 20 minuti tutta la sua carica tragica. La storia di per sé non è particolarmente originale, venne del resto scritta e adattata dallo stesso regista Krňanský, eppure lascia il segno nello spettatore. La storia si interrompe a metà, proprio con il sopraggiungere del climax tragico che, secondo le sinossi dell’epoca, si sarebbe poi andato a sciogliere lentamente nei minuti successivi.

In una notte di luna piena un uomo sconosciuto lascia nel carro di Havel (Karel Vána) una neonata, Hana (Ruzena Hofmanová), che lui cresce come sua figlia. Un giorno Havel si ammala però gravemente e dopo essersi riappacificato con il fratello Konrad (Adolf Krössing) gli affida Hana, ormai cresciuta. Dopo aver venduto letteralmente tutto quello che avevano, la ragazza riesce a trovare lavoro presso la fabbrica del Signor Silver (Luigi Hofman) diretta da Richard Mára (Vladimír Majer). Quest’ultimo nota Hana e con la scusa di essere interessato al suo futuro prima le regala una collana di perle e poi tenta di violentarla. Hana si libera in maniera rocambolesca del suo aggressore colpendolo al volto  e quest’ultimo decide di vendicarsi denunciandola per aggressione e furto della collana. Hana viene condannata a dieci mesi di galera e Konrad si suicida per il dolore.

Così si chiude la versione conservata, lasciando decisamente l’amaro in bocca per un dramma senza vie di uscita. Fortunatamente la storia andava invece avanti con Hana che veniva scagionata e trovava rifugio da un guardiacaccia. Qui avrebbe poi scoperto di essere figlia di Zaluzanský, ricco proprietario terriero, e troveto l’amore sposando Petr, figlio del Signor Silver.

Un finale, insomma, molto differente da quello che le immagini cinematografiche ci mostrano e che risollevano un pochino il morale dello spettatore che si ritrova a vedere come ultima scena le gambe penzolanti di Konrad che ha deciso di impiccarsi!

La storia della conservazione del film è strana, infatti il regista ha più volte riutilizzato pezzi del film in altre opere: Příběh jednoho dne (1926), Bahnem Prahy (1927) e infine in una sua raccolta tarda dal titolo Blednoucí romance (1958) dove Píseň života diventò Osudem zrazeni (it. tradito dal destino) in cui vi era il finale tragico della nostra versione.

Il film viene generalmente ricordato più che altro per essere uno dei rari film in cui recitò Adolf Krössing. il tenore tedesco nato in boemia grande amico di Bedřich Smetana e Antonín Dvořák. Krössing aveva una vena comico-buffonesca che si vede anche nella pellicola e che, personalmente, non ho apprezzato più di tanto così come in generale la recitazione degli altri attori. Molto curata è invece la fotografia, curata da Otto Heller, che regala a tratti delle splendide inquadrature che grazie al restauro effettuato sulla pellicola spiccano ancora di più.

 

Per chi fosse interessato alla visione, il film è inserito come bonus nel dvd di Batalion (1927) rilasciato dal Narodni filmový archiv (NFA) con sottotitoli in inglese.

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Zalamort der Traum der Zalavie (Emilio Ghione, 1924)

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Alla fine del 1923, Emilio Ghione si trova in Germania intenzionato a girare tre film, riuscendo a portarne a termine solamente uno, a causa del rientro anticipato in Italia dovuto principalmente ai problemi di salute che lo porteranno a una sempre più maggiore difficoltà di assunzioni in ruoli anche marginali. I primi anni del nuovo decennio registrano una migrazione di massa di registi, attori, artisti e produttori in cerca di fortuna in paesi europei che non fanno fronte alla crisi produttiva che l’Italia sta passando. Dive e divi spendaccioni conoscono la miseria, altri hanno maggior fortuna: Francesca Bertini si fa chiamare contessa Cartier e Lyda Borelli contessa Cini. Complici la mediocre organizzazione produttiva, la tecnologia obsoleta, i costi eccessivi, la forte concorrenza col cinema nascente di Hollywood e anche un certo lato conservatore riguardo i generi letterari, melodrammatici e storici, (i feuilleton ripresi da testi classici e popolari sembrano resistere e ottenere ancora dell’entusiasmo da parte del pubblico), il cinema italiano pare stanco, malato e ha bisogno di respirare quella ventata di aria fresca, di novità e di svolta che arriverà ultimamente dieci anni dopo con l’avvento del sonoro.

Così, seguendo l’esempio di tanti suoi compagni e accompagnato da Kally Sambucini, Ghione realizza in terra tedesca il penultimo film dedicato a Za La Mort che si avvale della partecipazione e collaborazione dell’attrice statunitense Fern Andra, popolare nell’ambiente del cinema locale e proprietaria della casa di produzione “National”, che si riserva il ruolo di raffinata nobildonna doppiogiochista e grazie alla quale Ghione verrà prontamente assunto.

Diviso in due parti, ognuna di tre atti, prevedeva inizialmente una suddivisione in due episodi: Zalamort 1. Teil (1807 metri) e Zalamort 2. Teil (1439 metri). Lungo quindi in origine 3246 metri, successivamente presentato in censura, viene tagliato pesantemente più volte e distribuito in Italia nel 1925 in una versione ridotta di soli 1600 metri. Le note censorie d’epoca riportano le seguenti motivazioni: “Alla precedente versione di 2025 metri è stato negato il nullaosta perché l’azione e la trama s’imperniavano esclusivamente sul delitto, i personaggi principali erano delinquenti della peggior specie, l’ambiente in cui vivevano ed agivano era costituito dai bassifondi sociali. Nella versione che ha ottenuto il nullaosta molte scene sono state soppresse, modificate ed attenuate, conferendo così all’azione un’intonazione di sogno fantastico”.

A partire dalle informazioni fornite dalla censura, capiamo, perciò, che si tratta con molta probabilità di uno dei film di Za la Mort più audaci e coraggiosi, anche se principalmente il soggetto non si discosta molto dai precedenti episodi e certi tratti coincidono anche con il romanzo Za la Mort edito quattro anni dopo. In questo caso Za la Mort viene incolpato di omicidio per vendetta del Gran Paralitico, capo di un’organizzazione criminale. Al suo servizio vi sono Perla Cristal e Lama Rossa che viene sconfitto in duello da Za la Mort nella prima sequenza nel covo degli apaches, colpevole di aver tentato di derubare la ricca donna. Attirato in una trappola, Za la Mort viene sedotto da Perla Cristal, ma rifiuta ogni sua avance; per questo fa in modo che sia incolpato di un omicidio mai commesso e viene condannato ai lavori forzati in una prigione/miniera sull’isola di Rügen. Nel frattempo, Za la Vie, che era presente al duello tra Lama Rossa e il suo compagno, viene rapita e sottoposta a un trattamento psichiatrico che la rende pazza. Za la Mort riesce a fuggire dall’isola e dopo lo dopo lo svelamento di complicati intrecci di inganni, travestimenti e il ricongiungimento con Za la Vie, Perla Cristal si suicida. La fine de Livido è ignota e non viene spiegata nella pellicola. Tutta questa vicenda si rivelerà essere solo un sogno (“incubo”) di Za la Vie; tuttavia un mazzo di fiori recapitato a Za la Mort da parte di Perla Cristal lascia il retrogusto amaro di un’ambigua sovrapposizione di eventi che lasciano intendere un finale aperto.

A proposito di Za la Vie, è inevitabile considerare come finalmente le venga riservato del meritato spazio scenico; tanto è vero che viene ripresa non più come figura passiva e ubbidiente al fianco a Za la Mort, o addirittura pressoché inesistente nel momento in cui viene tolta letteralmente dalla circolazione dalla rivale in amore Casco D’Oro/ Hesperia in Anime buie (1916), ma in questo caso vittima di un rapimento e in preda alla pazzia mentre vaga smarrita e confusa per le vie vuote e desolate di una Berlino degli anni Venti. Tanti sono i primi piani dedicati alle buffe smorfie di Kally Sambucini che dimostra di possedere una grande versatilità in ambito recitativo. Proprio nelle scene della follia di Za la Vie è interessante notare e confrontare la fragilità di una Za la Vie che torna bambina mentre insegue una palla, contro la durezza della medesima donna che regge la pistola con sguardo truce mentre controlla che il malcapitato non si dia alla fuga.

Nella pellicola vi sono rudimenti di ellissi temporali quali flashback e dissolvenze (specialmente quando la figura di Za la Mort si sovrappone a quella del Livido); l’influenza dei primi film di matrice espressionista tedesca è ben visibile già nella sequenza ambientata nel covo degli apaches, in cui la folla di curiosi che assiste allo scontro tra Lama Rossa e Za la Mort è pervasa da un certo dinamismo di insieme; si voltano da una parte, si voltano dall’altra come se fossero spinti da una forza centrifuga guidata dalla “danza” dei due apaches e vi si legge perfettamente nei loro sguardi allucinati l’ansia, l’attesa e la suspence di chi non vede l’ora di scoprire chi l’avrà vinta. Anche l’improvviso arrivo di Za la Mort giustiziere è preceduto da un’ombra nera (Ghione vede Nosferatu?)  che si staglia lungo le paretiumide e poco illuminate  del bassifondo, così come contrasti fotografici visibili nel primissimo piano illuminato dal basso di Za e nella scena notturna della fuga dal carcere/miniera sull’isola di Rügen dove per certi versi gli alberi che si stagliano sullo sfondo ricordano una scena da Il gabinetto del dottor Caligari. Appunto, le composizioni, le linee secche, l’estetica complessa del cinema espressionista appartengono a un mondo irreale fatto di ombre. Robert Wiene nel 1922 dice: “Oggi noi comprendiamo in profondità, attraverso l’espressionismo, come la realtà sia indifferente e come l’irreale sia potente: ciò che non è mai esistito, ciò che è stato solo percepito, la proiezione di uno stato d’animo verso l’esterno”. E infatti, per Za la Vie, è tutto solamente un sogno.

Del film viene data la prima visione romana nel 1925, a cui viene attribuito il titolo alternativo L’incubo di Zalavie. Questo è l’ultimo film sopravvissuto della saga di Za la Mort.

Per ulteriori approfondimenti:

  • Denis Lotti, Emilio Ghione, l’ultimo Apache. Vita e film di un divo italiano, Bologna, Cineteca di Bologna, 2008.
  • Vittorio Martinelli, Za la Mort. Ritratto di Emilio Ghione, Bologna, Cineteca di Bologna, 2007.

Zalamort der Traum der Zalavie / Emilio Ghione. – Soggetto e sceneggiatura: Emilio Ghione. – Berlino: F.A.J.-National, Berlin, 1923-1924. – Con Fern Andra, Emilio Ghione, Kally Sambucini, Magnus Stifer, Henri Sze, Robert Scholz, Ernst Rückert / Lunghezza: metri 1600.

Visto di Censura: 20011, 22 aprile 1924.

Stato: sopravvissuto.

 

Il Commissario Čekista Miroštšenko (Tšeka komissar Miroštšenko) – Paul Sehnert (1925)

kommissarMi immagino un treno arrivare a Talinn dalla Germania dopo un duro viaggio innevato. Il lungo convoglio si ferma e con aria piuttosto spaesata ne vediamo scendere un ometto. Questo strano tipo è riuscito in qualche modo a convincere qualcuno, in Estonia, di essere un regista e anche piuttosto bravo, tanto da essere in grado di dirigere uno dei rari film del neonato stato estone. Al contario di molti millantatori, il nostro uomo riuscirà però effettivamente a terminare la realizzazione di quanto promesso, eppure, forse per lo stress o per l’esperienza non troppo felice, questo sarà il suo unico lavoro noto. Pur avvolto in questo alone di mistero, che ho cercato di districare con la fantasia, il regista Paul Sehnert riuscì in realtà a confezionare un lavoro davvero molto ben fatto, ricco di contaminazioni tedesche e sovietiche, capace di colpire lo spettatore con immagini forti e realistiche. Non essendoci rimasto molto del già poco prolifico cinema estone ci è difficile capire in che misura Sehnert si inserisse in questo contesto. Basti pensare che il primo lungometraggio locale venne rilasciato appena un anno prima rispetto a Tšeka komissar Miroštšenko (parliamo di Mineviku varjud – 1924 – con regia di Konstantin Märska creatore della casa di produzione omonima). L’esperienza precedente era quasi tutta gravata sulle spalle del fotografo Johannes Pääsuke (1892–1918), autore più che altro di brevi documentari. Insomma questo strano personaggio è riuscito nonostante tutto ad entrare nella storia di un paese! Andiamo a vedere di cosa parla il film:

Una piccola comunità di Estoni è bloccata in Unione Sovietica in attesa del permesso a tornare nel proprio paese. Spadroneggiano nel paese dove sono alloggiati il commissario čekista Miroštšenko (Mihkel Lepper) e l’agente segreto Hevelyn (Alfred Hindrea). La giovane estone Erna (Leonidide Jürisson), fidanzata con l’Ingegner Karl Raudsepp (Kalju Rug), denuncia anonimamente la bella Agnes Tõnisson (Valentine Vassiljeva) perché pensa che stia cercando di sedurre il suo amato. Dopo una sommaria perquisizione, pur in mancanza di prove, i čekisti arrestano la madre di Agnes (Niina Ormus). Disperata, la ragazza cerca aiuto da parte del commissario che, in tutta risposta cerca di violentarla. Ossessionato dalla bellezza del giovane, Miroštšenko cerca allora di sedurla con le buone liberando la vecchia madre dopo giorni di prigionia. L’età avanzata e la detenzione la portano però rapidamente alla morte. Visto che anche “con le buone” il commissario non è riuscito ad avere le attenzioni di Agnes, decide nuovamente di violentarla, questa volta riuscendoci. Nel frattempo Erna è divorata dai sensi di colpa e confessa a Karl quanto ha fatto e lui la lascia senza pensarci due volte. Karl e Agnes raccontano all’agente Hevelyn quanto è successo e questi si offre allora di accompagnare a casa Agnes solo per cercare a sua volta di stuprarla. Questa volta Karl può intervenire e riesce a salvarla, ma l’agente, privato della sua preda, medita vendetta: nasconde prove compromettenti nel bagaglio di Karl, che stava finalmente per ripartire, e lo denuncia alla polizia segreta. Dopo una lunga tortura, Karl viene condannato a morte pur senza confessione. Grazie a un pentimento dell’ultimo secondo si arriverà a un tribolato lieto fine.

 

La trama è piuttosto intricata e ricca di personaggi, tanto che i primi dieci minuti sono quasi una carrellata di didascalie di presentazione che rischiano di confondere i vari interpreti. Superato questo primo momento di scoramento la trama inizia a ingranare e nel finale raggiunge il suo apice. Tšeka komissar Miroštšenko è un film di critica ai metodi della vicina Unione Sovietica, che certamente attirava ma al contempo faceva paura alla popolazione locale. Probabile che alcuni esuli politici, rifugiatosi anche solo temporaneamente in Estonia, avessero alimentato voci di abusi e malgoverno. L’indice è puntato in particolare sulla Čeka (Večeka – ВЧК) contrazione che significava “Commissione straordinaria di tutte le Russie per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio” (Всероссийская чрезвычайная комиссия по борьбе с контрреволюцией и саботажем) spesso sciolta nel nostro alfabeto come Tšeka o Tscheka. Questa altri non era che una polizia segreta che aveva il compito di difendere a qualsiasi costo la stabilità della neonata Unione Sovietica, facendo largo uso anche di mezzi poco convenzionali come quello di fidarsi di denunce anonime. Per intenderci, possiamo considerarla un prototito del più noto KGB. Una delle scene più intense del film è certamente quella in cui il giovane Karl viene torturato, quasi tra l’indifferenza dei presenti (vedi sotto). Nessuna pietà o beneficio del dubbio è data a chi si ritrova davanti alla commissione esaminatrice, il nostro Karl viene trattato come colpevole a cui va solo estorta una confessione che, seppur non pervenuta, gli costerà comunque una condanna a morte. Nel finale vi è una sorta di redenzione: non tutto l’apparato sovietico è infatti così, un amico di Karl, membro dell’esercito, apre un’inchiesta su Miroštšenko che è costretto a fuggire per evitare il tribunale. Ripreso e ferito il commissario si pentirà dei suoi peccati proprio davanti alla chiesa dove Agnes e Karl si sono finalmente sposati.

 

Pur non mancando di alcune ingenuità, Tšeka komissar Miroštšenko mi ha colpito davvero molto anche per la sua capacità di osare che, forse, un regista più esperto non avrebbe avuto. Tra le scene più particolari segnalo le riprese in movimento della vita locale, girate probabilmente su binari. Sebbene traballanti e a tratti sfocate, queste immagini mostrano uno spaccato della realtà di un tempo che oggi non esiste più.

Cosetta (It) – Clarence G. Badger & Josef Von Sternberg (1927)

it1927clarabowMa come? Ancora non avete letto il nuovo romanzo di Elinor Glyn? Non sapete cos’è quell’IT che ti conferisce un non so’ che di irresistibile? Oh mio Dio! Ma sta arrivando Elinor Glyn pronta spiegartelo di persona!

Più o meno questo è il riassunto del nostro IT, orrendamente tradotto in italiano come “cosetta”, probabilmente in riferimento al personaggio di Hugo, quando quel pronome serviva a indicare quel “non so che” capace di rendere affascinanti le persone. Per quanto possa essere piacevole, il film sembra un mega spottone alla sua autrice e al suo ultimo romanzo: tutti lo leggono, tutti ne parlano e l’autrice compare in posti a caso pronta a spiegare meglio di cosa si tratta.

La giovane Betty Lou (Clara Bow) lavora come commessa insieme all’amica Molly (Priscilla Bonner) al Waltham Department Store, un grande magazzino locale. Qui si innamora di Cyrus (Antonio Moreno), il figlio del proprietario. Per arrivare al giovane, Betty sfrutta il suo fascino per adescare l’amico di lui, Monty (William Austin). L’amore tra i due giovani è però contrastato dal fatto che Cyrus è promesso ad Adela Van Normann (Jacqueline Gadsden) una ricca ereditiera che mira ad espandere l’onore di famiglia. Dopo una serie di fraintendimenti si arriverà allo scontato lieto fine.

 

Questa commedia è davvero divertente e sbarazzina, seguendo il filone della ragazza tutto pepe che proprio Clara Bow ha contribuito a portare in auge. Gli attori, anche quelli secondari, recitano molto bene e rendono piacevoli anche i siparietti comici di contorno, che solitamente odio.

 

Lo ammetto, l’unico motivo per cui ho voluto vedere il film è stato che Von Sternberg pare abbia diretto alcune parti del film sebbene non accreditato. Volevo vedere se uno dei miei registi preferiti era riuscito a mettere il suo tocco anche in una pellicola tanto diversa dal suo standard. Se non lo avessi saputo probabilmente non avrei mai immaginato potesse esserci lui dietro alcune delle scene ma, in ogni caso, ho potuto visionare un film a tratti ingenuo e paradossale ma comunque piacevole e divertente.

 

Le feste a casa nostra

Con colpevole ritardo torna una tradizione del nostro sito, ovvero l’aggiornamento del nostro progetto dedicato al cinema muto natalizio. Quest’anno sono riuscito a scovare due titoli interessanti: uno dei primissimi adattamenti del classico di Dickens a Christmas Carol e una simpatica commedia con protagonista Charley Chase. Ma andiamo con ordine:

– Scrooge, or Marley’s Ghost – Walter R. Booth (1901)

vlcsnap-2019-01-10-00h30m29s022Questo breve cortometraggio mutilo mostra le vicende di Scrooge, avido riccone a cui fanno visita i noti fantasmi del Natale passato. Alla regia troviamo una nostra vecchia conoscenza, Walter R. Booth che abbiamo amato nel progetto fantascienza con i suoi esperimenti sulle macchine da guerra distruttive. Qui non siamo allo stesso livello ma il corto è comunque interessante. Troviamo un uso abbondante della sovraesposizione e una recitazione molto in linea con i film di genere dell’epoca. Nei panni del protagonista c’è Daniel Smith la cui carriera, quantomeno come accreditato, sembrerebbe iniziare e terminare proprio con questo titolo.

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– There Ain’t No Santa Claus – James Parrott (1926)

there_ain_t_no_santa_claus__icon1_Decisamente più carina e interessante questa commedia americana con Charley Chase nei panni del protagonista.

La storia narra di un uomo (Charley Chase) che decide di spendere i propri risparmi per fare felice la propria famiglia il giorno di Natale. Peccato non abbia fatto i conti con il burbero proprietario (Noah Young) della sua casa nonché terribile vicino di casa che pretende, anche giustamente, che Charley paghi il suo mese di affitto. Dopo una serie di dispetti e svolte rocambolesche il nostro simpatico amico riuscirà a salvare il Natale e fare felice la moglie (Eugenia Gilbert) a spese del suo nemico e della sua famiglia composta da un figlio teppista (Mickey Bennett) e da una moglie civetta (Kay Deslys).

Un breve film davvero godibile, pieno di atmosfera natalizia (come non pensavo potesse già esserci nel 1926) e che potete vedere qui sotto!

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I Due Timidi (Les deux timides) – René Clair (1928)

Les Deux Timides è una storia molto divertente e fresca che mostra poco i segni del tempo. René Clair è riuscito a dirigere un film con pochissimi punti morti, giocando con la composizione dell’immagine in maniera davvero incredibile. Gli effetti visivi, curati da Robert Batton, riescono a trasformare in una tavola con più quadri lo schermo, contrapponendo diversi punti di vista o scene tra di loro. Proprio per questa caratteristica “visiva” del film, ho scelto di inserire più immagini del solito nella speranza di incuriosirvi e spingervi a recuperare questa piccola perla. Lo sapete, le commedie non sono esattamente il mio genere preferito, ma in questo caso René Clair ha davvero fatto centro!

 

Ma chi sono questi due timidi? Il primo è Jules Frémissin (Pierre Batcheff), un giovane avvocato che nella prima causa deve difendere il Signor Garadoux (Jim Gérald) dall’accusa di maltrattamenti contro la moglie (Yvette Andreyor). Attraverso un montaggio alternato scopriamo prima la versione della donna, dove Garadoux è un mostro senza cuore che torna a casa distruggendo tutto quello che trova (vedi sopra); nella versione di Jules, invece, l’uomo non faceva che riempire la moglie di attenzioni e affetto. Il racconto del giovane avvocato viene, però, interrotta dalla presenza di un topolino che semina scompiglio nell’aula. Una volta ristabilitosi l’ordine, il timido Jules è incapace di terminare la sua arringa difensiva condannando di fatto il suo assistito al carcere.

 

Terminato il suo periodo di prigionia, Garadoux decide di tagliarsi i baffi e farsi una nuova vita cambiando città. Incontra la giovane Cécile (Véra Flory) di cui si innamora, non essendo corrisposto. Ecco entrare in gioco il secondo timido: è il Signor Thibaudier (Maurice de Féraudy), padre della ragazza, che per questa sua caratteristica è incapace di dire di no al pretendente della figlia. Le strade di avvocato e assistito sono destinate nuovamente ad incontrarsi: Jules incontra Cécile a un incontro di alto borgo e inizia a frequentarla; quando Garadoux lo scopre, timoroso di vedersi soffiata la ragazza ma anche di veder reso noto il suo passato, cerca di spaventarlo in qualunque modo, arrivando fino a fingersi un terribile bandito intenzionato ad ucciderlo. Ma l’amor è più forte della paura: il giorno fissato per il matrimonio Jules si reca a casa Thibaudier per chiedere finalmente la mano della sua amata, dopo giorni in cui la timidezza lo aveva bloccato (vedi sotto). Qui la situazione degenera e si scatena una rissa tra fazioni che finirà in tribunale. Alla fine i due ragazzi si sposano e Jules, costretto a difendersi dalle accuse di lesioni da parte di Garadoux, vincerà anche la sua prima causa…

 

Le scene più divertenti sono sicuramente quelle dove vengono mostrate le differenti versioni di uno stesso avvenimento o eventi che succedono in contemporanea: succede all’inizio, senza divisione dello schermo, quando scopriamo le due versioni alternative del Signor Garadoux; più avanti quando Jules, a destra dello schermo, cerca di farsi forza simulando un’ipotetica aggressione al fantomatico bandito mentre Garadoux, sulla sinistra, immagina di essere lui il “carnefice” (vedi in fondo all’articolo); successivamente quando scorrono i “quadri” delle diverse versioni dell’aggressione presentati in maniera particolarmente accorata dagli avvocati (qui sotto).

 

Il film non poteva che concludersi con un’altra di queste scene: al centro dell’immagine troviamo i due sposini intenti a mettersi a letto, a destra c’è il signor Thibaudier che legge il suo solito giornale e a sinistra un Garadoux particolarmente insoddisfatto.

 

Tutti spengono uno dopo l’altro la luce che si riaccende in camera da letto dei due ragazzi che chiudono una tendina che oscura la telecamera lasciandoci con la parola FINE!

 

Terminiamo allora anche noi non senza rendere omaggio agli attori, capaci di rendere vivi i personaggi che interpretano e farci divertire come non mai. Non era facile rappresentare i due timidi senza renderli delle macchiette, così come non era facile farlo con il personaggio del bruto Garadoux. Ho scritto per Cinefilia Ritrovata e sottoscrivo: “gli attori, con la loro gestualità, riescono letteralmente a dare vita alle loro azioni. Batcheff impersona perfettamente il timido protagonista, talmente bene che più di una volta mi sarebbe piaciuto entrare nel film e spingerlo letteralmente a superare le sue indecisioni. Questa è la potenza del cinema: la capacità di creare personaggi in grado di emozionare e trasmettere qualcosa allo spettatore“.

 

Insomma, se potete recuperate questo film, ne vale davvero la pena!

 

 

 

L’ultimo avviso (The Last Warning) – Paul Leni (1929)

settembre 13, 2018 Lascia un commento

6e1be179c9477b69b0a6291171050bb8Paul Leni non era interessato ai suoi soggetti, non affidava a loro nessun significato ulteriore: era interessato ad essi solo in quanto capaci di adattarsi alle sue idee scenografiche o perché vi intravedeva grosse potenzialità per la messa in scena. Questo spiega l’enorme disparità e diversità delle storie che ha avuto tra le mani.
Per i suoi tre capolavori – La scala di servizio, Il gabinetto delle figure di cera e L’uomo che ride – il suo contributo è stato puramente rivolto ad offrire il miglior ambiente espressivo, favorevole ai personaggi in gioco, non ha mai forzato la vicenda o condizionato l’impianto delle scene così come venivano fuori dagli sceneggiatori. La sua regia, perciò, si apprezza meglio nel contorno che non nei suoi protagonisti, più nelle scene “riempitive” che non nelle scene madri, ciò che anima il suo stile sono i figuranti, i particolari, le espressioni rubate, le inquadrature degli ambienti zeppi di oggetti e colmi di personalità: tutto ciò su cui poteva esprimersi liberamente, senza varcare le soglie del suo mestiere.

L’ultimo avviso (titolo originale The Last Warning) è l’ultimo film di Leni, girato nel 1928 e uscito nel gennaio 1929, otto mesi prima della sua prematura scomparsa a quarantaquattro anni, per un’infezione non curata. Proprio questo film può essere considerato emblematico per il suo approccio geniale e discreto. L’ultimo avviso è un mistery che vira alla commedia, ancora oggi piacevolissimo e godibile anche per spettatori a digiuno di arte muta. Fu girato con le intenzioni di farne, almeno in parte, un sonoro; la corsa ai talkies era appena cominciata e l’aggiornamento tecnico per “ascoltare i film” non aveva ancora riguardato tutte le sale, molti film venivano così girati in doppia versione, sonora e muta, così da permette comunque la distribuzione delle opere nei grandi circuiti. Per ironia della sorte, le uniche copie sopravvissute dell’ultimo film di Leni sono solo in versione muta, impedendoci di vedere il regista di Stoccarda all’opera col nuovo formato e, allo stesso tempo, relegando Leni ai confini del cinema muto che pure temporalmente aveva superato.

Il soggetto era ripreso da una commedia di Broadway, che ebbe gran successo sei anni prima, e che risulta piuttosto semplice, per non dire esile. Durante una rappresentazione di un dramma, intitolato The snare, John Woodford (Corrigan D’Arcy), nei panni del protagonista, muore dopo aver preso tra le mani il candelabro con cui avrebbe dovuto uccidere, nella finzione, il proprio antagonista. La morte resta senza spiegazione e il corpo sparisce, senza che nessuno se ne accorga. I sospetti cadono sulla coppia di attori formata da Doris Terry (Laura La Plante) e Richard Quayle (John Boles), vista la corte sempre più decisa che Woodford stava tenendo a Doris, ma la mancanza di prove portano ad un nulla di fatto. Anni dopo si decide di riaprire il teatro e inaugurare la nuova stagione proprio con The snare, viene richiamato il cast originale, ma durante le prove si succedono incidenti misteriosi e apparizioni improvvise, assieme a numerosi avvertimenti e altrettante minacce rivolte agli attori e al nuovo proprietario del teatro, il sospettoso Arthur McHugh (Montagu Love). Un’altra morte, nuovamente nella scena del candelabro, mette in guardia McHugh e il produttore Robert Bunce (Mack Swain) che richiedono una cospicua presenza di polizia nella sera della prima. Proprio davanti al pubblico, un’istante prima che il candelabro sia usato, viene smascherato il colpevole.

Di fronte a tanta linearità Leni guarda oltre e propone un sostanzioso lavoro sui movimenti di camera, vertiginosi e ampi: campi larghi che si avvicinano sino al particolare, spazi esplorati in lungo e in largo, punti di vista insoliti, che vanno dal soffitto ad un grandangolo poggiato sul pavimento mostrando, come meglio non si potrebbe, il vuoto del teatro abbandonato, un’immagine così forte da poter essere “ascoltata”, guardandola si percepisce il silenzio, lo scricchiolio del legno e i passi che risuonano. Ciò che però fa davvero fare il salto di qualità al film è l’utilizzo dei piani e dell’espressività dei volti. Non c’è scena che sia priva del rapporto solo-tutti, ottenuto il più delle volte con primo piano e piano americano; ogni personaggio riesce così ad emergere nella sua specifica individualità, non ci sono figure secondarie e questo grazie anche a delle particolari espressioni di ciascuno che diventano quasi dei leitmotiv identificativi, talmente sottolineati da diventare memorabili – il gaio fischiettare e danzare di Robert Bunce, gli occhi spalancati del fratello Josiah, il ridere di paura di uno dei tecnici.

Non mancano effetti speciali, dalla veduta della città che viene ricoperta di giornali con titoli sull’omicidio, alle tetre figure del colpevole mascherato e di un’attrice che caduta tra le ragnatele appare come un fantasma mummificato, oggetti che si muovono da soli, doppie esposizioni e particolari effetti ottici in sfocato che comunicano tutta l’incomprensibilità della vicenda agli occhi degli attori che la stanno vivendo. Anche i titoli non sono esenti dall’essere utilizzati in funzione espressiva, scorrono, si ingrandiscono, si sdoppiano e si deformano, restano fermi solo quando le scene si fanno più convenzionali e serene.

Il commento sonoro è originale, fu composto da Joseph Cherniavsky, e si alterna in più sezioni con effetti sonori e rumoristici. È interessante notare il suo stile, atipico per il cinema statunitense e più vicino all’ambiente musicale europeo, dove in quegli anni si stava compiendo una vera e propria rivoluzione (Schoenberg, Ravel, Skrjabin) che sarà poi completamente inglobata nella musica da film dei decenni successivi.

Leni chiude così la sua parabola con tre film di genere, simili tra loro, Il castello degli spettri, il perduto The Chinese Parrot (1927) e questo L’ultimo avviso, tutti a metà strada tra il giallo, la commedia e il rosa, una tipologia di film che certamente il suo lavoro in Europa non faceva presentire. Eppure proprio questa sua indipendenza dal genere, questo suo eclettismo ovunque efficace e pervasivo, ne avrebbe fatto un protagonista di spicco del cinema americano che stava per prendere quota. Resta un corpus disomogeneo, lacunoso, sparso – troppi i film perduti e molti i film di altri autori a cui ha apportato contributi significativi e che andrebbero a loro volta indagati – ma ciò nonostante esemplare e ammirevole, a cui molti, ancora oggi, potrebbero guardare per le proprie creazioni.

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