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1914-1920: i film muti di Mimì Aylmer

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Pagine pubblicitarie del film Ri. Ki. Ki. (1917), Cinemagraf, n.1-2, 1917, pp. 12-13.

 

Quasi certamente il nome di Mimì Aylmer suona sconosciuto ai più. Nome d’arte di Eugenia Spadoni (Roma, 29 maggio 1896 – Bologna, 20 ottobre 1992), attrice prevalentemente di teatro, ma anche di cinema muto e sonoro, scrittrice, cantante e musicista, di Mimì Aylmer abbiamo ben poche fonti, ma da queste possiamo raccogliere informazioni molto importanti che ci fanno capire l’evoluzione di una diva minore nella personale carriera artistica dagli anni Dieci agli anni Cinquanta. Sebbene ricopra ruoli marginali o di spalla nelle pellicole che ci sono giunte, Mimì Aylmer passa dalla commedia al dramma con estrema disinvoltura, complice il fatto che ad Aylmer, del cinema, non importi poi molto. Amante del teatro e dei palchi, prova un profondo fastidio nei confronti della macchina da presa, della ripetizione delle scene e del mezzo comunicativo così diverso da quello teatrale. In poche parole, trova impieghi nel cinema solo per ragioni economiche, soprattutto in mancanza di finanziamenti concreti (Aylmer attraversa e vive due guerre mondiali). Eppure ecco che troviamo Mimì Aylmer diretta da Amleto Palermi, Eleuterio Rodolfi e Ugo Falena nei muti, da Mario Camerini, Baldassarre Negroni e Nunzio Malasomma nei sonori, accompagnata da cast artistici di tutto rispetto. La storia del cinema parte proprio da pochi titoli che abbiamo da cui si possono trarre tantissime informazioni e curiosità, titoli nel nostro caso, naturalmente, muti. Tutti i film risultano irreperibili e sfortunatamente perduti.

Questa lista di film ha preso forma grazie allo studio del romanzo autobiografico di Mimì Aylmer (Eugenia Spadoni, 1896-1992) Il Romanzo della mia vita (Milano, Gastaldi, 1966) e grazie alle ricerche svoltesi nell’inverno a cavallo tra il 2019 e il 2020 al fondo Mimì Aylmer della Casa di Riposo “Lyda Borelli” per Artisti Drammatici Italiani di Bologna. Un progetto più ampio sul fondo Aylmer, sui film dell’attrice e sulla sua biografia ha visto la luce nella mia tesi di laurea magistrale in Metodologia della Ricerca sui Media Audiovisivi L’archivio di Mimì Aylmer presso la Fondazione Casa di Riposo “Lyda Borelli” di Bologna, seguita dai proff. Michele Canosa e Paolo Noto.

1914: Colei che tutto soffre (Amleto Palermi, Film Artistica Gloria, Torino). La pellicola segna il debutto al cinema di Mimì Aylmer sotto la direzione di Amleto Palermi. Aylmer viene contattata da Mario Caserini nel 1913 che le propone un provino cinematografico presso gli stabilimenti torinesi della Film Artistica Gloria, dopo averla vista in uno spettacolo teatrale a Roma. Con la partecipazione di Mario Bonnard e Maria Caserini-Gasparini, si tratta di un dramma passionale. Marcello (Bonnard), Duca di Santelmo, ha sperperato tutti i suoi averi per una donna (Aylmer) e raggiunge l’apice della passione quando si ritrova a duellare con un rivale. Sconfitto e ferito, cade in disgrazia e in povertà, arrivando alla sofferta decisione di partire per l’America insieme alla madre (Caserini-Gasparini). Spettatrice di tutte queste disgrazie è proprio quest’ultima, che, una volta attraversato l’oceano, inizia a gestire un ranch, trovandosi giorno per giorno a difendere la propria vita dagli attacchi dei cowboy. Frattanto, Marcello non ha perduto il vizio di cacciarsi in guai di natura amorosa e viene arrestato per aver ucciso un membro della banda del cowboy. Marcello, per conto della legge della prateria, deve essere giustiziato. Ma il sacrificio della madre, che accetta di sottostare ai i desideri del capo-banda riuscendo così a liberare il povero figlio, pone la parola fine alle grandi sofferenze di un uomo e di una madre: si toglie la vita per non essere presa e perdere il suo onore.

1917: Quando nacque la vita…il dolore la uccise! (Regista ignoto, M.I.C.A., luogo di produzione sconosciuto). Nulla o poco più si sa di Quando nacque la vita…il dolore la uccise!. Il film è stato scoperto da Vittorio Martinelli, grazie ad una lettera indirizzata ad Aylmer, nella quale chiede informazioni circa la filmografia muta integrale dell’attrice. Della casa di produzione M.I.C.A. si conosce solo un’altra pellicola dal titolo Due mamme del 1917.

1917Ri. Ki. Ki. (Eleuterio Rodolfi, Jupiter Films, Torino). Ampiamente pubblicizzato dalle riviste di settore, Ri. Ki. Ki. viene menzionato nel romanzo autobiografico di Aylmer sotto il nome di Richichich et Nounounch, trattasi quasi certamente dei buffi nomi dei protagonisti maschili, due perdigiorno che decidono di migliorare le loro vite e trovare due ragazze con cui passare il resto dei loro giorni. Il film appare spesso coi titoli alternativi Rikiki o  Ki Ki Ki e vede la partecipazione di Jolande Joldy e di Eleuterio Rodolfi.

1920: Il Trittico dell’amore (Ugo Falena, Bernini Film, Roma). Si tratta di una “fantasia” in tre novelle (Come si amòCome si amavaCome si ama) ambientate in tre epoche diverse: a fine Settecento, nella seconda metà dell’Ottocento e negli anni Dieci del Novecento. Mimì Aylmer veste in abiti maschili e viene affiancata dalle attrici Silvia Malinverni e Maria Melato; il lungometraggio di Falena viene riportato più volte nel romanzo e negli album del fondo fotografico con il nome di Cupido, probabile titolo alternativo comunicato alla troupe, poi cambiato per volere della Bernini Film.

Potenziali partecipazioni a film muti mai realizzati o a cui Mimì Aylmer non prende parte.

1922Glauco (Leopoldo Carlucci, Compagnia Grandi Edizioni Cinematografiche – De Palma & C., Milano). Questo film sembra essere stato effettivamente girato a Catania (con molta probabilità solo qualche scena), ma ad oggi non risulta una prima visione, tantomeno un visto di censura, e se ne trova traccia solo grazie ad un contratto di lavoro del 23 febbraio 1922 conservato presso l’archivio personale dell’attrice. Aylmer riceve tale lettera dattiloscritta da G. De Palma per l’interpretazione di Scilla nella trasposizione cinematografica dell’opera teatrale Glauco (1919) di Ercole Luigi Morselli. La direzione artistica è affidata a Leopoldo Carlucci, già regista di Teodora (Ambrosio-Zanotta, 1922); non si conosce il cast artistico, tantomeno il cast tecnico del film. Il contratto di lavoro viene poi scisso cinque giorni dopo, firmato da Aylmer stessa e  da Armando Zanotta, titolare delle Officine Meccaniche Zanotta di Milano. Si deduce quindi che la Compagnia Grandi Edizioni Cinematografiche di Milano di cui ad oggi non si hanno notizie, sia una piccola casa di produzione appartenente alla società Zanotta, negli stessi anni, tra l’altro, affiliata alla Ambrosio di Torino. Due anni dopo, nel 1924, le “cattive condizioni” delle innumerevoli case di produzione milanesi, decretano il fallimento della Ambrosio e, conseguentemente, delle società ad essa collegate.

1927Il Carnevale di Venezia (Mario Almirante, Società Anonima Stefano Pittaluga, Torino). Per questo film, abbiamo un telegramma inviato a Mimì Aylmer direttamente da Mario Almirante il 5 luglio 1927. Alcuni passaggi del telegramma lasciano ipotizzare il fatto che il film proposto da Almirante sia Il Carnevale di Venezia. Ad esempio, Almirante riporta il nome della Ditta Pittaluga e il periodo in cui Aymer dovrà assicurare l’impegno lavorativo, cioè tra il 15 luglio e il 15 settembre 1927. La pellicola così come ci è giunta ha come prima visione romana il 2 gennaio 1928 e come visto di censura 23904 del 31 dicembre 1927 approvato con riserva. Il film viene quindi plausibilmente prodotto e girato tra l’estate e l’autunno del 1927. La location inoltre, come riporta il telegramma, comprende gli stabilimenti Pittaluga di Torino, Venezia e Montecarlo. Il “ruolo importantissimo” citato da Almirante si riferisce probabilmente a quello della protagonista Graziella Morosin, poi andato a Maria Jacobini, rientrata in Italia dopo un periodo in Germania in cui partecipa a film molto popolari. Un ulteriore indizio ci viene fornito dal romanzo in un capitolo ambientato all’incirca a metà del 1927, in cui il fidanzato di Aylmer le domanda per quale motivo non si trovi a Montecarlo (“- Va bene! Ma ditemi come mai siete qua, avevo letto che eravate in vacanza, e vi credevo a Montecarlo”. “- Macché, dovevo andarvi, ma prima avevo da fare un salto a Viareggio. Per via della Citroen, che si era guastata vicino a Pavia, siamo qua, bloccati e appiedati”). Si può quindi presumere che Mimì Aylmer abbia dapprima accettato l’incarico e poi lo abbia rifiutato all’ultimo minuto.

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Fotografia di scena del film Il trittico dell’amore (1920), BALB, Archivio fotografico di Mimì Aylmer, album, ALB.FMA.2743.

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Pagina pubblicitaria delle produzioni della Bernini Film, tra cui Il trittico dell’amore (1920), Film, n.36, 25 novembre 1919, p.6.

 

Fonti:

Mimy Aylmer, Il Romanzo della mia vita, Milano, Gastaldi, 1966.

Alessia Carcaterra, L’archivio di Mimì Aylmer presso la Fondazione Casa di Riposo “Lyda Borelli” di Bologna, 2020. Tesi di laurea magistrale in Metodologia della Ricerca sui Media Audiovisivi, relatore prof. Michele Canosa, correlatore prof. Paolo Noto, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, a.a. 2018-2019.

 

 

Corti fantascientifici

Come di consueto procediamo con i nostri aggiornamenti fantascientifici che questa volta riguardano tre cortometraggi di varia natura.

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– Rêve à la Lune AKA L’amant de la Lune – Ferdinand Zecca & Gastón Velle (1905)

Questo primo, in ordine cronologico, corto ritrovato è anche il più brutto dei tre. Un uomo ubriaco sogna di andare nella luna (proprio dentro la sua bocca), ma quando si sveglia capisce che si tratta di un sogno e se la prende con l’orologio a pendolo.

Complice l’orrida qualità del video che ho potuto visionare, Rêve à la Lune mi è sembrata una comica scarsa e poco innovativa. Da Zecca mi sarei aspettato qualcosina in più.

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– Le Voyage sur Jupiter – Segundo de Chomón (1909)

Questo corto di Segundo de Chomón non è certamente originalissimo nella trama, troviamo il solito personaggio dall’aspetto principesco che assieme ai suoi collaboratori scruta gli astri e, nel sonno, immagina di raggiungerli. Verrà svegliato bruscamente quando il sogno si trasformerà in un incubo…

Se la trama non è certo fantastica lo scopo del regista risce ancora a fare centro: grazie a una splendida copia a colori, restaurata a fine anni ’90 dalla cineteca di Bologna, è possibile ancora rimanere stupiti dalla bellezza delle immagini e delle trovate buffe che de Chomón mette in atto. Capiamoci bene, siamo il 1909, un po’ fuori tempo massimo per filmati del genere, ma nonostante tutto il corto è gradevole.

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– Pirates of 1920 – David Aylott & A.E. Coleby (1911)

Con largo anticipo rispetto al nostro Filibus e rendendo più complessi gli esperimenti dei vari Destroyer di Booth, in Gran Bretagna vedeva la luce questo interessante Pirates of 1920, che giunge a noi in condizioni assolutamente perfette. Un gruppo di pirati dell’aria attacca una nave e ne ruba i tesori per poi distruggerla. L’eroico Jack Manley ne approfitta per salire a bordo del dirigibile da cui viene fatto scendere con la forza. Riuscendosi miracolosamente a salvare, il giovane corre ad avvertire la polizia. Ma i pirati dell’aria non perdono tempo e compiono un’altra malefatta rapendo la giovane Marie Thompson. Questa riesce prima ad avvertire le forze dell’ordine gettando dal dirigibile un messaggio a un poliziotto, e poi a prendere una bomba a mano che minaccia di far esplendere se i malfattori non faranno atterrare il velivolo. Una volta giunti a terra, però, la banda inizia a inseguirla e qui si interrompe la pellicola lasciando però presagire un intervento tempestivo con vittoria da parte di Jack e dei poliziotti.

Nel corto, che secondo i dati doveva durare 15 minuti, ci sono alcune trovate carine e in generale l’ho trovato piuttosto ben fatto nonostante ci siano alcune ingenuità e i personaggi siano molto macchiettistici (ma cavolo, è un corto del 1911!). La versione che vedete qui sotto ha evidentemente problemi di framerate e vi consiglio di velocizzarla leggermente.

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Mariti Ciechi (Blind Husbands) – Erich Von Stroheim (1919)

Sapete il mio folle amore per Erich Von Stroheim e la conseguente ritrosia a parlarne ma questi giorni di coronavirus mi hanno portato, come sapete, a dare vita ad un progetto che permette la visione di film su Kast (cliccate qui se volete entrare nel gruppo) e uno dei film visti con i diritti scaduto è stato proprio Blind Husbands, la prima opera del regista e attore tedesco. Ma andiamo prima alla trama:

Nella bella Cortina d’Ampezzo giungono quasi in contemporanea il Tenente Erich von Steuben (Erich von Stroheim) e il Dottor Armstrong (Sam de Grasse) con la moglie Margaret (Francelia Billington). La loro relazione non va benissimo e lei. pur essendo ancora innamorata. viene quasi ignorata dal marito. Notata questa cosa, von Steuben, Don Giovanni senza scrupoli, cerca di intrufolarsi nella coppia per portarsi a letto la ragazza. A vigilare sulla situazione c’è però un vecchio amico del Signor Armstrong, il taciturno Sepp (Gibson Gowland) assieme al suo cagnolone. La situazione diventa sempre più critica: Il Dottor Armstrong è costretto a partire per andare a salvare degli sconsiderati che hanno osato sfidare le vette da passaggi non battuti. Il Tenente, allora, rinnova il vigore delle sue avance arrivando quasi a far cedere la ragazza. Quando la spedizione di salvataggio torna, accompagnata da campane a morto, Margaret teme che sia capitato qualcosa a suo marito e sviene. Il giorno dopo Armstrong parte con moglie, Sepp e von Steuben verso un rifugio da cui poi il Dottore e il Tenente partiranno per conqusitare la vetta. Da qui partiranno una serie di equivoci orchestrati magistralmente dal regista che renderanno incerto lo spettatore sull’effettivo consumo o meno del tradimento. Nel finale i fili del destino porteranno i malvagi verso la pena meritata e i giusti verso la riconciliazione.

La cosa che mi ha sempre stupito è l’attenzione alla fotografia e ai dettagli nella costruzione delle scene che Von Stroheim, forse facendo sue le nozioni apprese da Griffith e dagli altri registi con cui aveva lavorato prima, mostra di avere in un’opera prima. La fotografia è curata da Ben F. Reynolds, che aveva già iniziato la sua collaborazione con John Ford e stava per far partire quella fruttuosissima proprio con Von Stroheim. Riguardo la vicenda, scritta dallo stesso Stroheim, ritroviamo alcuni elementi ricorrenti della sua produzione come la presenza di un uomo vizioso e senza scrupoli, di una donna combattuta e tentata dal peccato e di un elemento naturale visto come metafora del bene e del male. Un altro elemento decisamente caratteristico è quello di dare continuamenti indizi su quale sarà l’esito della vicenda che, puntalmente, si avvera. Se avete letto Paprika sapete di cosa parlo, qui sappiamo già la fine che farà il tenente von Steuben già prima che la scalata sia iniziata. Ma torniamo alle immagini che, più che descrivervele, preferisco farvi direttamente vedere. Nella prima vediamo una splendida inquadratura allo specchio (sappiamo bene quanto siano difficili, quindi chissà se vi era realmente uno specchio o se si tratta di una controfigura di spalle che crea il finto effetto riflesso), dove vediamo prima Margaret a fuoco che guarda il marito, successiva sfocatura di lei e messa a fuoco del Dr. Armstrong ad indicare che si tratta del pensiero della ragazza. Il medico viene sostituito da una coppia felice, ovvero ciò a cui Margaret aspira per la sua relazione. Si torna poi alla dura realtà quando la giovane ritorna a fuoco e si mostra disperata. Mi ha colpito molto anche la scena dell’incubo, in cui il sospetto di Armstrong e i sogni della moglie si mescolano rendendo equivoca la possibile presa di coscienza da parte dell’uomo di quanto sta accadendo.

Nel gruppo di immagini qui sopra ho invece scelto di mettere in risalto il ruolo della lettera e del non compreso: dai gesti di lei e quelli di lui, infatti, si capisce esattamente il contrario di quanto realmente è successo e siamo convinti che Margaret abbia invitato il Tenente ad andare da lei durante la notte. Solo alla fine, quando Armstrong legge la lettera, scopriremo che le cose sono andate in maniera esattamente opposta.

Concludo con il gruppo di immagini qui sotto che ho scelto di inserire nella classica griglia dei terzi che dovrebbe guidare le inquadrature. Von Stroheim teneva tantissimo a costruire scene armoniche e ragionate ma qui si trova di fronte a un dubbio: fare una scena ad effetto con girato di carrozza in corsa a bordo di un’altra carrozza in movimento (suppongo io) o dare vita ad un’inquadratura perfetta? Ha optato la prima opzione e infatti potete osservare come nel giro di pochi frame cambi completamente la composizione.

Sebbene sia il primo film di Erich Von Stroheim, questo Blind Husbands è forse il film più lineare della sua produzione ma, al contempo, contiene già il seme di quelli che sono gli elementi caratterizzanti della sua produzione. Se potete, insomma, visto anche che è facilmente reperibile online, vi consiglio di recuperarlo e vederlo e magari acquistarlo in DVD qualora vi dovesse piacere particolarmente.

Il padrone delle ferriere – Eugenio Perego (1919)

Quale miglior ritorno al cinema muto se non con un film con una delle grandi dive? Oggi ci occupiamo de Il padrone delle ferriere di Eugenio Perego (1919) tratto dal romanzo di fine ottocento Le Maitre des Forges di Georges Ohnet. Si tratta di un melodramma ad ambientazione borghese, quindi un pane decisamente ben gradito agli spettatori italiani dell’epoca che amavano il genere e lo dimostravano riempendo le sale all’uscita delle varie proposte.

La storia è piuttosto complessa e la possiamo riassumere brevemente come segue:

Il Marchese de Beaulieu è un nobile ormai decaduto e pieno di debiti. Distrutto per quanto sta accadendo l’uomo ha un infarto e lascia i figli Clara (Pina Menichelli) e Ottavio senza nulla. Clara sta avendo una relazione con il Duca Gastone di Bligny (Luigi Serventi) perché spera di ottenere un salto importante in società ma alla morte del padre e con il collasso economico viene lasciata per Atenaide Moulinet (Lina Millefleurs), figlia del re del cacao e il cui padre è capace di compensare le copiose perdite economiche di Gastone al gioco. A Clara non resta che sposare per ripicca il buon Filippo Derblay (Amleto Novelli) che da tempo la ama e non si accorge di essere solo un ripiego. Lo scoprirà, però, il giorno del matrimonio e interromperà, esclusi gli eventi pubblici, ogni rapporto con lei. Nel corso del tempo Clara inizierà ad amare realmente Filippo, pur non riuscendo a dichiararsi. Gastone, nel frattempo, comprende di amare a sua volta Clara e cerca di dichiararsi a lei e di approfittare dell’assenza di Filippo. Questa situazione intricata terminerà in una sfida a duello tra Filippo e Gastone che si concluderà con l’intervento di Clara stessa che si lancia in difesa del suo sposo ferendosi fortunatamente solo ad una mano.  A queste vicende si intreccia la storia d‘amore tra Ottavio e la sorellina di Filippo (Myriam De Gaudi), unione che vede prima l’opposizione di quest’ultimo che crede in un nuovo inganno, ma che poi riesce a concretizzarsi unendo più che mai le famiglie de Beaulieu e Derblay.

Il film aveva già avuto una trasposizione francese nel 1912 con regia di Henri Pouctal che purtroppo non sono riuscito a visionare. Devo dire che nonostante il melodramma non sia esattamente il mio genere preferito ho trovato Il padrone delle ferriere piuttosto piacevole anche perché si è trattato del mio ritorno alla visione di un film muto dopo tanto tempo. In tempi duri son riuscito a ritrovare conforto nella familiarità e non è certo cosa da poco. Devo dire che sono rimasto anche sorpreso per il lieto fine: mi sarei aspettato che Clara morisse per punizione ai peccati commessi come spesso capitava, oppure che fosse il buon Filippo a lasciarci le penne! A parte le scemate, complice forse la lunga sosta, devo dire che ho apprezzato la discreta varietà di ambientazioni, la recitazione e anche il modo in cui la vicenda viene sviluppata con le giuste tempistiche e mantenendo sempre un certo ritmo nello svolgimento pur con i dovuti limiti dovuti al genere.

Il film è visionabile nella pagina vimeo della cineteca e vi invito davvero a spulciarla per approffitare di questi giorni di ritiro forzato.

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Padre Sergij (Otec Sergij – Отец Сергий) – Jakov Protazanov (1918)

settembre 19, 2019 Lascia un commento

father_sergiusPiù di un anno è passato dalla visione di questo splendido film al Cinema Ritrovato 2018 insieme al nostro Danilo Magno, eppure non si è spento l’entusiasmo che ho provato vedendolo. Il film, ispiratosi all’omonimo racconto di Toltoj, ripercorre le vicende di un principe che decide di farsi monaco e delle sue lotte interiori contro la tentazione della carne che lo tormenta. Protagonista indiscusso è Ivan Mozžuchin, capace di dare corpo a un personaggio estremamente complesso con una prova attoriale di prim’ordine. Il film è considerato uno degli ultimi capolavori del cinema prerivoluzionario, seppur uscito nel 1918. La rivoluzione segnò direttamente la carriera di Mozžuchin che nel 1919 era già esule in Francia dove continuò la sua carriera con il cognome modificato in Mosjoukine. Riprendo, rimaneggiandola in qualche punto, la trama che scrissi all’epoca per Cinefilia ritrovata:

Il Principe Kasatskij (Ivan Mozžuchin) è un uomo fiero e bizzoso che serve Nicola I (Vladimir Gajdarov) come comandante delle guardie. La sua tranquilla vita di ufficiale viene stravolta quando scopre che la donna che ama (Vera Dženeeva) è stata amante del suo Zar. Decide allora di abbandonare tutto e diventare frate col nome di Padre Sergij. La sua conversione non sarà però esente da tormenti interiori: continuamente verrà tentato dal peccato, in particolare da quello carnale, costringendolo presto a trasferirsi in una città isolata e vivere come eremita. Ma le prove per lui non sono finite: una donna d’alto borgo (Ol’ga Kondorova) decide, per gioco, di andare a visitarlo con il chiaro scopo di tentarlo. Per resistere Padre Sergio decide di tagliarsi un dito, soffocando il richiamo verso la perdizione con il dolore fisico. La giovane rimane talmente colpita dal gesto del frate che si rinchiude in un convento facendosi monaca. La fama del principe si diffonde per lo stato e pellegrini da tutto il mondo gli richiedono guarigioni miracolose e preghiere. Ma la passione per Padre Sergij non è terminata: un giorno un mercante (Iona Talanov) porta da lui la figlia (Vera Orlova), la cui pazzia l’ha portata alla ninfomania, con la speranza di vederla guarita. È la goccia che fa traboccare il vaso: Padre Sergij cede incredibilmente al richiamo della carne. Distrutto per quello che ha fatto fugge dal suo convento e conduce una vita errabonda, chiedendo elemosina e leggendo la bibbia ai più poveri. Nel finale verrà arrestato per vagabondaggio e inviato in Siberia dove forse, attraverso il lavoro forzato, potrà finalmente espiare la colpa che lo divora nell’animo.

Nel finale del racconto, il protagonista lavorava in Siberia per un proprietario terriero insegnando nel mentre ai bambini e curando i malati. Il finale del film, insomma, è assolutamente drammatico e senza via di scampo, quasi a voler penalizzare eccessivamente un uomo che ha sacrificato tutto quello che aveva per mantenere intatto il proprio onore e quello dello stato. Questo lento e inesorabile declino verso il cedimento al peccato è interpretato magistralmente da Mozžuchin, la cui lenta trasformazione avviene anche attraverso un invecchiamento creato con un trucco molto curato. Con la crescita della sofferenza del protagonista, catturata da splendidi primi piani e gesti studiati dell’attore, aumentano i segni dell’età sul volto di Padre Sergij accentuati anche dalla capacità dell’attore di renderli usando la sua gestualità corporea. Non mancano sperimentazioni azzardate ma riuscite da parte del regista Protazanov, tra cui spicca la scelta di togliere, nella scena in cui la donna cerca di tentarlo, il muro accanto alla porta chiusa in modo da mostrare, al contempo, il patimento di Sergij e il divertimento della giovane che spera di poter portare il frate a peccare. Come detto durante la presentazione del film, il regista era sostanzialmente un autodidatta e questo lo portava spesso ad essere piuttosto audace nelle sperimentazioni, non sempre con risultati soddisfacenti, ma in questo caso la sua intuizione è stata decisamente riuscita.

Purtroppo per noi, Отец Сергий non mi risulta sia stato edito in dvd, seppure un’edizione restaurata esiste ed è stata trasmessa anche per un breve periodo su Mubi. Speriamo che questa mancanza possa essere presto colmata.

La maschera e il volto – Augusto Genina (1919)

settembre 5, 2019 Lascia un commento

maschera_volto.jpgVedere La maschera e il volto di Genina al cinema è piuttosto difficile, per questo sono stato molto felice quando ho letto sul programma del Cinema Ritrovato 2019 che sarebbe stato proiettato. Non conoscevo la storia e devo dire che mi ha molto divertito, tanto che il film rientra senza dubbio nella mia top3 di questa edizione.

Paolo Grazia (Vittorio Rossi Pianelli) è sicuro che se dovesse trovare la moglie Savina (Italia Almirante Manzini) con un altro la ucciderebbe. Inutile dire che gli capita proprio quello che temeva, ma quando tenta di ucciderla, non ci riesce. Decide quindi di risparmiarle la vita ma la spedisce lontano da casa e le fornisce una nuova identità. Agli amici dice di averla strangolata e poi gettato nel corpo il fiume. Paolo viene processato e il suo avvocato (Ettore Piergiovanni) altri non è che l’amante della moglie, cosa che però lui ignora. L’arringa è ben fatta e l’uomo viene assolto per aver commesso un legittimo delitto d’onore. La ben architettata scenetta si deve però presto scontrare con la realtà: Savina torna da Paolo che la perdona, ma dal lago emerge un cadavere quasi irriconoscibile e tutti sono convinti sia della donna, tanto che viene riconosciuta da diversi testimoni. Paolo è quindi costretto ad organizzare il funerale della donna sconosciuta e durante questo Savina fa la sua comparsa davanti agli amici di lui e all’amante avvocato. Assurdità delle assurdità: per evitare beghe legali per il finto omicidio, i due, nuovamente innamorati, sono costretti a fuggire e farsi una nuova vita certi del silenzio dei loro cari.

Anche se la critica dell’epoca non fu molto favorevole al film, preferendogli la versione teatrale, ho trovato La maschera e il volto una commedia davvero ben riuscita con pochi punti morti. Mi è stramente capitato di ridere diverse volte, probabilmente perché sono un amante delle commedie dell’assurdo, qui in una sua declinazione borghese molto ironica. Paragonato spesso al Fu Mattia Pascal di Pirandello, questa commedia scritta da Luigi Chiarini, non è certamente altrettanto brillante, ma presenta comunque degli elementi originali e divertenti. La storia è tra l’altro spunto per una riflessione sempre attuale: è facile avere posizioni forti, ma saremo in grado di rispettarle qualora dovessi trovarci in quella determinata situazione? Paolo Grazia non ne è capace ma allo stesso tempo non riesce a darsi pace per questo e quindi architetta una soluzione creativa per autoconvincere se stesso di aver rispettato i suoi principi e dimostrare agli amici di averlo fatto. Fortunatamente il delitto d’onore è stato definitivamente abrogato in Italia nel 1981, ma all’epoca faceva certamente discutere l’atteggiamento che un uomo poteva avere nei confronti della moglie fedifraga. I vari personaggi hanno posizioni contrastanti sull’argomento, in particolare uno di loro, il più anziano, è piuttosto scettico di fronte alle dichiarazioni tanto forti di Paolo, forse conscio che la vita è molto più complicata delle convinzioni e degli slogan. La storia ebbe diverse trasposizioni, alcune anche piuttosto recenti, e potrebbe essere consigliata a quelle persone che, proprio come Paolo, amano pontificare senza immaginare quanto la realtà possa essere diversa dalle sfuggevoli parole.

Le immagini sono prese da davidbordwell.net

Il Protettore (Der Mädchenhirt) – Karl Grune (1919)

agosto 29, 2019 Lascia un commento

der-madchenhirtCento anni fa Karl Grune iniziava la sua carriera da regista con tre film di cui Der Mädchenhirt è considerato il primo. Girato per le strade di Praga, e qui si ricollega in parte al nostro progetto dei film cechi, e con un’attenzione al realismo, questo film, ispirandosi al romanzo di Egon Erwin Kisch, racconta la storia di un ragazzo dei bassifondi che per denaro perde ogni moralità arrivando a far prostituire anche la ragazza che ama.

Jaroslav detto “Jarda il bello” (Peter Arnolds) è il figlio di una relazione extramatriominiale tra una donnetta (Lotte Stein) e il commissario di polizia Duschitz (Magnus Stifter). Questi è costretto a mantenere la madre del figlio per tenerle la bocca chiusa. Jaroslav, assieme agli inseparabili amici Albert “lo sveglio” (Paul Rehkopf) e Toni “il nero” (Franz Kneisel) iniziano a lavorare come protettori di ragazze. La situazione sfugge però di mano al giovane che sacrifica tutto quello in cui crede e finisce per essere arrestato per un furto (non commesso) e ricoverato per una malattia probabilmente venerea non specificata. Abbandonato da tutti tranne che dalla giovane Ilonka (Rose Lichtenstein), Jarda decide di iniziare una nuova vita e si reca dal padre, che gli si è rivelato dopo l’arresto, per ottenere da lui dei soldi per partire. Il commissario, però, lo vuole mandare al riformatorio e non vuole scucire un soldo. Disperato il ragazzo entra di notte nella casa dell’uomo per rubare qualche soldo, ma viene scoperto. Ne nasce una colluttazione e Jarda uccide per sbaglio il padre. Disperato, il ragazzo decide di porre fine alla sua vita e Illonka sceglie di accompagnarlo affogandosi a sua volta (sic).

Sebbene il film tratti una tematica come la prostituzione con tanto di presenza di una malattia venerea, visto il periodo sono tanti i “non detti” e tutto è lasciato intendere. Le ragazze sono portate alla casa di una certa signora, e lui si prende una malattia vergognosa per la quale tutti lo ignorano e la sua famiglia viene messa quasi al bando dalla società. Tutti abbandonano Jarda tranne la giovane Ilonka, da sempre innamorata di lui e che lui stesso ha spinto a prostituirsi. L’amore di quest’ultima è così forte che quando il ragazzo decide di porre fine alla sua vita affogandosi nella Moldava, lei lo segue senza battere ciglio così da essere unita a lui per sempre. Il finale, insomma, offre quasi una consolazione a un personaggio che ha fatto tanto male, soprattutto alla donna che ora dice di amare.

Der Mädchenhirt mi ha lasciato un po’ interdetto quando l’ho visto, perché presenta diverse contraddizioni che non si conciliano sempre benissimo tra loro. Nonostante questo tratta una tematica davvero delicata per l’epoca ed è tutto sommato una visione interessante che ha dalla sua anche la durata piuttosto ridotta. Purtroppo non mi risulta sia presente un’edizione home video e quella che son riuscito a reperire per le immagini è un riversamento piuttosto scadente.

Il Canto del fiore rosso (Sången om den eldröda blomman) – Mauritz Stiller (1919)

agosto 15, 2019 Lascia un commento

Sången om den eldröda blommanSången om den eldröda blomman si ispira a un romanzo dell’autore finlandese Johannes Linnankoski che ebbe un grande successo all’epoca tanto da ispirare Mauritz Stiller eGustaf Molander nella sceneggiatura di questo film. Attore protagonista un giovane e spericolato Lars Hanson.

Olof Koskela (Lars Hanson) è l’erede di una delle più importanti famiglie di proprietari terrieri della zona. Il ragazzo, però, è anche un grande farfallone e prima seduce Annikki (Greta Almroth) e poi inizia una storia con la serva Elli (Lillebil Ibsen). Quando i genitori di lui (Louise Fahlman Axel Hultman) lo scoprono, gli intimano di lasciarla perché la sua posizione non è consona a una famiglia del loro lignaggio, ma Olof si ribella e si allontana di casa. Cerca di trovare Elli che nel frattempo è stata però allontanata dalla casa in cui lavorava facendo perdere le proprie tracce. Passa qualche tempo e troviamo Olof al lavoro taglialegna. In base al periodo, i taglialegna si spostavano di zona in zona seguendo il fiume per trasportare la legna. Mentre si trova in una cittadina a lavoro, incrocia la giovane Kyllikki (Edith Erastoff), figlia di un orgoglioso proprietario terriero (Hjalmar Peters), e se ne innamora. Lei, orgogliosa come il padre,  non ha mai neanche rivolto la parola a nessun ragazzo che non considerasse degno di lei, eppure Olof, tramite un’impresa ardita (attraversare il fiume a bordo di un tronco d’albero evitando la cascata), riesce a conquistarla. Il padre di Kyllikki, però, non ne vuole proprio sapere di dare la figlia in sposa a un vagabondo e caccia il ragazzo di casa. Olof parte con la promessa di tornare da lei e si ritrova in una grande città. Qui viene adescato da una prostituta che lo porta nella sua casa di lavoro. Proprio qui ritrova Elli, che dopo averlo riconosciuto si suicida per il dolore di essere stata vista in una condizione così misera. Olof è sconvolto e decide di dare un taglio alla sua vita da vagabondo e prendersi per una volta le sue responsabilità: torna a casa e scopre che i genitori sono morti. Con rinnovato vigore, il giovane riprende l’attività di famiglia e torna per sposare Kyllikki qualificandosi come un Koskela e ricevendo così il placet anche da parte del padre di lei.

La storia è piuttosto articolata ma molto godibile. Le diverse atmosfere sono davvero ben rese a livello fotografico, con splendidi paesaggi e belle inquadrature di interni nella parte cittadina. Olof è un giovane spensierato, che con le sue azioni e la sua poca serietà ha fatto soffrire molte persone e causato anche la morte di una ragazza. Attraverso una lunga evoluzione psicologica, però, il giovane riesce a cambiare atteggiamento e tornare dalla donna che lo aspetta e a cui ha promesso un futuro felice insieme. Carino anche il messaggio finale: il padre di Kyllikki gli chiede perché non ha detto subito di essere un Koskela e Olof risponde “perché non volevo prendere moglie usando il nome della mia famiglia ma con il mio e da solo”. Insomma, un modo per dimostrare che anche quando si ha alle spalle la sicurezza economica e un nome importante quello che conta davvero è quello che si è.

Sången om den eldröda blomman è un film giovane e fresco, che riesce a intrattenere piacevolmente per quasi due ore. Particolarità del film è la presenza di una colonna sonora originale, opera di Armas Järnefelt, il cui figlio era presente alla proiezione del Cinema Ritrovato 2019.

Diverso dagli altri (Anders als die Andern) – Richard Oswald (1919)

luglio 18, 2019 Lascia un commento

anders_als_die_andernAnders als die Andern è un titolo davvero particolare nella filmografia muta, perché affronta il tema dell’omosessualità in maniera decisamente contemporanea, dimostrandosi precursore nei tempi di una forma mentis che ancora oggi non è stata, purtroppo, del tutto acquisita neanche oggi. Nella Germania dell’epoca vigeva infatti il paragrafo 175 che condannava i rapporti tra persone dello stesso sesso considerandole bestialità. Attraverso il personaggio di un sessuologo, questo film provava a dimostrare che l’omosessualità era caratteristica presente in natura e non una devianza tipica dell’uomo.

Paul (Conrad Veidt) è un facoltoso e virtuoso violinista. Al termine di una delle sue performance, viene avvicinato da Kurt (Fritz Schulz), un giovane con cui inizia una felice relazione. Purtroppo qeusta armonia è rotta da un uomo, Franz Bollek (Reinhold Schünzel), che da tempo estorce denaro a Paul minacciandolo di denunciarlo per la sua omosessualità. La situazione degenera presto e Paul e Kurt si allontanano e il primo decide finalmente di smettere di sottostare ai ricatti di Franz e lo denuncia. Viene aiutato da un medico (Magnus Hirschfeld) che porta avanti l’abolizione del paragrafo 175 ma nonostante la sua deposizione, Paul viene comunque condannato e allontanato da tutti, famiglia compresa. Distrutto dal dolore, il violinista decide allora di togliersi la vita.

Sembra incredibile che nel 1919 si potesse parlare di omosessualità in un film senza stereotipi o macchiette, contando che nei decenni successivi questo non accadrà. Magnus Hirschfeld, che interpreta se stesso nel film, era un sessuologo membro attivo del primo movimento omosessuale e proprio come tale aiutò Richard Oswald nella scrittura della sceneggiatura. In virtù della sua esperienza, Hirschfeld riuscì a creare una storia vera in grado di trasmettere le difficoltà che tante persone erano costrette a vivere a causa del pregiudizio. Sarebbe interessante sapere come fu recepito all’epoca il film, quello che sappiamo è che si è miracolosamente salvata una copia nonostante i nazisti diedero alle fiamme tutte quelle che riuscirono a trovare.

Anders als die Andern è un faro nell’idea che abbiamo di un passato retrogrado e poco aperto all’inclusione, dimostrando come cento anni fa vi fossero già persone in grado di superare i luoghi comuni e la discriminazione lottando per il riconoscimento dei diritti di tutti. Nonostante il film abbia alcuni limiti da questo punto di vista, merita di essere visto sia perché comunque coinvolgente, per chi ama i drammi tedeschi dell’epoca, sia perché si tratta di un pezzo di storia del cinema LGBT che merita di essere riscoperto nel suo ruolo pionieristico.

Due corti cechi durante la dominazione asburgica

Il primo articolo dedicato al cinema muto ceco, era dedicato interamente ai primissimi cortometraggi che Jan Kříženecký fece con la sua macchina. In questo articolo andremo a vedere altri due corti precedenti alla fondazione dello stato Cecoslovacco, che sono riuscito a recuperare: il primo, sempre di Kříženecký data 1908 e mostra la città di Praga agli inizi del secolo scorso. Il secondo è un corto dedicato ai cinque sensi.

– Un Tram attraversa Praga (Jízda Prahou otevřenou tramvají) – Jan Kříženecký (1908)

A bordo di un tram scopriamo le bellezze paesaggistiche della città d’oro, con tanto di castello sullo sfondo, ponti e Moldava in bella vista. Si tratta di un “filone” relativo ai film dal vero che ha riscontri anche in altri stati ma che è sempre suggestivo. Questo film è contenuto nella raccolta dvd Kafka Goes To The Movie, che cerca di inquadrare il cinema ai tempi di Kafka attraverso testimonianze pionieristiche in giro per l’Europa.

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– I 5 sensi dell’uomo (Pět smyslů člověka) – Josef Šváb-Malostranský (1913)

Il breve corto è stato condiviso su Vimeo dal Národní filmový archiv, su cui sono per altro presenti più di 200 film dal vero che forse un giorno vedrò di selezionare per condividere con voi.

Protagonista è un uomo, Prefatýn (Josef Šváb-Malostranský) che utilizza i suoi cinque sensi per sedurre una cuoca (Katy Kaclová-Vališová). Prima la vista: Prefatýn vede la cuoca e la aiuta a portare la spesa a casa; poi l’olfatto quando sale per portarle i fiori e si siede a tavola; arriva dunque il gusto: l’uomo mangia e beve birra; nella scena dedicata al tatto i due si baciano; infine l’udito con Cupido (Marie Klimešová) che sente quanto accade nella stanza e balla felice.

Il film non è particolarmente divertente, ma ha la fortuna di essere piuttosto breve. Ritroviamo Josef Šváb-Malostranský, qui anche come regista, che pur essendo attore di teatro è stato tra i primi a credere nel mezzo cinematografico, con la sua compagna Katy Kaclová-Vališová.

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