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Archive for the ‘1920-1929’ Category

Wara Wara – José María Velasco Maidana (1930)

wara_wara-157076166-largeIl caro vecchio E Muto Fu è fatto di tante contraddizioni ed eccentricità. Abbiamo quasi tutta la produzione cinematografica ceca recensita ma neanche un film di Chaplin e cerchiamo sempre di scovare filmografie periferiche e nascoste tralasciando tantissimi grandi classici. Da tempo immemore, ormai, mi ripromettevo di visionare e recensire il cardine della produzione muta boliviana, l’ormai per me mitico Wara Wara, ma aspettavo il momento propizio. La quarantena forzata è stata la molla per spingermi a vederlo con la compagnia virtuale di Danilo Magno con cui sto condividendo tantissime visioni interessanti in questo periodo. Che dire di questo film? Prima di tutto un nome: José María Velasco Maidana un artista davvero poliedrico che con la sua passione ha messo su un film che sicuramente non lascia indifferenti. Compositore, pittore, ballerino, direttore d’orchestra e regista. A ulteriore dimostrazione della sua versatilità in Wara Wara non solo dirige dirige ma recita e cura la musica, la produzione e in parte anche fotografia e sceneggiatura, quest’ultima basata su “la voz de la quena” opera teatrale di Antonio Diaz Villamil. Ma fare tante cose non vuol dire per forza saperle fare bene e le conclusioni le trarremo a breve, andiamo prima a riassumere brevemente la trama:

Il film riprende un po’ le tematiche stile Pocahontas: siamo intorno al 1530 quando l’ultimo sovrano Inca Atahualpa viene catturato dai conquistadores. Le comunità locali cercano di raccogliere l’oro necessario per riscattare il loro sovrano ma i conquistadores mostrano tutta la loro malvagità uccidendo anzitempo il sovrano e massacrando i locali. A farne le spese sono anche i famigliari della principessa Wara Wara (Juanita Taillansier), unica che riesce a sopravvivere nella città di Hatun Colla grazie all’aiuto dello stregone Arawicu (Damaso Delgado) e del sommo sacerdote Huillac Huma (Arturo Borda). Passa un anno durante il quale i locali cercano di riorganizzandosi attorno alla principessa vivendo come possibile. Il giorno della cerimonia dedicata a Inti Raymi, Wara Wara viene intercettata da un gruppo di conquistadores che cercano di violentarla. Interviene in difesa della ragazza il capitano Tristan de la Vega Florida (José María Velasco Maidana) che viene però ferito gravemente. La principessa riesce a farlo portare nella sua dimora e durante la convalescenza di quest’ultimo i due si innamorano. La loro unione non sembra però destinata a durare: Wara Wara non vuole sposare un uomo che rappresenta la distruzione della sua genia e Tristan deve far ritorno dalla sua gente. I due si allontanano e, sulla via del ritorno, il giovane incontra il suo aiutante Barbolin Gordillo (Emmo Reyes) che si offre di portare la ragazza da lui (rapendola, ma sono dettagli). Mentre Tristan e Wara Wara stanno parlando affettuosamente, vengono scoperti dagli Inca che li portano davanti al sommo sacerdote. Il conquistadores non era infatti stato ucciso perché la Principessa aveva fatto promettere ai suoi di non torcergli un capello finché non fosse guarito: sciolta la promessa i suoi si erano fatti avanti e avevano catturato lei come traditrice in quanto in combutta con il nemico. I due vengono gettati in una fossa senza cibo e acqua ma vengono salvati da Arawicu. Nel finale i conquistadores, guidati da Tristan, uccidono tutti gli Inca rimasti e i due giovani coronano il loro sogno d’amore.

Il finale mi ha lasciato molto perplesso perché fino a quel momento sembrava un film “pro-nativi” che denunciava le nefandezze dei conquistadores, che colpiscono a tradimento, trucidano senza motivo, stuprano e così via, e invece poi sembra che l’uccisione finale degli Inca rimasti in vita non sia solo l’unica possibilità percorribile ma addirittura la cosa giusta. I personaggi del film, primo tra tutti proprio Wara Wara, sono totalmente privi di spessore e purtroppo non lasciano il segno nel corso della visione. Quello che colpisce però, è l’estrema cura nell’immagine, specie in quelle esterne con riprese fatte al tramonto davvero molto evocative. C’è anche una particolare attenzione ai primi piani per tutto il film che mostra una cura per la composizione e un’attenzione al dettaglio che non mi sarei mai aspettato in un film sud americano. Questo è però forse l’unico elemento positivo di tutto il film. José María Velasco Maidana era probabilmente un cinefilo onnivoro e ha provato a mettere dentro al film tutto quello che gli piaceva: si passa da elementi tipici dell’espressionismo tedesco, a corse in stile slapstick totalmente prive di logica quando entra in scena Barbolin Gordillo, abbiamo scene tipiche dei western con inseguimenti a cavallo a guasconate in stile Fairbanks.

Ho selezionato, nlele immagini, alcune delle carattersitiche principali del film come i primi piani, le “inquadrature paesagistiche” e le scene di massa tra western e I Tre Moschettieri (sotto) in modo tale da darvi un’idea di quello che intendevo.

Per dirla alla romagnola, Wara Wara è un paciugo davvero buffo ma indigesto che crea uno spaesamento nello spettatore che si ritrova a dover gestire generi diversi in contrasto tra loro ma soprattutto con lo svolgimento delle vicende. Ad un certo punto c’è anche un timido accenno alla religiosità che viene subito però ricacciato via lasciando il dubbio di una possibile conversione al cristianesimo di Wara Wara. Tutti questi elementi, uniti a personaggi piatti, fanno di Wara Wara una sorta di enorme colossal amatoriale, perché per quanto José María Velasco Maidana ci metta impegno e avesse già girato qualche corto, la sua inesperienza si vede tutta. Nota a margine per la musica, composta dallo stesso José María Velasco Maidana e davvero particolare per alternanza di sonorità tipica locali con melodie flautistiche a tratti quasi indigeste per un pubblico non educato, e melodie decisamente più classiche. Anche qui, però, si avverte una certa schizzofrenia nel voler alternare temi musicali decisamente diversi tra loro e non sempre affini. Il film era stato a lungo ritenuto perduto ma è stato recuperato grazie a una donazione degli eredi Velasco alla Cineteca Boliviana. I negativi originali sono poi stati egregiamenterestaurati dall’Immagine Ritrovata di Bologna che hanno donato una pulizia delle immagini davvero incredibile.

Il film, purtroppo, non è disponibile in formato Home Video ma è facilmente reperibile sul web.

The Vortex – Adrian Brunel (1928)

the-vortexNel 1924 Noël Coward metteva in scena per la prima volta la storia struggente di un uomo che cadeva nel vortice della dipendenza da cocaina. Si tratta di una vicenda forte, ambientata subito dopo la Prima Guerra Mondiale e che racconta dei vizi della alta borghesia di fronte a un clima finalmente privo di preoccupazioni belliche. Visto il successo che lo spettacolo ebbe, i Gainsborough Studios comprarono i diritti e puntarono forte sul prodotto scritturando Ivor Novello nel ruolo di protagonista e mettendo Eliot Stannard, uno dei loro migliori sceneggiatori che stava lavorando anche al fianco di Hitchcock in quegli anni, a lavorare sulla trasposizione.

Nicky Lancaster (Ivor Novello) è un abile pianista e compositore che si innamora di una giovane giornalista, Bunty Mainwaring (Frances Doble). La madre di Nicky, Florence (Willette Kershaw), è una donna tutto pepe che vuole scrollarsi di dosso gli anni della guerra spendendo soldi in arredamenti alla moda per la casa, vestendosi in maniera giovanile e comprandosi la compagnia di uomini giovani e prestanti. L’ultimo di questi, di cui lei si invaghisce è Tom Veryan (Alan Hollis). Il caso vorrà che Bunty e Tom erano stati fidanzati, arrivando quasi a sposarsi, e mentre i due frequentano le nuove fiamme hanno un riavvicinamento. Roso dalla gelosia, Nicky si rifugia nella cocaina, mentre Florence ha un terribile attacco di gelosia svergognandosi in pubblico e mostrando la vera natura dei rapporti extraconiugali che portava avanti. Nel finale Nicky rivela alla madre la sua dipendenza e lei gli strappa la promessa di smettere in cambio di una ritrovata morigeratezza. Proprio Florence chiederà a Bunty di perdonarla per averla accusata, ingiustamente, di aver tradito il figlio e gli chiederà di tornare da lui.

Quest’ultima parte non mi pare fosse presente nell’opera finale di Conward, ma probabilmente è stata aggiunta per addolcire il finale che era comunque struggente, seppur per certi versi lieto. Nonostante in teoria le vicende possano sembrare avvincenti, la realtà dei fatti rivela una certa inconsistenza nello svolgimento e un’attenzione piuttosto scadente ai dettagli. Si perde più tempo nella premessa che nel descrivere in maniera ricercata il declino del protagonista che a volte sembra quasi passare in secondo piano trascinato dalle vicende e incapace di incidere su di esse. Anche la vicenda legata alla dipendenza, ovviamente anche perché era un argomento scomodo, viene lasciata intendere attraverso l’uso di una scatolina che non viene però mai realmente utilizzata.

Vedere la stessa sera questo film e Blind Husbands ha sicuramente fatto un torto a The Vortex, però quest’ultimo ha decisamente deluso le mie aspettative visto il cast e le premesse del soggetto. L’ho trovato anonimo e poco incisivo quando avrei sperato in qualcosa di più.

Ménilmontant – Dimitri Kirsanoff (1926)

novembre 21, 2019 Lascia un commento

Ménilmontant (1926) di Dimitri Kirsanoff è un piccolo capolavoro dell’impressionismo francese che ha il merito di coniugare una tecnica sperimentale di montaggio e di ripresa (è uno dei primi film che fa uso della doppia esposizione) con una forte tensione verso l’umano.

Sibirskaia

Il film si apre con il brutale assassinio dei genitori delle due protagoniste, che sono così costrette a trasferirsi in città in cerca di lavoro. Lì finiscono nelle mani di un seduttore senza scrupoli che ne metterà incinta una e farà prostituire l’altra. Con un movimento circolare, l’ultima scena mostra l’assassinio dell’uomo per mano di una prostituta.

Ménilmontant è un film all’insegna dell’instabilità, del mutamento e al contempo della stasi, del ritorno dell’uguale. Molti elementi si ripresentano simbolicamente lungo tutta la pellicola, a partire dagli orologi e dai calendari, che ricordano uno scorrere del tempo non quantificabile né intelligibile ma pervasivo. Un tempo spietato che si presenta subito attraverso le inquadrature delle tombe dei genitori delle ragazze: una serie di dissolvenze ci mostra la decomposizione delle loro sepolture e il ritorno ad una terra nuda che non porta più traccia della lapide e dei nomi.

Spesso la durezza della realtà temporale si apre a spiragli onirici, come nel caso dei tre sogni ad occhi aperti presenti nel film. Uno in particolare colpisce per la sua arditezza: una delle due sorelle immagina l’altra mentre si concede, e le inquadrature di particolari del suo corpo nudo si scontrano con il montaggio violento e le riprese con macchina a mano della città, nell’unico istante in cui si giunge a una comunione ideale e vitalistica con il mondo esterno. Parigi infatti, con il quartiere proletario di Ménilmontant, è la coprotagonista minacciosa del film, con una Senna pronta a inghiottire come una voragine gli abitanti, e che si sostituisce al fiume sereno dell’infanzia in campagna delle due sorelle. A dare l’impressione di smarrimento nella frenesia della vita cittadina è anche l’indecisione di movimento e di azione che caratterizza una delle due ragazze, interpretata in modo indimenticabile da Nadia Sibirskaïa, moglie del regista. I suoi primi piani e la sua espressività ricordano moltissimo Lillian Gish in Broken Blossoms di Griffith.

Per tutto il film non viene mai meno il coinvolgimento emotivo dello spettatore, grazie anche a un’immagine ridotta all’essenziale e all’eliminazione totale del supporto esplicativo delle didascalie, che favorisce un’immediatezza ereditata dal Kammerspielfilm.

Ménilmontant dura solo 37 minuti e si trova su YouTube con due diverse sonorizzazioni.

 

Pêcheur d’Islande – Jacques de Baroncelli (1924)

cofAl Cinema Ritrovato è stato proiettato uno dei miei film preferiti, Finis terrae, ambientato in una delle mie terre di origine. Ovviamente su queste pagine già avevo parlato del film, ma oggi abbiamo occasione di tornare finalmente nelle terre di Bretagna con Pêcheur d’Islande, un film di cui purtroppo ci è rimasto solo qualche minuto ma che lascia comunque trasparire gli splendidi paesaggi locali in tutto il loro splendore. La storia prende origine dal romanzo omonimo di Pierre Loti (1886) che già aveva avuto una prima trasposizione nel 1915 con regia di Henri Pouctal, versione cinematografica purtroppo perduta. Il successo della storia porterà a nuove versioni con l’avvento del sonoro prima la cinema (1933 e 1959) e poi in televisione con un telefilm del 1996.

Le vicende ruotano tutte intorno alla storia d’amore tra Yann Gaos (Charles Vanel), marinaio che ogni anno parte per la pesca grande in Islanda, e Gaud Mével (Sandra Milovanoff), figlia di un bretone arricchitosi a Parigi e poi tornato in patria. Nel frammento sopravvissuto Yann è molto dubbioso riguardo il suo fidanzamento con Gaud, probabilmente perché ogni anno si ritrova a dover stare lontano diversi mesi. Secondo quando raccontato nel romanzo i due, qualche anno dopo, riusciranno finalmente a parlarsi e sposarsi poco prima della partenza di Yann per l’Islanda. Peccato che la nave del protagonista non farà più ritorno, lasciando nella disperazione la povera Gaud.

Il film è rappresentativo del filone Bretagna e cinema in cui l’oceano e la natura in generale colpiscono con tutta la loro forza e imprevedibilità le vicende umane. L’oceano dà e l’oceano toglie, così come ogni anno aveva dato la felicità a Gaud nel rivedere l’uomo che amava, allo stesso tempo, quando finalmente l’amore aveva trionfato, essa si riprende tutto lasciando un vuoto incolmabile.

Questo dramma mi fa venire in mente una canzone dei Tri Yann che si chiama Franzosig in cui una giovane donna aspetta invano il ritorno del marito tornato in guerra e considerato perduto e decide allora di risposarsi. Il giorno del matrimonio…

Na pa oa tud an eured diouzh an taol o koanio,
N’em gavas ur martolod ’ban ti a c’houl’ lojo :
“Bonjour d’oc’h matez vihan, na c’hwi lojefe ?
Me ’zo martolod yaouank ’tistreiñ eus an arme”.

Quando gli invitati mangiavano al banchetto,
un marinaio chiese di poter essere ospitato:
“Buongiorno a lei signora, mi ospiterebbe?
Sono un giovane marinaio che torna dalla guerra”.

Anche qui ritroviamo il dramma di un uomo che torna dalla guerra e al contrario di quanto accaduto ad Ulisse con Penelope trova la moglie sposata con un altro. Chissà che non sia capitato lo stesso al giovane Yann che salvatosi in maniera rocambolesca era finalmente riuscito a tornare a casa trovando la moglie sposata con un altro.

Tralasciando queste elugubrazioni, vi lascio, se ne avete voglia, a quel che resta di Pêcheur d’Islande (1924):

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Il Paradiso e il Purgatorio di Vendelin (Vendelínův očistec a ráj) – Přemysl Pražský (1930)

Vendelínův očistec a ráj mette in scena le divertenti vicende della famiglia Žemlička e di come essi cerchino di spingere la figlia Amálka (Máňa Ženíšková) a sposarsi con Vendelín Hrom (Jiří Hron). Vendelin scoprirà presto a sua spese l’invadenza e l’esuberanza della famiglia della donna che ama, che si spingerà addirittura ad interrompere a più riprese la loro prima notte di nozze facendo irruzione a casa loro. Nel finale, disperati per quanto sta succedendo, i due risolveranno tagliando il filo del campanello e potranno così andare liberamente in camera da letto.

Vendelínův očistec a ráj è un film frizzante e dinamico, che mi ha ricordato da vicino alcune commedie italiane dello stesso tipo (ad esempio la mitica famiglia Passaguai con Aldo Fabrizi). Si susseguono una dopo l’altra scene in cui gli Žemlička ne combinano di tutti i colori spinti soprattutto dalla paura che Vendelín possa decidere di non sposare Amálka essendo per altro lui un buon partito (lavora al ministero degli approvvigionamenti). Tutto andrà a finire per il meglio strappando risate anche a me che in genere non amo questo genere.

Il buon soldato Švejk nel cinema muto ceco

Svejk_01Il Buon Soldato Švejk è uno dei personaggi più famosi della letteratura ceca nonché della cinematografia grazie alle fattezze dategli da Rudolf Hrušínský. Eppure prima di tutto questo c’era un altro Švejk che ha percorso tutta la serialità del personaggio dal 1926 al 1930 venendo però poi presto dimenticato. Si tratta di Karel Noll, attore caratterista che abbiamo già conosciuto nella nostra lunga rassegna dedicata al cinema ceco.

Il motivo per cui la saga di Jaroslav Hašek nella sua trasposizione muta non viene oggi ricordata è probabilmente perché non è molto moderna nella sua resa. Nonostante sia una storia comica, i film non sono slapstick e lasciano alle lunghe e verbose didascalie il compito di far ridere gli spettatori. Qui già ci tengo a dire che molti dei film rimasti li ho potuti vedere solo con didasclalie in russo e così l’unica cosa che mi ha salvato è stato il fatto di aver letto il libro, di cui i film mi pare siano trasposizioni piuttosto fedeli.

Visto che i personaggi sono sempre gli stessi ho deciso di fare un post unico con tutti i film, compreso Švejk na frontě (1926) considerato perduto ma di cui è possibile ricavare qualche frammento da Švejk v ruském zajetí e Osudy dobrého vojáka Švejka. Siete pronti? Allora cominciamo con la nostra avventura in compagnia del mitico soldato Švejk!

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– Il buon soldato Švejk (Dobrý voják Švejk) – Karel Lamač (1926)

Švejk (Karel Noll) è un personaggio davvero strano ma, sopratutto, sembra che gliene capitino sempre di tutti i colori. Alla morte dell’Arciduca Francesco Ferdinando, il nostro eroe si reca in una locanda e inizia a parlare della questione a modo suo. Viene arrestato da una spia che lo porta alla stazione di polizia dove, dopo un’attenta analisi dei medici, viene rimandato a casa con la diagnosi di imbecillità. Nonostante questo, Švejk decide di arruolarsi e partire per la guerra. Qui diventerà attendente del sottotenente Lukáš (Karel Lamač) combinandone di tutti colori ma finendo, straordinariamente, anche per ricevere una medaglia per aver rubato una gallina…

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– Švejk al fronte (Švejk na frontě) – Karel Lamač (1926)

Il film è considerato perduto e raccontava il seguito delle vicende di Švejk prima del suo arrivo al fronte russo e la sua successiva cattura. Ritroviamo gli stessi attori del suo prequel. Le immagini sono prese dall’inizio del quarto film, in cui c’è un breve estratto di quello precedente come riepilogo di quanto avvenuto prima, e in Osudy dobrého vojáka Švejka.

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– Švejk in abiti civili (Švejk v civilu) – Gustav Machatý (1927)

Questo film è una sorta di prequel delle avventure di Švejk. Il nostro protagonista, nei panni di civile, si occupa dei cani addestrandoli, catturandoli o riconsegnandoli ai legittimi proprietari. Le sue avventure si avvicendano a quelle di un barone sciupafemmine (Albert Paulig) e della sua amante Lo (Renate Renée), che si intrecciano, a loro volta, a quelle dell’autista di lei, Pavel (Jiří Hron), con la sarta Anička (Dina Gralla). A dire il vero Švejk pare in realtà solo un contorno alle vicende amorose, anche se alla fine avrà una sua ricompensa vincendo una cifra molto importante al casinò puntando una medaglietta per cani al posto di vero denaro.

Tra i vari, essendo credo una storia originale, è decisamente il film con la storia più debole. Che senso ha mescolare le vicende di Švejk con quelle di altri personaggi secondari mai più citati nella saga? Non lo sapremo mai…

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– Švejk nella cattività russa (Švejk v ruském zajetí) – Svatopluk Innemann (1927)

In questo terzo film, in ordine cronologico, troviamo il nostro Švejk (Karel Noll) nel campo di prigionia russo insieme a Marek (Jirí Hron) e l’insegnante Biblička (Svatopluk Innemann). Vengono selezionati per lavorare dal contadino Ivanovič. Qui il nostro eroe racconta di come avrebbe salvato la vita dello Zar. Dopo una serie di straordinarie peripezie durante le quali si ritroverà coinvolto nella rivoluzione bolscevica, il nostro eroe riuscirà a tornare a casa.

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– Il destino del buon soldato Švejk (Osudy dobrého vojáka Švejka) – Martin Frič (1930)

Il film è un’unione di quelli precedenti per altro non completa. La parte che è arrivata fino a noi è tratta al 90% da Dobrý voják Švejk e, solo per la sezione finale, da Švejk v ruském zajetí. Non aggiungendo nulla ai film precedenti, questo film rappresentava una sorta di summa degli Švejk muti prima dell’arrivo del primo sonoro del 1931, sempre diretto da Martin Frič, con Saša Rašilov nei panni del protagonista al posto di Karel Noll (morto improvvisamente nel 1928 durante le riprese di Modrý démant con regia Miroslav Josef Krnanský). Chissà se, qualora fosse vissuto per interpretare il personaggio anche nelle prime trasposizioni sonore, Noll non avrebbe potuto restare nel cuore dei cechi così come invece fece tanti anni dopo il celebre Rudolf Hrušínský.

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Padre Vojtěch (Páter Vojtěch) – Martin Frič (1928)

pater_vojtech-Con Páter Vojtěch torniamo al dramma che più mi piace e devo dire che, nonostante il sostrato religioso, sono rimasto piacevolmente colpito dal film. Abbiamo parlato da pochissimo di Otec Sergij, che parla di fatto di un uomo di fede che lotta con la tentazione della carne, qui troviamo alcune analogie per quanto il racconto sia nel complesso più leggero, dinamico e digeribile.

Vojtěch (Karel Lamač) e Fratina (Suzanne Marwille) sono profondamente innamorati uno dell’altro. La ragazza sta per partire per Praga e lui le dona un anello che gli chiede di tenere qualora continuasse ad amarlo. I sogni d’amore dei due vengono però distrutti quando la madre di Vojtěch muore e gli fa promettere di farsi prete. Nonostante il forte dolore, il ragazzo decide di rispettare quando richiestogli dalla madre e va in seminario. Nel frattempo il suo fratello maggiore, Karel (L. H. Struna), che doveva prendere le redini delle loro terre, inizia a sperperare il denaro tra gioco e alcolici e una sera quasi uccide Josífek (Eman Fiala), un ragazzo del suo paese. Inizia dunque a fuggire e dopo un incidente inscena la sua morte e si arruola nella legione straniera. Nel frattempo Frantina, torna a casa e inizia a lavorare nell’azienda di famiglia di Vojtěch e decide di sposare il padre di lui rimasto vedovo (Josef Rovenský). Vojtěch torna a casa e si ritrova dunque con la donna che ama diventata sua nuova madre. Le vicende si complicano quando Karel torna a casa e inizia a fare il despota e pretende soldi per andarsene. In una colluttazione, il padre colpisce Frantina invece di Karel, che fugge ma viene raggiunto e ucciso da Josífek, diventato minorato a causa sua e che vive solo per vendetta. Frantina partorisce un figlio e muore, lasciando il padre di Vojtěch col dubbio che quello possa non essere suo figlio.

 

Splendida fotografia di Otto Heller, con montaggio serrato capace di catturare le emozioni dei personaggi specie nelle scene più forti. Tra queste troviamo quella in cui Vojtěch e Fratina si ritrovano soli in casa distrutti dal desiderio uno dell’altro. Lei sale e cerca di baciarlo ma il giovane ha la forza di allontanarla e rispettare il voto fatto.

 

Il film ebbe un successo molto buono in patria, tanto che Martin Frič ne fece un remake sonoro nel 1936, sicuramente più noto di questa prima trasposizione. Eppure Páter Vojtěch è un film piuttosto ben riuscito che vale la pena recuperare per chi, come me, ama i drammoni con storie d’amore impossibili.