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Archive for the ‘1910-1919’ Category

Ossessione salsicce

febbraio 1, 2016 Lascia un commento

21semalvCon il progetto fantascienza mi sono soffermato su diversi cortometraggi dedicati a dei fantastici generatori di salsiccia a manovella. Fortunatamente altri corti di questo tipo sono usciti fuori dal dimenticatotio. Quella delle salumerie meccanica era una vera e propria ossessione, dimostrazione che la voglia delle salsicce è sempre stata un must in tutte le epoche, probabilmente specie all’epoca quando il potere d’acquisto era mediamente più basso. Se qualcuno sognava la pietra filosfale, ecco quindi il Santo Graal degli amanti dell’insaccato. Signore e Signore, sono lieto di presentarvi le fantastiche salumerie meccaniche!

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– Making Sausages – George Albert Smith (1897)

Questa di George Albert Smith è il primo remake conservato della serie “salumerie meccaniche”. Nel video vediamo quattro uomini alle prese con una macchina per salsicce a manovella. Peccato che le salsicce siano fatte con cani e gatti! Nello stesso anno uscì The sausages machine, il cui regista è ignoto, seguendo la scia di remake internazionali di cortometraggi francesi diventati celebri.

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– Fun in a Butcher Shop – Anonimo (1901)

I cani sono i migliori amici dell’uomo? No! Meglio una salsiccia! Un tempo la comicità era differente e l’attenzione ai diritti degli animali molto meno considerata. In questa versione del 1901, alcuni padroni preferiscono di gran lungo mangiare piuttosto che dover sfamare i propri amici animali. Peccato che ci sia un disturbatore che non permette ai due gestori di fare il loro lavoro. Come fare a liberarsene? L’uomo viene gettato nella macchina, peccato che le salsicce di carne umana siano tutte da buttare.

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Aggiornamenti fantascientifici

ottobre 25, 2015 1 commento

Con colpevo ritardo ecco alcuni aggiornamenti al progetto fantascienza segnalatami, quasi un anno fa, dal gentilissimo Oskis War. I corti qui di seguito seguono in parte schemi già visti in precedenti corti, magari ampliandoli e rendendoli più enteressanti. La costante sono le macchine volanti, come spesso accade nella fantascienza di quegli anni. Si passa da viaggi straordinari in giro per i pianeti e non solo, fino a un futuro per la polizia nel mitico anno 2000. Unico corto a discostarsi è il divertente Electric Transformation che gioca su fantasiosi impieghi per la corrente elettrica.

– A la conquête de l’air – Ferdinand Zecca (1901)

Prima versione di corti relativi alle macchine volanti tipo The Twentieth Century Tramp di Edwin S. Porter (1902) o il più articolato Rescued in mid air di Percy Stow (1906). In pochi minuti un uomo fluttua magicamente nell’aria con il suo trabiccolo volante. Di Ferdinand Zecca avevamo avuto modo di parlare alcune volte in passato (fu autore di una versione di Quo Vadis?), qui finalmente lo vediamo brevemente all’opera.

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– Electric Transformations – Percy Stow (1909)

Uno scienziato riesce a trasformare le fattezze delle persone attraverso l’elettricità. Una signora ne fa le spese quando si ritrova con l’aspetto dell’inventore. Ci penserà un’altra ragazza a riportare tutto alla normalità…o quasi.

Carine le fasi di trasformazioni e divertente l’idea, comunque niente di straordinario. In generale il film rientra nel genere di “esperimenti con l’elettricità”, che si pensava potesse rivoluzionare il mondo molto più di quanto non avesse fatto.

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– La Police en l’an 2000 – Anonimo (1910)

Questo divertente corto è dedicato ad un’immaginaria polizia del 2000, in grado di pattugliare su dirigibili le strade della città. Come fare per catturare i criminali da lassù? Ecco delle fantastiche tenaglie estensibili e una cella provvisoria a bordo dove infilare i malfattori. Terminata la ronda i prigionieri vengono scaricati attraverso un tubo direttamente nella stazione di polizia, cani ruba-salsiccia compresi.

Il corto racconta simpaticamente le aspettative di sviluppo tecnologico per le forze dell’ordine. Come spesso accade in questo periodo l’occhio del regista si sposta verso il cielo. Vederlo nel 2000 vi farà certamente divertire.

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– The Automatic Motorist – Walter R. Booth (1911)

Variante più complessa di The “?” Motorist dello stesso Booth (1906).Il corto ricorda molto i viaggi fantastici di Mèliès, indubbi ispiratori della vicenda.

Quale miglior autista di un robot per due novelli sposi? Il folle guidatore si porterà sulla luna e su saturno il suo inventore, gli sposi, un poliziotto e un cane rimasti aggrappati sul retro della macchina. Arrivati su saturno eccoli attaccati dagli alieni. Finiranno nell’acqua e infine, saranno riportati a terra da un tiro di schioppo.

Storia divertente per le sue trovate che migliora, se possibile, il vecchio episodio di Booth. L’immagine della macchina sui vari pianeti con il poliziotto e il cane attaccati sul retro del mezzo valgono da sole la visione di The Automatic Motorist.

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L’emigrante – Febo Mari (1915)

luglio 16, 2015 1 commento

L’emigrante di Febo Mari, presentato al Cinema Ritrovato nella sezione dedicata a Valentina Frascaroli, rientra in quei film in cui l’attrice italiana è praticamente scomparsa. In questo caso il problema è dato dai tagli apportati alla versione in nostro possesso. Andiamo per ordine. Il film parla di un emigrante, Antonio (Ermete Zacconi) che parte per il Sud America in cerca di fortuna. Lascia a casa la figlia Maria (Valentina Frascaroli) e la moglie (Enrica Sabbatini). Arrivato a destinazione diventa un manovale e a causa di un incidente si infortuna e diventa inabile al lavoro. Viene truffato dalla compagnia di assicurazioni che gli fanno firmare un certificato in cui rinuncia a ogni indennizzo. Antonio, come potete immaginare, è analfabeta e ignora cosa sta facendo. Torna allora a casa e la storia si interrompe con un taglio netto e una strana didascalia che ne predice un avvenire migliore: “Nella vecchia casa accanto alla coppia felice Antonio può dimenticare il passato ritrovando la perduta felicità”. Questo taglio, nonché la didasacalia piuttosto oscura, ha insospettito gli studiosi che si sono messi sulle tracce di documenti relativi al film. Quanto scoperto ha dell’incredibile. Nella versione originale Maria, per provvedere alla madre malata, inizia a frequentare un ricco conte (Amerigo Manzini), che la porta probabilmente verso una vita fatta di eccessi e amoralità. Il loro rapporto è inizialmente mediato da una mezzana (Lucia Cisello), che in una delle poche immagini in nostro possesso, porta una lettera della Frascaroli al conte. Tornato a casa Antonio, diventato probabilmente un portantino della stazione, scopre cosa sta succedendo e riporta la figlia sulla retta via.

Il film era insomma ben più strutturato di come ci appare oggi e, ancora una volta, è proprio la Frascaroli a fare le spese di questo netto taglio alla storia. Tanti i temi interessanti: anzitutto quello dell’emigrazione verso il Sud America, specie in Argentina, fenomeno che in quegli anni era molto diffuso e che si può vedere concretamente anche oggi, senza andare troppo a scavare, con la presenza degli oriundi nelle nazionali sportive. In questo caso troviamo anche una sorta di emigrazione di ritorno: in effetti chi emigra, molto spesso, ha come aspirazione il ritorno in patria. Qui ovviamente il ritorno è forzato per via dell’infortunio sul lavoro che porta ad altre due problematiche: la mancanza di misure di sicurezza e le truffe ai danni dei lavoratori, che sono strettamente collegati alla non alfabetizzazione delle fasce più deboli. Tanta carne al fuoco, insomma, talmente tanta che il film che abbiamo presenta solo le vicende del migrante, lasciando da parte quelle della Frascaroli e delle sue vicende sentimentali. Ancora una volta ci siamo persi l’opportunità di vedere Valentina Frascaroli alle prese con un ruolo molto interessante, una dimostrazione della capacità dell’attrice di spaziare con facilità tra generi molto diversi tra loro.

Tigre Reale – Giovanni Pastrone (1916)

Dopo Il Fuoco (1915), Giovanni Pastrone, ancora sotto lo pseudonimo di Piero Fosco, dirige nuovamente Pina Menichelli in una delle sue interpretazione più memorabili. Alla fotografia sempre Segundo De Chomón, qui assieme a Giovanni Tomatis. Il film rientra, assieme a L’emigrante (1915) in quella categoria di film in cui Valentina Frascaroli è scomparsa, qui addirittura presente nei titoli di testa e poi assente. Dopo attente ricerche si è arrivati alla soluzione: la versione in nostro possesso e donata al Museo del Cinema dallo stesso Pastrone, differisce da quella originale e probabilmente pensata per il pubblico estero. La storia si ispira tra l’altro da una novella giovanile di Verga e, come vedremo, il finale rimastoci si distanzia stranamente da essa.

La storia è la seguente: L’ambasciatore Giorgio La Ferita (Alberto Nepoti) si innamora perdutamente della contessa Natka (Pina Menichelli). Ella è nota per non impegnarsi mai con i propri spasimanti e si narra che abbia portato alla morte molti uomini. Natka è sposata con un conte (Gabriele Moreau) che le è spesso lontano e dimostra nei suoi confronti pochissima attenzione. Un giorno lei racconta a Giorgio di essersi innamorata solo una volta di un predone delle steppe noto come Dolski (Febo Mari). Tra i due era nata una folle passione, tanto che quando un editto aveva costretto l’uomo all’esilio, lei era fuggita da suo marito pur di stargli vicino. Giunta da lui, ecco la terribile scoperta: il suo amato si era nel frattempo trattenuto con un’altra donna. Folle per il dolore Natka era fuggita e davanti alle suppliche di lui era diventata sorda. Così quando Doski aveva minacciato di uccidersi la contessa aveva risposto malignamente: “fallo, è bello!”. Da lì l’estremo gesto dell’amato e la conseguente disperazione della donna. Eppure un nuovo amore era germogliato in lei: quello verso Giorgio. Natka era gravemente ammalata di tubercolosi e promette che quando avrebbe sentito vicina la morte sarebbe tornata per morire tra le braccia di Giorgio. Qui la cesura tra le due versioni. In quella conservata Giorgio si sta per fidanzare quando riceve la notizia dell’arrivo della contessa. Fugge da lei e mentre stanno insieme scoppia un terribile incendio. Il conte muore nello stesso, mentre i due si salvano miracolosamente. Nel finale, stranamente a lieto fine, Natka guarisce e i due possono vivere la loro esistenza finamlente felici.

E la Frascaroli? Nel primo finale Giorgio si era in realtà sposato con Erminia (Valentina Frascaroli) da cui aveva avuto un figlio. Quando scopre che Natka è arrivata, fugge dalla sua vecchia fiamma proprio quando il loro figlioletto si ammala di difterite. Erminia, indecisa su cosa fare, decide di aspettare il marito prima di dare l’asseso per un’importante operazione. In un crescendo di pathos si alternano le immagini dei due amanti e della sofferenza di Erminia, che alla fine si prende la responsabilità per l’operazione, che riesce. Natka si fa promettere che il giorno dopo Giorgio tornerà, ma non accadrà. Una volta rincasato l’ambasciatore scopre quanto accaduto nella notte. Erminia comprende quanto successo e perdona il marito ma si fa promettere che non tornerà dalla sua vecchia fiamma. Natka muore così in solitudine e Giorgio resta con la sua famiglia. Dal campionario di colore, scopriamo che Erminia, il figlio e Giorgio prendono il treno e passando vedono il conte con accanto una bara. Giorgio capisce e si dispera e la moglie, rivolgendosi al figlio, dice “di a papà che l’ameremo”.

Questo secondo finale, oltre ad avvicinarsi di più alla novella originale, è più coerente con il genere melodrammatico e la moralità italiana. La mentalità dell’epoca era solitamente “tesa a celebrare la funzione sacrificale della donna, sia essa sposa o ‘traviata’ ” (dal catalogo del Cinema Ritrovato 2015). Per questo non si comprende molto il lieto fine della versione rimasta. È stato in particolare grazie al campionario di colore che si è ricostruita la prima versione del film proiettata nei cinema italiani dell’epoca. Probabilmente il finale in nostro possesso era pensato per una cultura estera che era meno severa nei confronti di certi atti. Per questa versione vennero girate scene ex novo, come quella finale a bordo dell’imbarcazione con la miracolosa guarigione di Natka, ci furono anche clamorosi riclicli. Per la scena dell’incendio dell’Hotel vennero infatti usati frammenti tratti da un altro film: L’incendio dell’Odeon di Eugenio Perego (1917). Tra i tanti rimpianti per aver perduto la versione originale, il più grande è certamente quello di aver perso il montaggio alternato Erminia/Natka, in cui la Frascaroli veniva contrapposta per moralità alla diva, Pina Menichelli, che qui rappresentava come da tradizione la femme fatale, la donna peccatrice per eccellenza.  In generale il rimpianto è riassumibile nell’impossibilità di vedere l’attrice alle prese con ruolo tanto drammatico, che avrebbe certamente contribuito a non fare della Frascaroli un’attrice praticamente dimenticata. Basta scorrere gli indici analitici di alcuni dei principali monografie sul cinema muto italiano per rendersi conto che spesso e volentieri non viene neanche citata.

Il Fuoco – Giovanni Pastrone (1915)

luglio 14, 2015 1 commento

Il Fuoco di Giovanni Pastrone, qui sotto lo pseudonimo di Piero Fosco, è un film molto interessante perché dimostra la sua duttilità come regista. Un anno prima usciva Cabiria, che aveva cambiato per sempre la storia del cinema, caratterizzato da scenografie maestose e dalla presenza di milioni di comparse. Con il Fuoco ecco invece il ritorno all’essenziale con una vicenda che ruota tutto intorno a due attori e poco altro. Tema principale è la passione, il fuoco che arde nell’animo umano quando scoppia l’amore.

Una giovane poetessa (Pina Menichelli) e il pittore Mario Alberti (Febo Mari) si incontrano sulle rive di un lago mentre entrambi racchiudono con la loro arte uno splendido tramonto vermiglio. Per Mario è un colpo di fulmine. La poetessa, donna dal fascino mortale, si crogiola di questo sentimento. Una sera giunge a casa del pittore e gli propone due possibilità: restare dove si trova o seguirla, ma tenendo presente che il loro rapporto sarà breve, ma intenso: “Vedi! Come la passione la sua fiamma si leva fino al cielo e abbaglia. Ma dura solo un attimo”. L’uomo la segue fiducioso, e grazie a lei riesce a diventare un pittore famoso. Ignora che la poetessa è già sposata e così, al ritorno del ricco marito, lei lo abbandona senza troppe spiegazioni. Il giovane, vistosi respinto impazzisce per il dolore.

In questa sua prima prova cinematografica, Pina Menichelli si mostra come donna-gufo: forte, indipendente e fatale. Dice Gian Piero Brunetta: la Menichelli è soprattutto  “la femme fatale […], l’essere dotato di uno sguardo che paralizza, un bacio che avvelena e di un abbraccio che soffoca e precipita negli abissi del peccato”¹. Questa è la caratteristica di molte delle donne protagoniste dei film italiani e sarà proprio questo elemento a rendere l’attrice una delle grandi dive. Sarà così anche per Tigre Reale dello stesso Pastrone (1916), nonostante la problematica legata ai finali che affronteremo nell’articolo dedicato. Caratteristca particolare di questo racconto è la mancata punizione del personaggio negativo del racconto, che dopo aver rovinato l’esistenza di Mario Alberti torna sprezzante alla vita di tutti i giorni. Il film presenta un rimando a una sezione trattata durante il Cinema Ritrovato, quella della migrazione in particolare per quanto riguarda il Jockey della morte. Anche qui, è presente uno dei grandi nomi del cinema europeo, passato in Italia per fare cinema. Si tratta di Segundo de Chomón che alla fotografia firma la scena più bella del film, quando la menichelli rompe la lampada a olio e mostra quanto può essere ardente ed effimero il sentimento che lei gli promette (immagine ritratta nel manifesto scelto).

¹G. P. Brunetta, Il cinema muto italiano, Bari 2008, pp. 89-90.

The Dumb Girl of Portici – Lois Weber, Philips Smalley (1916)

luglio 10, 2015 1 commento

The Dumb Girl of Portici è una delle più grandi produzioni della Universal degli anni ’10. Questo film è caratterizzato da scenografie curatissime, abbondanza di comparse e un cast che vede in Anna Pavlova l’elemento più interessante. Chi era la Pavlova, semplicemente una delle più notte ballerine degli inizi del secolo scorso, una vera e propria diva internazionale. Tutto quello che faceva aveva un qualcosa in più, potevano esserci altre più brave di lei dal punto di vista tecnico, ma era il suo modo di fare a catalizzare l’attenzione del pubblico. Ecco la trama condensata in poche righe:

La città è governata da un Re tiranno che tasse la popolazione locale pesantemente. I più poveri sono stufi di questa situazione e il portatore di questo malcontento è il carismatico Masaniello (Rupert Jilian). Il giovane Duca d’Arcos (Wadsworth Harris) si traveste da popolano e cerca di vedere da vicino cosa sta agitando le fasce più basse. Qui incontra Fenella (Anna Pavlova), la sorella di Masaniello, con cui ha un breve ma intenso flirt. La ragazza si innamora pazzamente, mentre per il nobile sembra dimenticare presto quanto successo. Infatti il Duca, una volta rientrato nei suoi panni, si sposa dopo pochi giorni con la sua promessa. Proprio il giorno del matrimonio scoppia una rivolta al termine del quale il popolo prende il potere. Masaniello, proclamato leader, viene avvelenato da un suo nemico. La terribile sostanza lo porta ad impazzire facendo tornare il paese in condizioni simili a quelle pre-rivoluzionarie. Il duca può quindi reclamare il suo regno. Nel drammatico finale Fenella si sacrifica per salvare l’amato d’Arcos dalla spada di Masaniello, che rinsavito si uccide per il dolore.

La trama è un visto è rivisto e questo è appesantito da balletti riempitivi che sinceramente ho tutt’altro che apprezzato. Le due ore di film procedevano lente come non mai, e ogni volta che il racconto sembrava terminato ecco sopraggiungere nuovi problemi. Potete immaginare la mia vera e propria sofferenza in sala durante la visione. Per fortuna ci hanno pensato John Sweeney (piano) e Frank Bockius (batteria) ad allevviare la mia pena grazie ad un accompagnamento davvero delizioso e ben progettato. Come avrete capito per me è un film evitabilissimo che consiglierei solo a grandi amanti del ballo o estimatori della Pavlova, qui alle prese con il suo unico lungometraggio. Piccola nota sul restauro davvero ben curato e che ha ridato vita a delle immagini in condizioni davvero pessime.

Per maggiori informazioni guarda il mio articolo su cinefilia ritrovata.

Il Jockey della morte – Alfred Lind (1915)

luglio 5, 2015 1 commento

Per la sezione Emigrazione del Cinema Ritrovato ecco Il Jockey della morte di Alfred Lind. La sua presenza in questa parte è del tutto provocatorio perché testimonia una caratteristica di alcuni grandi personaggi del cinema europeo di stabilirsi in Italia per fare cinema. Questo è il caso dello stesso Lind, che qui lavora per la Vay Film, società di Milano dove tra l’altro è stato girato tutto il lungometraggio.

Conte Raoul de Castelroc viene avvelenato dal suo Sovrintendente che vuole prendere possesso delle sue proprietà. Per diventare ereditiero consegna a dei circensi la figlia del nobile in cambio di denaro e la promessa di non tornare più in Italia. Quindici anni dopo la sorpresa. Giunge al castello il giovane Visconte Henri de Castelroc, nipote del Conte ucciso. Il sovrintendente cerca di liberarsi dell’uomo ma senza successo. E i guai non sono finiti perché il ragazzo scopre cosa è sucesso allo zio. Assieme al fidato domestico si mette alla ricerca della cugina, che lavora in un circo come funambola. Per avvicinarla si fa scritturare eseguendo un pericolo numero a cavalllo, utilizzando come veste scenica un inquietante costume da scheletro. Dopo una serie di rocambolesche fughe, i due cugini si liberano del malvagio Sovrintendente e posso finalmente sposarsi e godersi l’eredità.

Il Jockey della morte è un film che vi strapperà sicuramente qualche risata, voluta o meno che fosse all’epoca dell’uscita. Le diverse trovate per fuggire dagli inseguitori appaiono a tratti tanto assurde da suscitare ilarità. La storia non è nulla di che ed è evidente che è solo un pretesto per mettere in scena una storia romantico-avventurosa ricca di colpi di scena, almeno nell’intenzione. La parte più notevole resta il costume da scheletro del protagonista, che ancora oggi in determinate circostanze fa la sua discreta figura.