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Posts Tagged ‘Tully Marshall’

A Modern Musketeer – Allan Dwan (1917)

novembre 24, 2011 Lascia un commento

Prima ancora dei Tre Moschettieri e de la Maschera di Ferro, il nostro Douglas Fairbanks aveva già impersonato il personaggio di D’Artagnan nello stavagante A Modern Musketeer, per altro diretto dallo stesso Allan Dwan che, nel ’29, aveva diretto The Iron Mask. Prendendo le mosse dal “D’Artagnan of Kansas” di Eugene Percy Lyle, il regista ci regala una bella storia con un Fairbanks decisamente in forma, sempre pronto a compiere qualche prodezza.

Ned Thacker (Douglas Fairbanks) nasce dopo una gestazione in cui la madre (Edythe Chapman) non ha fatto altro che leggere le avventure dei Tre Moschettieri, durante un ciclone potentissimo. La somma di questi avvenimenti rende il giovane Ned un vero e proprio D’Artagnan del Kansas, sempre pronto a difendere i deboli in difficoltà, specie se giovani fanciulle. Partito in cerca di avventura, il ragazzo incontra la bella Elsie (Marjorie Daw), la cui madre vorrebbe vederla sposata con il ricco Forrest Vandeteer (Eugene Ormonde). Come se non bastasse il perfido indiano Chin-de-dah (Frank Campeau) si è messo in testa di sposare una donna bianca e rapisce Elsie. Grazie all’aiuto del ricercato James Brown (Tully Marshall), Ned cercherà di risolvere l’intricata vicenda…

Il film, a lungo ritenuto irrimediabilmente mutilo, è stato restuarato dal Danish Film Institute e dalla Lobster Films alla luce del ritrovamento delle parti mancanti. Fairbanks ci regala una bella interpretazione, scanzonata e divertente che ben prepara alla rappresentazione del Guascone del ’21. Vedere l’attore nuovamente nei panni degli eroi, anche se per pochi minuti, è quasi commovente. Per il resto la storia sembra fare il verso a diverse tipologie di film: sentimentale, western e di avventura. Bisogna dire che il risultato è veramente riuscito ed alcune scene regalano più che un sorriso, come quando Ned si trova la strada bloccata da un mulo e chiede candidamente alla sua amata “Do you speak mule?“. Insomma una piccola chicca da vedere, qualora se ne avesse la possibilità, quantomeno per vedere il nostro Fairbanks all’opera nei panni che l’hanno reso ancora più celebre. Il film è disponibile in DVD in un cofanetto chiamato appunto “Douglas Fairbanks: A Modern Musketeer” oppure, ad un prezzo decisamente più accessibile, nel cofanetto “The Actors: Rare Films Of Douglas Fairbanks Sr. Vol.4“. Purtroppo non sembra esserci al momento una edizione italiana.

Il castello degli spettri (The cat and the canary) – Paul Leni (1927)

agosto 18, 2011 3 commenti

Era il 1927 e Paul Leni, come spesso accadeva all’epoca, aveva deciso di trasferirsi negli Stati Uniti per continuare la sua carriera che, ricordiamo, terminerà prematuramente appena due anni dopo per una leucemia. La pellicola di cui parlerò oggi è la prima del regista tedesco nel nuovo continente e risulta molto particolare: prendendo le mosse dalla piece teatrale scritta da John Willard nel 1922, il regista ci mette presenta un horror a tinte fosche stemperato da alcune spruzzate di comicità.

Ci troviamo in un castello che più tetro non si può, dove abita la sola inquietante domestica, Mammy Pleasant (Martha Mattox). Il maniero era appartenuto al defunto milionario Cyrus West, il quale aveva disposto che il testamento fosse letto solo dopo venti anni. Scaduto il tempo, il notaio Roger Crosby (ennesima interpretazione di Tully Marshall) si reca nella struttura e scopre, con suo grande stupore, che sono comparse nuove volontà del defunto. Con la complicità della domestica, viene il sospetto sia stato il fantasma del defunto a far comparire le nuove buste. Nel mentre arrivano i pretendenti all’eredità: Harry Blythe (Arthur Carewe), Charles “Charlie” Wilder (Forrest Stanley), Paul Jones (Creighton Hale), la sorella Susan Sillsby (Flora Finch) con la figlia Cecily Young (Gertrude Astor), e la pronipote Annabelle West (Laura La Plante). Gli eredi attendono con impazienza la lettura delle volontà di Cyrus West, “come dei gatti eccitati alla vista di un canarino in gabbia“. Giunta la mezzanotte vengono lette le volontà e l’unica ereditiera risulta essere Annabelle. Il defunto ha però lasciato una condizione, essa potrà ereditare a patto di non essere dichiarata pazza da un dottore specialista che l’avrebbe visitata quella notte stessa al castello. Nel caso la visita avesse avuto esito negativo, Cyrus aveva previsto altre disposizioni (contenute nelle buste apparse magicamente quel giorno stesso). Da quel momento in poi iniziano ad accadere cose strane e nessuno sembra essere al sicuro all’interno del castello tra sparizioni misteriose e un pazzo che si crede un gatto e come tale andrà a caccia dei suoi canarini…

Film che ebbe uno straordinario successo all’epoca ma che forse risulta un tantino invecchiato. Il regista riesce a rendere alla perfezione un ambiente tetro e misterioso che fa da cornice a tutta la vicenda. L’uso di inquadrature molto statiche (staticità rotta in alcuni momenti di maggiore tensione), contribuisce, secondo me, ad innalzare ulteriormente questo clima oscuro. Riguardo allo svolgimento della vicenda, Leni sembra però stentare nello sviluppo dell’intreccio narrativo e fatica a tenere alto il ritmo. Nonostante questo, i numerosi colpi di scena e il sapiente gioco tra momenti ad alta tensione seguiti da siparietti comici (retti in particolare da Charlie Wilder/Forrest Stanley) contribuiscono a rendere questo film un punto fermo del genere (tra trappole, mostri e passaggi segreti). La pellicola, infatti, ha influenzato ed ispirato molto scrittori e registi: tanto per fare un esempio, alcune situazioni mi hanno ricordato Trappola per topi di Agatha Christie (1952) oppure il film Ghosts on the Loose (1943) di Beaudine (di cui parlerò in seguito almeno per Sparrows) e, perché no, anche un cartone come Scooby doo (1969). Ricordo, inoltre, che sono stati fatti numerosi remake di questa pellicola di cui l’ultima risale agli anni 70/80. Interessante, a livello narattivo, il gioco che si sviluppa con il titolo (the cat and the canary),  purtroppo maltrattato in quasi tutte le traduzioni (tranne, stranamente, in Brasile). In più di una situazione, infatti, le didascalie o i personaggi ci presentano determinate situazioni utilizzando questa espressione, di forte impatto, che mette in evidenza come i personaggi siano quasi in balia degli eventi, o forse come, più giustamente, gli eredi siano oggetto di un gioco spietato su cui non hanno alcun potere. Nonostante i presunti fantasmi, la vicenda avrà una risoluzione tutt’altro che paranormale, altra particolarità che accomunerà i film di questo tipo. Insomma ci troviamo di fronte a un Paul Leni particolare che, ancora una volta, ci stupisce e destabilizza.

La Vedova Allegra (The Merry Widow) – Erich von Stroheim (1925)

agosto 15, 2011 1 commento

Von Stroheim era un regista che viveva di passioni, quando aveva un’idea in mente cercava di perseguirla fino a che non riusciva a metterla in atto, possibilmente a modo suo. Queste sue fissazioni lo hanno sicuramente limitato nel corso della sua carriera, ma comunque hanno contribuito a creare il mito intorno a lui. La vicenda raccontata nel “la vedova allegra” è  tratta dall’omonima operetta di Franz Lehár con libretto di Victor Léon e Leo Stein. Nonostante sia uno dei film meno ricordati del regista, è sicuramente il meno martoriato dai tagli, forse perché Von Stroheim era riuscito, per una volta, a fare un lavoro che andava incontro alle esigenze della produzione. Ovviamente non tutto poteva però filare liscio ed il montaggio finale, a causa della scandenza del contratto con la MGM, non fu fatto dal regista viennese ma da Irving Thalberg, che comunque seguì le linee guida del regista. Il Film fu molto apprezzato all’epoca ed incassò una cifra elevatissima rispetto a quella investita. La casa di produzione, secondo quanto si dice, non diede però un soldo al viennese: gli introiti furono infatti utilizzati per avere un ritorno dalle folli spese che il regista aveva provocato con il suo Greed, che non era stato ripagato con il giusto successo.

Von Stroheim ci proietta nel piccolo regno di Monteblanco, nell’Europa centrale. Qui governa il Re Nikita I (George Fawcett) che ha per figlio il malvagio e viscido Principe Mirko (Roy D’Arcy) e per nipote l’affascinante Principe Danilo Petrovich (il nostro amato John Gilbert ancora una volta nei panni del farfallone). Fin dalle prime scene capiamo subito la differenza caratteriale tra i due cugini: l’esercito si trova infatti a dover soggiornare in un piccolo paesino di contadini e se l’erede al trono appare schifato e indispettito, Danilo, al contrario, sembra interessato e divertito da quella realtà rurale. I due con il resto dell’esercito si recano quindi nell’unica struttura in grado di poter accogliere una mole tanto grande di ospiti e iniziano a sistemarsi nelle stanze.  Passa un giorno e nel paesino arriva anche una carrozza ricolma dei membri della compagnia “The Manhattan Follies“, che hanno bisogno di un posto dove soggiornare prima di andare della città dove svolgeranno lo spettacolo. Tra questi vi è anche la bellissima Sally O’Hara (Mae Murray), la prima ballerina della compagnia, che mostra subito di essere un tipino molto estroso. Il primo incontro con Danilo non è certo dei migliori: il principe scendendo le scale vede una ragazza e senza tanti complimenti la bacia. Solo allora si accorge della presenza di Sally e, dopo aver lasciato l’altra ragazza più che sbigottita, si offre di farle da interprete conoscendo lui benissimo l’inglese. La ballerina, felice di sentire qualcuno parlare la propria lingua, accetta con piacere. Danilo si offre inoltre di accorpare alcuni militare in una camera, in modo da liberarne alcune e permettere alla compagnia di soggiornare con loro e, con estrema maliziosità, dice che offrirà a Sally la sua di stanza (ovviamente con lui dentro). La ragazza finge saggiamente di non capire. Danilo torna poi dai suoi commilitoni e, dopo averli informati della sua decisione, chiede gentilmente di non essere chiamato “Sua altezza” in presenza dei membri della compagnia. Quando Mirko vede Sally, ne rimane a sua volta colpito e, in un bel siparietto comico, se la litiga con il cugino. La ragazza è brava a liberarsi di entrambi.

Passa del tempo e i due cugini si recano allo spettacolo della ballerina. Finita la performance, Sally si ritrova a dover fronteggiare una serie di indesiderati tentativi di seduzione: prima da parte del bavoso Barone Sadoja (Tully Marshall), mezzo infermo e descritto altrove come una sorta di feticista, poi da parte del viscido Mirko e infine da Danilo. Quest’ultimo tentativo ha successo e i due vanno to supper insieme. Danilo si era davvero innamorato di Sally e aveva intenzione, quella sera, di rivelarle la sua vera identità e dichiararsi. Ma il Principe ereditario, leso nell’onore, medita vendetta. I due cugini erano infatti solito andare da “François“, un circolo per nottambuli non proprio puritani, dove accadeva di tutto senza alcuna limitazione. Con i membri della cerchia, Mirko fa irruzione nella stanza dei due innamorati per rovinare loro la serata, ma Danilo lo prende in controtempo chiedendo di non importunare la futura Principessa Petrovich. Sally, però, fugge indispettita dal segreto che il Principe aveva tenuto nascosto. Ma l’amore sembra vincere su tutto e, dopo pochi minuti, la bella ballerina torna dal suo amato e decide di sposarlo. A corte però, il Re non è per niente felice della cosa…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

…e impone a Danilo di non sposare la sua amata. Nonostante i tentativi di aggirare il divieto, il Principe è costretto ad accettare l’ordine e non si presenta al matrimonio. Informata dell’accaduto Sally cade nel più sprofondo sconforto e si riduce ad accettare le avance del bavoso Barone Sadoja pur di acquisire un titolo che potrà poi permetterle di sposare il suo amato Danilo. Per fortuna durante la prima notte di nozze il Barone ha un collasso e muore sul colpo, lasciandola con una ricca eredità e il titolo di Baronessa.
Passa un lungo anno e Sally si rifugia a Parigi da dove fa avere sue notizie al Principe Danilo. La neo Baronessa è però desiderosa di far pagare l’affronto subito al giovane amante e si finge fredda e disinteressata dimostrando, al contrario, un certo interesse nei confronti di Mirko. Il gioco sfugge però loro di mano: Sally dichiara di voler sposare Mirko e Danilo, visibilmente turbato, lo colpisce. Il Principe ereditario coglie l’occasione per sfidare il cugino ad un duello di morte. Sally, disperata, prega Danilo di rifiutare di battersi, richiesta che il Principe interpreta come un segno dell’amore sincero che la ragazza prova per Mirko. Viene il giorno della resa dei conti: Danilo, desideroso di rendere felice la sua Sally, non spara venendo così colpito da Mirko restando, per molto tempo, tra la vita e la morte. La sorte ha però deciso di premiare il vero amore. Il Re Nikita I muore e lascia il regno al viscido Mirko. Il giorno del funerale, però, il nuovo regnante viene a sua volta ucciso da un’issurrezione popolare. Danilo guarisce e può finalmente sposare la sua amata vedova finalmente felice.

(potete riprendere la lettura da qui…)

Una pellicola di due ore ricca di fatti ed avvenimenti concatenati tra loro. Ogni scena è importante o per caratterizzare i personaggi o per introdurre gli avvenimenti futuri. Niente è lasciato al caso nella meticolosità che caratterizza il regista viennese. Film drammatico e divertente insieme, senza tempi morti nonostante la lunga durata. Grazie all’ottimo cast niente è fuori posto, ogni attore riesce a rendere alla perfezione il proprio ruolo senza sbavature.
Ho scelto di cominciare da questo film di Von Stroheim forse proprio perché lo si è spesso sottovalutato. Spero possa in breve tempo avere la visibilità che merita.

L’uomo che prende gli schiaffi (He who gets slapped) – Victor Sjöström (1924)

luglio 30, 2011 7 commenti

Tradotto orribilmente con “L’uomo che prende gli schiaffi“, questa pellicola rappresenta forse il film più bello del regista svedese Sjöström, uno dei tanti che non sopravviverà al passaggio al sonoro ma che  avrà modo di essere ricordato per un’importante interpretazione (all’età di 78 anni) ne “il posto delle fragole” di Bergman. Altrove ho visto il titolo tradotto con “Colui che…” ma forse è uno dei tanti casi in cui la trasposizione in un’altra lingua non rende merito all’originale. La storia è tratta dall’omonima opera di Leonid Andreyev, autore teatrale che aveva lottato per la Rivoluzione Russa, ma che non aveva mancato di rendere nota la sua avversione ai bolscevichi. Per questi dissidi politici era stato costretto a scappare in Finalndia, dove si suiciderà nel 1919.

La vicenda si svolge in Francia dove Paul Beaumont (Lon Chaney), geniale scienziato, lavora ad una grande scoperta grazie all’aiuto economico del Barone Regnard (Marc McDermott, attore australiano che morirà a soli 47 anni per una cirrosi epatica) e il supporto morale dell’amata moglie. Paul riesce finalmente a dimostrare le sue teorie, ma il giorno in cui deve sottoporle all’Accademia delle Scienze con suo sommo stupore il Barone la presenta agli studiosi come sua. Indignato lo scienziato cerca di farsi giustizia ma viene schiaffeggiato da Regnard, additato come buffone e deriso da tutti i presenti. Tornato dalla sua amata Paul cerca conforto tra le sue braccia, ma viene presto a scoprire che anche lei l’ha tradito essendosi innamorata del malvagio barone. La moglie lo schiaffeggia e lo deride dandogli del clown, e rivela di essersi invaghita del Barone per il suo charme e la sua elevata disponibilità economica. Distrutto psicologicamente lo scienziato torna nel suo studio dove, ai limiti della pazzia, scoppia in una incontrollabile risata.
Passano cinque lunghi anni e Paul ha intrapreso una nuova carriera: quella di clown in un circo parigino. Ora è conosciuto come “He Who Gets Slapped” o, più brevemente, come He. Qui è la star dello spettacolo, durante il quale viene preso ripetutamente a schiaffi dagli altri buffoni e deriso da tutto il pubblico (tra i clown si vocifera ci fosse anche Bela Lugosi, ma la notizia non è mai stata confermata). Ma non ci sono solo clown nel circo, un altro spettacolo molto importante è portato avanti dall’acrobota Bezano (John Gilbert, una delle stelle più brillanti di Hollywood che ricordo nella “Vedova allegra” dell’eccentrico Von Stroheim), che esegue le sue evoluzioni in groppa al suo cavallo. A lui si aggiunge la figlia del decaduto Conte Mancini (Tully Marshall), la splendida Consuelo (Norma Shearer, che vincerà l’oscar come migliore attrice nel 1930 con “la divorziata“). Tra i due ragazzi nasce subito l’amore, ma non tutto va come dovrebbe…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Ad uno degli spettacoli assiste anche una vecchia conoscenza di He, il perfido Barone Regnard, che non perde occasione di notare e corteggiare la giovane Consuelo. Il nostro eroe, innamoratosi a sua volta della purezza del cuore dell’acrobata, cerca di evitare che il Barone rovini la vita alla ragazza e, senza farsi riconoscere, lo deride con numerosi scherzi permettendo così a Consuelo di allontanarsi. Ma il Conte Mancini, assetato di soldi, vende l’amore della figlia al Barone e organizza, segretamente, le sue nozze (nel mentre la moglie di Paul viene cacciata dalla casa del Barone dove aveva vissuto fino a quel momento avendo, in cambio dell’annichilimento della propria esistenza, mille franchi). He capisce cosa stanno ordendo i due malfattori e cerca di mettere in guardia Consuelo, ma troppo tardi. Per permettere al suo amore di vivere felice, il clown minaccia il Conte Mancini che, messo alle strette, lo ferisce a morte con una lama. Paul, ha però preparato la sua vendetta, appostando davanti all’unica porta verso l’esterno un leone affamato. Quando il Conte ed il Barone aprono la porta, vengono in poco tempo divorati dalla bestia e solo l’intervento tempestivo del domatore evita la stessa fine al nostro eroe. Ma ormai è troppo tardi anche per lui: con le ultime forze He corre a fare il suo ultimo spettacolo, regalando l’ultima risata (the last laught su cui tanto si insiste durante tutto il film) al proprio pubblico prima di morire dissanguato. Tra le braccia di Consuelo, in una scena fortemente drammatica, Paul si dice finalmente felice per averle donato la felicità.

(potete riprendere la lettura da qui…)

Un film drammatico, un inno all’amore e alla sincerità. Un invito a vivere in maniera semplice, lontano dalla tanto attuale “prostituzione sentimentale” in cambio di vile denaro. Come sempre accade in questi  film, la morale non lascia mai la storia, ma ne è la forza e il motore.
A livello tecnico, ho notato con interesse, in tutta la mia ignoranza in questo campo, gli espedienti scenici degli inframezzi tra una scena e l’altra, forse invecchiati un pochino male, e che all’inizio della pellicola mi hanno quasi destabilizzato. Molto bella è invece la scelta di alternare le scene di amore tra i due acrobati e il contemporaneo ordimento del diabolico piano da parte dei due “nobili” (sarebbe più giusto dire malviventi), espediente che viene ripreso nelle scene finali del film. Stupendo anche l’uso simbolico del piccolo cuore di stoffa che He porta sempre con sé.
Per quanto riguarda l’interpretazione penso sia una delle migliori da parte del grandissimo Lon Chaney, che riesce a rendere nel migliore dei modi lo stato d’animo dello scienziato prima e del clown poi, dando una grande dimostrazione della sua straordinaria mimica, acquisita fin da piccolo quando doveva dialogare con i genitori, entrambi sordomuti. Ottime anche le interpretazioni di Gilbert e della Shearer, che si confermano due ottimi attori, in particolare Gilbert (sempre a suo agio nei panni del farfallone).
A livello musicale, escludendo qualche sbavatura, ho trovato i motivi estremamente coinvolgenti ed adatti ad accompagnare le scene.

Nel complesso un film estremamente bello, dimostrazione evidente (e non celata nel “lavoro sporco” come può avvenire in altri film) della bravura di Lon Chaney. Grande lavoro da parte del regista Sjöström che riesce a fondere al meglio le tecniche svedesi/europee a quelle americane.
Sicuramente un film che non può essere evitato dai grandi amanti del cinema muto, ma ho qualche riserve nel consigliarlo a un non appassionato, in quanto risente a tratti degli anni trascorsi.