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Archive for the ‘Germania’ Category

Il Protettore (Der Mädchenhirt) – Karl Grune (1919)

der-madchenhirtCento anni fa Karl Grune iniziava la sua carriera da regista con tre film di cui Der Mädchenhirt è considerato il primo. Girato per le strade di Praga, e qui si ricollega in parte al nostro progetto dei film cechi, e con un’attenzione al realismo, questo film, ispirandosi al romanzo di Egon Erwin Kisch, racconta la storia di un ragazzo dei bassifondi che per denaro perde ogni moralità arrivando a far prostituire anche la ragazza che ama.

Jaroslav detto “Jarda il bello” (Peter Arnolds) è il figlio di una relazione extramatriominiale tra una donnetta (Lotte Stein) e il commissario di polizia Duschitz (Magnus Stifter). Questi è costretto a mantenere la madre del figlio per tenerle la bocca chiusa. Jaroslav, assieme agli inseparabili amici Albert “lo sveglio” (Paul Rehkopf) e Toni “il nero” (Franz Kneisel) iniziano a lavorare come protettori di ragazze. La situazione sfugge però di mano al giovane che sacrifica tutto quello in cui crede e finisce per essere arrestato per un furto (non commesso) e ricoverato per una malattia probabilmente venerea non specificata. Abbandonato da tutti tranne che dalla giovane Ilonka (Rose Lichtenstein), Jarda decide di iniziare una nuova vita e si reca dal padre, che gli si è rivelato dopo l’arresto, per ottenere da lui dei soldi per partire. Il commissario, però, lo vuole mandare al riformatorio e non vuole scucire un soldo. Disperato il ragazzo entra di notte nella casa dell’uomo per rubare qualche soldo, ma viene scoperto. Ne nasce una colluttazione e Jarda uccide per sbaglio il padre. Disperato, il ragazzo decide di porre fine alla sua vita e Illonka sceglie di accompagnarlo affogandosi a sua volta (sic).

Sebbene il film tratti una tematica come la prostituzione con tanto di presenza di una malattia venerea, visto il periodo sono tanti i “non detti” e tutto è lasciato intendere. Le ragazze sono portate alla casa di una certa signora, e lui si prende una malattia vergognosa per la quale tutti lo ignorano e la sua famiglia viene messa quasi al bando dalla società. Tutti abbandonano Jarda tranne la giovane Ilonka, da sempre innamorata di lui e che lui stesso ha spinto a prostituirsi. L’amore di quest’ultima è così forte che quando il ragazzo decide di porre fine alla sua vita affogandosi nella Moldava, lei lo segue senza battere ciglio così da essere unita a lui per sempre. Il finale, insomma, offre quasi una consolazione a un personaggio che ha fatto tanto male, soprattutto alla donna che ora dice di amare.

Der Mädchenhirt mi ha lasciato un po’ interdetto quando l’ho visto, perché presenta diverse contraddizioni che non si conciliano sempre benissimo tra loro. Nonostante questo tratta una tematica davvero delicata per l’epoca ed è tutto sommato una visione interessante che ha dalla sua anche la durata piuttosto ridotta. Purtroppo non mi risulta sia presente un’edizione home video e quella che son riuscito a reperire per le immagini è un riversamento piuttosto scadente.

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Diverso dagli altri (Anders als die Andern) – Richard Oswald (1919)

anders_als_die_andernAnders als die Andern è un titolo davvero particolare nella filmografia muta, perché affronta il tema dell’omosessualità in maniera decisamente contemporanea, dimostrandosi precursore nei tempi di una forma mentis che ancora oggi non è stata, purtroppo, del tutto acquisita neanche oggi. Nella Germania dell’epoca vigeva infatti il paragrafo 175 che condannava i rapporti tra persone dello stesso sesso considerandole bestialità. Attraverso il personaggio di un sessuologo, questo film provava a dimostrare che l’omosessualità era caratteristica presente in natura e non una devianza tipica dell’uomo.

Paul (Conrad Veidt) è un facoltoso e virtuoso violinista. Al termine di una delle sue performance, viene avvicinato da Kurt (Fritz Schulz), un giovane con cui inizia una felice relazione. Purtroppo qeusta armonia è rotta da un uomo, Franz Bollek (Reinhold Schünzel), che da tempo estorce denaro a Paul minacciandolo di denunciarlo per la sua omosessualità. La situazione degenera presto e Paul e Kurt si allontanano e il primo decide finalmente di smettere di sottostare ai ricatti di Franz e lo denuncia. Viene aiutato da un medico (Magnus Hirschfeld) che porta avanti l’abolizione del paragrafo 175 ma nonostante la sua deposizione, Paul viene comunque condannato e allontanato da tutti, famiglia compresa. Distrutto dal dolore, il violinista decide allora di togliersi la vita.

Sembra incredibile che nel 1919 si potesse parlare di omosessualità in un film senza stereotipi o macchiette, contando che nei decenni successivi questo non accadrà. Magnus Hirschfeld, che interpreta se stesso nel film, era un sessuologo membro attivo del primo movimento omosessuale e proprio come tale aiutò Richard Oswald nella scrittura della sceneggiatura. In virtù della sua esperienza, Hirschfeld riuscì a creare una storia vera in grado di trasmettere le difficoltà che tante persone erano costrette a vivere a causa del pregiudizio. Sarebbe interessante sapere come fu recepito all’epoca il film, quello che sappiamo è che si è miracolosamente salvata una copia nonostante i nazisti diedero alle fiamme tutte quelle che riuscirono a trovare.

Anders als die Andern è un faro nell’idea che abbiamo di un passato retrogrado e poco aperto all’inclusione, dimostrando come cento anni fa vi fossero già persone in grado di superare i luoghi comuni e la discriminazione lottando per il riconoscimento dei diritti di tutti. Nonostante il film abbia alcuni limiti da questo punto di vista, merita di essere visto sia perché comunque coinvolgente, per chi ama i drammi tedeschi dell’epoca, sia perché si tratta di un pezzo di storia del cinema LGBT che merita di essere riscoperto nel suo ruolo pionieristico.

Non uccidete più (Tötet Nicht Mehr! – Misericordia) – Lupu Pick (1919)

Tötet Nicht MehrTra i film presentati in rassegna durante il Cinema Ritrovato 2019 c’è stato anche Tötet Nicht Mehr, film del regista rumeno Lupu Pick che è una sorta di manifesto contro la pena di morte. In oltre due ore si sviluppano le vicende dei personaggi che si ritrovano a fare i conti con la legge per aver ucciso degli uomini ingiusti.

Erik Paulsson (Lupu Pick) è un violinista affermato ed ha un figlio che ama molto. Questi viene condannato a morte perché partecipa a riunioni rivoluzionarie. Erik si lancia contro l’esecutore della condanna (Bernhard Goetzke) e viene mandato in carcere. Evade assieme a Lundt (Eduard Rothauser), segretario del comandante e cambia città. Comincia una nuova vita, ha una figlia piccola e inizia ricomincia a suonare il violino. Durante una serata si presenta il comandante che ha condannatoil figlio ed Erik lo uccide. Grazie alla difesa di Lundt, diventato avvocato, riceve l’ergastolo e non la pena di morte. Passano 18 anni e viene liberato per buona condotta. La figlia Karin (Edith Posca) sta per sposare Sebald Brückner (Johannes Riemann), figlio del pubblico ministero Brückner (Albert Patry) che voleva condannare Erik a morte. Scoperta l’identità del padre di Karin, il padre di Sebald rompe i contatti col figlio costringendolo a una via di stenti. Prova a scrivere una commedia che recita con la moglie, ma il direttore del teatro (Rudolf Klein-Rhoden) cerca di usare violenza sulla ragazza e una volta respinto chiude lo spettacolo e manda maldicenze sui due ai suoi colleghi. Sebald cerca di andare a casa del direttore dle teatro per chiarirsi ma questi lo assale e lui lo uccide per sbaglio. La sua pena è la condanna a morte, beffa perché il pubblico ministero Brückner ne era grande fautore.

Sebbene il messaggio sia splendido, il film è davvero pesante e a volte poco coerente nello svolgimento. Il Jumping the Shark c’è quando Sebald e Karin iniziano a portare avanti la loro commediola di Pierrot e Colombina, da lì in poi il film diventa troppo pesante e difficile da seguire, perché porta avanti eccessivamente alcuni punti senza prendere lo spettatore. Per intenderci, quando Sebald viene arrestato e processato mancano ancora trenta minuti alla fine e il regista si sofferma troppo a lungo sull’arringa, di una verbosità e retorica fastidiosa, e sul momento in cui aspetta l’esecuzione capitale. Se volessimo poi fare le pulci alla storia, la vera colpa di tutto sta in Lundt che prima è segnatario della morte del figlio di Erik Paulsson e poi non si prende decisamente cura della figlia Karin o delle sue problematiche sebbene in teoria ne fosse il tutore. Insomma il fautore della giustizia e della fine della tortura non è altri che colui che da cui partono le disgrazie della famiglia.

Insomma Tötet Nicht Mehr è un film inutilmente lungo e pesante, che pur mandando un messaggio importante non riesce a veicolarlo con una messa in scena coinvolgente e ben costruita. Il soggetto, originale e scritto da Pick e Gerhard Lamprecht, ha davvero tanti limiti.

Sylvester – Lupu Pick (1924)

SylvsterStrano che un regista che ha fatto un film così tradizionale nella sua composizione come Tötet nicht mehr (1919), abbiamo girato nel giro di poco tempo dei film sperimentali seguendo il movimento Kammerspiel. Sia il regista Lupu Pick che lo sceneggiatore Carl Mayer avevano precedentemente lavorato a film sul genere, i due erano per altro alla quarta collaborazione.

Nella notte di San Silvestro un Uomo (Eugen Klöpfer) si ritrova ad accogliere la madre (Frida Richard) con l’iniziale ritrosia della moglie (Edith Posca). Il sentimento di astio si trasforma presto in affetto e le due sembrano legare molto. La madre cambia però totalmente atteggiamento quando vede la foto del figlio con la moglie e poi quella di lei assieme a lui, forse per gelosia. L’anziana donna tenta quindi di strangolare la moglie e ne nasce un acceso diverbio che porta la ragazza a imporre al marito la cacciata della madre. Conteso tra i due amori, l’uomo si toglierà la vita mentre la gente festeggia per le strade l’arrivo del nuovo anno.

Il film è stato proiettato in piazzetta Pasolini in ricordo di Enno Patalas che vide una splendida copia giapponese del film durante le Giornate di Pordenone innamorandosene. Purtroppo non ho condiviso l’amore per Syvelster, nonostante avesse alcune particolarità interessanti. Il film alterna alle vicende dell’uomo quelle della festa per le celebrazioni della notte di San Silvestro, che si accendono in funzione dello svolgimento delle vicende. Oltre a questo compare quattro volte la scena di un mare in tempesta che nel finale si calma finalmente con la morte dell’uomo, cosa che sembrerebbe simboleggiare il patimento interiore del protagonista che si calma finalmente nel momento del suicidio. Devo dire che questi intermezzi non mi sono sembrati integrati con la narrazione e sembrano un’aggiunta accessoria. C’è sicuramente un bel lavoro con le inquadrature, specie dei volti dei personaggi, che in linea con il genere sono poco truccati e tendenti ad una rappresentazione più “realistica”. Le riprese si alternano tra quelle molto dinamiche nelle scene ambientate in strada a quelle più statiche e claustrofobiche ambientate nella stanza dove sono presenti i personaggi principali.

Che dire, non è certo un film che si vede tutti giorni, la sua trama è abbastanza sperimentale sviluppandosi sostanzialmente in pochi minuti ma portando in essi grandi e, forse troppo, repentini stravolgimenti. Contando la versione reperibile sul web, vi consiglio sinceramente di starne alla larga, perché non godreste affatto di quei dettagli e particolari che rendono il film interessante, lasciandovi solo alla narrazione con tutti i suoi limiti.

L’Isola dei Dispersi (Die Insel der Verschollenen) – Urban Gad (1921)

vlcsnap-2019-06-17-19h27m33s374Il progetto fantascienza, come sapete, è parte della preistoria del sito ed ha accompagnato la sua esistenza per più di un anno. Oggi andrò a recensire uno di quei film difficili da trovare, edito ma presente solo come contenuto speciale all’interno di un’edizione particolare del documentario Lost Soul: The Doomed Journey of Richard Stanley’s Island of Dr. Moreau (2014). Il costo della “special 3-disc house of pain edition” non era esattamente contenuto e così ho cercato per anni di recuperare il film per vie traverse senza riuscirci per poi mettermi l’anima in pace e sborsare i soldi prima che uscisse definitivamente dal commercio e diventasse magari una rara perla per collezionisti. Di solito ad una ricerca tanto lunga segue la delusione per un film non all’altezza delle aspettative ma le mie aspettative erano bassissime, perché il web ne parla come un film orrido, forse tra i più brutti di sempre. Inutile dirvi che invece…mi è piaciuto! Da amante di Bela Lugosi ho visto a bizzeffe di film del genere, e quando leggerete la trama capirete a cosa mi riferisco:

Il giovane Robert (Alf Blütecher) scopre casualmente sul giornale che Jane (Hanni Weisse), la prima moglie sparita misteriosamente, è in realtà viva ed è riuscita a rendere nota la sua posizione. Il ragazzo si è però nel frattempo risposato con Evelyn (Ludmilla Hell) ma è comunque scosso dalla vicenda. Cosa fare? Chiede all’amico Ted (Tronier Funder) un consiglio e questi, avendo i giornalisti alle calcagna per una balla troppo grossa, decide di andare con lui a recuperare Jane. Scoprono che la ragazza si trova su un’isola selvaggia, abitata dal Professor Mc Clelland (Erich Kaiser-Titz) e dal suo assistente asiatico Fung-Lu (Nien Tso Ling).  Il Professore compie esperimenti sugli animali rendendoli umanoidi e mostruosi e tra questi la sua creatura prediletta è una sorta di uomo scimmia (Umberto Guarracino). Per evitare che il suo segreto venga svelato (egli infatti è il celebre Professor Thomson scomparso da anni per portare a compimento i suoi piani), distrugge la nave dei protagonisti e li costringe a restare sull’isola. L’ultimo esperimento del Professore prevede di impiantare in esso un cuore umano e Jane è la donatrice prescelta. Nel finale concitato Fung-Lu, ribellandosi al suo padrone, gli consegna il cuore di una tigre invece che quello della ragazza rovinando l’esperimento. Successivamente la baracca/laboratorio prende fuoco facendo perire il Professore e tutti i suoi esperimenti. I nostri eroi verranno rintracciati e salvati da una nave inviata da Evelyn.

Il film è chiaramente un adattamento de L’isola del Dottor Moreau di H.G. Wells, in cui un Professore pazzo faceva esperimenti su uomini e animali provocando l’orrore in intere generazioni di lettori e ispirando tantissime trasposizioni cinematografiche. Questa non è la prima trasposizione, come si legge spesso in giro, ma ve ne era una precedente francese girata nel 1911 ma distribuita nel 1913 dal titolo Ile d’Epouvante. Come detto sopra Die Insel der Verschollenen non mi è affatto dispiaciuto, di certo a tratti la trama scricchiola e i comportamenti dei vari personaggi non pensati benissimo (in particolare Robert), aggiungiamo la sezione razzista in cui il personaggio nero che già faceva una sorta di maggiordomo diventa si trasforma in un selvaggio africano per stare con l’ultima sopravvissuta di una stirpe nativa. Ovviamente sarà proprio il personaggio nero a combattere contro lo scimmione (venendo per altro sconfitto). Altra etnia e altri stereotipi, il personaggio orientale è dipendente da oppio e non esita a fare di tutto per ottenerlo, anche se alla fine si redime dando al Dottor Thomson il cuore di una tigre invece di quello della ragazza. Ma questi elementi erano un po’ il cardine di questo genere, che potremmo definire b-movie horror/fantascientifico, che ebbe tanta fortuna nel sonoro ed era indirizzati ad un pubblico medio-generico che non voleva stare troppo a pensare alla trama o ai dialoghi ma concentrarsi sul puro intrattenimento e sullo stupore orrorifico dato da creature spaventose e uomini dalla folle genialità. Questo Die Insel der Verschollenen è il primo film in ordine cronologico che ha questo tipo di gusto unito a una sensibilità che si ritrova in altri film sonori prodotti dagli anni ’30 in poi, anche solo per questo lo consiglierei a chi, come me, si è avvicinato al muto partendo dal grande amore per gli Horror anni ’30 e ’40.

Rebus Film Nr. 1 – Paul Leni (1925)

giugno 13, 2019 Lascia un commento

rebus-1Dopo il suo capolavoro, Il Gabinetto delle figure di cera, Paul Leni nel 1925 ebbe una sorta di pausa creativa. Lavorò molto ma a progetti piccoli, forse per fatica o per una certa acquisita soddisfazione che affievolì l’impulso del suo estro. La fama gli garantì la fiducia e la stabilità che gli permetterà poi di fare il gran salto negli Stati Uniti.

Fu contattato per realizzare due scenografie per due film minori, Der Farmer aus Texas di Joe May – lo stesso regista-produttore col quale Leni iniziò la sua gavetta – e Die Frau von vierzig Jahren di Richard Oswald che, tratto a un romanzo di Vita Sackville-West, vede l’esordio sullo schermo di Dina Gralla.

Nel frattempo una società di produzione che si occupava di extra, di specials e di tutto il materiale che veniva proiettato nell’intervallo tra più film ebbe un’idea originale: realizzare dei brevi film in forma di rebus, distinti in due parti, una con il rebus stesso e l’altra con la soluzione, da proiettarsi prima e dopo un film. Non si hanno notizie di altri simili tentativi, eppure il risultato è discreto e, al tempo, avrebbe potuto destare una certa attenzione o quanto meno augurare un filone “enigmistico”.

Non fu così, ma se oggi possiamo vederne uno (sugli otto prodotti, gli altri sono andati tutti perduti) è forse per la fama del suo autore. A dirigere l’opera fu contattato proprio Paul Leni a cui andò sicuramente a genio un’opera totalmente “decorativa” e del tutto libera. Per tale libertà oggi Rebus n.1 viene inserito nel filone sperimentale e avanguardista, ma non fu certo pensato e messo in opera come un “prodotto d’arte”. Leni probabilmente si divertì molto a realizzarlo, Rebus è un gioco e giocando fu realizzato.

Il montaggio e gli effetti, compresa l’animazione del croupier e del cruciverba, richiamano inevitabilmente i lavori francesi, tedeschi e olandesi dell’avanguardia degli anni precedenti. Si pensi a Ruttmann, Leger, Richter; se avesse voluto Leni avrebbe potuto produrre lavori di pari importanza e sarebbe stato interessantissimo vedere cosa realizzò nei rebus successivi, se ripeté sé stesso o se la sua tecnica si spinse oltre.

Rebus n.1 ha come soluzioni jazzband, ice, india, arena, paris e nine e svelare la soluzione è come offrire spoiler con un ritardo di quasi cento anni. Ma qui, come in molti altri casi, se stiamo parlando di un film non è per far sapere “come va a finire”, ma per ragionare su cosa tale soluzione sveli. Tradotta in altri termini la soluzione è: musica, esotismo, vita alla moda: il meglio che in quegli anni potevano offrire la vita delle città e il cinema di intrattenimento. Le riprese dall’India e dalla Spagna sono vedute in pieno stile Lumiere; l’estrazione del ghiaccio richiama lo stile documentaristico del tempo; il casinò, la vita notturna, le sale da ballo richiamano quell’eccitante caos tanto caro a chi frequentava le sale cinematografiche a cui i Rebus erano destinati.

Se c’è qualcosa di sperimentale è nei testi ad opera di Hans Brennert – purtroppo nella versione che circola su youtube non sono compresi – che fanno “recitare” il croupier animato, nominato Mr. Rebus. Il suo affermare «Sono il primo cruciverba su pellicola» o, al termine del rebus, «non c’è nulla di irrisolto in me» aggiunge una dimensione – quasi uno sfondamento della quarta parete cinematografica – che all’epoca non era per nulla convenzionale: quella dell’interazione.

Ad avere gli altri Rebus forse la valutazione critica di Leni sarebbe di altro tipo. Chissà che non vengano scoperti, tra decenni, nei fondi di qualche cineteca privata.

Nel paese del caldo mattino (Im Lande der Morgenstille – Goyohan achim-ui nala-eseo – 고요한 아침의 나라 ) – Norbert Weber (1925)

vlcsnap-2019-05-20-00h21m12s251Non sono un grande appassionato di documentari muti, eppure questo, per qualche strana ragione, mi ha attratto fin da subito, forse perché ha un’anima molto attuale, almeno nella prima parte. Il regista, Padre Norbert Weber, era un missionario benedettino che era andato in Corea per portare la cristianità nella penisola asiatica. Nel farlo, decide per qualche motivo che potrebbe essere interessante riprendere le usanze culturali del paese e poi mostrare quello che loro stavano facendo lì. Lo spirito delle riprese è contenuto in due didascalie: “il missionario è uno straniero che deve imparare a capire le persone per poter diventare un tutt’uno con loro”. Per certi versi la sua è una forma mentis simile a quella degli antropologi, che cercano di vedere le caratteristiche del popolo che stanno studiando immergendosi nella loro cultura e vivendo con loro.

Per gusto personale la prima parte è quella che preferisco: qui ci viene mostrano il modo in cui i coreani coltivano il riso, creano sandali o fanno vasi. Una parte piuttosto corposa è poi dedicata alle le loro credenze religiose, tra buddismo e “paganesimi” vari (sic.). Visto che il mio interesse documentaristico è più orientato verso l’etnografia, la seconda ora, interamente dedicata alle attività che si svolgono all’interno della missione, mi ha preso molto meno. Una delle cose più divertenti di questa parte, da insegnante, è stato però vedere i poveri coreani costretti a imparare il latino e tradurre frasi da una lingua all’altra (ultima foto in fondo).

In generale vedere la Corea molto prima della Guerra e della sua divisione mi ha colpito molto. Attraverso le immagini ci si rende conto di come passi il tempo e come le culture possano cambiare nel giro di un secolo! La prima ora la consiglierei sinceramente a tutti, la seconda un po’ meno. Più delle mie parole lascio parlare le immagini.