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Posts Tagged ‘Erich von Stroheim’

Cinema Ritrovato 2014 – Prime Anticipazioni Mute

Da qualche ora è uscita una prima anticipazione del programma del Cinema Ritrovato 2014 che prenderà il via il 28 Giugno per terminare il 5 Luglio 2014. Oltre a questo ci sarà un convegno dedicato ai 100 anni di Charlot che andrà dal 25 al 28 Giugno. Tra questi due eventi sono in programma circa 230 film muti. I film verranno presentati nelle seguenti sezioni: 100 anni di Charlot, documentari, 1914: il cinema cento anni fa, ritrovati e restaurati, William Wellman: tra muto e sonoro, Il Dottor Portegg, suppongo? – Le commedie di e con Rosa Porten, Werner Hochbaum: un uomo diviso, Germaine Dulac: un cinema di sensazioni, I 50 anni dell’Österreichisches Filmmuseum. Tutti i film muti saranno accompagnati da noti artisti e compositori come Neil Brand, Antonio Coppola, Daniele Furlati, Stephen Horne, Maud Nelissen, Donald Sosin, John Sweeney e Gabriel Thibaudeau. Ma andiamo all’elenco dei film finora annunciati.

Per il convegno Chaplin:

• Kid’s Auto Races in Venice (1914) di Charlie Chaplin
• A Night in the Show (1915) di Charlie Chaplin
• The Immigrant (1917) di Charlie Chaplin
• Shoulder Arms (1918) di Charlie Chaplin

Durante il Cinema Ritrovato 2014:
• Fantômas (1913) di Louis Feuillade
• Addio giovinezza (1918) di Augusto Genina
• Das Cabinet des dr. Caligari (Il gabinetto del dottor Caligari, 1920) di Robert Wiene
• Norrtullsligan (The Norrtull Gang, 1923) di Per Lindberg
• The Epic of Everest (1924) di Captain John Noel
• The Temptress (La tentatrice, 1926) di Fred Niblo
• Why Be Good? (1929) di William Seiter
• The Merry Widow (La vedova allegra,1925) di Erich Von Stroheim
• Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone
• Maudite soit la Guerre (1914) di Alfred Machin
• You Never Know Women (Maschere russe, 1926) di William Wellman
• Beggars of Life (1928) di William Wellman
• The Man I Love (1929) di William Wellman
• Wem Gehört das Kind? (1910) di Franz Porten
• Das Teufelchen (1917) di Franz Porten
• Zwei Welten (1929) di Werner Hochbaum
• Brüder (Brother,1929) di Werner Hochbaum
• Le Olimpiadi di Amsterdam (1928)

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La Mandragora (Alraune) – Henrik Galeen (1928)

agosto 12, 2013 3 commenti

La mandragora, per via della sua radice dalla forma vagamente antropomorfa, ha fin dall’antichità stuzzicato la fantasia degli uomini. Nel 1911 Hanns Heinz Ewers pubblicò una sorta di rivisitazione moderna del mito di Frankenstein, collegato anche con quello di Homunculus: Alraune: Die Geschichte eines lebenden Wesens. Ewers riprese una tradizione medievale secondo cui, nelle notti di luna piena, le radici di Mandragora prendevano forma umana portando fortuna ma anche sofferenza e tormenti. Immaginava così che uno scienziato creasse a partire dal seme di un impiccato un figlio inseminando una prostituta. Da quella terribile unione nasceva così Alraune, donna contraddistinta da un fatale fascino e carisma. La storia ebbe subito un incredibile successo e scatenò la fantasia dei produttori cinematografici. Nel 1918 uscirono almeno due versioni del film, che mi risulta siano andate perdute: una ungherese con regia di Micheal Curtiz e Edmund Fritz ed una seconda tedesca, regia di Eugen Illés e Joseph Klein. Nel 1919 venne quanto meno annunciato Alraune und der Golem di Nils Olaf Chrisander anche se potrebbe non aver mai visto la luce (vedi sezione approfondimenti). Il successo non si esaurì negli anni successivi tanto che venne girato il remake di cui ci occupiamo oggi, che vide la luce nel 1928, uno degli ultimi anni del cinema muto con un cast di eccezione, basti pensare a Brigitte Helm e Paul Wegener, e con la regia di Henrik Galeen che aveva in passato diretto pellicole come Il Golem (la prima ormai frammentaria versione del 1915 assieme a Wegener) e lo studente di Praga.

Il Professor Jakob ten Brinken (Paul Wegener) progetta di dare vita ad un essere vivente fecondando una prostituta con lo sperma di un impiccato. Lo scopo di questo immondo esperimento è quello di valutare se l’essere nato in questo modo riceverà in eredità i vizi dei suoi genitori. Dall’unione nasce Alraune (Brigitte Helm), che crescendo si dimostra una donna dal fascino e dall’intelligenza eccezionale ma in grado di portare agli uomini che si innamorano di lei tristezza e disperazione. Alraune cresce sotto lo stretto controllo dello scienziato, pensando sia suo padre biologico. Solo il Professor Jakob e, suo malgrado, il nipote Franz Braun (Iván Petrovich), infatti, conoscono la vera natura della ragazza. Così, quando Alraune scoprirà la sua vera origine, organizzerà con Franz Braun una terribile vendetta ai danni del suo creatore…

Ci troviamo di fronte ad un bel film tra fantascienza e horror, ben strutturato e perfettamente interpretato. Il filone, come abbiamo visto, è quello tipico che vede la scienza davanti alla creazione di una vita da presupposti mostruosi. Grazie al suo incredibile fascino e carisma, Alraune/Helm si presenta quasi come un Homunculus al femminile, senza però diventare un antieroe ma mantenendo tutte le sue debolezze. Il personaggio, non appena viene a conoscenza del suo passato, cerca sì la vendetta, ma non per questo tenta di allontanarsi dalla vita ma solo di cercarne un’altra tranquilla accanto alla persona che ama. Proprio la presenza di sentimenti differenzia Alraune da Homunculus. Oltre alle belle inquadrature cariche di significati, alcune ricordano classici come Nosferatu, colpisce la dolce malinconia che accompagna tutta la pellicola. Il finale, in particolare, lascia piacevolmente impressionati, nonostante il taglio netto. Non stupisce, insomma, se una storia così incredibile abbia avuto altri remake, di cui uno del 1930 con Brigitte Helm nuovamente nei panni di Alraune e con Richard Oswald alla regia. Ultima versione, invece, è quella del 1952 con la bella Hildegard Knef  e il mio amato Erich von Stroheim nei panni, rispettivamente, di Alraune e dello scienziato. Nel corso degli ultimi anni, infatti, l’interesse per questa terribile storia è scemato, forse anche a causa dello sviluppo scientifico e delle centinaia di ricerche sull’argomento. Ma un personaggio del fascino di Alraune dimostra di non avere età e non mi meraviglierei se nel futuro venisse prodotto un altro adattamento dell’opera di Ewers.

Il film, purtroppo, non mi risulta sia mai stato editato in DVD, ma è possibile vederlo tramite un vecchio riversamento (forse da VHS) o attraverso una registrazione dalla RAI. La qualità in particolare del primo riversamente è molto buona e il film merita certamente la visione. Vi lascio con uno spezzone tratto da una scena circense (c’è anche questo nel film!).

Approfondimento: riguardo i due o tre o addirittura quattro Alraune che uscirono tra il 1918 e il 1919 vi consiglio questa bellissima pagina anglofona che discute e fa chiarezza sulla probabile situazione. Potete visitarla cliccando qui.

Femmine Folli (Foolish Wives) – Erich von Stroheim (1922)

agosto 31, 2011 1 commento

Von Stroheim ha già fatto capolino in uno dei precedenti articoli e sicuramente tornerà ancora  almeno con il mastodontico Greed. Il regista viennese è uno dei personaggi più interessanti nella storia del cinema muto, con le sue manie di grandezza che lo portarono a forti contrasti con le case di produzione. Femmine folli è il suo terzo lungometraggio e mette alla luce la sua ossessiva meticolosità nel compiere le riprese. Vista l’impossibilità di girare le scene direttamente a Montecarlo, Von Stroheim si fece costruire una riproduzione della città, cosa che fece salire le spese a cifre mai viste prima, e arrivò a girare per un totale di più di otto ore. La durata era talmente eccessiva che il produttore dovette tagliare gran parte del materiale fino ad arrivare alle attuali due ore circa (stessa sorte avrà anche Greed). Le spese esorbitanti furono per una volta premiate da un ottimo successo a livello mondiale.

Siamo nel 1920 e il “Conte” russo Wladislaw Sergius Karamzin (lo stesso Von Stroheim, sempre a suo agio nei panni dell’uomo perfido dell’Europa dell’est) è in esilio a Montecarlo insieme alle due “cugine”, Olga Petchnikoff (Maude George) e la Principessa Vera Petchnikoff (Mae Busch). Sfruttando il suo fascino, il Conte riuscirà a sedurre numerose donne: la povera cameriera Maruschka (Dale Fuller), ed Helen (Miss Dupont) moglie del Diplomatico americano Andrew Hughes (Rudolph Christians che morì di Polmonite durante le riprese e venne sostituito da Robert Edeson che si mosterà solo di spalle).

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

In un crescendo di orrori e doppi giochi Wladislaw arriverà a farsi prestare subdolamente ingenti somme di denaro. Ma l”apice degli orrori coinciderà con la sua morte. Recatosi infatti di nascosto presso la casa del falsario Ventucci (Cesare Gravina), il Conte cercherà di abusare della figlia minorata (Malvina Polo) ricevendo in cambio la giusta punizione…

(potete riprendere la lettura da qui..)

Questa storia riprende il tema della decadenza della nobiltà, descrivendone i vizi e gli eccessi. Dal mio punto di vista ho vissuto con sofferenza l’evolversi della vicenda, distrutto e contrariato per le malefatte di Wladislaw. Nonostante questo il personaggio che ne esce è talmente malvagio da sembrare una caricatura grottesca. Senza dubbio bisogna riconoscere il grande merito a Von Stroheim di aver interpretato alla perfezione il proprio ruolo. Ancora una volta si conferma la grande attenzione per i dettagli da parte del regista viennese, che non perde occasione per soffermarsi su un gesto, un’immagine o una luce particolare. All’interno della pellicola non mancano comunque ironia e umorismo, che si miscelano all’elemento fortemente drammatico fino a creare un film godibilissimo nonostante la lunga durata. Il risultato è felicemente riassunto in questo commento che condivido a pieno: “attraverso la creazione di un (ulteriore) universo fittizio Stroheim smaschera l’ipocrisia insita nell’uomo e nel mondo, ossia si serve della falsità per parlare di essa. L’originalità, lo spessore, la spietatezza di questo film sono incredibili ancora oggi.” (commento preso da oxide.it)

Vi saluto ricordandovi che di Femmine Folli si possono trovare facilmente numerose edizioni a prezzi molto vantaggiosi: in Italia dovrebbe essere edito almeno dalla Ermitage e dalla DCult. Uno dei tanti lati positivi di amare i muti è di avere, spesso, una vasta scelta a costi decisamente ridotti.

Il Fantasma dell’Opera (The Phantom of the Opera) – Rupert Julian (1925)

agosto 29, 2011 9 commenti

Dal romanzo francese “Le fantôme de l’Opéra” di Gaston Leroux, lo sappiamo, sono state tratte numerose trasposizioni cinematografiche, più o meno riuscite. La prima fu quella di Ernst Matray nel 1916 con il suo Das Phantom der Oper o Das Gespenst im Opernhaus (se non erro uno degli altri gioielli perduti del muto). Nel 1925 viene chiamato Rupert Julian a dirigere la prima versione americana. Il regista si era fatto un nome rimpiazzando appena un anno prima un suo collega di nostra conoscenza, Erich von Stroheim, nel film “Donne viennesi” (Merry-Go-Round). Per girare “Il Fantasma dell’opera”, Julian potè contare su attori molto celebri all’epoca come Mary Philbin e Lon Chaney, che interpreta magistralmente il fantasma e contribuisce, grazie ai suoi trucchi, a rendere visibile l’orrenda deformità del personaggio. Tra gli attori non accreditati, mi fa piacere segnarlarli,  ritroviamo, tra i tanti, il nostro Cesare Gravina (come uno dei manager che vende il teatro ad inizio film) e Bernard Siegel (nel ruolo di un lavoratore del teatro che ha visto il fantasma con i propri occhi).

Nei sotterranei del Teatro dell’Opera di Parigi, si aggira un misterioso Fantasma (Lon Chaney) che per amore della cantante Christine Daae (Mary Philbin), compie numerosi sabotaggi al fine di farla sfondare. La ragazza è però innamorata di Raoul (Norman Kerry) con il quale vorrebbe sposarsi. Il Fantasma, parlando ogni giorno a Christine di nascosto, riesce a convincerla a rinunciare al proprio amore in cambio della celebrità. Una sera, dopo una tragica interpretazione in cui viene uccisa la prima cantante Carlotta, Christine viene portata dal Fantasma nella sua dimora, dove lei scoprirà la sua deformità e pazzia. Grazie all’aiuto dell’enigmatico Ledoux (Arthur Edmund Carewe, che ricordiamo anche in The Cat and the Canary), Raoul e Christine cercheranno di liberarsi della minaccia del Fantasma…

Lon Chaney ci regala una delle sue migliori interpretazioni, almeno a livello evocativo, contribuendo anche, pur se non accreditato, alla regia. Mostrando una dedizione al suo ruolo che raramente si può riscontrare oggi, Chaney si adopera per mettere a punto il trucco del suo personaggio, tanto da utilizzare espedienti che gli procureranno diverse ferite: come ad esempio i fili invisibili che gli sollevavano le narici nei primi piani. Per creare il suo mostro l’attore si era ispirato alle celebri illustrazioni di André Castaigne. La prima versione del film, ovvero quella diretta da Julian, non ebbe un grandissimo successo, venne quindi chiesto a Laemmle prima e Sedwick poi di rigirare alcune scene. Il risultato finale è più o meno quello che possiamo vedere adesso, infatti circolano tutt’oggi numerose versioni di durata e contenuti leggermente diversi. Con l’avvento del sonoro venne creata anche una trasposizione parlata, senza però la partecipazione di Chaney, il quale per contratto non poteva essere ridoppiato. Il film fu comunque un grande successo, che ripagò ampiamente gli sforzi fatti dai produttori. Ancora oggi il Fantasma di Chaney rimane stabilmente nel pensiero collettivo.

Il film riesce ad essere ancora attuale grazie a molte scene fortemente evocative, alcune delle quali mi sembrano tra le migliori in assoluto del cinema muto. Come dimenticare, ad esempio, Chaney/Morte in rosso durante il ballo in maschera? Grazie all’uso di Technicolor bicromatico, si crea un effetto inebriante e terribile, una scena che potrebbe avere il suo effetto in qualunque epoca. Altre parti indimenticabili sono quelle della rivelazione del vero volto del Fantasma o quella di Chaney  nascosto tra le statue che spia i piani dei due innamorati. L’unica grande pecca di questa trasposizione, a mio avviso, è l’eccessiva concentrazione sulla storia d’amore che finisce per mettere in secondo piano l’approfondimento psicologico del Fantasma che rimane del tutto indefinito. Di certo la lettura del romanzo, a cui gli sceneggiatori Elliot J. Clawson e Raymond L. Schrock si sono attenuti abbastanza fedelmente, può aiutare sotto questo punto di vista. Le edizioni di questo capolavoro abbondano sia in Italia che all’estero, di tutti i prezzi e qualità, vi invito quindi a dare un’occhiata a questa pellicola che sicuramente vi regalerà tante sorprese.

La Vedova Allegra (The Merry Widow) – Erich von Stroheim (1925)

agosto 15, 2011 1 commento

Von Stroheim era un regista che viveva di passioni, quando aveva un’idea in mente cercava di perseguirla fino a che non riusciva a metterla in atto, possibilmente a modo suo. Queste sue fissazioni lo hanno sicuramente limitato nel corso della sua carriera, ma comunque hanno contribuito a creare il mito intorno a lui. La vicenda raccontata nel “la vedova allegra” è  tratta dall’omonima operetta di Franz Lehár con libretto di Victor Léon e Leo Stein. Nonostante sia uno dei film meno ricordati del regista, è sicuramente il meno martoriato dai tagli, forse perché Von Stroheim era riuscito, per una volta, a fare un lavoro che andava incontro alle esigenze della produzione. Ovviamente non tutto poteva però filare liscio ed il montaggio finale, a causa della scandenza del contratto con la MGM, non fu fatto dal regista viennese ma da Irving Thalberg, che comunque seguì le linee guida del regista. Il Film fu molto apprezzato all’epoca ed incassò una cifra elevatissima rispetto a quella investita. La casa di produzione, secondo quanto si dice, non diede però un soldo al viennese: gli introiti furono infatti utilizzati per avere un ritorno dalle folli spese che il regista aveva provocato con il suo Greed, che non era stato ripagato con il giusto successo.

Von Stroheim ci proietta nel piccolo regno di Monteblanco, nell’Europa centrale. Qui governa il Re Nikita I (George Fawcett) che ha per figlio il malvagio e viscido Principe Mirko (Roy D’Arcy) e per nipote l’affascinante Principe Danilo Petrovich (il nostro amato John Gilbert ancora una volta nei panni del farfallone). Fin dalle prime scene capiamo subito la differenza caratteriale tra i due cugini: l’esercito si trova infatti a dover soggiornare in un piccolo paesino di contadini e se l’erede al trono appare schifato e indispettito, Danilo, al contrario, sembra interessato e divertito da quella realtà rurale. I due con il resto dell’esercito si recano quindi nell’unica struttura in grado di poter accogliere una mole tanto grande di ospiti e iniziano a sistemarsi nelle stanze.  Passa un giorno e nel paesino arriva anche una carrozza ricolma dei membri della compagnia “The Manhattan Follies“, che hanno bisogno di un posto dove soggiornare prima di andare della città dove svolgeranno lo spettacolo. Tra questi vi è anche la bellissima Sally O’Hara (Mae Murray), la prima ballerina della compagnia, che mostra subito di essere un tipino molto estroso. Il primo incontro con Danilo non è certo dei migliori: il principe scendendo le scale vede una ragazza e senza tanti complimenti la bacia. Solo allora si accorge della presenza di Sally e, dopo aver lasciato l’altra ragazza più che sbigottita, si offre di farle da interprete conoscendo lui benissimo l’inglese. La ballerina, felice di sentire qualcuno parlare la propria lingua, accetta con piacere. Danilo si offre inoltre di accorpare alcuni militare in una camera, in modo da liberarne alcune e permettere alla compagnia di soggiornare con loro e, con estrema maliziosità, dice che offrirà a Sally la sua di stanza (ovviamente con lui dentro). La ragazza finge saggiamente di non capire. Danilo torna poi dai suoi commilitoni e, dopo averli informati della sua decisione, chiede gentilmente di non essere chiamato “Sua altezza” in presenza dei membri della compagnia. Quando Mirko vede Sally, ne rimane a sua volta colpito e, in un bel siparietto comico, se la litiga con il cugino. La ragazza è brava a liberarsi di entrambi.

Passa del tempo e i due cugini si recano allo spettacolo della ballerina. Finita la performance, Sally si ritrova a dover fronteggiare una serie di indesiderati tentativi di seduzione: prima da parte del bavoso Barone Sadoja (Tully Marshall), mezzo infermo e descritto altrove come una sorta di feticista, poi da parte del viscido Mirko e infine da Danilo. Quest’ultimo tentativo ha successo e i due vanno to supper insieme. Danilo si era davvero innamorato di Sally e aveva intenzione, quella sera, di rivelarle la sua vera identità e dichiararsi. Ma il Principe ereditario, leso nell’onore, medita vendetta. I due cugini erano infatti solito andare da “François“, un circolo per nottambuli non proprio puritani, dove accadeva di tutto senza alcuna limitazione. Con i membri della cerchia, Mirko fa irruzione nella stanza dei due innamorati per rovinare loro la serata, ma Danilo lo prende in controtempo chiedendo di non importunare la futura Principessa Petrovich. Sally, però, fugge indispettita dal segreto che il Principe aveva tenuto nascosto. Ma l’amore sembra vincere su tutto e, dopo pochi minuti, la bella ballerina torna dal suo amato e decide di sposarlo. A corte però, il Re non è per niente felice della cosa…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

…e impone a Danilo di non sposare la sua amata. Nonostante i tentativi di aggirare il divieto, il Principe è costretto ad accettare l’ordine e non si presenta al matrimonio. Informata dell’accaduto Sally cade nel più sprofondo sconforto e si riduce ad accettare le avance del bavoso Barone Sadoja pur di acquisire un titolo che potrà poi permetterle di sposare il suo amato Danilo. Per fortuna durante la prima notte di nozze il Barone ha un collasso e muore sul colpo, lasciandola con una ricca eredità e il titolo di Baronessa.
Passa un lungo anno e Sally si rifugia a Parigi da dove fa avere sue notizie al Principe Danilo. La neo Baronessa è però desiderosa di far pagare l’affronto subito al giovane amante e si finge fredda e disinteressata dimostrando, al contrario, un certo interesse nei confronti di Mirko. Il gioco sfugge però loro di mano: Sally dichiara di voler sposare Mirko e Danilo, visibilmente turbato, lo colpisce. Il Principe ereditario coglie l’occasione per sfidare il cugino ad un duello di morte. Sally, disperata, prega Danilo di rifiutare di battersi, richiesta che il Principe interpreta come un segno dell’amore sincero che la ragazza prova per Mirko. Viene il giorno della resa dei conti: Danilo, desideroso di rendere felice la sua Sally, non spara venendo così colpito da Mirko restando, per molto tempo, tra la vita e la morte. La sorte ha però deciso di premiare il vero amore. Il Re Nikita I muore e lascia il regno al viscido Mirko. Il giorno del funerale, però, il nuovo regnante viene a sua volta ucciso da un’issurrezione popolare. Danilo guarisce e può finalmente sposare la sua amata vedova finalmente felice.

(potete riprendere la lettura da qui…)

Una pellicola di due ore ricca di fatti ed avvenimenti concatenati tra loro. Ogni scena è importante o per caratterizzare i personaggi o per introdurre gli avvenimenti futuri. Niente è lasciato al caso nella meticolosità che caratterizza il regista viennese. Film drammatico e divertente insieme, senza tempi morti nonostante la lunga durata. Grazie all’ottimo cast niente è fuori posto, ogni attore riesce a rendere alla perfezione il proprio ruolo senza sbavature.
Ho scelto di cominciare da questo film di Von Stroheim forse proprio perché lo si è spesso sottovalutato. Spero possa in breve tempo avere la visibilità che merita.

L’uomo che prende gli schiaffi (He who gets slapped) – Victor Sjöström (1924)

luglio 30, 2011 7 commenti

Tradotto orribilmente con “L’uomo che prende gli schiaffi“, questa pellicola rappresenta forse il film più bello del regista svedese Sjöström, uno dei tanti che non sopravviverà al passaggio al sonoro ma che  avrà modo di essere ricordato per un’importante interpretazione (all’età di 78 anni) ne “il posto delle fragole” di Bergman. Altrove ho visto il titolo tradotto con “Colui che…” ma forse è uno dei tanti casi in cui la trasposizione in un’altra lingua non rende merito all’originale. La storia è tratta dall’omonima opera di Leonid Andreyev, autore teatrale che aveva lottato per la Rivoluzione Russa, ma che non aveva mancato di rendere nota la sua avversione ai bolscevichi. Per questi dissidi politici era stato costretto a scappare in Finalndia, dove si suiciderà nel 1919.

La vicenda si svolge in Francia dove Paul Beaumont (Lon Chaney), geniale scienziato, lavora ad una grande scoperta grazie all’aiuto economico del Barone Regnard (Marc McDermott, attore australiano che morirà a soli 47 anni per una cirrosi epatica) e il supporto morale dell’amata moglie. Paul riesce finalmente a dimostrare le sue teorie, ma il giorno in cui deve sottoporle all’Accademia delle Scienze con suo sommo stupore il Barone la presenta agli studiosi come sua. Indignato lo scienziato cerca di farsi giustizia ma viene schiaffeggiato da Regnard, additato come buffone e deriso da tutti i presenti. Tornato dalla sua amata Paul cerca conforto tra le sue braccia, ma viene presto a scoprire che anche lei l’ha tradito essendosi innamorata del malvagio barone. La moglie lo schiaffeggia e lo deride dandogli del clown, e rivela di essersi invaghita del Barone per il suo charme e la sua elevata disponibilità economica. Distrutto psicologicamente lo scienziato torna nel suo studio dove, ai limiti della pazzia, scoppia in una incontrollabile risata.
Passano cinque lunghi anni e Paul ha intrapreso una nuova carriera: quella di clown in un circo parigino. Ora è conosciuto come “He Who Gets Slapped” o, più brevemente, come He. Qui è la star dello spettacolo, durante il quale viene preso ripetutamente a schiaffi dagli altri buffoni e deriso da tutto il pubblico (tra i clown si vocifera ci fosse anche Bela Lugosi, ma la notizia non è mai stata confermata). Ma non ci sono solo clown nel circo, un altro spettacolo molto importante è portato avanti dall’acrobota Bezano (John Gilbert, una delle stelle più brillanti di Hollywood che ricordo nella “Vedova allegra” dell’eccentrico Von Stroheim), che esegue le sue evoluzioni in groppa al suo cavallo. A lui si aggiunge la figlia del decaduto Conte Mancini (Tully Marshall), la splendida Consuelo (Norma Shearer, che vincerà l’oscar come migliore attrice nel 1930 con “la divorziata“). Tra i due ragazzi nasce subito l’amore, ma non tutto va come dovrebbe…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Ad uno degli spettacoli assiste anche una vecchia conoscenza di He, il perfido Barone Regnard, che non perde occasione di notare e corteggiare la giovane Consuelo. Il nostro eroe, innamoratosi a sua volta della purezza del cuore dell’acrobata, cerca di evitare che il Barone rovini la vita alla ragazza e, senza farsi riconoscere, lo deride con numerosi scherzi permettendo così a Consuelo di allontanarsi. Ma il Conte Mancini, assetato di soldi, vende l’amore della figlia al Barone e organizza, segretamente, le sue nozze (nel mentre la moglie di Paul viene cacciata dalla casa del Barone dove aveva vissuto fino a quel momento avendo, in cambio dell’annichilimento della propria esistenza, mille franchi). He capisce cosa stanno ordendo i due malfattori e cerca di mettere in guardia Consuelo, ma troppo tardi. Per permettere al suo amore di vivere felice, il clown minaccia il Conte Mancini che, messo alle strette, lo ferisce a morte con una lama. Paul, ha però preparato la sua vendetta, appostando davanti all’unica porta verso l’esterno un leone affamato. Quando il Conte ed il Barone aprono la porta, vengono in poco tempo divorati dalla bestia e solo l’intervento tempestivo del domatore evita la stessa fine al nostro eroe. Ma ormai è troppo tardi anche per lui: con le ultime forze He corre a fare il suo ultimo spettacolo, regalando l’ultima risata (the last laught su cui tanto si insiste durante tutto il film) al proprio pubblico prima di morire dissanguato. Tra le braccia di Consuelo, in una scena fortemente drammatica, Paul si dice finalmente felice per averle donato la felicità.

(potete riprendere la lettura da qui…)

Un film drammatico, un inno all’amore e alla sincerità. Un invito a vivere in maniera semplice, lontano dalla tanto attuale “prostituzione sentimentale” in cambio di vile denaro. Come sempre accade in questi  film, la morale non lascia mai la storia, ma ne è la forza e il motore.
A livello tecnico, ho notato con interesse, in tutta la mia ignoranza in questo campo, gli espedienti scenici degli inframezzi tra una scena e l’altra, forse invecchiati un pochino male, e che all’inizio della pellicola mi hanno quasi destabilizzato. Molto bella è invece la scelta di alternare le scene di amore tra i due acrobati e il contemporaneo ordimento del diabolico piano da parte dei due “nobili” (sarebbe più giusto dire malviventi), espediente che viene ripreso nelle scene finali del film. Stupendo anche l’uso simbolico del piccolo cuore di stoffa che He porta sempre con sé.
Per quanto riguarda l’interpretazione penso sia una delle migliori da parte del grandissimo Lon Chaney, che riesce a rendere nel migliore dei modi lo stato d’animo dello scienziato prima e del clown poi, dando una grande dimostrazione della sua straordinaria mimica, acquisita fin da piccolo quando doveva dialogare con i genitori, entrambi sordomuti. Ottime anche le interpretazioni di Gilbert e della Shearer, che si confermano due ottimi attori, in particolare Gilbert (sempre a suo agio nei panni del farfallone).
A livello musicale, escludendo qualche sbavatura, ho trovato i motivi estremamente coinvolgenti ed adatti ad accompagnare le scene.

Nel complesso un film estremamente bello, dimostrazione evidente (e non celata nel “lavoro sporco” come può avvenire in altri film) della bravura di Lon Chaney. Grande lavoro da parte del regista Sjöström che riesce a fondere al meglio le tecniche svedesi/europee a quelle americane.
Sicuramente un film che non può essere evitato dai grandi amanti del cinema muto, ma ho qualche riserve nel consigliarlo a un non appassionato, in quanto risente a tratti degli anni trascorsi.