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Archive for the ‘1910-1919’ Category

The Star Prince (Twinkle Twinkle Little Star) – Madeline Brandeis (1918)

vlcsnap-2018-06-04-15h21m24s949Siamo nel 1918 e la talentuosa scrittrice di storie per bambini Madeline Brandeis decide di fare una bella accoppiata scrivendo un racconto e mettendosi dietro la macchina da presa per dirigerlo. Parliamo di The Star Prince, uno dei rari film prodotti dalla misconosciuta Little Players Film Company. Particolarità del film è che gli attori sono tutti bambini e quindi, quando devono fare ruoli adulti, indossano parrucche e barbe davvero bruttine. Il film era stato presentato sulla rete come di fantascienza ma si tratta di una fiaba fantastica e quindi non rientra nel genere che abbiamo imparato ad analizzare in questi anni. Per completezza riporto comunque trama ed analisi:

 

Un giorno cade una stella sulla terra e accanto ad essa compare un bambino, il Principe delle Stelle (Zoe Rae). Egli viene adottato da un uomo che lo cresce come suo figlio. Purtroppo il carattere del ragazzo è dispotico nei confronti dei suoi fratellastri e non esita a maltrattarli visto che si considera un principe. Un giorno compare una vagabonda (Edith Rothschild) e il ragazzo aizza gli altri bambini contro di lei umiliandola e picchiandola. Incredibilmente si scopre che la donna altri non è che la madre del giovane, ma lui la scaccia e rifiuta di riconoscerla. La regina delle Fate (Gulnar Kheiralla) vede tutto e trasforma il bambino in uno straccione dai tratti deformi. Il protagonista si pente e decide allora di partire alla ricerca della mamma. La sua vita si intereccerà con quella di una Principessa (Dorphia Brown) a cui è stato predetto il matrimonio con il Principe delle stelle, ma il loro amore verrà ostacolato da un nano cattivo (John Dorland) e da una strega (Marjorie Claire Bowden).

Di rado ho visto un film diretto e montato così male: senza alcun motivo apparente ogni tanto vengono inseriti primissimi piani dei protagonisti che muovono gli occhi o fanno strane smorfie senza alcuna continuità con la scena che si sta svolgendo. Oltre a questo alla Brandeis piace molto inquadrare i personaggi all’interno di forme particolari come la stella, per il Principe, o un giglio per la fatina, cosa che può essere carina se fatta una volta, ma qui la cosa si ripete per più scene e diventa fastidioso. In generale la storia è troppo smielata per i miei gusti, i protagonisti al limite del sopportabile anche a causa del loro stile recitativo che esaspera la gestualità. Si tratterà pure di un film per bambini degli anni ’10, ma l’ho trovato davvero indigesto. Da notare anche la presenza di uno scoiattolo, mosso credo con la tecnica stop motion, ma realizzata talmente male che l’animaletto si muove in maniera scattosa e a velocità tripla rispetto al solito. Zoe Rae, attrice che interpreta qui il protagonista maschile, è forse il personaggio più noto del cast ma la sua interpretazione non mi ha certo colpito in positivo. Se qualcuno avesse l’insana curiosità di vedere il film, questo è facilmente riperibile su vimeo.

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I Lupi di Kultur (Wolves of Kultur) – Joseph A. Golden (1918)

Wolves_of_KulturIl Cinema Ritrovato 2018 ci ha regalato la grande sorpresa della riapertura del Cinema Modernissimo, seppur ancora totalmente da ristrutturare. Per i fortunati che erano a Bologna durante il festival è stato possibile visionare in questa splendida cornice il serial americano Wolves of Kultur, che secondo indiscrezioni doveva essere alternato a I Topi Grigi ma invece così non è stato. La serie presentata è molto simile ad altre che abbiamo recensito su queste pagine, come The Master of Mystery con Houdini, ovvero una serie di episodi riempitivi che poco aggiungono alla trama, tanti stunt e colpi di scena confezionati al solo scopo di riportare a teatro o al cinematografo gli spettatori settimana dopo settimana.

wolves2Ecco la lista degli episodi :

  1. The Torture Trap
  2. The Iron Chair
  3. Trapping the Traitors
  4. The Ride to Death
  5. Through the Flames
  6. Trails of Treachery
  7. The Leap of Despair
  8. In the Hands of the Hun
  9. Precipe of Death
  10. When Woman Wars
  11. Bretwixt Heaven and Earth
  12. Tower of Tears
  13. The Hun’s Hell Trap
  14. Code of Hate
  15. Reward of Patriotism

Il Dr. Grayson ha inventato un missile potentissimo che può essere telecomandato fino alla destinazione voluta. Lui vorrebbe usare questa scoperta per porre fine a tutte le guerre ma la banda dei Lupi di Kultur lo uccide e ruba i piani per l’arma. La nipote Alice Grayson (Leah Baird) assieme al fidanzato Bob Moore (Charles Hutchison) si mette sulle loro tracce dei banditi per fermare il loro piano diabolico. Purtroppo vengono presto scoperti e il terribile Henry Hartman (Austin Webb), capo della banda, attenta più volte alla loro vita grazie anche all’intervento del suo braccio destro Carter (Karl Dane). Indaga sulle vicende anche Barclay (Sheldon Lewis), un poliziotto che è convinto che Alice possa far parte della banda. Tra inseguimenti e fughe mozzafiato alla fine i nostri eroi riusciranno a liberare il mondo da questa terribile minaccia.

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Come detto questa serie non è niente di particolarmente eclatante per chi ha visto altre serie americane di epoca successiva. Riporto quanto ho scritto per Cinefilia Ritrovata: “Come accadeva per i grandi romanzi pubblicati sui quotidiani, ogni episodio termina con un climax, quando i protagonisti sono in pericolo di morte e con l’invito a tornare a teatro la settimana successiva per conoscere la loro sorte. Gli episodi, di venti minuti ciascuno, sono schizofrenici, con i personaggi in perenne movimento, imprigionati e liberati più volte, pronti a combattere contro ogni avversario con zuffe e parapiglia spettacolari. Bob passa più tempo in acqua o a mezz’aria piuttosto che a terra, del resto gli stunt erano e sarebbero stati un marchio di fabbrica del suo interprete Charles Hutchinson. Di certo il film è pieno di naiveté e cattivissimi membri della gang commettono leggerezze inaccettabili, tanto che la stessa Alice arriverà ad ammetterlo in una didascalia dell’ultimo episodio. Ma questa componente è ovviamente indispensabile affinché il serial possa continuare per 15 lunghi episodi, la maggioranza dei quali è evidentemente un puro riempitivo tanto da rendere possibile la comprensione di tutta la storia guardando solo i primi e gli ultimi episodi.” Insomma tante zuffe e poco più per una serie che se, da una parte, ha segnato un’epoca e influenzato le produzioni locali successive, dall’altro ha tantissimi limiti che mi portano a consigliare allo spettatore di vedere solo i primi e ultimi episodi della serie. Per chi fosse interessato è possibile acquistare la versione ridotta a un prezzo veramente modico su amazon.com. Potrebbe essere un modo per vedere in appena due ore i momenti salienti della serie senza perdere troppo tempo dietro ai singoli episodi che per altro non sono attualmente reperibili.

Il cinema di Olga Rautenkranzovà

Durante il Cinema Ritrovato 2018 sono stati presentati i due unici film girati della regista cecoslovacca Olga Rautenkranzovà, succesivamente scomparsa nel nulla. Che fine avrà fatto? Lo abbiamo chiesto anche a Jeanne Pommeaux del Národní filmový archiv che non ha saputo darci una risposta, ma speriamo che in futuro venga fatta una ricerca per capire meglio chi era questa pioniera del cinema ceco.

– Kozlonoh – Olga Rautenkranzovà (1918)

kozlonohKozlonoh è un breve corto presentato durante il Cinema Ritrovato 2018. Una giovane contessa (Olga Rautenkranzovà) sogna il grande amore. Vagando nel giardino si siede su una panchina con dietro la statua di Pan. Sentendo il desiderio della giovane, la statua prende vita e le promette di esaudire il suo desiderio ma a costo di condividere con il satiro i loro momenti felici. Giunge alla corte Felix (Oldrich Kminek) che si innamora della ragazza. Purtroppo ogni volta che i due stanno insieme Pan si intromette, anche se, stranamente, è solo lei ad accorgersi della sua presenza. Come mai? Si tratta ovviamente di un sogno, ma la realtà a volte è meglio della fantasia: Felix giunge a palazzo e si innamora realmente della contessa, stavolta senza interferenze mitologiche.

La storia di Kozlonoh è estremamente semplice ma ben fatta, con l’intrusione di un elemento classico che, da grecista, mi ha colpito in positivo. Si tratta di un grazioso antipasto prima del più complesso Učitel orientálních jazyků.

– Učitel orientálních jazyků – Olga Rautenkranzovà & Jan S. Kolár (1918)

ucitelUčitel orientálních jazyků è il secondo e ultimo film della regista ceca Olga Rautenkranzovà che diresse il film assieme al più noto Jan Kolàr. Si tratta di una commedia fresca e divertente a tema orientale. I personaggi sono ben pensati e le gag non troppo scontate.

Sylvia (Olga Rautenkranzovà), figlia del Conte Chuarez (Josef Rovensky), è una divoratrice di libri. Un giorno, recatasi nella biblioteca locale, incontra il bel docente di Turco, d’Algeri (Quido del Noce). La giovane, con la scusa di voler imparare la lingua ottomana, inizia a frequentare il corso del ragazzo e la impara in brevissimo tempo. Quando però d’Algeri chiede al Conte la mano della figlia, questi rifiuta dicendo che non ha abbastanza denaro per soddisfare i capricci della giovane. Colpo di scena: al conte viene proposto il ruolo di Ambasciatore a Costantinopoli (sic!), ma a condizione di imparare la lingua. Inizia suo malgrado a frequentare i corsi dello spasimante della figlia, la quale, per spingerlo ad imparare la lingua, si traveste da odalisca e seduce il padre impartendogli alcune lezioni. L’inganno viene presto scoperto, ma l’ira del conte di stempera quando riceve la notizia dell’assegnazione del ruolo a cui aspirava: in un eccesso di buonumore decide allora di accettare che la figlia e il professore si sposino.

Sebbene sia un po’ strambo, il film mi ha divertito davvero molto. Tra le varie assurdità presenti, segnalo il fatto che una persona possa imparare alla perfezione una lingua complessa come il turco in pochi giorni; inutile dire che la cosa ha suscitato le risate del pubblico in sala! C’è poi una sottotrama evitabile in cui il signor Pepperstein (Eman Ferenc Futurista), membro del club degli antifemministi, si innamora di Sylvia vedendola uscire dallo studio di d’Algeri. Inizia quindi a seguirla facendole anche una foto di nascosto creando gag piuttosto evitabili. Per fortuna queste scene non si dilungano più di tanto. Gli altri personaggi sono decisamente ben costruiti e la Rautenkranzovà è veramente spumeggiante nel ruolo della finta odalisca. Peccato la sua carriera sia stata così breve!

L’Avarizia – Gustavo Serena (1918)

avarizia3L’avarizia, presentato durante il Cinema Ritrovato 2018, è uno dei capitoli della serie sui Sette Peccati Capitali (1918-1919) prodotto dalla Bertini Film e dalla Caesar Film di Roma che vedeva come protagonista assoluta la diva Francesca Bertini. Trovare informazioni su questi film nella letteratura generica è piuttosto difficile, complice una riscoperta tardiva del fondo e la mancanza di una distribuzione home video. I film sono stati ritrovati nella Cineteca di Praga (Národní filmový archiv) in due versioni: una con intertitoli in ceco e una in tedesco per le minoranze locali. La serie fu esportata nell’allora Cecooslovacchia negli anni ’20 ed ebbe un notevole successo. Tutti i capitoli dei Sette peccati capitali vennero presentati nella loro versione restaurata durante il Cinema Ritrovato 2003 in una sezione interamente dedicata alla Bertini. A distanza di 15 anni, in occasione del centenario della serie, si è deciso di riproporre l’avarizia come capitolo simbolo, in attesa forse di proporne altri il prossimo anno.

Riporto la trama ampliando quella scritta per Cinefilia Ritrovata: La vicenda narra della storia d’amore tra Maria Lorini (Francesca Bertini) e il giovane Luigi Bianchi (Gustavo Serena). Entrambi vivono a stretto contatto con l’avarizia: lei ha una zia malata che nonostante stia sempre a letto si fa consegnare lo stipendio che la ragazza guadagna come sarta; il padre di lui (Franco Gennaro) ha messo da parte una fortuna come usuraio ma nasconde i proventi di questo sporco guadagno fingendosi povero. Quando il padre di Luigi scopre la loro relazione si mette d’accordo con il Conte Poretti (Alfredo Bracci), che desidera la ragazza, per farli allontanare. Con una messa in scena fanno credere a Luigi che Maria lo tradisca. La zia muore di crepacuore e Maria scopre gli averi che aveva tenuto nascosti. Con il denaro decide di aprire la sua casa di moda ma presto si ritrova piena di debiti. Il conte si fa quindi avanti e, fingendo di considerarla una sorta di sorella, le offre di prestarle il denaro necessario a portare avanti l’attività. Una sera Poretti, stufo dei continui rifiuti della ragazza, cerca di violentarla e Maria lo uccide con un colpo di pistola. Viene quindi imprigionata e uscita dal carcere inizia a frequentare posti poco raccomandabili, bevendo, fumando e forse vendendo il suo corpo. Il padre di Luigi muore e, pentendosi, rivela al figlio quanto successo a Maria. Finalmente libero da preoccupazioni economiche Luigi riesce a rintracciare la giovane e salvarla dalla sua misera condizione.

Avarizia4Il personaggio interpretato dall Bertini, nella migliore delle tradizioni melodrammatica, è il centro della vicenda: tutto quello che accade intorno a lei la porta vorticosamente verso la perdizione. La giovane Maria non ha colpa di quanto accade, ma è l’avarizia e la lussuria altrui che la trascinanano verso un baratro di declino morale apparentemente senza via d’uscita. Fortunatamente la provvidenza ha in serbo un futuro felice per i due giovani innamorati, che con la morte dei peccatori potranno finalmente sposarsi e vivere insieme. Il film è ben costruito e diretto, la Bertini riesce ad accentuare l’evoluzione della situazione del suo personaggio passando da uno stile recitativo posato a uno più teatrale e ricco di gestualità nelle scene finali. Non mancano elementi involontariamente comici come la rivelazione della vera natura del Conte Poretti, che non era affatto un nobile ma un truffatore il cui vero nome era Porchetti (sic!). Se la cosa a un pubblico cecoslovacco poteva non far ridere, mi risulta difficile che una simile ingenuità potesse essere indifferente al pubblico nostrano!

Non posso che invitare chiunque possa a recuperare presso le cineteche questo e gli altri film della serie, nella speranza che presto possa uscire in edizione home video o digitale.

La figlia della rivoluzione (Revolutionens Datter) – Ottar Gladtvet (1918)

revol1Revolutionens Datter è una commedia che comincia in maniera tragica ma riesce ad affrontare un argomento piuttosto sentito in maniera leggera e piacevole. Come per Banya Titka si parla di una rivoluzione, qui operata da alcuni operai di una fabbrica, ma questo è solo il primo passo verso una storia d’amore divertente e tutto sommato ben raccontata.

Claire Staalhammer (Solveig Gladtvet) è la figlia del proprietario di una nota fabbrica locale. Mentre quest’ultimo maltratta i suoi operai costringendoli a ritmi massacranti, Claire cerca di aiutarli. Un giorno l’operaio Albert Fjeld (Waldemar Holberg) si ferisce ad una mano e lei lo soccorre dandogli una prima medicazione. Il padre, quando lo scopre, la sgrida e invita Albert a proseguire con il lavoro. Presto scoppia una rivolta e il padrone viene ucciso, la figlia viene invece salvata da Albert che la traveste da uomo e la porta nella cittadina vicina in attesa di poterla portare nella città più vicina. Dopo qualche scazzottata, i due riescono a partire e trovare rifugio dal Signor Dalton (Joh. Price), amico di famiglia di Claire, e da suo figlio Jack (Fred Boston). Su invito del padre, Jack inizia a fare la corte alla ragazza non per amore, ma per ottenere le ricche proprietà che con la morte del padre la giovane ha ereditato. Lei accetta a condizione che Tommy, che si vanta di essere un ottimo boxeur, sconfigga Albert in una gara. Dopo un avvio difficile, Albert sconfigge il suo avversario e ottiene la mano di Claire. Anni dopo i due hanno un figlio (Thomas Boston) che sembra avere tutta la forza ed esuberanza del papà.

 

La cosa più divertente del film sono le didascalie, che contengono frasi ad effetto tra cui spiccano: 1) durante una scazzottata Albert scaraventa un uomo fuori dalla porta e l’intertitolo chiosa “Jomfru aveva partecipato a tante risse in terra e in mare ma mai era stato così tanto tempo in aria”. 2) dopo la sconfitta il padre di Jack dice “figlio mio, scusa la schiettezza, ma sei un idiota!”; 3) dopo la vittoria di Albert si scusa con Claire perché non potrà sposare il suo spasimante, ma lei risponde “ho capito che ho bisogno di braccia forti per difendermi” chiedendogli di fatto la mano.

 

Un’altra scena molto divertente è quella in cui Jack cerca di sedurre Claire, il tutto con Albert che si allena senza sosta sullo sfondo cosa che al tempo stesso indica due cose: l’interesse di Claire che lo guarda di continuo e l’assoluta indifferenza con cui viene trattato dai Dalton. Potete vedere la scena nelle immagini qui sopra.

Concludendo Revolutionens Datter è una commedia leggera e divertente, seppur parta da un evento estremamente crudo come quello di una rivoluzione e dell’uccisione di un uomo. La forza del regista, che scrisse anche la sceneggiatura, è quella di riuscire di fatto a far passare sottotraccia questa prima parte mettendo energia positiva e buon umore. Come per Banya Titka il film sembra voler dire che gli echi rivoluzionari sono certamente vicini, ma lo spettatore non si deve preoccupare troppo, perché tutto tornerà presto alla normalità.

Bánya titka – Ödön Uher ifj (1918)

banyatitka2Nel 1910 usciva il bestseller di Max Pemberton dal titolo White Walls. Il suo successo fu talmente ampio che nel 1918 gli ungheresi decisero di ispirarsi al romanzo per farne un film in due parti con regia Ödön Uher ifj. La storia è piuttosto intricata e in alcuni tratti piuttosto inverosimile, ma nel complesso è godibile ancora oggi.

La giovane Contessa Éva Erlach (Mea Melitta alias Dömötör Kató) ha preso possesso di una miniera come eredità. In realtà essa è sotto il controllo del Conte Rudolf (Károly Lajthay) che non vuole cederle il comando e inizia a maltrattare i minatori allo scopo di farli rivoltare contro di lei. Nella miniera vive uno strano personaggio, Jura (Emil Fenyö) a cui gli operai chiedono aiuto quando hanno dei dubbi. Jura è stato cresciuto dalla strega Anna (Mari K. Demjén) e non ha mai visto la luce del sole. Esce dalla sua prigione solo per avvisare Éva di quanto sta succedendo. Per farlo si veste con le effige di un conte locale e per questo viene fatto arrestare dal Conte Rudolf come impostore. La situazione degenera e Éva rischia di essere linciata dal popolo, ma viene salvata in tempo da Jura che evade e la porta con sè. Jura nel frattempo viene ricatturato e portato in un manicomio. Éva, tornata in città, viene a sapere che Jura è realmente di nobili natali: per sfuggire a un attentato, infatti, suo padre lo aveva affidato a un frate assieme a dei documenti che testimonierebbero le sue vere origini. La giovane manda il suo fido amico Lord Robertson (Ottó Torday) dal frate che però non trova più le carte nascoste. Esse sono state infatti sotratte da Pietro Rizzi (Aladár Fenyö) per volere del Conte Rudolf. Da vero italiano stereotipato Rizzi è però un voltafaccia e vende i documenti a Robertson in cambio di denaro e poi fugge per evitare l’ira del padrone. Rudolf sfida Robertson a duello nell’estremo tentativo di recuperare i documenti ma perde la vita. Jura è finalmente riconosciuto come nobile e può sposare Éva e tornare alla miniera come padrone.

 

La storia riprende un filone molto in voga fino all’inizio del secolo scorso, ovvero gli intrighi relativi a discendenze e lignaggi perduti. Anche Tarzan di cui abbiamo parlato ieri, in fondo, parla anche di questo: egli non è altro che figlio di alcuni nobili che per un motivo o per un altro si ritrova privato del suo rango fino al riconoscimento. Jura è però un personaggio molto più interessante di Tarzan perché ha un lato mistico e misterioso che lo rendono decisamente attraente agli occhi dello spettatore. Egli, pur nelle situazioni più intricate, sembra avere tutto sotto controllo grazie alla sua fiducia incondizianata nelle sue capacità dategli dal grande amore che prova per Éva. Particolarità interessante del film, che in questo si differenzia rispetto alla solita simbologia, è che il mondo del bene sembra essere quello dell’oscurità della miniera, da cui Jura si allontana solo perché costretto dagli eventi. Ogni volta che si ritrova nel mondo della luce, il protagonista si ritrova invischiato in vicende che mettono in pericolo la sua vita o quella altrui. Non può che essere logica conclusione il ritorno in miniera, seppur come padrone, e possiamo essere certi che non disdegnerà di passare molto tempo sottoterra insieme ai suoi operai. Unica stranezza nella trama è che il duello è tra un personaggio secondario e l’antagonista invece di coinvolgere, come da tradizione, il protagonista, che di fatto beneficia del lavoro altrui.

 

Il film è stato presentato al Cinema Ritrovato in due parti perché si trattava di fatto di una sorta di serial locale. Come potete vedere dalle immagini che ho riportato, il film è stato restaurato ripristinando la imbibizione originale che impreziosisce alcune scene del film come quella dell’incendio (vedi sopra). Il film venne rilasciato un anno dopo lo scoppio della rivoluzione russa e non è quindi un caso che si sia voluto parlare di una rivolta di operai. L’opinione pubblica era certamente colpita da quanto stava succedendo e la paura generale era che gli echi rivoluzionari si potessero estendere anche in altri stati europei. Il film sembra dare una risposta rassicurante: si può riportare l’ordine facilmente e vivere serenamente e armoniosamente con l’ordine costituito vigente.

Tarzan (Tarzan of the Apes) – Scott Sidney (1918)

Tarzan_of_the_Apes_1918Su un noto gruppo dedicato al cinema muto è da inizio anno che rompono le scatole con il centenario di Tarzan of the apes. Al Cinema Ritrovato c’era una fila chilometrica per entrare in sala, ma io l’ho volutamente bistrattato a favore di un’ora di tregua dalle lunghe sessioni di proiezioni mute. Premetto che io e Alessia abbiamo visto il 79% delle proiezioni mute in programma, e Tarzan non è stata una di queste. L’amore tra me e questa storia non è mai sbocciata: ricordo vagamente mia madre tornare a casa con il libro di Edgar Rice Burroughs, che credo di non aver mai finito o, anche qualora lo abbia fatto, non deve aver lasciato particolari tracce. Quando uscì il film disney ero già grandicello, credo di averlo visto successivamente, ma se non fosse stato per la simpatia che nutro per Phil Collins l’avrei probabilmente ignorato completamente. In compenso da piccolo andavo letteralmente pazzo per Totò Tarzan, anche se oggi, non rivedendolo da almeno 15 anni, ho la vaga sensazione che non fosse propriamente uno dei suoi capolavori. Tutta questa premessa per dire che, nonostante tutte le avversità, ho deciso di recuperare finalmente il primo film di Tarzan e vederlo. I miei pregiudizi saranno stati confermati?

vlcsnap-2018-07-11-13h09m03s044Lord John e Lady Alice Greystoke (True Boardman e Kathleen Kirkham) vengono incaricati di interrompere la tratta degli schiavi nell’Africa Britannica. Durante il viaggio in mare i marinai si ammutiano e i due riescono a salvarsi solo grazie all’aiuto di Binns (George B. French), marinaio che ha a cuore la loro sorte e che li indirizza verso una casa nella fitta foresta africana con la promessa di ricongiungersi a loro più avanti. Passano i mesi, Binns è stato fatto prigioniero dagli schiavisti e Alice ha un bambino. Purtroppo prima che lui compia un anno la giovane muore lasciando John solo con il bambino. Nella foresta, intanto, Kerchack, capo di una tribù di scimmie molto numerosa, ha perso il cucciolo avuto da Kala ed è molto arrabbiato. I primati decidono quindi di rubare il piccolo umano sostituendolo nella culla con la scimmia morta. John muore di dolore e nella casa restano così tre scheletri. Il giovane Tarzan (Gordon Griffith) cresce sano e forte come una scimmia ignorando la sua vera natura. Si imbatte un giorno casualmente in una tribù di aborigeni prima, da cui impara a vestirsi, e nella sua vecchia casa di famiglia. Intanto Binns riesce a liberarsi e raggiungere la casa dove scopre Tarzan e lo istruisce sommariamente. Purtroppo viene scoperto dagli schiavisti che lo costringono a fuggire. Anni dopo Tarzan è cresciuto (Elmo Lincoln) e Binns è riuscito a convincere una spedizione scientifica a venire ad indagare. A capo vi è il Professor Porter (Thomas Jefferson), assieme alla figlia Jane (Enid Markey) e il giovane William Cecil Clayton (Colin Kenny), innamorato perdutamente della ragazza. Tarzan guarda la spedizione da lontano. Un aborigeno rapisce Jane e Tarzan allora interviene per salvarla. Dopo un periodo passato insieme Jane si innamora di lui e gli chiede di restare assieme.

 

Il finale è bizzarro e precipitoso: non sappiamo che fine abbiano fatto gli altri spedizionieri, partiti alla ricerca di Jane, né cosa accadrà ai due (Jane resterà con lui nella giungla o vorrà che lui torni con lei?). Nel romanzo lui la segue in America senza però riuscire a sposarla, qui si vuole forse troncare improvvisamente per evitare di svelare un non lieto fine nel caso in cui il sequel The Romance of Tarzan non fosse stato prodotto. Il secondo film è stato effettivamente girato ma è purtroppo andato perduto, quindi non potrò farmi del male un’altra volta. Per il resto non ho molto da dire se non che i miei pregiudizi sono stati rispettati: gli attori che interpretano Tarzan, forse per sottolineare la natura selvaggia e “sottosviluppata” dell’uomo-scimmia, ripetono espressioni da pirla per tutto il corso del film (vedi foto). Devo dire che anche Jane non è che ne faccia poi di intelligenti. Le loro espressioni buffe mi hanno fatto sinceramente ridere, ma non per questo apprezzare il film. Sicuramente per l’epoca vedere tanti animali selvaggi sul grande schermo avrà fatto un grande effetto, ma nell’epoca in cui i documentari naturalistici possono essere visti ogni giorno ventiquattro ore al giorno questa particolarità non suscita particolare interesse nello spettatore. Questo, unito alla recitazione claudicante rende, a mio parere, il film molto poco apprezzabile da un pubblico contemporaneo. In più non sono presenti neanche particolari stunt che rendono magari film come quelli di Douglas Fairbanks entusiasmanti e spettacolari ancora oggi. Concludendo sento di aver perso un’ora della mia vita che nessuno potrà mai restituirmi. Un centenario che avrei volentieri fatto a meno di festeggiare!