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Archive for the ‘1910-1919’ Category

Straight Shooting – John Ford (1917)

novembre 1, 2018 Lascia un commento

Nel 1917 John Ford lavorava già come aiuto regista, stuntman e sceneggiatore, spesso in collaborazione col fratello maggiore, Francis Ford, per la Bison Life Motion Pictures, una piccola società dipendente dalla Universal di Carl Laemmle. La sua gavetta ha dell’incredibile: in un paio d’anni passò da ruoli marginali, ricoperti per emergenze dell’ultimo minuto, a farsi affidare, da Laemmle stesso, la direzione del filone western della Universal nel tentativo, disperato, di contrastare il predominio dei film di William Hart, Tom Mix e Broncho Bill. Non vi riuscì, ma questo grosso “esperimento” permise ad un dei futuri grandi di Hollywood di farsi le ossa e di elaborare, in ventisei film prodotti in tre anni, quell’idea di western rigida e asciutta, eroica e umana, allo stesso tempo popolare e alta, che renderà il dimenticato Jack Ford – così si firmava nel suo apprendistato – il grande, quasi enorme e ingombrante, John Ford.

Straight Shooting non è il suo primo film, è forse il quinto: la filmografia del primo Ford è del resto un accavallarsi di errori, dimenticanze e incendi. Sappiamo però per certo che questo fu il suo primo lungometraggio, 5 rulli, approssimativamente un’ora e un quarto di cinema e di narrazione da tenere in piedi a ventidue anni; il risultato? Splendido. Pecca di coesione, soffre i tempi produttivi minimi – stiamo parlando di film girati in una settimana o anche meno -, indugia su schemi narrativi già oliati e funzionanti, ma col senno di poi ci sono tanti elementi a cui non si può non riconoscere un valore e un potenziale. La trama: signorotti e fuorilegge locali, guidati da Thunder Flint, si impossessano delle terre e dei corsi d’acqua una volta a disposizione libera di allevatori e contadini. L’anziano Sweetwater Sims, coi suoi due figli, il coraggioso Ted e la bella Joan, è uno dei primi ad aver abitato quelle terre e scopre, all’improvviso, di non poter più attingere acqua al vicino ruscello: per le sue coltivazioni è la fine. Uno degli uomini di Flint, Harry, conosce bene Ted e la famiglia Sims e vede direttamente coi suoi occhi gli effetti delle ingiuste angherie perpetrate da Flint. È Ted stesso, incauto, a far saltare le carte: va a prendere acqua al ruscello e viene sparato a bruciapelo, senza avvertimento alcuno. Questo convince Harry a schierarsi contro Flint e a raccogliere le forze locali. Forti d’orgoglio e in lotta per la sopravvivenza Harry, Sims e gli altri, nonostante finiscano assediati, tengono duro e riescono a scacciare i malviventi. Ritrovata la pace Harry decide di cambiare vita e stabilirsi col signor Sims, prendendo il posto di Ted e conquistando le attenzioni, celate ma evidenti, di Joan.

La narrazione solida, di marca Griffithiana, non si fa sfuggire nulla, dall’eroismo alla complicità, dalla tensione al racconto piano, ma dove davvero Jack Ford non si distingue da John Ford è nel taglio delle inquadrature, nel trattamento armonioso degli ambienti, nei paesaggi resi pullulanti di umanità, di direzioni e di antagonismi. Basterebbe solo la prima immagine per capire che siamo di fronte a qualcosa di diverso, il novello regista non è un mestierante o l’ennesimo supervisor che controlla che tutto funzioni e che le scene girate “funzionino”, le immagini di Ford sono marchiate a fuoco, inconfondibili sin dall’inizio: in una stretta maschera circolare c’è il volto di Flint, la maschera si apre, lo mostra a cavallo, il cavallo e la sua figura si stagliano enormi sullo sfondo, ma lo sfondo non è il solito cielo, ma una vasta prateria che, per una posizione di ripresa obliqua, forse in discesa, esclude il cielo. La prateria è piena di bestiame al pascolo: il potere sulla terra, il guadagno, il dominio di ogni appezzamento utile, sono l’unico orizzonte cercato da Flint e anche il suo unico orizzonte possibile. Tra lo sfondo e Flint molti altri uomini a cavallo, sono i suoi uomini, in prospettiva più piccoli o molto più piccoli di lui, uno è addirittura posizionato visivamente sotto il cavallo di Flint. In un’immagine c’è tutto il personaggio, non c’è bisogno di altro e infatti Ford non aggiunge altro: la descrizione pienamente caratterizzata del principale antagonista del film in pochi secondi e solo un’inquadratura. Lezioni di Cinema. Al suo esordio.

Non mancano altri momenti interessanti, il conflitto a fuoco tra Harry e Flint, il ritrovamento del figlio morto del Signor Sims, ma l’atipica struttura del finale attira l’attenzione. Il climax narrativo si chiude e si spegne con la vittoria su Flint, ma manca ancora quasi un rullo alla fine del film e quest’ultima sezione viene introdotta dalla didascalia “Tornano la pace e la tranquillità”: è il momento, dopo l’azione, di dar fondo ai sentimentalismi. Harry è combattuto tra il ripartire per nuove avventure o fermarsi e dare stabilità alla sua vita, quella vena di “buoni sentimenti” che poi prenderà un parte sostanziosa nel cinema fordiano qui si ritaglia una sezione tutta sua. Harry diventa pensieroso, Joan lancia quelle occhiate romantiche che solo il cinema muto sa regalare e Sweetwater Sims già incarna quella figura di pilastro familiare che rivedremo in Four Sons (1928) e How green was my valley (1941).
Nota di colore: c’è anche un momento comico – Ford ne disseminerà sempre – in cui uno degli uomini arruolati da Harry, in casa Sims assaggia di nascosto una marmellata e, trovatala buona la ruba.

Posta questa pietra comincia qui il nostro percorso su Ford ed è così bello trovarlo già così grande, già così John!

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– Ever Been Had? – Dudley Buxton (1917)

 

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Il Cinema Ritrovato 2018 ha anche presentato un corto di fantascienza britannica che era sfuggito alla mia lunga ricerca sull’argomento. Il titolo è Ever Been Had? (più o meno “Siete mai stati fregati?”) e racconta attraverso ad un’animazione molto ben fatta la storia di un alieno lunare sceso sulla terra dopo essere stato scacciato dalla moglie. Qui incontra l’ultimo uomo sopravvissuto dopo decenni di guerre incessanti. Incalzato dal giovane alieno, il vecchio inizia quindi a raccontare la triste storia della devastazione del nostro pianeta. Il finale, a sorpresa, ve lo lascio scoprire da soli guardando il video qui sotto.

Questo corto mi ha subito colpito durante la proiezione perché la sua animazione e la sua smaccata comicità mi ha ricordato alcuni giochi punta e clicca come i primi Monkey Island ma soprattutto Simon The Sorcerer. In particolare il modo in cui vengono composte le vignette dei dialoghi non può non riportare alla mente alcune vecchie avventure grafiche.

I Vampiri, episodio 3: Il Crittogramma rosso (L. Feuillade, 1915)

ottobre 5, 2018 1 commento

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Come in ogni serie che si rispetti, c’é sempre quell’ episodio che colpisce più di tutti, che lascia un segno indelebile e indimenticabile. Il Crittogramma rosso, non ho dubbi, é l’episodio più memorabile del serial di Feuillade I Vampiri ed é merito di un personaggio, se la serie si fa sempre più avvincente e oscura: Irma Vep (l’immensa Musidora), il cuore pulsante e chiave delle malefatte della banda criminale. Guérande, il giornalista-ispettore coinvolto nell’intricato gioco del mordi-fuggi tra bene e male, é diretto verso il locale notturno “Al Gatto ululante”, dopo aver seguito le indicazioni di un taccuino rosso sottratto precedentemente al Grande Inquisitore [incontrato nel secondo episodio], che contiene importanti informazioni criptate circa i movimenti dei Vampiri. Fuori dal locale Guerande é attratto da un’affiche ritraente una figuratumblr_o18fxyzn9S1snmmclo1_500 femminile e una scritta a caratteri cubitali “IRMA VEP”. L’ispettore si sofferma per un attimo a osservare meglio e nota come il nome dell’attrice di punta sia l’anagramma di “VAMPIRE“. Effettivamente un trucco tecnico (e iconico) in stop-motion ci mostra le lettere scomporsi e ricomporsi secondo l’immaginazione del povero Guérande che, per poter investigare sulle malefatte dei criminali oscuri, deve fingersi malato sottoponendosi alle amorevoli e un poco insistenti cure della madre. Irma Vep “La Vampira” per eccellenza è l’attrice dello squallido caffé, ricoperta di applausi e acclamata dal pubblico abituale. Non é difficile capire come mai, data la carica sensuale e selvatica che questa donna incarna. Un tango apache si svolge a spettacolo terminato nel seminterrato della bettola, in presenza del Gran Vampiro che fornisce indicazioni alla donna su come intralciare le indagini di Guérande, cioè intrufolarsi a casa sua camuffata da domestica, tentare di avvelenarlo tumblr_o1odsgslyk1snmmclo1_500e appropriarsi del prezioso taccuino. Irma Vep, interpretata dalla grande Musidora, una volta infiltrata nella casa di Guérande di tempo non ne perde e mette a punto il piano per sbarazzarsi dell’obbiettivo. Guérande, però, riconosce Irma Vep grazie ad una fotografia, reagisce e tenta di spararle: la Vampira si dà alla fuga, scomparendo nell’oscurità. Nel frattempo, attirata da un tranello, la madre di Guérande viene rapita e fatta ostaggio dagli accoliti del Gran Vampiro. Grazie, però, a una penna avvelenata donata da Mazamette (Vampiro pentito e attuale collaboratore della polizia parigina), Madame Guérande ferisce il suo carceriere riuscendo a fuggire dal Gran Vampiro e da Irma Vep i quali, giunti nel luogo dove la donna era tenuta prigioniera, riconoscono la penna, una volta appartenuta al gran Vampiro: qualcuno, quindi, é un traditore ed é assolutamente necessario eliminare la “mela marcia” dell’organizzazione criminale.les-vampires-2

Chi? Cosa? Quando? Dove?” domanda il manifesto ufficiale del serial. Chi é davvero Irma Vep e perché collabora coi Vampiri? L’abilità trasformista della malefica donna, che di buono sembra non avere nulla, passa da attrice dei bassifondi che digrigna i denti e guarda in camera come a voler sfidare lo spettatore “temete i Vampiri, vi verranno a prendere”, a criminale mascherata e completamente celata da una tuta nera. Irma Vep, come il Gran Vampiro, come tutti i seguaci dei Vampiri, é ovunque, cambia forma, personalità, si confonde con la quotidianità di chiunque, vive la notte, vive il giorno. Se nei primi due episodi i Vampiri, quando figure agenti, erano ombre, losche trame senza un volto, con Irma Vep l’azione si rivela, abbiamo finalmente una personalità fissa che agisce a volto scoperto. Il che é importante, poiché il Gran Vampiro, l’unico personaggio che sapevamo già essere la mente organizzatrice di questa rete, cambia nome, cambia volto e non agisce di persona, sporcandosi le mani. Per questo con Il Crittogramma rosso, dopo il rullaggio in La Testa mozzata L’ Anello che uccide siamo entrati ufficialmente nella fase di decollo dell’inquietante viaggio verso Parigi. Là, i Vampiri ci attendono.

[continua]

Per maggiori approfondimenti sulla serialitá delle origini rimando al libro di Monica Dall’Asta Trame Spezzate. Archeologia del film seriale, Recco, Le Mani, 2009.

Les Vampires – La Cryptogramme rouge / Louis Feuillade. – Soggetto e sceneggiatura: Louis Feuillade. – Francia: Société des Etablissements L. Gaumont, 1915. – Con Musidora, Édouard Mathé, Marcel Lévesque, Jean Aymé. Lunghezza: metri 1005.

Visto di Censura (in Italia): 11946, 16 maggio 1916.

Prima visione francese: 4 dicembre 1915.

Stato: sopravvissuto.

Il vendicatore (Hell’s hinges) – Charles Swickard (1916)

settembre 20, 2018 Lascia un commento

MV5BYWU0MzcxMDgtYWQzOC00MzZmLThjMGQtMzk4M2FkYjEwMTQ0XkEyXkFqcGdeQXVyMDUyOTUyNQ@@._V1_UY1200_CR86,0,630,1200_AL_Il western è un genere poco frequentato tra i cultori del muto, anche per questo, qui su E Muto Fu, inizia oggi con Il Vendicatore, un percorso di riscoperta.
Tutti conoscono The Great Train Robbery del 1903, film caposaldo per il cinema d’azione e per il western stesso, girato da Edwin S. Porter, ma la frontiera, l’estendersi della rete ferroviaria, la vita al confine con la legalità, l’incontro-scontro con i nativi e con i messicani, sono temi già fondati nell’immaginario del popolo statunitense che da più cinquant’anni legge James Fenimore Cooper, Edward Ellis, Bret Harte, Karl May, Joaquin Miller, Frank Norris e Zane Grey. Che la mitologia western sia una creazione degli anni ’30, ‘40 e ’50, come da molti affermato, è una visione semplicistica e scarsamente fondata. Basta guardare quanto Il vendicatore possa essere posto ben più avanti, nella parabola storico-temporale del genere western, per sviluppo tematico e lavoro sui personaggi per scardinare la consueta linea temporale che da Tom Mix e passando per John Ford e Howard Hawks, arriva fino a Sam Peckinpah e Sergio Leone.

Perenne antagonista di Tom Mix e di Broncho Bill al botteghino, William S. Hart fu attore e regista di film western, carismatico e influente anche lì dove figura dietro altri registi, come nel caso de Il vendicatore, dove il regista accreditato, il tedesco Charles Swickard, fa più un lavoro d’ufficio e da ordinario mestierante. La mano di Hart invece è visibile e pervasiva: a differenza dei suoi competitor, tutti incentrati sull’azione e sulla spettacolarità, con pellicole piene di corse di cavalli e di sparatorie, Hart mostrò del western il suo lato più umano e drammatico. Investendo sulla sua capacità attoriale, di formazione teatrale, impersona spesso personaggi delusi, dubbiosi, animati dal rimorso o da un forte senso di rivalsa.

Il vendicatore nel suo titolo originale porta il nome di Hell’s hinges, che può essere tradotto grosso modo con Le porte dell’inferno: è proprio in una località che, a ragione della sua abiezione e desolazione, ne porta il nome che Hart, nei panni di Blaze Tracy, un temibile capobanda fiero e sprezzante, spadroneggia incontrastato. A Hell’s hinges viene inviato, quasi per confinarlo viste le sue incertezze e le sue dubbie capacità, un novello sacerdote amante dei complimenti e del bel parlare, il Reverendo Bob Henley. Con delle didascalie quanto mai esaurienti e suggestive, ci viene mostrata una cittadina profondamente scissa, da una parte un ammasso gesticolante di grossolani cowboy e signorine avvenenti, riversato da mattina a sera nelle strade e nei saloon, e dall’altra i volti emaciati, consumati dal duro lavoro e dalla fame di quella che viene definita “La brigata in sottogonna” oppure “una goccia d’acqua in un barile di rum”. Il Reverendo Henley arriva a rappresentare questi ultimi, a costruire una chiesa e a tentare di far insinuare la potenza della Parola anche tra quel marasma. Il suo arrivo prevede immediatamente il confronto tra le due anime di Hell’s hinges, a confrontarsi faccia a faccia sono proprio Henley, sua sorella Faith, partita con lui per sostenerlo, e proprio Blaze Tracy, che si fa strada tra la folla con il solo intento di intimorire il Reverendo tanto da scacciarlo immediatamente.

Basta la visione di Faith e la sua voce benigna a far mutare il volto di Blaze da duro fuorilegge in peccatore pentito. È così che Il vendicatore inizia a mescolare le carte in tavola e a ribaltare i ruoli: il cattivo diventa il buono e, con gran stupore dei parrocchiani riuniti in attesa dell’ufficio, il buono diventa il cattivo. Il Reverendo, tentato e sedotto da Dolly, passa la notte con lei e viene trovato ubriaco nel suo letto. Incapace di una riconciliazione e di tornare nell’ordine delle cose, Henley butta all’aria il suo progetto e la sua vocazione e si rifugia nel saloon a bere un bicchiere dopo l’altro. Talmente accecato dai sensi di colpa, incita l’impaziente masnada di cowboy a bruciare la chiesa stessa, lui in testa con una torcia in mano. I fedeli si oppongono facendo barriera con i loro stessi corpi e con qualche sparuto fucile da caccia, ma il loro coraggio non basta. Distrutta la chiesa, sarà Blaze stesso a vendicarsi sui suoi vecchi compagni di vita, con un’efferatezza inaudita. Ma proprio a dimostrazione della sua avvenuta conversione, sul momento di chiuderli tutti in un edificio in fiamme, giunge il perdono, inaspettato e illuminato.

Faith e Blaze, coi loro nomi programmatici (Fede e Incendio) sono dunque i veri protagonisti di un film che si rivela anche molto più religioso, produttivamente e simbolicamente, di quanto ci si aspetti. È la fiamma a distruggere Hell’s hinges ed è la fiamma della fede a purificare Blaze Tracy e la città stessa. La parte buona della cittadinanza parte in carovana verso il deserto, come in un rinnovato viaggio per la terra promessa. Henley, peccatore del peccato più grande, muore nel suo stesso peccare, colpito da un colpo di fucile nella mischia. Faith, su ammissione di Blaze, è la dimostrazione stessa dell’esistenza di Dio.

È un western, quindi, di redenzione, prototipo di un filone, quello dell’antagonista convertito, che qui mette le basi, per poi diventare ben prolifico nell’età d’oro del genere. Oltre alla recitazione di Hart, misurata e, proprio per questo, capace di dare significato ad ogni minima variazione del volto o della postura del corpo, si avverte sostanziosa l’idea di western di Thomas H. Ince, produttore tra i più popolari del tempo, fondatore dei celebri studios di Culver City: l’uomo è immerso in un paesaggio sconfinato, la colorazione drammatica della pellicola, le riprese dall’alto o in campo lungo e lunghissimo sono frequentissime, la silhouette della città in fiamme con tanti piccoli esseri umani che cercano salvezza, la vita individuale che perde di senso nella massa pachidermica e inetta guidata dall’istinto. Solo pochi restano singoli, individuabili, inquadrabili, innalzantisi ad eroi memorabili.
È western della necessità, del destino, è già mito nel suo nascere, è già grande.

The Star Prince (Twinkle Twinkle Little Star) – Madeline Brandeis (1918)

vlcsnap-2018-06-04-15h21m24s949Siamo nel 1918 e la talentuosa scrittrice di storie per bambini Madeline Brandeis decide di fare una bella accoppiata scrivendo un racconto e mettendosi dietro la macchina da presa per dirigerlo. Parliamo di The Star Prince, uno dei rari film prodotti dalla misconosciuta Little Players Film Company. Particolarità del film è che gli attori sono tutti bambini e quindi, quando devono fare ruoli adulti, indossano parrucche e barbe davvero bruttine. Il film era stato presentato sulla rete come di fantascienza ma si tratta di una fiaba fantastica e quindi non rientra nel genere che abbiamo imparato ad analizzare in questi anni. Per completezza riporto comunque trama ed analisi:

 

Un giorno cade una stella sulla terra e accanto ad essa compare un bambino, il Principe delle Stelle (Zoe Rae). Egli viene adottato da un uomo che lo cresce come suo figlio. Purtroppo il carattere del ragazzo è dispotico nei confronti dei suoi fratellastri e non esita a maltrattarli visto che si considera un principe. Un giorno compare una vagabonda (Edith Rothschild) e il ragazzo aizza gli altri bambini contro di lei umiliandola e picchiandola. Incredibilmente si scopre che la donna altri non è che la madre del giovane, ma lui la scaccia e rifiuta di riconoscerla. La regina delle Fate (Gulnar Kheiralla) vede tutto e trasforma il bambino in uno straccione dai tratti deformi. Il protagonista si pente e decide allora di partire alla ricerca della mamma. La sua vita si intereccerà con quella di una Principessa (Dorphia Brown) a cui è stato predetto il matrimonio con il Principe delle stelle, ma il loro amore verrà ostacolato da un nano cattivo (John Dorland) e da una strega (Marjorie Claire Bowden).

Di rado ho visto un film diretto e montato così male: senza alcun motivo apparente ogni tanto vengono inseriti primissimi piani dei protagonisti che muovono gli occhi o fanno strane smorfie senza alcuna continuità con la scena che si sta svolgendo. Oltre a questo alla Brandeis piace molto inquadrare i personaggi all’interno di forme particolari come la stella, per il Principe, o un giglio per la fatina, cosa che può essere carina se fatta una volta, ma qui la cosa si ripete per più scene e diventa fastidioso. In generale la storia è troppo smielata per i miei gusti, i protagonisti al limite del sopportabile anche a causa del loro stile recitativo che esaspera la gestualità. Si tratterà pure di un film per bambini degli anni ’10, ma l’ho trovato davvero indigesto. Da notare anche la presenza di uno scoiattolo, mosso credo con la tecnica stop motion, ma realizzata talmente male che l’animaletto si muove in maniera scattosa e a velocità tripla rispetto al solito. Zoe Rae, attrice che interpreta qui il protagonista maschile, è forse il personaggio più noto del cast ma la sua interpretazione non mi ha certo colpito in positivo. Se qualcuno avesse l’insana curiosità di vedere il film, questo è facilmente riperibile su vimeo.

I Lupi di Kultur (Wolves of Kultur) – Joseph A. Golden (1918)

Wolves_of_KulturIl Cinema Ritrovato 2018 ci ha regalato la grande sorpresa della riapertura del Cinema Modernissimo, seppur ancora totalmente da ristrutturare. Per i fortunati che erano a Bologna durante il festival è stato possibile visionare in questa splendida cornice il serial americano Wolves of Kultur, che secondo indiscrezioni doveva essere alternato a I Topi Grigi ma invece così non è stato. La serie presentata è molto simile ad altre che abbiamo recensito su queste pagine, come The Master of Mystery con Houdini, ovvero una serie di episodi riempitivi che poco aggiungono alla trama, tanti stunt e colpi di scena confezionati al solo scopo di riportare a teatro o al cinematografo gli spettatori settimana dopo settimana.

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  1. The Torture Trap
  2. The Iron Chair
  3. Trapping the Traitors
  4. The Ride to Death
  5. Through the Flames
  6. Trails of Treachery
  7. The Leap of Despair
  8. In the Hands of the Hun
  9. Precipe of Death
  10. When Woman Wars
  11. Bretwixt Heaven and Earth
  12. Tower of Tears
  13. The Hun’s Hell Trap
  14. Code of Hate
  15. Reward of Patriotism

Il Dr. Grayson ha inventato un missile potentissimo che può essere telecomandato fino alla destinazione voluta. Lui vorrebbe usare questa scoperta per porre fine a tutte le guerre ma la banda dei Lupi di Kultur lo uccide e ruba i piani per l’arma. La nipote Alice Grayson (Leah Baird) assieme al fidanzato Bob Moore (Charles Hutchison) si mette sulle loro tracce dei banditi per fermare il loro piano diabolico. Purtroppo vengono presto scoperti e il terribile Henry Hartman (Austin Webb), capo della banda, attenta più volte alla loro vita grazie anche all’intervento del suo braccio destro Carter (Karl Dane). Indaga sulle vicende anche Barclay (Sheldon Lewis), un poliziotto che è convinto che Alice possa far parte della banda. Tra inseguimenti e fughe mozzafiato alla fine i nostri eroi riusciranno a liberare il mondo da questa terribile minaccia.

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Come detto questa serie non è niente di particolarmente eclatante per chi ha visto altre serie americane di epoca successiva. Riporto quanto ho scritto per Cinefilia Ritrovata: “Come accadeva per i grandi romanzi pubblicati sui quotidiani, ogni episodio termina con un climax, quando i protagonisti sono in pericolo di morte e con l’invito a tornare a teatro la settimana successiva per conoscere la loro sorte. Gli episodi, di venti minuti ciascuno, sono schizofrenici, con i personaggi in perenne movimento, imprigionati e liberati più volte, pronti a combattere contro ogni avversario con zuffe e parapiglia spettacolari. Bob passa più tempo in acqua o a mezz’aria piuttosto che a terra, del resto gli stunt erano e sarebbero stati un marchio di fabbrica del suo interprete Charles Hutchinson. Di certo il film è pieno di naiveté e cattivissimi membri della gang commettono leggerezze inaccettabili, tanto che la stessa Alice arriverà ad ammetterlo in una didascalia dell’ultimo episodio. Ma questa componente è ovviamente indispensabile affinché il serial possa continuare per 15 lunghi episodi, la maggioranza dei quali è evidentemente un puro riempitivo tanto da rendere possibile la comprensione di tutta la storia guardando solo i primi e gli ultimi episodi.” Insomma tante zuffe e poco più per una serie che se, da una parte, ha segnato un’epoca e influenzato le produzioni locali successive, dall’altro ha tantissimi limiti che mi portano a consigliare allo spettatore di vedere solo i primi e ultimi episodi della serie. Per chi fosse interessato è possibile acquistare la versione ridotta a un prezzo veramente modico su amazon.com. Potrebbe essere un modo per vedere in appena due ore i momenti salienti della serie senza perdere troppo tempo dietro ai singoli episodi che per altro non sono attualmente reperibili.

Il cinema di Olga Rautenkranzovà

Durante il Cinema Ritrovato 2018 sono stati presentati i due unici film girati della regista cecoslovacca Olga Rautenkranzovà, succesivamente scomparsa nel nulla. Che fine avrà fatto? Lo abbiamo chiesto anche a Jeanne Pommeaux del Národní filmový archiv che non ha saputo darci una risposta, ma speriamo che in futuro venga fatta una ricerca per capire meglio chi era questa pioniera del cinema ceco.

– Kozlonoh – Olga Rautenkranzovà (1918)

kozlonohKozlonoh è un breve corto presentato durante il Cinema Ritrovato 2018. Una giovane contessa (Olga Rautenkranzovà) sogna il grande amore. Vagando nel giardino si siede su una panchina con dietro la statua di Pan. Sentendo il desiderio della giovane, la statua prende vita e le promette di esaudire il suo desiderio ma a costo di condividere con il satiro i loro momenti felici. Giunge alla corte Felix (Oldrich Kminek) che si innamora della ragazza. Purtroppo ogni volta che i due stanno insieme Pan si intromette, anche se, stranamente, è solo lei ad accorgersi della sua presenza. Come mai? Si tratta ovviamente di un sogno, ma la realtà a volte è meglio della fantasia: Felix giunge a palazzo e si innamora realmente della contessa, stavolta senza interferenze mitologiche.

La storia di Kozlonoh è estremamente semplice ma ben fatta, con l’intrusione di un elemento classico che, da grecista, mi ha colpito in positivo. Si tratta di un grazioso antipasto prima del più complesso Učitel orientálních jazyků.

– Učitel orientálních jazyků – Olga Rautenkranzovà & Jan S. Kolár (1918)

ucitelUčitel orientálních jazyků è il secondo e ultimo film della regista ceca Olga Rautenkranzovà che diresse il film assieme al più noto Jan Kolàr. Si tratta di una commedia fresca e divertente a tema orientale. I personaggi sono ben pensati e le gag non troppo scontate.

Sylvia (Olga Rautenkranzovà), figlia del Conte Chuarez (Josef Rovensky), è una divoratrice di libri. Un giorno, recatasi nella biblioteca locale, incontra il bel docente di Turco, d’Algeri (Quido del Noce). La giovane, con la scusa di voler imparare la lingua ottomana, inizia a frequentare il corso del ragazzo e la impara in brevissimo tempo. Quando però d’Algeri chiede al Conte la mano della figlia, questi rifiuta dicendo che non ha abbastanza denaro per soddisfare i capricci della giovane. Colpo di scena: al conte viene proposto il ruolo di Ambasciatore a Costantinopoli (sic!), ma a condizione di imparare la lingua. Inizia suo malgrado a frequentare i corsi dello spasimante della figlia, la quale, per spingerlo ad imparare la lingua, si traveste da odalisca e seduce il padre impartendogli alcune lezioni. L’inganno viene presto scoperto, ma l’ira del conte di stempera quando riceve la notizia dell’assegnazione del ruolo a cui aspirava: in un eccesso di buonumore decide allora di accettare che la figlia e il professore si sposino.

Sebbene sia un po’ strambo, il film mi ha divertito davvero molto. Tra le varie assurdità presenti, segnalo il fatto che una persona possa imparare alla perfezione una lingua complessa come il turco in pochi giorni; inutile dire che la cosa ha suscitato le risate del pubblico in sala! C’è poi una sottotrama evitabile in cui il signor Pepperstein (Eman Ferenc Futurista), membro del club degli antifemministi, si innamora di Sylvia vedendola uscire dallo studio di d’Algeri. Inizia quindi a seguirla facendole anche una foto di nascosto creando gag piuttosto evitabili. Per fortuna queste scene non si dilungano più di tanto. Gli altri personaggi sono decisamente ben costruiti e la Rautenkranzovà è veramente spumeggiante nel ruolo della finta odalisca. Peccato la sua carriera sia stata così breve!