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Posts Tagged ‘Amleto Novelli’

Il padrone delle ferriere – Eugenio Perego (1919)

Quale miglior ritorno al cinema muto se non con un film con una delle grandi dive? Oggi ci occupiamo de Il padrone delle ferriere di Eugenio Perego (1919) tratto dal romanzo di fine ottocento Le Maitre des Forges di Georges Ohnet. Si tratta di un melodramma ad ambientazione borghese, quindi un pane decisamente ben gradito agli spettatori italiani dell’epoca che amavano il genere e lo dimostravano riempendo le sale all’uscita delle varie proposte.

La storia è piuttosto complessa e la possiamo riassumere brevemente come segue:

Il Marchese de Beaulieu è un nobile ormai decaduto e pieno di debiti. Distrutto per quanto sta accadendo l’uomo ha un infarto e lascia i figli Clara (Pina Menichelli) e Ottavio senza nulla. Clara sta avendo una relazione con il Duca Gastone di Bligny (Luigi Serventi) perché spera di ottenere un salto importante in società ma alla morte del padre e con il collasso economico viene lasciata per Atenaide Moulinet (Lina Millefleurs), figlia del re del cacao e il cui padre è capace di compensare le copiose perdite economiche di Gastone al gioco. A Clara non resta che sposare per ripicca il buon Filippo Derblay (Amleto Novelli) che da tempo la ama e non si accorge di essere solo un ripiego. Lo scoprirà, però, il giorno del matrimonio e interromperà, esclusi gli eventi pubblici, ogni rapporto con lei. Nel corso del tempo Clara inizierà ad amare realmente Filippo, pur non riuscendo a dichiararsi. Gastone, nel frattempo, comprende di amare a sua volta Clara e cerca di dichiararsi a lei e di approfittare dell’assenza di Filippo. Questa situazione intricata terminerà in una sfida a duello tra Filippo e Gastone che si concluderà con l’intervento di Clara stessa che si lancia in difesa del suo sposo ferendosi fortunatamente solo ad una mano.  A queste vicende si intreccia la storia d‘amore tra Ottavio e la sorellina di Filippo (Myriam De Gaudi), unione che vede prima l’opposizione di quest’ultimo che crede in un nuovo inganno, ma che poi riesce a concretizzarsi unendo più che mai le famiglie de Beaulieu e Derblay.

Il film aveva già avuto una trasposizione francese nel 1912 con regia di Henri Pouctal che purtroppo non sono riuscito a visionare. Devo dire che nonostante il melodramma non sia esattamente il mio genere preferito ho trovato Il padrone delle ferriere piuttosto piacevole anche perché si è trattato del mio ritorno alla visione di un film muto dopo tanto tempo. In tempi duri son riuscito a ritrovare conforto nella familiarità e non è certo cosa da poco. Devo dire che sono rimasto anche sorpreso per il lieto fine: mi sarei aspettato che Clara morisse per punizione ai peccati commessi come spesso capitava, oppure che fosse il buon Filippo a lasciarci le penne! A parte le scemate, complice forse la lunga sosta, devo dire che ho apprezzato la discreta varietà di ambientazioni, la recitazione e anche il modo in cui la vicenda viene sviluppata con le giuste tempistiche e mantenendo sempre un certo ritmo nello svolgimento pur con i dovuti limiti dovuti al genere.

Il film è visionabile nella pagina vimeo della cineteca e vi invito davvero a spulciarla per approffitare di questi giorni di ritiro forzato.

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Christus – Giulio Antamoro, Enrico Guazzoni (1914-1916)

Ci sono film estremamente travagliati e Christus è uno di questi. Iniziato dopo il 1912 sull’onda dell’entusiasmo di produzioni come From the Manger to the Cross, uno dei primissimi film girati interamente in esterna, ma soprattutto tra Siria, Giordania, Egitto ma anche a Betlemme e Gerusalemme. Per girare Christus venne diretto da Giulio Antamoro, mentre per la sceneggiatura venne scelto Ignazio Lupi, celebre nel ruolo di attore sia nei film di Antamoro che in quelli Enrico Guazzoni. Guazzoni in qualche modo c’entra con questa vicenda, perché quando il film venne montato per essere presentato al pubblico ci si accorse che alcune scene erano irrimediabilmente rovinate. Per completare il film venne quindi chiamato Guazzoni che rigirò le scene corrotte. Purtroppo Antamoro non era propriamente d’accordo tanto che pare citò la Cinès in giudizio, anche se la diatriba venne presto sanata. Come si intuisce dal titolo, il film narra l’intera vita di Gesù di Nazareth dall’annunciazione fino alla resurrezione e alla trasfigurazione. Per il ruolo di Gesù venne scelto Alberto Pasquali, la vergine Maria era interpetata invece da Leda Gys. Augusto Mastripietri era Giuda Iscariota, mentre Amleto Novelli Ponzio Pilato. Guardando il film non si possono non notare i riferimenti costanti all’iconografia pittorica. Basti vedere l’annunciazione (vedi foto), e fare una rapida ricerca per immagini con il solo termine “annunciazione”. Se non è simile alla più celebre annunciazione di Leonardo, ha comunque una lunga tradizione iconografica. Non mancano inoltre effetti visivi molto interessanti che contribuirono a rendere questo film un successo. Dato l’argomento e anche la qualità del film, ne vennero fatte diverse copie e versioni che vennero portate negli angoli più remoti della terra. Tutti i frammenti esistenti, disseminati tra Europa e Sud America, sono stati utilizzati dalla Cineteca di Bologna per creare una copia molto vicina all’originale presentata per la prima volta a Venezia nel 2000 e nel 2014 al Cinema Ritrovato di Bologna. Non esprimo un giudizio sul film, ma diciamo che lo consiglierei solo ad un grande appassionato di trasposizioni cinematografiche dei testi evangelici.

Quo Vadis? – Enrico Guazzoni (1912)

Dal romanzo del polacco Henryk Sienkiewicz pubblicato nel 1895 sono stati fatti un numero molto alto di adattamenti. Quello di Enrico Guazzoni, per altro, non è neanche il primo ma come minimo il secondo dopo la versione con regia di Lucien Noguet e Ferdinand Zecca del 1901. Ma Quo Vadis? del 1912 segna di fatto l’affermazione di un genere storico antiquario che il cinema italiano esporterà per diversi anni con successo anche all’estero. Vengono così giustificati gli enormi sforzi economici fatti dalla Cines per la realizzazione della pellicola.

Quo Vadis? racconta la storia dell’incendio di Roma da parte di Nerone (Carlo Cattaneo) e delle vicende legate alla comunità cristiana della città a cui il romano Vinicio (Amleto Novelli) si avvicina per amore di Licia (Lea Giunchi). Non mancano combattimenti con il forzuto Ursus (Bruno Castellani), personaggi meschini come Chilo (Augusto Mastripietri) e Tigellino (Cesare Moltroni) e vittime del dissenzo all’imperatore come Petronio (Gustavo Serena). Il finale portà in scena il suicidio di Nerone ormai destituito dal suo impero.

Quello che colpisce di questo film è la sfarzosità delle scene, accompagnate da una scenografia accuratissima, nonché da una grandissima quantità di comparse che contribuiscono a rendere alcune scene decisamente memorabili. Si tratta di un kolossal a tutti gli effetti che ispirerà le grandi produzioni future del genere. Sebbene non manchino alcuni elementi che possono far sorridere un pubblico moderno, anche la costruzione della trama e delle scene è decisamente ben fatta. Non possono non stupire le scene di combattimenti o di leoni, che diventeranno poi un must di questo tipo di film. Ma qui il tutto è reso ancora più ad effetto con l’alternarsi di due scene: la prima con l’arrivo dei leoni, la seconda che avviene dopo un brevissimo stacco e che ci presenta i leoni che banchettano tra i resti delle ossa dei cristiani uccisi. La versione del 1912 ebbe un tale successo da essere esportata e proiettata anche in America. Nel 1925 ne venne così girata un’altra versione muta con Gabriellino D’Annunzio e Georg Jacoby alla regia. Entrambe le versioni continueranno a circolare ed essere viste ancora per molti anni e bisognerà aspettare il pluripremiato adattamento del 1951 per ritrovare Quo Vadis? in tutto il suo splendore.

Curiosità: ad un tratto, in una scena ambientata in una capanna abitata da cristiani, fa la sua apparizione una luccicante falce con martello che richiama immediatamente alla mente i film sovietici.Sembra che i due simboli fossero accostati già dalla fine dell’800 ai movimenti proletari e socialisti. Vennero poi incrociati fino a formare il noto simbolo dopo la rivoluzione. Difficilmente qui, nel 1912, i due simboli avevano un qualche significato politico, ma è un particolare che nel corso della proiezione al Cinema Ritrovato ha destato molto stupore e non poche risate.

Approfondimento: consiglio a tutti la lettura di questo splendido articolo pubblicato su Sempre in Penombra.

Cinema Ritrovato: rimando all’articolo pubblicato per Cinefilia Ritrovata.