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Posts Tagged ‘Giovanni Pastrone’

Tigre Reale – Giovanni Pastrone (1916)

Dopo Il Fuoco (1915), Giovanni Pastrone, ancora sotto lo pseudonimo di Piero Fosco, dirige nuovamente Pina Menichelli in una delle sue interpretazione più memorabili. Alla fotografia sempre Segundo De Chomón, qui assieme a Giovanni Tomatis. Il film rientra, assieme a L’emigrante (1915) in quella categoria di film in cui Valentina Frascaroli è scomparsa, qui addirittura presente nei titoli di testa e poi assente. Dopo attente ricerche si è arrivati alla soluzione: la versione in nostro possesso e donata al Museo del Cinema dallo stesso Pastrone, differisce da quella originale e probabilmente pensata per il pubblico estero. La storia si ispira tra l’altro da una novella giovanile di Verga e, come vedremo, il finale rimastoci si distanzia stranamente da essa.

La storia è la seguente: L’ambasciatore Giorgio La Ferita (Alberto Nepoti) si innamora perdutamente della contessa Natka (Pina Menichelli). Ella è nota per non impegnarsi mai con i propri spasimanti e si narra che abbia portato alla morte molti uomini. Natka è sposata con un conte (Gabriele Moreau) che le è spesso lontano e dimostra nei suoi confronti pochissima attenzione. Un giorno lei racconta a Giorgio di essersi innamorata solo una volta di un predone delle steppe noto come Dolski (Febo Mari). Tra i due era nata una folle passione, tanto che quando un editto aveva costretto l’uomo all’esilio, lei era fuggita da suo marito pur di stargli vicino. Giunta da lui, ecco la terribile scoperta: il suo amato si era nel frattempo trattenuto con un’altra donna. Folle per il dolore Natka era fuggita e davanti alle suppliche di lui era diventata sorda. Così quando Doski aveva minacciato di uccidersi la contessa aveva risposto malignamente: “fallo, è bello!”. Da lì l’estremo gesto dell’amato e la conseguente disperazione della donna. Eppure un nuovo amore era germogliato in lei: quello verso Giorgio. Natka era gravemente ammalata di tubercolosi e promette che quando avrebbe sentito vicina la morte sarebbe tornata per morire tra le braccia di Giorgio. Qui la cesura tra le due versioni. In quella conservata Giorgio si sta per fidanzare quando riceve la notizia dell’arrivo della contessa. Fugge da lei e mentre stanno insieme scoppia un terribile incendio. Il conte muore nello stesso, mentre i due si salvano miracolosamente. Nel finale, stranamente a lieto fine, Natka guarisce e i due possono vivere la loro esistenza finamlente felici.

E la Frascaroli? Nel primo finale Giorgio si era in realtà sposato con Erminia (Valentina Frascaroli) da cui aveva avuto un figlio. Quando scopre che Natka è arrivata, fugge dalla sua vecchia fiamma proprio quando il loro figlioletto si ammala di difterite. Erminia, indecisa su cosa fare, decide di aspettare il marito prima di dare l’asseso per un’importante operazione. In un crescendo di pathos si alternano le immagini dei due amanti e della sofferenza di Erminia, che alla fine si prende la responsabilità per l’operazione, che riesce. Natka si fa promettere che il giorno dopo Giorgio tornerà, ma non accadrà. Una volta rincasato l’ambasciatore scopre quanto accaduto nella notte. Erminia comprende quanto successo e perdona il marito ma si fa promettere che non tornerà dalla sua vecchia fiamma. Natka muore così in solitudine e Giorgio resta con la sua famiglia. Dal campionario di colore, scopriamo che Erminia, il figlio e Giorgio prendono il treno e passando vedono il conte con accanto una bara. Giorgio capisce e si dispera e la moglie, rivolgendosi al figlio, dice “di a papà che l’ameremo”.

Questo secondo finale, oltre ad avvicinarsi di più alla novella originale, è più coerente con il genere melodrammatico e la moralità italiana. La mentalità dell’epoca era solitamente “tesa a celebrare la funzione sacrificale della donna, sia essa sposa o ‘traviata’ ” (dal catalogo del Cinema Ritrovato 2015). Per questo non si comprende molto il lieto fine della versione rimasta. È stato in particolare grazie al campionario di colore che si è ricostruita la prima versione del film proiettata nei cinema italiani dell’epoca. Probabilmente il finale in nostro possesso era pensato per una cultura estera che era meno severa nei confronti di certi atti. Per questa versione vennero girate scene ex novo, come quella finale a bordo dell’imbarcazione con la miracolosa guarigione di Natka, ci furono anche clamorosi riclicli. Per la scena dell’incendio dell’Hotel vennero infatti usati frammenti tratti da un altro film: L’incendio dell’Odeon di Eugenio Perego (1917). Tra i tanti rimpianti per aver perduto la versione originale, il più grande è certamente quello di aver perso il montaggio alternato Erminia/Natka, in cui la Frascaroli veniva contrapposta per moralità alla diva, Pina Menichelli, che qui rappresentava come da tradizione la femme fatale, la donna peccatrice per eccellenza.  In generale il rimpianto è riassumibile nell’impossibilità di vedere l’attrice alle prese con ruolo tanto drammatico, che avrebbe certamente contribuito a non fare della Frascaroli un’attrice praticamente dimenticata. Basta scorrere gli indici analitici di alcuni dei principali monografie sul cinema muto italiano per rendersi conto che spesso e volentieri non viene neanche citata.

Il Fuoco – Giovanni Pastrone (1915)

luglio 14, 2015 1 commento

Il Fuoco di Giovanni Pastrone, qui sotto lo pseudonimo di Piero Fosco, è un film molto interessante perché dimostra la sua duttilità come regista. Un anno prima usciva Cabiria, che aveva cambiato per sempre la storia del cinema, caratterizzato da scenografie maestose e dalla presenza di milioni di comparse. Con il Fuoco ecco invece il ritorno all’essenziale con una vicenda che ruota tutto intorno a due attori e poco altro. Tema principale è la passione, il fuoco che arde nell’animo umano quando scoppia l’amore.

Una giovane poetessa (Pina Menichelli) e il pittore Mario Alberti (Febo Mari) si incontrano sulle rive di un lago mentre entrambi racchiudono con la loro arte uno splendido tramonto vermiglio. Per Mario è un colpo di fulmine. La poetessa, donna dal fascino mortale, si crogiola di questo sentimento. Una sera giunge a casa del pittore e gli propone due possibilità: restare dove si trova o seguirla, ma tenendo presente che il loro rapporto sarà breve, ma intenso: “Vedi! Come la passione la sua fiamma si leva fino al cielo e abbaglia. Ma dura solo un attimo”. L’uomo la segue fiducioso, e grazie a lei riesce a diventare un pittore famoso. Ignora che la poetessa è già sposata e così, al ritorno del ricco marito, lei lo abbandona senza troppe spiegazioni. Il giovane, vistosi respinto impazzisce per il dolore.

In questa sua prima prova cinematografica, Pina Menichelli si mostra come donna-gufo: forte, indipendente e fatale. Dice Gian Piero Brunetta: la Menichelli è soprattutto  “la femme fatale […], l’essere dotato di uno sguardo che paralizza, un bacio che avvelena e di un abbraccio che soffoca e precipita negli abissi del peccato”¹. Questa è la caratteristica di molte delle donne protagoniste dei film italiani e sarà proprio questo elemento a rendere l’attrice una delle grandi dive. Sarà così anche per Tigre Reale dello stesso Pastrone (1916), nonostante la problematica legata ai finali che affronteremo nell’articolo dedicato. Caratteristca particolare di questo racconto è la mancata punizione del personaggio negativo del racconto, che dopo aver rovinato l’esistenza di Mario Alberti torna sprezzante alla vita di tutti i giorni. Il film presenta un rimando a una sezione trattata durante il Cinema Ritrovato, quella della migrazione in particolare per quanto riguarda il Jockey della morte. Anche qui, è presente uno dei grandi nomi del cinema europeo, passato in Italia per fare cinema. Si tratta di Segundo de Chomón che alla fotografia firma la scena più bella del film, quando la menichelli rompe la lampada a olio e mostra quanto può essere ardente ed effimero il sentimento che lei gli promette (immagine ritratta nel manifesto scelto).

¹G. P. Brunetta, Il cinema muto italiano, Bari 2008, pp. 89-90.

Cabiria – Giovanni Pastrone (1914)

luglio 5, 2014 1 commento

Cabiria è il film dei film, il punto di partenza per il cinema come lo conosciamo oggi. Senza di lui, non esisterebbero forse i colossal, o magari sarebbero stati irrimediabilmente diversi. La storia è quasi una leggenda, Giovanni Pastrone chiede a Gabriele D’Annunzio di creare la storia e le didascalie. Esce fuori una storia romanzata della Roma del terzo secolo a.C. Che le didascalie siano o no di D’Annunzio è difficile capirlo, io penso di sì, ma comunque il testo permea di dannunzianità. Lo stile antico, ampolloso, l’aulico spinto fino agli estremi, a tratti anche fastidioso. Ma questo è un elemento che rende epico il film, perché tra le immagini e i testi epici, la sensazione è proprio quella di trovarsi di fronte a qualcosa di grandioso.

Alle vicende della Seconda Guerra Punica (218-202 a.C), si aggiungono le storie di Cabiria (Lidia Quaranta), Maciste (Bartolomeo Pagano) e Fulvio Axilla (Umberto Mozzato), personaggi di pura invenzione ma che acquistano spessore e credibilità nel racconto. In particolare Maciste, è un personaggio che ha segnato un’epoca, sulla scia dell’Ursus di Quo Vadis?. Raccontare l’intera storia sarebbe inutile e potrebbe riempire tre pagine, basti dire che è un film che ha fatto epoca, e che deve essere visto e tenuto presente al di là di tutto. Non parlo solo del racconto o delle scenografia, si sono fatti passi avanti incredibili a livello tecnico, e le innovazioni e gli espedienti tutilizzati per girare le incredibili scene, non possono essere inclusi in un unica monografia.

La mancanza di un’edizione dvd del restauro del 2006 è una delle maggiori testimonianze di come il cinema muto sia spesso trattato. Servirebbero dei mecenati e invece ci ritroviamo incagliati in questioni di diritti e problematiche complesse. A distanza di otto anni, per altro, ci sarebbe bisogno di un secondo restauro, questa volta in digitale, che porterebbe via altri anni e altri soldi. Insomma la situazione è complessa e non resta che sperare in un miracolo. Il film comunque gira l’Italia, quindi se ne avete l’occasione fiondatevi a vederlo; nonostante le tre ore di lunghezza ne sarà al valsa la pena e cambierete per sempre il modo di intendere il cinema.

E comunque “er dramma de Sofonisba nun l’ha capito nessuno

Per informazioni sulla versione proiettata a Bologna per il Cinema Ritrovato 2014, cliccare qui.

Cinema Ritrovato 2014 – Prime Anticipazioni Mute

Da qualche ora è uscita una prima anticipazione del programma del Cinema Ritrovato 2014 che prenderà il via il 28 Giugno per terminare il 5 Luglio 2014. Oltre a questo ci sarà un convegno dedicato ai 100 anni di Charlot che andrà dal 25 al 28 Giugno. Tra questi due eventi sono in programma circa 230 film muti. I film verranno presentati nelle seguenti sezioni: 100 anni di Charlot, documentari, 1914: il cinema cento anni fa, ritrovati e restaurati, William Wellman: tra muto e sonoro, Il Dottor Portegg, suppongo? – Le commedie di e con Rosa Porten, Werner Hochbaum: un uomo diviso, Germaine Dulac: un cinema di sensazioni, I 50 anni dell’Österreichisches Filmmuseum. Tutti i film muti saranno accompagnati da noti artisti e compositori come Neil Brand, Antonio Coppola, Daniele Furlati, Stephen Horne, Maud Nelissen, Donald Sosin, John Sweeney e Gabriel Thibaudeau. Ma andiamo all’elenco dei film finora annunciati.

Per il convegno Chaplin:

• Kid’s Auto Races in Venice (1914) di Charlie Chaplin
• A Night in the Show (1915) di Charlie Chaplin
• The Immigrant (1917) di Charlie Chaplin
• Shoulder Arms (1918) di Charlie Chaplin

Durante il Cinema Ritrovato 2014:
• Fantômas (1913) di Louis Feuillade
• Addio giovinezza (1918) di Augusto Genina
• Das Cabinet des dr. Caligari (Il gabinetto del dottor Caligari, 1920) di Robert Wiene
• Norrtullsligan (The Norrtull Gang, 1923) di Per Lindberg
• The Epic of Everest (1924) di Captain John Noel
• The Temptress (La tentatrice, 1926) di Fred Niblo
• Why Be Good? (1929) di William Seiter
• The Merry Widow (La vedova allegra,1925) di Erich Von Stroheim
• Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone
• Maudite soit la Guerre (1914) di Alfred Machin
• You Never Know Women (Maschere russe, 1926) di William Wellman
• Beggars of Life (1928) di William Wellman
• The Man I Love (1929) di William Wellman
• Wem Gehört das Kind? (1910) di Franz Porten
• Das Teufelchen (1917) di Franz Porten
• Zwei Welten (1929) di Werner Hochbaum
• Brüder (Brother,1929) di Werner Hochbaum
• Le Olimpiadi di Amsterdam (1928)

Romafil 2012 – filatelia e cinema

ottobre 12, 2012 Lascia un commento

Dal 12 al 14 Ottobre 2012 si terrà a Roma presso il Palazzo dei Congressi di Piazza Kennedy all’Eur, il X Salone Internazionale del Francobollo. All’interno si potrà acquistare un folder dal titolo “Il Cinema – Francobolli tra pellicole e cineprese” che, al costo di 24€, raccoglie francobolli emessi tra il 1996 e il 2011. Tra i tanti splendidi francobolli contenuti nel folder ce n’è anche uno dedicato a Maciste e Cabiria di Giovanni Pastrone, emesso il 30 Agosto del 1996. Sul francobollo troviamo in primo piano Bartolomeo Pagano mentre sullo sfondo la Mole Antonelliana di Torino oltre che la statua del Dio Moloch.

Se avete la possibilità è certamente una splendida occasione per avere un pezzo di storia del francobollo oltre che un frammento del cinema muto.

L’ingresso al Romafil è gratuito e seguirà i seguenti orari: Venerdì-Sabato ore 9:30-18:30; Domenica ore 9:30-14:00.

Per maggiori informazioni consultare il sito http://expo.fsfi.it/romafil2012/index.php

La Maschera di Ferro (The Iron Mask) – Allan Dwan (1929)

settembre 23, 2011 2 commenti

Dopo i Tre Moschettieri, mi sembra doveroso parlare anche del bellissimo seguito, fortemente voluto da Fairbanks che torna così a vestire i panni del grande D’Artagnan ad otto anni dal primo capitolo. La Maschera di Ferro si ispira liberamente agli avvenimenti narrati nella trilogia dei Moschettieri concentrandosi in particolar modo sulle vicende che riguardano il Re Luigi XIV e suo fratello, narrate nel terzo ed ultimo capitolo, Il Visconte di Bragelonne. Oltre a produrre ed interpretare il film, Fairbanks, sotto il nome di Elton Thomas, scrisse anche la sceneggiatura creando uno svolgimento alternativo a quello di Dumas che lascia comunque soddisfatti. Tralasciando, infatti, le evoluzioni dei personaggi, egli preferisce concentrasi su quelli già introdotti nel primo capitolo, forse per sfruttarne il successo. Il risultato fu un film muto distribuito in due versione: una completamente muta ed una con alcune sequenze sonorizzate. Di questa seconda versione non ne era rimasta alcuna copia, ma grazie ad una registrazione fonografica è stato possibile integrare l’audio e sincronizzarlo alla pellicola. Nel 1952, Fairbanks Jr. rilasciò un’ulteriore versione rivisitata senza didascalie ma accompagnata dalla sua voce narrante. La scelta di realizzare un film muto nonostante l’anno di produzione può essere interpretata come la volontà di lasciare un ultimo grande capolavoro in quello che era l’ambiente più adatto alle capacità di Fairbanks. Ma l’attore Statunitense non è il solo a rivestire i panni indossati otto anni prima, ritroviamo infatti il grande Nigel De Brulier come al solito nel ruolo del Cardinale Richelieu, Marguerite De La Motte come Constance Bonacieux, Léon Bary nel panni di Athos e Charles Stevens nel ruolo di Planchet aiutante di D’Artagnan.Viste le numerose modifiche apportate al romanzo originale, racconterò brevemente la trama della vicenda:

Anna D’Austria (Belle Bennett) regala a Luigi XIII (Rolfe Sedan) un figlio maschio il quale viene immediatamente designato erede al trono. Mentre il Re è impegnato a festeggiare, la Regina partorisce però un gemello. Il Cardinale Richelieu (Nigel de Brulier) decide, per il bene della Francia, di nascondere il secondogenito in Spagna e crescerlo segretamente. Costanza (Marguerite De La Motte) viene rinchiusa in un monastero perché a conoscenza del complotto e lasciata nelle mani della spietata Milady De Winter (Dorothy Revier). Un’altra persona, però, è venuta a conoscenza del segreto del Cardinale, il Conte di Rochefort (Ulrich Haupt). D’Artagnan (Douglas Fairbanks) e i suoi fidati amici Athos (Léon Bary), Porthos (Stanley J. Sandford) e Aramis (Gino Corrado) si lanciano alla ricerca di Costanza ma arrivano quando ormai ha perso la vita per mano di Milady, desiderosa di sapere anche lei il segreto della corte. Ma i guai non sono finiti. Richelieu, infatti, ordina ai quattro amici di dividersi, pena la morte, e affida il piccolo Luigi XIV (William Bakewell) alla custodia del guascone, spendendo i Tre Moschettieri nelle loro rispettive regioni. Il tempo passa e Richelieu e il Re Luigi XIII muoiono. Il Conte di Rochefort cresce segretamente il gemello del nuovo regnante e, grazie all’aiuto alcuni servitori corrotti, lo sostituiscono al trono e tentano di uccidere D’Artagnan che si salva miracolosamente. Il vero Luigi XIV viene segregato in una roccaforte sul lago nascosto da una maschera di ferro. Dalla sua prigione, però, il giovane riesce a far giungere un messaggio a D’Artagnan. Inizierà allora l’ultima grande avventura dei quattro eroi che strapperà qualche lacrimuccia ma che ci regalerà un finale che, come garantisce la scritta di chiusura, non è che un nuovo inizio…

Anche questo secondo capitolo ci regala uno svolgimento incalzante e serrato. Le vicende eroiche si alternano, specialmente nella prima parte del film, a quelle burlesche, strappandoci qualche risata. Fairbanks, nonostante i suoi quarantacinque anni, dimostra di essere ancora fisicamente in grado di compiere alcune acrobazie e non perde occasione per mostrare il proprio talento interpretativo. Con l’età l’attore sembra aver acquisito anche una certa fierezza e dignità che riesce a trasmettere al nostro D’Artagnan. Il lavoro di montaggio mi ha colpito positivamente, così come le inquadrature che sanno regalare delle immagini notevoli. Nel complesso un film molto ben fatto che mi ha saputo coinvolgere, grazie anche al differente svolgimento rispetto ai romanzi di Dumas. Al contrario del primo capitolo non conosco eventuali colorazioni in Technicolor. Le vicende della Maschera di Ferro avevano fin dasubito suscitato l’attenzione dei registi e, ancora una volta, abbiamo numerosissime trasposizioni: andiamo da “La Maschera di Ferro” di Piero Fosco (alias il grande Giovanni Pastrone) del 1909 di cui non conosco l’eventuale stato di conservazione, al fantomatico film tedesco Der Mann mit der eisernen Maske di Max Glass (1923), di cui non ho trovato informazioni, fino alla nostra versione del 1929. Inutile dire che svariate sono state le riproposizioni tra cinema, televisione e opere teatrali. Della versione di Dwan esistono diverse edizioni in DVD anche in italiano, tra cui possiamo ricordare le due edite dalla Dcult (la seconda in coppia con Il Pirata Nero sempre con Fairbanks) e quella Exa.