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Archive for the ‘1920-1929’ Category

Aggiornamenti fantascientifici

febbraio 22, 2018 Lascia un commento

Il progetto fantascienza è stato uno dei capisaldi di questo sito negli scorsi anni. Come chi ha seguito gli articoli sul genere saprà, molti di questi film sono, seppur sopravvissuti, difficilmente reperibili e ci sono voluti anni per riuscire a mettere le mani su alcuni di essi. In questa prima puntata di aggiornamenti sulla science-fiction partiamo con alcuni corti recuperati.

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– Aerial Submarine – Walter R. Booth (1910)

Questo primo corto riprende la serie di Booth dedicata ai mezzi di trasporto fantastici (Airship Destroyer, Aerial Anarchist ma anche il celeberrimo The ? Motorist). In Aerial Submarine dei bambini avvistano uno strano sottomarino pirata. I pirati, capitanati da una donna, se ne accorgono e li rapiscono. La fortuna sembra girare dalla parte dei ragazzi: una nave accorre in loro soccorso, ma incredibilmente il sottomarino prende il volo e con un missile la affonda (scena nell’estratto). Per fuggire i bambini decidono allora di danneggiare il motore del sottomarino che precipita ed esplode. Tutti muoiono tranne, ovviamente, i due protagonisti.

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– La Rivoluzione Interplanetaria (Межпланетная революция) – Nikolai Chodatajew, Yuri Merkulov, Zenon Komissarenko (1924)

Interplanetary-Revolution-LeninLa Rivoluzione Interplanetaria è un corto di animazione a chiaro scopo propagandistico. Scacciati dalla terra, i capitalisti, che hanno fattezze decisamente grottesche, fuggono su Marte dove vengono combattuti dai compagni rivoluzionari già giunti sul pianeta rosso. Insomma l’idea di Marte e rivoluzione proposta con Aelita (ovviamente parliamo del libro visto che il film sarebbe uscito qualche mese dopo questo corto), era ben radicata nella testa dei sovietici.

Devo dire che questo corto mi ha spiazzato, sebbene conosca abbastanza l’animazione dell’Europa dell’Est, l’ho trovato eccessivamente grottesco e a tratti decisamente disgustoso. Non è esattamente una visione piacevole, ma per completezza non poteva mancare nella nostra rassegna sulla produzione fantascientifica muta. Piccola chicca la comparsa in un breve spezzone di Lenin che potete vedere nell’immagine.

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– Midstream – James Flood (1929)

midstreamCi sono casi in cui la ricerca di un film diventa una vera caccia al tesoro. Alcuni dei nostri muti fantascientifici sono inclusi all’interno di extra di film che magari c’entrano poco o nulla con il film che stavo cercando. Midstream è in parte uno di questi. Andiamo per grado, secondo la Library of Congress online catalog il film sarebbe conservato per intero presso il CNC (Centre national du cinéma et de l’image animée). In realtà sembrerebbe che non sia proprio così. Il film nasce per essere muto, ma viene poi sonorizzato parzialmente. La scena sonorizzata riguarda vede i due protagonisti a teatro che visionano il Faust di Gounod (foto in basso). Ironia della sorta l’unico frammento noto è proprio questo. Particolarità è che mentre sentiamo l’opera, vengono inquadrati i protagonisti di tanto in tanto che parlano tra loro ma… il loro dialogo non è sonorizzato essendo stato pensato il film come muto. Come potete immaginare questo provoca un certo estraniamento al momento della visione.

Andiamo alla trama: James Stanwood (Ricardo Cortez) noto imprenditore locale, ringiovanisce grazie a seguito di un’operazione in fase sperimentale fatta dal Dr. Nelson (Montagu Love). Inscena quindi la sua morte e si spaccia per suo nipote. Come nelle migliori delle tradizioni incontra una bella giovane, Helene Craig (Claire Windsor), di cui si innamora, dovendo quindi fare i conti con la sua età reale seppur mascherata da quella fisica.

vlcsnap-2018-02-06-15h16m44s579La visione del Faust, che dura quasi 10 minuti, aveva quindi la funzione di creare un parallelismo rispetto la situazione del protagonista, provocandogli una forte emozione. Il film rientra di fatto nel filone fantascientifico perché mostra come attraverso un esperimento scientifico futurista, sia possibile tornare giovani. Diciamo che si tratta di una rivisitazione “scientifica” del Faust stesso, con un Dottore nei panni di Mefistofele. Non possiamo dire molto altro del film se non che questo breve frammento son dovuto andare a ripescarlo nell’ormai esaurita versione Milestone con due dischi del Fantasma dell’Opera di Julian (1925).

Per maggiori informazioni vi rimando alla pagina del film nello splendido sito dedicato a Claire Windsor.

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Ella Cinders – Alfred E. Green (1926)

febbraio 1, 2018 Lascia un commento

Dopo aver viaggiato in Europa e in Oriente eccoci volare verso gli Stati Uniti con questa recensione scritta dalla nostra Esse.


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Ella_cindersQuesta settimana vi proponiamo due primizie: un genere e un’attrice approdati raramente su questi lidi.
A pochi giorni dall’anniversario della sua morte (da noi ricordata sulla pagina facebook) ci è parso doveroso rendere omaggio a una delle attrici più divertenti e popolari del cinema muto: Colleen Moore.
Colleen iniziò la propria carriera nei film western a soli 15 anni ma furono le commedie a darle visibilità, oltre al classico taglio a caschetto – il bobbed haircut – di cui si contende il primato assieme a Louise Brooks. Il film che vi proponiamo è tra i suoi più conosciuti, Ella Cinders, trasposizione parodica della favola di Cenerentola.
Colleen interpreta Ella, remissiva fanciulla costretta dalle avversità a lavorare come domestica per la matrigna e le sorellastre. In aggiunta alle angherie quotidiane, la protagonista deve far fronte alla propria cattiva sorte, che la mette in situazioni buffe e imbarazzanti ogni volta che prova a migliorare la propria situazione. Quando scopre che in città si sarebbe tenuto un concorso di bellezza e che la vincitrice avrebbe avuto un ruolo a Hollywood, Ella fa del suo meglio per parteciparvi: si esercita con le espressioni del viso per prepararsi al futuro di attrice; fa dei lavoretti extra per pagare la foto necessaria per candidarsi al concorso; come nella favola, partecipa al ballo all’insaputa delle sorelle e della matrigna, aiutata in questo da Waite, un venditore di ghiaccio che è l’unico a sostenerla e confortarla nei momenti di difficoltà. Dopo essere riuscita in maniera rocambolesca ad arrivare al ballo, Ella viene proclamata vincitrice del concorso ma anche questa è una vittoria agrodolce: vlcsnap-2018-01-28-22h13m38s635la sua foto infatti viene giudicata la migliore perché è l’unica a suscitare l’ilarità incontrollata della giuria.

Persino il sospirato premio si rivela molto diverso dalle aspettative: una volta arrivata a Hollywood, la protagonista scopre che in realtà il film a cui doveva prendere parte è una truffa e così si ritrova improvvisamente lontana da casa, senza soldi e senza lavoro. Naturalmente il lieto fine non si fa attendere, e come ogni buona favola si concretizza con un matrimonio che arresta la sua lunga serie di sventure.

Nell’insieme il film è godibile e la bravura dell’attrice si misura nella naturalezza con cui Ella soggiace di volta in volta ai colpi della mala sorte: il suo aspetto da ragazza della porta accanto, la sua perenne buona fede priva di malizia, unita allo stupore mostrato invariabilmente a ogni calamità, sono già da soli indice di divertimento a sue spese. Colleen non ci risparmia scene da slapstick comedy in cui si sporca le mani (ma anche la faccia) o in cui è vittima dell’attacco di un cane e di una mosca dispettosa; persino il suo momento di gloria è un’occasione per ridere di lei. Questa tensione comica viene mantenuta per buona parte del film per scemare un po’ nella conclusione: quest’ultima risente di alcune forzature narrative (l’inverosimile smascheramento del venditore di ghiaccio, che in realtà si rivela un rampollo di buona famiglia desideroso di impalmare la nostra eroina) nonché di alcuni sviluppi che oggi potrebbero farci storcere il naso (Ella lascia una promettente carriera di attrice per dedicarsi a tempo pieno al ruolo di madre di famiglia).

Un altro momento degno di nota è un momento meta-cinematografico in cui si strizza l’occhio alle convenzioni hollywoodiane, non senza una certa autoironia: per prepararsi al concorso, Ella sottrae alla sorellastra un manuale di recitazione in cui viene consigliato di esercitarsi soprattutto con gli sguardi. A tale scopo sono riportati degli esempi, ciascuno col significato relativo:

 

L’ultimo sguardo è quello incrociato, a cui il manuale consiglia di prestare grande attenzione, dal momento che “l’abilità di incrociare gli occhi ha portato grande fortuna a certi attori di cinema”. Difficile non vederci un riferimento a star della comicità coeva, a cui forse la stessa Colleen avrà voluto ispirarsi recitando in questa semplice e piacevole commedia.kid-auto-races-at-venice-1914

 

Una pagina di follia (Kurutta ippeiji – 狂った一頁) – Teinosuke Kinugasa (1926)

gennaio 26, 2018 2 commenti

madne4ssOstacoli e chiavi, barriere e vie di fuga: una delle forze del cinema muto è il suo aver bisogno di simboli, usati con parsimonia, quasi sempre con affascinante intensità. La sua natura puramente visiva richiede un’attenzione del tutto opposta all’abitudinaria percezione degli stimoli che abbiamo maturato nella nostra epoca di icone e sovrabbondanza figurativa. Oggi i nostri occhi sono abituati a selezionare all’interno di un flusso e ad appigliarsi ad altri campi semantici – come l’audio nel cinema sonoro – per trarre informazioni dal visivo, mentre il cinema muto richiede la capacità inversa: le immagini sono già selezionatissime e a noi sta il compito di raccogliere il maggior numero di dati da ogni singola e studiatissima inquadratura.

Se mancasse questo passo un film come Una pagina di follia (Kurutta ippeiji, 1926) non avrebbe senso e potrebbe sembrare il frutto di uno sperimentalismo eccessivo e forse fine a sé stesso. È vero il contrario, l’opera di Teinosuke Kinugasa parte da un realismo così estremo e così sfacciato, che un discorso cinematograficamente piatto, non saprebbe rappresentare: le deformazioni, il montaggio eccentrico, l’indugiare sui volti stravolti e le esposizioni multiple sono quanto di più realistico possa essere usato per rappresentare la follia.

Ma facciamo un passo indietro per apprezzare questo apparente controsenso. Non esistono copie di Una pagina di follia arrivate integre fino a noi, quella visibile è il restauro combinato di un positivo e di un negativo ritrovati per caso da Kinugasa stesso quando ormai non c’erano più speranze di riavere il film. Alla sua presentazione, nel 1971, per ovvie necessità distributive, venne corredato di una colonna sonora in linea con gli sperimentalismi sonori dell’epoca, tra post-psichedelia e avanguardie colte. L’aggiunta o la modifica del sonoro di un’opera cinematografica non è mai un’operazione leggera e se l’opera è muta essa è tanto decisiva da risultare, di fatto, in un’opera nuova. Una pagina di follia è dunque davvero e comunque perduto? Sì, la versione del 1971 è un altro film, anche perché mutilo di sezioni narrativamente decisive, la cui mancanza nel montato lo avvicina, senza alcuna intenzionalità dell’autore originale, ad un cinema formalistico e d’avanguardia che per Kinugasa è una categorizzazione del tutto artificiale.

madness3Per la ricostruzione della trama ci si può affidare solo alle note di sceneggiatura di Yasunari Kawabata, premio Nobel per la letteratura nel 1968 e allora collaboratore di Kinugasa. Un ospedale psichiatrico ha numerosi ospiti, ciascuno affetto da singolari disturbi e visioni. Tra questi c’è una donna che spesso resta fissa, immobile nelle posizioni più innaturali, a fissare punti vuoti, sulle pareti o nel cielo. Aveva una vita normale ed una famiglia, ma tentò il suicidio per annegamento portando con sé il figlio neonato. Solo quest’ultimo trovò la morte, indifeso e trascinato dalle acque, mentre la donna, salvatasi all’ultimo momento, perse del tutto la ragione e ogni contatto con la realtà con cui sarebbe stata costretta a fare i conti. Suo marito, non rassegnato alla follia e alla sconfitta, si fa assumere in incognito nel manicomio, per starle vicino e per approfittare di ogni suo raro momento di lucidità. Lo sguardo assente della donna, se da un lato si accende solo alla vista del marito, dall’altro, una volta riconosciuto, lo respinge con violenza, lo rifiuta come parte di quell’essere chiuso nella follia nei confronti della quale ha debiti incolmabili. Allo stesso modo e per gli stessi motivi nega a sé stessa di riconoscere la figlia quando, in un giorno di visita, viene ad annunciarle il suo matrimonio. La sua follia esplode causando la reazione evidentemente interessata del marito e un notevole scompiglio tra gli ospiti della struttura. Il delirio si trasfigura in sogno e visione: per rimediare, almeno con la difesa psicologica quale è il sogno, a tale abisso umano e a tanta disperazione l’uomo fa indossare a ciascun personaggio, compreso sé stesso, una maschera tradizionale no con l’espressione serena di un sorriso ampio e assoluto. Coperti i volti e coperta la realtà, processioni di uomini e donne sorridenti o in posa marciano verso un’avvenire migliore ed illusorio. La sequenza successiva però smaschera spietata la verità, inquadrando l’uomo impegnato nel suo lavoro quotidiano, piegato con secchio e straccio su uno “sporco” che non riuscirà mai davvero a lavare via.

Il film preferito di Kinugasa era dichiaratamente L’ultima risata e non è possibile non notarne le tracce nella descrizione degli ambienti e nel personaggio maschile, un altro essere caduto, stravolto e deformato dal “tritacarne” della società moderna. La povertà intellettuale e materiale dei personaggi diventa una prerogativa estetica, la saturazione è a volte estrema, i contrasti netti rendono visibile tutta la natura chimica e materica della pellicola, non c’è l’inganno e il nitore delle grosse produzioni. Ciò che lì sarebbe errore, alterazione, oltraggio, qui alimenta la sostanza stessa dell’opera; la follia non è uno strumento narrativo come ne Il gabinetto del Dr.Caligari ma è la narrazione stessa, nuda e cruda, senza orpelli.
L’apparente sconnessione narrativa è data dal fatto che nelle sale giapponesi del periodo, in luogo delle nostre didascalie esplicative, c’erano dei veri e propri narratori a cui era delegato il compito di chiarire le immagini e le relazioni tra i personaggi. Le immagini, dispensate di tale funzione, appaiono eversive e talmente dense da racchiudere una stratificazione raramente così ricca. Una scena su tutte vede l’uomo mostrare alla moglie una chiave appesa ad una corda nel chiaro tentativo di indurla alla fuga. Ma la donna osserva la chiave ondeggiare nell’aria così come un bambino nella culla vede agitarsi campanelli e pendagli. I suoi occhi sono catturati dalla forma, dal movimento, dal metallo scintillante ma di quell’oggetto non saprebbe cosa farsene: è come uno spettatore che guarda ombre, forme e luci su uno schermo senza concretizzare che quella sia la proiezione di un film e che quelle siano storie. La fuga è così dichiarata impossibile ma la via di fuga è ben tracciata.

Kinugasa sembra suggerirci che un cinema come il suo non può essere visto come una forma astratta, non vi si può e non vi si deve leggere un tentativo sperimentale di arte evasiva, bensì un contenitore in cui ogni segno stilistico sia la migliore traduzione possibile in luci e ombre di qualcosa che è tragicamente reale.

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Da Giselda a Leda – “Trappola” (1922)

gennaio 18, 2018 2 commenti

IMG_0187Siamo negli anni Dieci del Novecento e il nome di Giselda Lombardi (Roma, 10 marzo 1892 – Roma, 2 ottobre 1957) può non dire molto, eppure, poco più che ventenne, è la musa e compagna di Trilussa, il quale le anagramma il nome in Leda Gys e le toglie gli abiti da comune ragazza borghese di Trastevere, per introdurla in quel sontuoso mondo costellato da icone del cinema come Francesca Bertini, Lyda Borelli, Alberto Collo, Emilio Ghione, Hesperia, Maria Jacobini, Amleto Novelli. Da Giselda a Leda. Un’attrice del cinematografo, una (anti)diva, una signorina dei caffé e dei salotti romani, una stella dagli occhi bistrati e vispi e dal piglio sbarazzino, un’artista unica nel suo genere e inconsueta nel suo personalissimo modo di recitare dato da due sole regole: l’improvvisazione e la spontaneità. Ne parlerò meglio più avanti con il film Trappola che ho visionato personalmente alla Cineteca di Bologna.
La carriera di Giselda, quindi, inizia completamente in discesa, grazie ad una bellezza che non passa inosservata e alla raccomandazione di Trilussa che la indirizza alle neonate Case di produzione Cines e Celio; esordisce nel gennaio 1913 in tre brevi film: L’albero che parla (raccontino sentimentale), Amore e automobilismo (commedia) e La dama di picche (dramma). Non trovo affatto scontato sottolineare come si tratti di tre pellicole di lunghezza non considerevole: difatti, le prime vere esperienze di Leda Gys coincidono in primis con il delicato passaggio da corto (pellicola di lunghezza inferiore ai 500 metri) a lungometraggio (il suo primo film ufficiale è, appunto L’Histoire d’un Pierrot, di Baldassarre Negroni del 1914 lungo 1200 metri circa) con il riassetto dell’organizzazione produttiva e della distribuzione, il ricambio generazionale di attori, scrittori, intellettuali e drammaturghi e, in favore della Gys, lo spostamento del centro produttivo nazionale da Torino a Roma.
Sotto Cines e Celio, Leda Gys impersona ruoli di ragazza ingenua e romantica, spesso vittima di padri e mariti, inserita quindi nel genere della commedia sentimentale; successivamente, nasce un sodalizio artistico con Mario Caserini e, a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, il genere tramuta in propagandistico e patriottico con film come Sempre nel cor la Patria!… (1915) di Carmine Gallone o Passano gli Unni (1915) di Caserini.
Il tono generale delle pellicole in cui compare Leda Gys vira ulteriormente nel biennio 1916-1917 verso la tragedia, specchio della produzione italiana di quegli anni in cui si trovano temi come prostituzione e maternità illegittima (Fiore d’autunno, M. Caserini, 1916), droga (Chi mi darà l’oblio, M. Caserini, 1917) o incesto (Come in quel giorno, M. Caserini, 1916); questi tre film hanno un vastissimo successo di pubblico in Spagna, in cui la figura di Leda Gys acquisisce una grande popolarità.
Dopo la conclusione della fruttuosa collaborazione con Caserini e la fine della relazione con Trilussa, una cospicua fetta di carriera é dedicata al cinema napoletano con la Poli Film, successivamente assorbita dalla Lombardo-Film, una delle poche case di produzione a sopravvivere, grazie all’accortezza di Gustavo Lombardo e di Stefano Pittaluga, alla terribile crisi e bancarotta del 1921 che manda letteralmente al macero gli sfarzi e gli orpelli delle produzioni di pochi anni prima, crisi da cui il cinema muto italiano non si riprenderà mai del tutto. Il proposito della Casa è quello di trasformare Leda Gys in una diva dannunziana e femme-fatale: l’ennesimo cambio di genere è evidente in Io ti uccido! (Giulio Antamoro, 1919) e Leda senza cigno (Giulio Antamoro, 1918, dall’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio). Il 1918 segna l’incontro tra Leda Gys e Lombardo, il quale trasforma la Poli Film in Lombardo Film, grazie ad un’acuta strategia e politica di valorizzazione del cinema partenopeo. I due si legano professionalmente e sentimentalmente e la carriera della Gys sottolinea un ritorno alla commedia frivola di ambiente napoletano.
Pochissime delle circa novanta produzioni in vent’anni di carriera ci sono pervenute: Leda Gys viene dimenticata subito dopo il ritiro a vita privata nel 1930 per dedicarsi completamente alla crescita e all’istruzione del figlio Goffredo (diventato uno dei principali produttori italiani del secondo dopoguerra, nonché proprietario della Casa cinematografica Titanus); cadere nel dimenticatoio è un destino comune a tanti attori del cinema muto che, con la novità del cinema sonoro, trovano inammissibile e quasi

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 intollerabile sentire la loro voce riprodotta sul grande schermo. Uno dei pochi film sopravvissuti è Trappola: l’ho scelto perchè è a

parer mio il film che può esemplificare meglio il grande talento recitativo di Leda Gys, la sua versatilità e la sua autoironia. Trappola (distribuito anche come In Trappola) é quello che oggi si potrebbe definire un badass girl movie, un incrocio tra l’impertinenza di Matilda 6 mitica e l’irriverenza di Mean girls, ovviamente con un minimo di decoro e decenza in più rispetto al film di Mark Waters. Una commedia che in qualche modo anticipa di una decina d’anni i dettami della screwball comedy del cinema classico

 hollywoodiano, ma che include certe tecniche di regia abbastanza insolite per questo tipo di genere, come dissolvenze oniriche, carrellate, dialoghi rapidi e poco duraturi o un certo indugio a mantenere la camera fissa su un primissimo piano di un personaggio.
Girato sotto la Lombardo Film nel 1922 con la regia di Eugenio Perego, già collaboratore con Case come Pasquali Film, Milano Films, Do. Re. Mi. e Fert, Trappola é il primo dei sette film nati dal legame professionale di Leda Gys con Perego, tutti girati a Napoli dal 1922 al 1928, che comprendono Santarellina (1923), Vedi Napule e po’ mori (1924), Napoli è una canzone (1927), Napule…e niente cchiù (1928), Rondine (1929) e La signorina Chicchirichì (1929).
La sfrontatezza é evidente sia nell’andamento narrativo che nella recitazione di Leda Gys, qui nei panni di Leda, un’orfana ribelle rinchiusa in un educandato che combina scherzi e marachelle per non soccombere alle rigide regole imposte da suore che campano di Ave Maria non proprio sinceri e di minestrone riscaldato del giorno prima. Un giorno la sua migliore amica Laura lascia l’istituto per intraprendere lo studio privato IMG_0209a casa, ma le due non perdono i contatti: con un acuto stratagemma, incarica l’ignaro professore di ginnastica e dizione Don Bernardo, di spedire e ricevere lettere da Laura, la quale le confida che il suo fidanzato Carlo (Gian Paolo Rosmino, già presente in Ma l’amor mio non muore!) la tradisce con un’ artista circense/attrice/diva, tale Furetta (Suzanne Fabre). In nome della solida amicizia con Laura, Leda fugge dalla prigione-istituto e si reca al teatro di posa (uno studio della Lombardo) dove Furetta sta girando un film. Travestitasi da cavaliere medievale e assunta come comparsa, Leda scopre che Furetta tradisce a sua volta Claudio con il primo attore della casa di produzione per cui lavora. La reciproca antipatia tra Leda e Furetta sfocia poi in un’esilarante lite con mani tra i capelli, morsi calci e pugni, ripresa dal regista del teatro per utilizzarla come materiale filmico che “può venire bene per un altro film”. Attratto dalla vivacità e dall’animo frizzante di Leda, diversamente da Furetta, Claudio se ne invaghisce, ricambiato (la trappola, appunto), ma il senso di colpa nei confronti dell’amica del cuore fa sì che, sotto consiglio di Don Bernardo, divenuto nel frattempo il suo mentore, Leda debba restituire al mittente ciò che non le potrebbe mai appartenere. Laura si è però innamorata di un altro, riuscendo a dimenticare Carlo e le sue pene d’amore e tutto si aggiusta con un lieto fine da favola.
Oltre ad essere una commedia leggera, divertente e piena di equivoci, che spessissimo riesce a strappare qualche risata, Trappola è anche una critica non troppo velata verso l’avarizia, l’ipocrisia e l’estrema severità educativa delle istituzioni religiose (sfido chiunque a trattenere un sorrisetto quando Leda riempie la cena delle suore di olio di ricino) e nei confronti del fenomeno del divismo, qui ridotto a “quattro smorfie che saprei fare pure io” e a un teatrino fatto di erotismo scialbo, automobili regalate, vestiti scollati e finti svenimenti.
La Leda personaggio é tosta, indipendente ed emancipata: non ci pensa due volte a mollare un ceffone (che sa molto di improvvisazione bella e buona) alla comparsa che tenta di molestarla, o a dirne quattro alle forze dell’ordine (“pescecane!”) che la arrestano ingiustamente scambiandola per una ladra di gioielli; il suo spirito di folletto burlone si alterna a quello di una ragazza romantica che scopre l’amore e sospira accarezzandosi il viso con un mazzo di rose, scrive lettere e diari pieni di pathos ed è disposta a tutto pur di preservare gli affetti e le amicizie.
La Leda attrice che fa le boccacce, strabuzza gli occhi, balla sui tavoli (scena scrupolosamente accorciata dalla censura), gira in mutande per l’istituto o stampa un bacio pieno di passione, fanno della Gys una donna moderna e lontana dagli stereotipi del tempo, tanto da renderla un’artista capace di passare con estrema facilità da un genere all’altro, al di là di ottenere apprezzamenti da parte di critica e pubblico in un periodo estremamente difficile per la cinematografia italiana dei primi anni Venti.
Trappola, insieme ai tre film del filone napoletano Vedi Napule e po’ mori, Napoli è una canzone e Napule…e niente cchiù! ad oggi sopravvissuti, è conservato presso la Cineteca di Bologna. I quadri sono in buono stato, sebbene molte didascalie al momento della visione siano di durata eccessivamente breve, tanto da ostacolarne l’immediata lettura; è inoltre evidente che alcune scene siano andate perdute: ad esempio, non è di chiara comprensione il motivo per cui Leda, dopo la fuga dall’istituto, si ritrovi improvvisamente con un cagnolino in braccio, totalmente assente nelle sequenze successive.

Trappola / Eugenio Perego. – Soggetto e sceneggiatura: Eugenio Perego. – Napoli: Lombardo Film, 1922. – Con Leda Gys, Gian Paolo Rosmino, Suzanne Fabre, Claudio Mari, Carlos Reiter.
Lunghezza: metri 1596.
Visto di Censura: 17019, 11 maggio 1922.
Prima visione: 6 giugno 1922.
Stato: sopravvissuto.

Fonte: Aldo Bernardini, Vittorio Martinelli, Leda Gys, Attrice, Milano, Coliseum, 1987.

Příchozí z temnot – Jan Kolár (1921)

gennaio 11, 2018 2 commenti

Příchozí z temnot è un film molto interessante, purtroppo poco noto, ma che merita di essere riscoperto come molta della produzione muta dell’allora Cecoslovacchia. Il titolo può essere tradotto con “L’Uomo venuto dalle Tenebre” e proviene da un soggetto di Karel Hloucha sviluppata da Jan Kolàr. Vi avevo detto che il progetto di Fantascienza era probabilmente finito, eccomi smentito perché Hloucha è uno dei pionieri della fantascienza del ‘900 e Příchozí z temnot rientra a conti fatti in un genere horror-fantascientifico. In realtà questa è l’occasione per dare il via a un progetto che mi ripropongo da tanto tempo dedicato ai muti cecoslovacchi (come vedremo solo un numero ristretto dei film prodotti allora sarebbero oggi considerati slovacchi, la maggioranza, come questo ad esempio, è di produzione ceca).

Bohdan Dražický (Theodor Pištěk) è un ricco possidente appassionato di libri antichi, passione che spesso sovrasta quello per la bella moglie Dagmar (Anny Ondra). Così il malvagio Richard Bor (Vladimír Majer), da sempre innamorato di Dagmar, decide di preparare un tranello mortale al suo rivale in amore: gli regala un libro con all’interno una storia bizzarra sui segreti della torre nera che troneggia tra i possedimenti di Bohdan. Preso dalla lettura, Bohdan decide quindi di andare a visionare il misterioso rudere di persona. Qui lo aspetta però Bor che, con una ingegnosa trappola, lo mura all’interno della torre con la speranza di essersi definitivamente liberato di lui. Non tutto va come previsto: Bohdan, vagando nella torre, scopre un laboratorio da alchimista con all’interno un corpo esanime e delle istruzioni su come rianimarlo. Costui è Ješek Dražický, “l’Uomo venuto dalle tenebre” (Karel Lamač), che in passato aveva amato alla follia Alena (sempre Anny Ondra) che però, come nella migliore delle tradizioni, era morta giovanissima. Spinto dal dolore, egli aveva appreso dall’alchemista Balthasar Borro (ancora Vladimír Majer) il modo per entrare in uno stato di morte apparente da cui si sarebbe risvegliato per ricongiungersi con la sua amata. Inutile dire che Ješek, una volta rianimato, tenterà di rapire Dagmar in quanto vede in lei la reincarnazione della sua amata Alena. [se non volete sapere la fine non leggete a partire da qui] Così mentre Bohdan finge di essere ancora rinchiuso nella torre, “l’uomo venuto dalle tenebre” rapisce Dagmar e nella fuga uccide Bor. Accortosi del terribile potere dell’uomo, Bohdan decide allora di distruggere la torre maledetta per porre fine all’esistenza del malvagio uomo del passato. L’esplosione è tanto potente che…Bohdar si sveglia di colpo e scopre di essere ancora nel suo studio con in mano il libro datogli da Bor. Che sia stato tutto un sogno? Giunge improvvisamente una notizia terribile, Bor viene ritrovato morto e proprio nello stesso punto in cui “l’uomo giunto dal passato” lo aveva ucciso nel sogno. Cosa sarà accuduto realmente?

Il film è interessante ma ci sono degli elementi che purtroppo non rendono del tutto godibile la sua visione. Prima di tutto Příchozí z temnot non è al momento edito in dvd e circola solo in una vecchia proposizione su Česká televize 1 (la loro Rai per intenderci). Inoltre quella versione è gravemente mutila e la parte centrale in cui si comprende cosa è accaduto e da dove proviene questo uomo del passato è del tutto mancante. Inoltre alcuni dialoghi sono davvero poco profondi e non poche risate ha scatenato il commento di Bor a seguito della scoperta della provenienza di Ješek riassumibile con un “sai che vengo dal passato?” “wow, incredibile! Scusami ma adesso devo andare a fare una cosa…”. Inoltre alcune scene che dovrebbero essere ricche di pathos, risultano piuttosto oscure, quasi troppo ponderate, creando più che altro confusione nello spettatore. Ripeto comunque che questa sensazione potrebbe provenire anche dallo stato in cui si trova il film. Passiamo invece alle note positive: personalmente ho molto apprezzatto l’ambientazione e devo dire che il regista è riuscito a ottenere un’atmosfera tenebrosa che giova molto al film. La recitazione non mi ha affatto deluso, in particolare per quanto riguarda i ruoli maschili visto che Anny Ondra qui non ha particolari possibilità di far vedere quanto è in grado di fare. Anny Ondra che, per chi non avesse seguito la rassegna sui film muti di Hitchcock, è stata la prima “musa” del Maestro del Brivido recitando in due ottimi film come L’isola del peccato (The Manxman) e Ricatto (Blackmail) entrambi del 1929. Insieme a Ondra troviamo anche il futuro marito Karel Lamač, qui nei panni di attore come “l’uomo del passato”, ma che, come vedremo, ebbe un’ottima carriera come regista che proseguì anche con l’avvento del sonoro. Per concludere sebbene la trama non sia originalissima, il film è comunque ben sviluppato e una bella ambientazione condita da una recitazione di buon livello fanno del film un’opera decisamente apprezzabile.

Insomma nonostante tutti i difetti di cui Příchozí z temnot è ricco, mi permetto di consigliare la visione a chi ne ha la possibilità. Il motivo è semplice, questo film è uno specchio che ci permette di vedere come il filone horror veniva sviluppato in un luogo tanto vicino alla Germania, una delle grandi patrie dei film relativi a questo genere.

 

La Principessa e il Clown (La Princesse aux Clown) – André Hugon (1924)

gennaio 25, 2016 Lascia un commento

35ak8dyLa Princesse Aux Clown di André Hugon è uno dei film proiettati a Bologna nella splendida cornice della lanterna a carboni di piazza Pasolini. Personalmente ho apprezzato molto il film, che mi ha ricordato per certi versi il successivo e già recensito Confessions of a Queen di Victor Sjöström (1925). Se quest’ultimo non era certo un film riuscitissimo, la Princesse aux clown è decisamente più gradevole e godibile. Il film rientrava nella sezione dedicata ai Velle vista la presenza di Mary Murillo come sceneggiatrice, successiva compagna di Maurice Velle qui alla fotografia.

Il film inizia con la rivolta del popolo contro il malvagio Re Michel II (Guy Favières). Il figlio Michel de Georland (Charles de Rochefort), di carattere completamente opposto, si era da poco fidanzato ufficialmente con la Principessa Olga (Huguette Duflos). Durante la rivolta il principe viene ferito gravemente nel tentativo di mettere in salvo la moglie e i suoi cari. Di Michel si perdono le tracce e tutti lo credono morto. La Principessa non si è mai rassegnata e un giorno accade qualcosa di inspiegabile: la ragazza, andata al circo per svagarsi, trova una impressionante somiglianza tra il clown più famoso del circo di Parigi e il suo amato Principe. Giunta nel camerino del Clown, la Principessa non ha più dubbi e cerca di convincere il giovane a tornare nel suo paese, dove la situazione si era calmata, e sedere al trono che gli spetta. Il nuovo regnante si rivela illuminato. Ma c’è qualcosa che non va: e se quello non fosse il vero Michel de Georland? Un giorno il Re riceve la visita di uno sconosciuto, conoscitore di tutti i segreti del castello. Questi altri non è che il vero Michel de Georland ritiratosi a vita privata perché allergico agli obblighi regali. L’uomo che tutti credono il Re è in realtà il musico Michëlis, sosia del monarca, che per amore di Olga ha accettato di portare avanti la finzione. Il vero Michel rifiuta il regno e la Regina, dopo un primo momento di smarrimento, decide di restare assieme al suo clown.

fjj5faTutta la vicenda si gioca intorno ad una melodia suonata per la prima volta durante il fidanzamento. La melodia è stata scritta da Michëlis, innamoratosi a prima vista di Olga, anche se la Principessa è convinta sia stata scritta da Michel. Sarà proprio dopo aver scoperto la vera paternità dello spartito che la giovane accetterà di continuare a vivere con il suo clown. Altri tema principale è quello della rivoluzione che, come in ogni film dell’epoca, si rivela infruttuosa, a conferma che il rovesciamento dell’ordine sociale non solo non è possibile, ma è del tutto deleterio. Significativo il momento del secondo tentativo di sommossa avvenuto durante il regno di  Michëlis, che travestitosi da Clown si pone davanti alle armi dei rivoluzionari facendoli desistere dal loro tentativo con la sua retorica. Egli definisce i Re e i capi dei rivoluzionari come dei pagliacci che hanno a cuore solo i propri interessi. In questo Michëlis sembra porsi al di sopra delle parti, perché al contrario di chi lo ha preceduto ha a cuore i problemi del popolo, forse per via della sua provenienza sociale ma soprattutto perché non è assetato di potere avendolo accettato solo per amore. Ma al di là della tematica politico-rivoluzionaria, La princesse aux clown è soprattutto una bella storia d’amore a lieto fine, la storia d’amore tra la regina e il suo clown.

Il Delitto della Piccina – Adelardo Fernández Arias (1920)

Il Delitto della Piccina testimonia, ancora una volta, il fenomeno della migrazione verso l’Italia di alcuni affermati uomini di cinema. Questo è il caso anche di Adelardo Fernández Arias, regista spagnolo che si trasferì nel nostro paese dal 1915. Per la prima volta dall’inizio della rassegna vediamo la Frascaroli protagonista in un lungometraggio (se così si può chiamare vista la durata di 40′). Il film è stato proiettato per la prima volta ad un pubblico in sala durante il Cinema Ritrovato. Il film venne infatti censurato all’epoca e si è salvato miracolosamente mantenendosi per altro in condizioni straordinarie negli archivi del CSC. Non essendoci locandine l’immagine scelta proviene proprio dal loro sito.

La Piccina (Valentina Frascaroli) è la più piccola operaia della fabbrica gestita dai fratelli Marco, sempre disponibile con i suoi dipendenti, e il capo del personale Andrea, uomo dall’animo corrotto che ha messo gli occhi su La Piccina. Visto che la ragazza non accetta le sue attenzioni, Andrea la licenzia. Nel tentativo di riavere il lavoro la ragazza si reca di notte dal padrone, che tenta di violentarla. La Piccina, dopo aver ricevuto la pistola da un suo amico operaio (di cui non ricordo il nome), lo uccide per poi chiudersi nel silenzio più assoluto. Al termine del processo viene però assolta a seguito della testimonianza del suo amico. La ragazza sposa Marco con cui mette su una famiglia. Anni dopo la fabbrica è colpita dagli scioperi. Sale l’inflazione e la popolazione è sempre più povera. La Piccina parla durante una manifestazione e convince gli operai che solo tornando al lavoro si può superare la povertà. Seguono scenette atte a confermarlo, come quella in cui l’amico operaio racconta come una sua nipotina fosse morta dopo che l’autista del taxi e del carro gli avevano negato un passaggio dal medico per via dello sciopero. Gli operai si convincono e magicamente l’inflazione diminuisce drasticamente e il tenore di vita si alza.

Il film si divide in due parti che sembrano decisamnete distinte tra loro. La seconda sembra infatti aggiunta dopo a seguito del periodo di grandi rivolte che era in atto in quel periodo, noto come il biennio rosso. Sembra quasi che la produzione volesse convincere attraverso il film i lavoratori a tornare in fabbrica. Per quanto riguarda la prima parte non è difficile capire il perché della censura: prima di tutto per il tentativo stupro nei confronti di una ragazza minorenne, in seguito probabilmente anche per il finale, dove la Frascaroli e il suo amico operaio vengono clamorosamente assolti dalla giuria. Un finale che, tra l’altro, si discostava decisamente dallo schema tipico del melodramma italiano. In ogni caso, esclusa la parte finale, che è talmente anti-operaia da risultare ridicola, il film è decisamente apprezzabile, specie perché abbiamo finalmente la possibilità di vedere una lunga interpretazione della Frascaroli alle prese con un ruolo drammatico.