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L’ultimo avviso (The Last Warning) – Paul Leni (1929)

settembre 13, 2018 Lascia un commento

6e1be179c9477b69b0a6291171050bb8Paul Leni non era interessato ai suoi soggetti, non affidava a loro nessun significato ulteriore: era interessato ad essi solo in quanto capaci di adattarsi alle sue idee scenografiche o perché vi intravedeva grosse potenzialità per la messa in scena. Questo spiega l’enorme disparità e diversità delle storie che ha avuto tra le mani.
Per i suoi tre capolavori – La scala di servizio, Il gabinetto delle figure di cera e L’uomo che ride – il suo contributo è stato puramente rivolto ad offrire il miglior ambiente espressivo, favorevole ai personaggi in gioco, non ha mai forzato la vicenda o condizionato l’impianto delle scene così come venivano fuori dagli sceneggiatori. La sua regia, perciò, si apprezza meglio nel contorno che non nei suoi protagonisti, più nelle scene “riempitive” che non nelle scene madri, ciò che anima il suo stile sono i figuranti, i particolari, le espressioni rubate, le inquadrature degli ambienti zeppi di oggetti e colmi di personalità: tutto ciò su cui poteva esprimersi liberamente, senza varcare le soglie del suo mestiere.

L’ultimo avviso (titolo originale The Last Warning) è l’ultimo film di Leni, girato nel 1928 e uscito nel gennaio 1929, otto mesi prima della sua prematura scomparsa a quarantaquattro anni, per un’infezione non curata. Proprio questo film può essere considerato emblematico per il suo approccio geniale e discreto. L’ultimo avviso è un mistery che vira alla commedia, ancora oggi piacevolissimo e godibile anche per spettatori a digiuno di arte muta. Fu girato con le intenzioni di farne, almeno in parte, un sonoro; la corsa ai talkies era appena cominciata e l’aggiornamento tecnico per “ascoltare i film” non aveva ancora riguardato tutte le sale, molti film venivano così girati in doppia versione, sonora e muta, così da permette comunque la distribuzione delle opere nei grandi circuiti. Per ironia della sorte, le uniche copie sopravvissute dell’ultimo film di Leni sono solo in versione muta, impedendoci di vedere il regista di Stoccarda all’opera col nuovo formato e, allo stesso tempo, relegando Leni ai confini del cinema muto che pure temporalmente aveva superato.

Il soggetto era ripreso da una commedia di Broadway, che ebbe gran successo sei anni prima, e che risulta piuttosto semplice, per non dire esile. Durante una rappresentazione di un dramma, intitolato The snare, John Woodford (Corrigan D’Arcy), nei panni del protagonista, muore dopo aver preso tra le mani il candelabro con cui avrebbe dovuto uccidere, nella finzione, il proprio antagonista. La morte resta senza spiegazione e il corpo sparisce, senza che nessuno se ne accorga. I sospetti cadono sulla coppia di attori formata da Doris Terry (Laura La Plante) e Richard Quayle (John Boles), vista la corte sempre più decisa che Woodford stava tenendo a Doris, ma la mancanza di prove portano ad un nulla di fatto. Anni dopo si decide di riaprire il teatro e inaugurare la nuova stagione proprio con The snare, viene richiamato il cast originale, ma durante le prove si succedono incidenti misteriosi e apparizioni improvvise, assieme a numerosi avvertimenti e altrettante minacce rivolte agli attori e al nuovo proprietario del teatro, il sospettoso Arthur McHugh (Montagu Love). Un’altra morte, nuovamente nella scena del candelabro, mette in guardia McHugh e il produttore Robert Bunce (Mack Swain) che richiedono una cospicua presenza di polizia nella sera della prima. Proprio davanti al pubblico, un’istante prima che il candelabro sia usato, viene smascherato il colpevole.

Di fronte a tanta linearità Leni guarda oltre e propone un sostanzioso lavoro sui movimenti di camera, vertiginosi e ampi: campi larghi che si avvicinano sino al particolare, spazi esplorati in lungo e in largo, punti di vista insoliti, che vanno dal soffitto ad un grandangolo poggiato sul pavimento mostrando, come meglio non si potrebbe, il vuoto del teatro abbandonato, un’immagine così forte da poter essere “ascoltata”, guardandola si percepisce il silenzio, lo scricchiolio del legno e i passi che risuonano. Ciò che però fa davvero fare il salto di qualità al film è l’utilizzo dei piani e dell’espressività dei volti. Non c’è scena che sia priva del rapporto solo-tutti, ottenuto il più delle volte con primo piano e piano americano; ogni personaggio riesce così ad emergere nella sua specifica individualità, non ci sono figure secondarie e questo grazie anche a delle particolari espressioni di ciascuno che diventano quasi dei leitmotiv identificativi, talmente sottolineati da diventare memorabili – il gaio fischiettare e danzare di Robert Bunce, gli occhi spalancati del fratello Josiah, il ridere di paura di uno dei tecnici.

Non mancano effetti speciali, dalla veduta della città che viene ricoperta di giornali con titoli sull’omicidio, alle tetre figure del colpevole mascherato e di un’attrice che caduta tra le ragnatele appare come un fantasma mummificato, oggetti che si muovono da soli, doppie esposizioni e particolari effetti ottici in sfocato che comunicano tutta l’incomprensibilità della vicenda agli occhi degli attori che la stanno vivendo. Anche i titoli non sono esenti dall’essere utilizzati in funzione espressiva, scorrono, si ingrandiscono, si sdoppiano e si deformano, restano fermi solo quando le scene si fanno più convenzionali e serene.

Il commento sonoro è originale, fu composto da Joseph Cherniavsky, e si alterna in più sezioni con effetti sonori e rumoristici. È interessante notare il suo stile, atipico per il cinema statunitense e più vicino all’ambiente musicale europeo, dove in quegli anni si stava compiendo una vera e propria rivoluzione (Schoenberg, Ravel, Skrjabin) che sarà poi completamente inglobata nella musica da film dei decenni successivi.

Leni chiude così la sua parabola con tre film di genere, simili tra loro, Il castello degli spettri, il perduto The Chinese Parrot (1927) e questo L’ultimo avviso, tutti a metà strada tra il giallo, la commedia e il rosa, una tipologia di film che certamente il suo lavoro in Europa non faceva presentire. Eppure proprio questa sua indipendenza dal genere, questo suo eclettismo ovunque efficace e pervasivo, ne avrebbe fatto un protagonista di spicco del cinema americano che stava per prendere quota. Resta un corpus disomogeneo, lacunoso, sparso – troppi i film perduti e molti i film di altri autori a cui ha apportato contributi significativi e che andrebbero a loro volta indagati – ma ciò nonostante esemplare e ammirevole, a cui molti, ancora oggi, potrebbero guardare per le proprie creazioni.

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La Tentatrice (The Temptress) – Fred Niblo (1926)

Nel 1926 una giovanissima Greta Garbo sbarca in America in cerca di fortuna. Dopo The Torrent del 1925, ecco la grande occasione nel ruolo di coprotagonista in The Temptress di Fred Niblo. Il suo fascino irresistibile e le sue pose plastiche, ne fanno un’interpreta perfetta per quel ruolo. Al suo fianco l’ottimo attore di origine spagnola Antonio Moreno, qui in una delle sue migliori prestazioni.

Elena (Greta Garbo), donna dalla bellezza straordinaria seduce l’ingegnere Manuel Robledo (Antonio Moreno), durante un ballo in maschera. I due si dichiarano amore eterno e fissano un appuntamento per il giorno successivo. La mattina seguente Manuel decide di far visita al suo amico Marchese di Torre Blanca (Armand Kaliz), e fa una scoperta incredibile: Elena non è che la moglie del suo grande amico. Nonostante le rassicurazioni di lei, Manuel, leso nell’onore, fugge in Argentina dove lavora alla costruzione di una diga. Ma Elena non risce a stare lontana dal suo amato e convince il marito a trasferirsi a sua volta in Argentina. E il finale? Ne furono girati due, uno a lieto fine ed uno drammatico e il cinema poteva decidere quale proiettare in sala. Una scelta geniale a mio avviso, anche se non è u unicum nella storia del cinema. In ogni caso entrambe le versioni non tolgono nulla ad un film davvero ben costruito.

Nel film compaiono anche Roy D’Arcy nel ruolo di Manos Duras e Lionel Barrymore come Canterac. Posso aggiungere poco rispetto all’articolo pubblico su cinefiliaritrovata, mi limito semplicemente a rinnovare il mio plauso per l’evoluzione caratteriale dei personaggi ma anche e soprattutto della loro evoluzione nella percezione dello spettatore. Chi è veramente Elena? Donna spietata o vittima di un sistema maschilista? Non resta che vedere il film e scoprirlo.

La Vedova Allegra (The Merry Widow) – Erich von Stroheim (1925)

Von Stroheim era un regista che viveva di passioni, quando aveva un’idea in mente cercava di perseguirla fino a che non riusciva a metterla in atto, possibilmente a modo suo. Queste sue fissazioni lo hanno sicuramente limitato nel corso della sua carriera, ma comunque hanno contribuito a creare il mito intorno a lui. La vicenda raccontata nel “la vedova allegra” è  tratta dall’omonima operetta di Franz Lehár con libretto di Victor Léon e Leo Stein. Nonostante sia uno dei film meno ricordati del regista, è sicuramente il meno martoriato dai tagli, forse perché Von Stroheim era riuscito, per una volta, a fare un lavoro che andava incontro alle esigenze della produzione. Ovviamente non tutto poteva però filare liscio ed il montaggio finale, a causa della scandenza del contratto con la MGM, non fu fatto dal regista viennese ma da Irving Thalberg, che comunque seguì le linee guida del regista. Il Film fu molto apprezzato all’epoca ed incassò una cifra elevatissima rispetto a quella investita. La casa di produzione, secondo quanto si dice, non diede però un soldo al viennese: gli introiti furono infatti utilizzati per avere un ritorno dalle folli spese che il regista aveva provocato con il suo Greed, che non era stato ripagato con il giusto successo.

Von Stroheim ci proietta nel piccolo regno di Monteblanco, nell’Europa centrale. Qui governa il Re Nikita I (George Fawcett) che ha per figlio il malvagio e viscido Principe Mirko (Roy D’Arcy) e per nipote l’affascinante Principe Danilo Petrovich (il nostro amato John Gilbert ancora una volta nei panni del farfallone). Fin dalle prime scene capiamo subito la differenza caratteriale tra i due cugini: l’esercito si trova infatti a dover soggiornare in un piccolo paesino di contadini e se l’erede al trono appare schifato e indispettito, Danilo, al contrario, sembra interessato e divertito da quella realtà rurale. I due con il resto dell’esercito si recano quindi nell’unica struttura in grado di poter accogliere una mole tanto grande di ospiti e iniziano a sistemarsi nelle stanze.  Passa un giorno e nel paesino arriva anche una carrozza ricolma dei membri della compagnia “The Manhattan Follies“, che hanno bisogno di un posto dove soggiornare prima di andare della città dove svolgeranno lo spettacolo. Tra questi vi è anche la bellissima Sally O’Hara (Mae Murray), la prima ballerina della compagnia, che mostra subito di essere un tipino molto estroso. Il primo incontro con Danilo non è certo dei migliori: il principe scendendo le scale vede una ragazza e senza tanti complimenti la bacia. Solo allora si accorge della presenza di Sally e, dopo aver lasciato l’altra ragazza più che sbigottita, si offre di farle da interprete conoscendo lui benissimo l’inglese. La ballerina, felice di sentire qualcuno parlare la propria lingua, accetta con piacere. Danilo si offre inoltre di accorpare alcuni militare in una camera, in modo da liberarne alcune e permettere alla compagnia di soggiornare con loro e, con estrema maliziosità, dice che offrirà a Sally la sua di stanza (ovviamente con lui dentro). La ragazza finge saggiamente di non capire. Danilo torna poi dai suoi commilitoni e, dopo averli informati della sua decisione, chiede gentilmente di non essere chiamato “Sua altezza” in presenza dei membri della compagnia. Quando Mirko vede Sally, ne rimane a sua volta colpito e, in un bel siparietto comico, se la litiga con il cugino. La ragazza è brava a liberarsi di entrambi.

Passa del tempo e i due cugini si recano allo spettacolo della ballerina. Finita la performance, Sally si ritrova a dover fronteggiare una serie di indesiderati tentativi di seduzione: prima da parte del bavoso Barone Sadoja (Tully Marshall), mezzo infermo e descritto altrove come una sorta di feticista, poi da parte del viscido Mirko e infine da Danilo. Quest’ultimo tentativo ha successo e i due vanno to supper insieme. Danilo si era davvero innamorato di Sally e aveva intenzione, quella sera, di rivelarle la sua vera identità e dichiararsi. Ma il Principe ereditario, leso nell’onore, medita vendetta. I due cugini erano infatti solito andare da “François“, un circolo per nottambuli non proprio puritani, dove accadeva di tutto senza alcuna limitazione. Con i membri della cerchia, Mirko fa irruzione nella stanza dei due innamorati per rovinare loro la serata, ma Danilo lo prende in controtempo chiedendo di non importunare la futura Principessa Petrovich. Sally, però, fugge indispettita dal segreto che il Principe aveva tenuto nascosto. Ma l’amore sembra vincere su tutto e, dopo pochi minuti, la bella ballerina torna dal suo amato e decide di sposarlo. A corte però, il Re non è per niente felice della cosa…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

…e impone a Danilo di non sposare la sua amata. Nonostante i tentativi di aggirare il divieto, il Principe è costretto ad accettare l’ordine e non si presenta al matrimonio. Informata dell’accaduto Sally cade nel più sprofondo sconforto e si riduce ad accettare le avance del bavoso Barone Sadoja pur di acquisire un titolo che potrà poi permetterle di sposare il suo amato Danilo. Per fortuna durante la prima notte di nozze il Barone ha un collasso e muore sul colpo, lasciandola con una ricca eredità e il titolo di Baronessa.
Passa un lungo anno e Sally si rifugia a Parigi da dove fa avere sue notizie al Principe Danilo. La neo Baronessa è però desiderosa di far pagare l’affronto subito al giovane amante e si finge fredda e disinteressata dimostrando, al contrario, un certo interesse nei confronti di Mirko. Il gioco sfugge però loro di mano: Sally dichiara di voler sposare Mirko e Danilo, visibilmente turbato, lo colpisce. Il Principe ereditario coglie l’occasione per sfidare il cugino ad un duello di morte. Sally, disperata, prega Danilo di rifiutare di battersi, richiesta che il Principe interpreta come un segno dell’amore sincero che la ragazza prova per Mirko. Viene il giorno della resa dei conti: Danilo, desideroso di rendere felice la sua Sally, non spara venendo così colpito da Mirko restando, per molto tempo, tra la vita e la morte. La sorte ha però deciso di premiare il vero amore. Il Re Nikita I muore e lascia il regno al viscido Mirko. Il giorno del funerale, però, il nuovo regnante viene a sua volta ucciso da un’issurrezione popolare. Danilo guarisce e può finalmente sposare la sua amata vedova finalmente felice.

(potete riprendere la lettura da qui…)

Una pellicola di due ore ricca di fatti ed avvenimenti concatenati tra loro. Ogni scena è importante o per caratterizzare i personaggi o per introdurre gli avvenimenti futuri. Niente è lasciato al caso nella meticolosità che caratterizza il regista viennese. Film drammatico e divertente insieme, senza tempi morti nonostante la lunga durata. Grazie all’ottimo cast niente è fuori posto, ogni attore riesce a rendere alla perfezione il proprio ruolo senza sbavature.
Ho scelto di cominciare da questo film di Von Stroheim forse proprio perché lo si è spesso sottovalutato. Spero possa in breve tempo avere la visibilità che merita.