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Settimo cielo (Seventh Heaven) – Frank Borzage (1927)

maggio 28, 2020 Lascia un commento

7thheavenNel 1927 vedeva la luce Seventh Heaven di Frank Borzage, un film che sarebbe entrato nella storia del cinema per aver fatto incetta di premi alla prima edizione degli Academy Award portando a casa la statuetta per la migliore regia, miglior attrice protagonista e miglior sceneggiatura non originale. Ma si tratta realmente di un gran film? Prima di tutto 7th Heaven fa parte di un trittico di film in cui ritroviamo la coppia di attori protagonisti Janet Gaynor e Charles Farrell, di cui già vi preannuncio che ci occuperemo. Le vicende si giocano sempre sulla storia d’amore tra i personaggi interpretati tra i due con vicende storiche o meno che fanno da contorno più o meno riuscito. Con questo film siamo in Francia nel 1914 quando la guerra sta per scoppiare:

Chico (Charles Farrell) è un pulitore di fogne che aspira a fare il grande salto diventando netturbino. Diane (Janet Gaynor) è una povera disperata che viene continuamente vessata dalla sorella Nana (Gladys Brockwell), tossicodipendente e violenta. I due sono destini dei due sono destinati a incrociarsi. Un giorno i ricchi zii di Diane vanno a casa di lei e accettano di prenderla assieme alla sorella a patto che dicano di aver vissuto in maniera decorosa. La giovane non riesce a mentire e rivela la dipendenza della sorella facendo perdere la ghiotta occasione di redenzione a entrambe. Al culmine della furia, Nana la insegue per le strade e cerca di ucciderla. Viene salvata proprio da Chico che prima mette in fuga la sua aguzzina e poi, davanti a dei poliziotti, finge di essere il marito di Diane per salvarla dal carcere. Le forze dell’ordine si ripromettono di controllare se i due effettivamente sono sposati e Chico è costretto a portarsi a casa la ragazza per non finire nei guai. Nel frattempo il giovane aveva effettivamente realizzato il suo sogno ottenendo un posto da netturbino grazie all’intercessione di Padre Chevillon (Emile Chautard). Inutile dire che la finta relazione diventerà presto una vera relazione che verrà bruscamente interrotta dallo scoppio della guerra a cui Chico parteciperà come volontario insieme all’amico e collega Gobin (David Butler). A vigilare sulla sua amata ci sarà Papà Boul (Albert Gran) costretto poi a sua volta a partire perché possesore di una macchina sgangherata di nome Eloise. Nella produzione filmica di Borzage ci sono sempre uno o più temi ricorrenti che uniscono i due innamorati. In questo caso è un orario, le 11, durante il quale loro si fermeranno per pensare uno all’altro (anche durante la battaglia…). Vi ricordo che qui siamo soliti fare spoiler, quindi non leggete da ora in poi se non volete sapere la fine della storia. In guerra Chico viene dato per morto e proprio il giorno della fine della guerra Diane riceve la triste notizia. Sarà il colonnello Brissac (Ben Bard) a portarle la notizia proponendole di aiutarla (da tempo le faceva la corte). La ragazza è disperata e non crede alla notizia finché Padre Chevillon non le consegna la medaglietta religiosa simbolo della loro unione. Con un montaggio alternato scopriamo però che la sorte di Chico è stata diversa e, proprio allo scoccare delle 11, si presenterà a casa per abbracciare la sua amata. Come potete immaginare in realtà non era morto ma a causa di un ordigno ha perso la vista, pur affermando che “niente può tenere Chico cieco a lungo” quasi a rassicurare gli spettatori sulla temporaneità della sua condizione (vedi Lucky star).

Sono molto legato alla capacità di Borzage di creare film molto lacrimevoli ma mai eccessivi, con una tenerezza di fondo che ancora oggi riescono a far passare in secondo piano tutte le problematiche del film. 7th Heaven è un film importante per la storia del cinema, come abbiamo visto, eppure è probabilmente il più debole dei tre film Gaynor-Farrell e a livello di trama si regge sulla parte centrale. Nella prima sezione i personaggi sono di un naïve insopportabile: sono i classici buoni talmente buoni da essere stupidi. Nella parte centrale si costruisce l’ingenua ma toccante relazione d’amore tra Diane e Chico, storia d’amore che cresce con l’evolversi dei personaggi ma che al proprio al culmine viene interrotta dall’arrivo della guerra. Qui il film genera con un intermezzo comico di Papa Boul con la sua Eloise in guerra e nell’incapacità di Borzage nel gestire le scene di massa. La costruzione del finale, con gli occhi di oggi, è a mio avviso costruita male: fino a quel momento lo spettatore, così come Diane, è convinto che Chico sia morto e non si aspetta il suo arrivo. Sarebbe stato molto più forte un suo ingresso in scena alle 11 in punto piuttosto che vederlo prima in mezzo alla folla e, con il montaggio alternato, seguirlo in cammino verso casa. Infine l’introduzione della cecità è veramente anticlimatica, perché prima vediamo Chico muoversi tra la folla e sicuro della sua strada e infine scopriamo questa condizione che parrebbe però temporanea in baffo ai veri invalidi. Bisogna dire che la questione dell’invalidità di guerra è toccata perché nella scena finale si intravede un Gobin tornato a casa decisamente malfermo (vedi immagini). Un’altra tematica che non mi ha entusiasmato è quella della religiosità: Chico si professa ateo ma in realtà, ovviamente, “le bon dieu” lo segue sempre e provvede alla sua sopravvivenza. Proprio in fase di partenza per la guerra avviene una sorta di conversione che forse lo aiuterà a sopravvivere. Un piccolo tocco di classe è invece l’utilizzo, da parte degli attori, di alcune parole francesi mentre parlano. Lo si capisce chiaramente dal labiale ed è veramente carino vista l’ambientazione! Inoltre, anche se vedremo picchi nei prossimi due film, Borzage si dimostra abilissimo nel fare riprese in movimento con piani sequenza e non solo. Bellissima è la parte (che vedete parzialmente in gif) in cui i due salgono i sette piani di scale (da qui il settimo cielo) che portano alla casa di Chico con la loro ascesa che viene ripresa dalla cinepresa come se fosse un ascensore (non è una novità, ma è una ripresa davvero ben fatta). Come in tutti i film di Borzage di questo periodo, c’è un generale mood di dolcezza che non raggiunge mai l’eccesso che mi ha lasciato in una strana condizione di spirito, difficile da descrivere, che mi ha tenuto con il sorriso e una lacrimuccia pronta a scendere.

Concludendo questo 7th Heaven è un film gradevole ma ha qualche piccola pecca che non lascia pienamente soddisfatti. La cosa positiva è che, dei tre film che andremo ad analizzare, questo è a mio avviso il meno bello, quindi se ve li gustate in ordine cronologico potrete sicuramente trovare grande piacere dalla visione.

Cinema e cultura nel modernismo statunitense: Theda Bara e Louise Brooks parte 3 (di 3)

Si conclude l’articolo in tre parti con questa terza parte. Se volete recuperare le parti precedenti potete cliccare qui: parte 1parte 2.


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Capitolo 3. Charleston e disinibizione: Louise Brooks

 

Arriviamo lb1finalmente al periodo del grande cambiamento culturale negli Stati Uniti d’America: gli anni Venti. Nel 1920 esce nelle sale Gli zaffiri di Kim, diretto da Alan Crosland. Si tratta del primo lungometraggio a ritrarre una nuova tipologia di donna che piano piano si stava affermando nello scenario socio-culturale degli Stati Uniti a cavallo  tra la fine degli anni Dieci e l’avvento degli anni Venti. Come suggerisce il titolo originale della pellicola, la nuova donna viene definita flapper.[1] Cosa significa flapper? Il verbo to flap denota irrequietezza: agitare, agitarsi, colpire, battere, dondolare; addirittura volare via, to flap away.

In particolare, una vera flapper, sembra avere queste caratteristiche ben definite:

– Ballerina indipendente di charleston.
– Fumatrice, alla pari degli uomini.
– Dedita al consumo di alcool.
– Disinvoltura e libertà sessuale.
– Taglio di capelli “alla maschietta” o bob haircut.
– Superamento definitivo dei costumi e degli abiti ottocenteschi “proibitivi”.

La flapper girl, ispirata da una novella di Francis Scott Fitzgerald, This side of Paradise, si distingue per la gioventù, l’indipendenza, la capricciosa volubilità e fiducia nel futuro nonché per l’assenza delle tradizionali virtù femminili (quali la fedeltà) e, nel tipo fisico, per una figura snella e quasi da ragazzo sottolineata dal corto taglio di capelli acconciati a caschetto. Guarda caso, il carattere irriducibile e disinibito fa della Brooks il prototipo perfetto della ragazza flapper, caratteristica che riuscirà a trasferire nelle prime commedie della propria carriera cinematografica. Louise Brooks, quindi, si inserisce perfettamente in questo contesto sociale e anti-convenzionale.

In principio, fu sua madre ad iniziarla verso la sua passione principale, la danza: una passione così forte da spingerla ad abbandonare il liceo per fuggire a New York, dove studia alla scuola di ballo Denishawn con compagne di corso dal calibro di Marta Graham.[2] In poco tempo, Louise Brooks divenne una “It girl” dei roaring twenties, insieme ad altre stelle nascenti come Coleen Moore, Clara Bow o Joan Crawford.[3]

Vale la pena rimarcare, come questo atteggiamento sociale ribalti, anche qui, le norme culturali dell’ormai dimenticato periodo vittoriano.

‘It’ was the Jazz Age term for sex appeal or animal magnetism coined by British novelist Elinor Glyn.[4] The It Girl was a dynamo of impulses, or what Fitzgerald, the unofficial spokesman for the Jazz Age, described as a young thing with a splendid talent for life. She also became synonymous with the flapper’s disregard for convention. With her modern look and her free-spirited personality, Louise Brooks certainly hit the bill. She also had the attitude. She boasted that she and her peers were “inhumane executioners of the bogus” who confronted the ‘ugly” and the ‘abhorrent’ head-on. They had introduced into what was able of polite society a full spectrum of slang. […] They eliminated words overused by their Victorian predecessors, such as ‘sacred,’ “sacrifice’ and ‘soul’. Louise also acquired a very jazzy moniker, ‘hellcat’ and often referred to herself as a ‘startling little barbarian’.”[5]

lb2Adotterà poi il canonico taglio “alla maschietta” o bob haircut che diventerà il suo marchio di fabbrica, stravolgendo gli standard estetici di qualche anno prima.

a generational gap began to form between the new woman of the twenties and the older generations of women who were constrained by rigid social norms. Less enclosed by the rigid conventions of bizarre Victorian standards, the new woman had a greater freedom to obtain public recognition in various fields”.[6]

Anche molti suoi contemporanei denunciarono atteggiamenti comportamentali fuori dalle righe.

Molto bella, straordinariamente fotogenica, sarebbe stata un’ottima attrice se non avesse avuto il vizio di bere. Non faceva che inghiottire cognac e champagne. La sua ubriachezza cominciava alle quattro del mattino […] Dormiva sempre […] si svegliava solo per girare la scena; dopodiché tornava a bere e si rimetteva a dormire. Era l’amante di un barman. Il giorno in cui dovevamo fare l’ultima scena, sparì di scena. Fu necessario affidarsi alla polizia, che la trovò in un castello, naturalmente ubriaca.”[7]

As Brooks recalls, contemporary critics complained that her performance was an utter blank: ‘Louise Brooks cannot act. She does not suffer. She does nothing.’ But, this was precisely the point. Frank Wedekind, the dramatist who created the character in the 1890s, had said: ‘Lulu is not a real character but the personification of primitive sexuality, who inspires evil unawares. She plays a purely passive role.’ Other actresses had played Lulu, and other artists had told her story (most notably Allan Berg, who wrote his great opera during the same year that Pabst directed Brooks in Pandora’s Box). No one, however, had followed Wedekind’s conception so closely as Pabst, who also conceived of her as a woman completely unaffected by a sense of sin.[8]

3.1 Il Vaso di Pandora (1929)

Dati tecnici.
Titolo: Il Vaso di Pandora
Titolo originale: Die Büchse der Pandora
Regia: Georg Wilhelm Pabst
Paese e casa di produzione: Germania, Berlino: Nero-Film AG
Anno: 1929
Cast: Louise Brooks, Fritz Kortner, Franz Lederer, Carl Goetz

lb3Lulù, è una fioraia ambulante, giovane e bella, innocente, ma dai gusti perversi, figlia di un mendicante, che intrattiene rapporti altalenanti con diversi uomini: lo speculatore borghese Schön, l’atleta e saltimbanco Rodrigo e con il giovane figlio di Schön, Schilgoch. Tutti si invaghiscono di Lulù a causa della sua ambiguità, e gli uomini che si imbattono in lei vi riconoscono le falsità delle loro vite e la propria perdizione. In seguito a drammatiche disavventure, la vita sempre in fuga di Lulù avrà fine a Londra dove, ridotta ad adescare clienti per strada, viene uccisa da Jack lo Squartatore.

Coevo a La Canarina assassinata, Il vaso di Pandora, liberamente ispirato all’opera di Franz Wedekind, rappresenta il primo momento della collaborazione fra il regista austriaco Georg Wilhelm Pabst e Louise Brooks. Narrano le cronache che come protagonista fosse stata in un primo momento scelta Marlene Dietrich, che venne però scartata a favore di una più giovane e affascinante Brooks. L’attrice ricordò che quando le venne presentato il copione quasi non si rese conto di come il personaggio che doveva interpretare rappresentasse nel modo più completo la sua personalità. Proprio questa capacità di raffigurare nel modo più profondo la complessa personalità di Lulu risultò la carta vincente che fece del film un’opera mirabile. Il film fu oggetto di scandalo, scioccò il pubblico per la storia immorale riguardo una prostituta che trae benefici dalle sue prestazioni e suscitò polemiche anche per il tema dell’omosessualità e della ninfomania. A causa di questi elementi ritenuti scabrosi, alcuni paesi apportarono modifiche al metraggio. Ad esempio, nel Regno Unito, il personaggio della contessa Geschwitz che intrattiene una relazione con Lulu, venne completamente eliminato, negli Stati Uniti il finale venne sostituito totalmente e in Francia Alwa Schön, figlio di Ludwig, ne diviene il segretario, scatenando l’effetto contrario, in quanto molti videro nei due un rapporto omosessuale.[9]

Lulu rappresenta davvero lo spirito della terra, un erotismo immediato, elementale, fuori dalla società e dalla storia; in Lulu tutti si perdono poiché il suo istinto non conosce mascheramenti o valori, e gli uomini che si imbattono in lei, che in essi e per essi vivono, riconosceranno in Lulu la falsità della vita normale e la propria perdizione.

Nel film, che procede per quadri descrittivi, per slanci improvvisi, le istituzioni vengono necessariamente svelate nella loro menzogna, dall’arte (il teatro, la rivista) al  matrimonio, dal mondo degli affari (rappresentato da Schön) alla Giustizia (nella scena del processo), dalla putrescenza dell’aristocrazia all’ ipocrita filantropia dell’Esercito della Salvezza sino alla perversione.

Se storicamente il film decifra il disagio della Germania pre-nazista, esso può venir letto come uno scontro tra una civiltà che mente a se stessa per sopravvivere e la vera ed aspra natura umana.

Concludiamo con una citazione di Paolo Mereghetti tratta dal dizionario dei film del 2002.

“[…] Lulu è soprattutto il trionfo della bellezza di Louise Brooks […]. Un viso bianco e perfetto, inquadrato dal caschetto di capelli neri, e una recitazione capace di farla passare attraverso le prove più umilianti con una sconvolgente capacità di restare pulita, scatenarono la fantasia del pubblico: ‘incarnazione libertaria e anarchica dell’amour fou e della rivolta senza compromessi contro la società, femminista ante litteram e insieme eroina di un melodramma incandescente vittima degli uomini e di una morale in putrefazione. Lulu/Brooks divenne l’indimenticabile protagonista di una danza, letteraria e metafisica insieme, tra l’amore e la morte’ […].”[10]

Conclusioni

 In questo e nei precedenti due articoli si è cercato di dare spazio e immagine a Theda Bara e Louise Brooks che, nella loro diversità artistica, hanno avuto un posto nella storia della cultura nordamericana, in decenni differenti e nell’interpretazione di pellicole di genere diverso l’una dall’altra.

Se Theda Bara ha saputo ricoprire il ruolo di “prima vamp della storia del cinema”, ricoprendo stili recitativi ed interpretativi iconici, Louise Brooks appartiene al periodo della storia del cinema che molto si discosta dagli ultimi anni del decennio 1910-1919.

Si è cercato di inserire queste due personalità intrise in un’aura di divismo in un contesto totalmente innovativo nella storia e nella cultura statunitense dei primi due decenni del Ventesimo secolo. Gli anni Dieci proposero un modello di donna cinematografica ancora abbastanza simile ai canoni costumistici dell’Ottocento, ma con una morale ed un’etica appartenenti a donne seduttrici e perverse.

Dall’altro lato, a partire dagli anni Venti, la donna sullo schermo acquisisce sempre di più una certa carica sessuale esplicita, sia privata che cinematografica, complice il taglio di capelli “alla maschietta”, la libertà nel consumo di alcool, la disinibizione nei luoghi pubblici e di svago e i ruoli cinematografici ambigui.


[1] In particolar modo, il termine fu coniato da figure di spicco come F. Scott Fitzgerald o Anita Loos e definito come “A lovely girl, expensive, and about nineteen”. Isabel María García Conesa, Antonio Daniel Juan Rubio, American Women and Leisure in the 1920s, Murcia, Centro Universitario de la Defensa San Javier, 2013, p.156.
[2] Louise Brooks, Lulu a Hollywood, Milano, Ubulibri, 1984, pp. 5-7.
[3] Kristine Somerville, The Thoroughly Modern World of Louise Brooks, The Missouri Review, Volume 35, Number 3, Fall 2012, p.113.
[4] Un’ipotetica traduzione italiana potrebbe essere “Quel certo non so che”.
[5] Kristine Somerville, The Thoroughly Modern World of Louise Brooks, p.114.
[6] Ibidem, p.155.
[7] http://xoomer.virgilio.it/louisebrooks/giudizi.htm.
[8] Donald McNamara, Louise Brooks, Lulu in Rochester: Self-Portrait of an Anti-Star, The Missouri Review, vol.6, n.3, summer 1983, p.65.
[9] https://www.enquire.it/2012/06/16/louise-brooks-cinema-muto.
[10] Paolo Mereghetti, Dizionario dei film 2002, Baldini e Castoldi, 2001.

Cinema e cultura nel modernismo statunitense: Theda Bara e Louise Brooks parte 2 (di 3)

Proseguiamo con la seconda parte dell’articolo scritto da Alessia Carcaterra. Se volete recuperare la prima parte potete cliccare qui.

Buona lettura!


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Capitolo 2. La ragazza di Cincinnati: Theda Bara 

 

theda2Gli anni Dieci furono gli anni in cui le donne si affermarono sul grande schermo. Fino a quel momento, salvo rare eccezioni, erano state figure di sfondo, e raramente i nomi delle attrici apparivano nei cartelli dei titoli di testa. Le cose iniziarono a cambiare quando il cinema iniziò a rispecchiare i mutamenti che stavano avvenendo nella società: ecco dunque apparire un lungo ciclo di serial di successo, nei quali, al centro dell’azione, non vi era più un maschio aitante (o almeno, non solo), ma una donna spregiudicata e intraprendente, dotata di senso dell’avventura. La più celebre, in principio, fu Pauline interpretata da Pearl White.[1] In parallelo, vi fu l’ascesa irrefrenabile della “fidanzatina d’America” Mary Pickford, con una galleria di personaggi ancora riconoscenti verso la narrativa ottocentesca e dickensiana, ravvivati però da una certa vivacità e simpatia: più avanti la fama della Pickford e le sue indubbie capacità da imprenditrice furono tali da costringere l’industria del cinema a riconsiderare il ruolo (anche contrattuale) della donna. Per quanto riguarda, invece, la figura della donna legata alla sessualità e alla trasgressione, il cinema statunitense guardava oltreoceano: in Danimarca, ad esempio, c’era Asta Nielsen[2] con le sue pellicole intrise di erotismo, realismo e modernità che mettevano in primo piano i desideri e la vita sessuale di una donna. Oppure in Italia con le sue dive peccatrici disposte a tutto per la passione.[3] Ma quando decideva di giocare in casa, il cinema statunitense lo faceva creando figure mitiche ed esotiche, sensazionali e leggendarie, delle “attrazioni” come avveniva pochi anni prima quando nei nickelodeon le sale cinematografiche vi erano ancora spettacoli affini al teatro di vaudeville. Una di queste nuove e innovative attrazioni esotiche fu proprio Theda Bara.[4]

L’immagine di Theda Bara, dai lunghi capelli neri, gli occhi vagamente assonnati evidenziati da un trucco pesante, vestita con veli e pelli di animale, colpì il pubblico: quasi come se fosse un essere mitologico, una donna proveniente da un’altra dimensione.[5] Theda Bara fu una star in un periodo in cui fatti e fantasie circa le personalità dello spettacolo venivano mescolati e confusi come d’abitudine dagli agenti e dalla stampa. Nel momento in cui gli storici se ne interessarono, era troppo. Theda Bara e i suoi più stretti collaboratori non erano quasi più in grado di separare gli eventi reali dalle invenzioni. Di fatto, furono inventate moltissime storie a proposito del suo debutto al cinematografo e sostanzialmente non si riusciva più a distinguere realtà dalla fantasia. Theodosia Goodman era davvero nata in Africa da padre arabo? Era stata concepita sulle sponde del Nilo? Da dove veniva davvero?[6]

La realtà supera la leggenda, poiché fu a New York che avvenne il debutto cinematografico di questa donna di trent’anni proveniente da Cincinnati, Ohio. Lanciata dallo stesso William Fox, le venne coniato appositamente il nome d’arte Theda Bara (artisticamente come anagramma di “Arab Death”, morte araba; meno fantasiosamente “Theda” era il diminutivo di Theodosia”, mentre “Bara” era la contrazione del cognome del nonno materno François Baranger de Coppet), a detta del produttore “più esotico e adatto alla figura di Theodosia”.[7] Sin da adolescente aveva una sfrenata passione per il teatro e per la lettura di libri. Conclusi gli studi con successo alla Walnut Hills School, nel 1903[8] prese una decisione importante per quell’epoca, ovvero tingersi i capelli biondi naturali di nero, scelta di stile e di estetica che si rivelò sicuramente azzeccatissima e fondamentale per la sua futura carriera. Durante i due anni in cui frequentò l’università di Cincinnati, iniziò ad avvicinarsi al mondo della recitazione lavorando per alcune produzioni teatrali.[9]

Viene anche soprannominata, in virtù della sua misteriosa nascita, “Serpent of the Nile”. Bara ha ventisette anni e conquistarsi un ruolo da protagonista, solitamente riservato alle giovani attrici, è alquanto insolito. La Fox Film Corporation non è ancora un vero e proprio studio, ingaggiare una sconosciuta è una scommessa certamente meno azzardata dell’assumere qualche attore famoso particolarmente esoso nei compensi.[10] I produttori le cuciono addosso l’immagine di donna perversa, spudorata tentatrice,[11] che si compiace nel rendere sottomessi gli uomini, usandoli e lasciandoli appena la devozione è esasperata. Perfino le riviste specializzate la etichettano come “Queen of Vampires”, “The Wickedest Woman in the World”, “Purgatory’s Ivory Angel”, “The Devil’s Handmaiden”. Theda oramai vamp viene pubblicizzata con esotici e sensuali abiti egizi, attorniata da ragnatele e serpenti, incessantemente distesa su pelli di animali, carica di bigiotteria. Le campagne pubblicitarie la ritraggono semi nuda accanto a scheletri, uomini-prede divorati dalla femme fatale dominatrice.[12]

theda3Ad oggi non è più possibile fruire delle produzioni a cui Theda Bara lavorò: nel 1937 un incendio alla Fox nel New Jersey ha distrutto la maggior parte dei suoi film girati con pellicole in nitrato di cellulosa, altamente infiammabili; delle 40 pellicole girate da Bara fra il 1914 e il 1926 ne rimangono complete solo quattro:

– The Stain 1914.
– La Vampira 1915.
– East Lynne 1916.
The Unchastened Woman 1925.

Frequentemente, la vita privata di Bara non riscontrava quasi mai una verità certa; quello che è sicuro, però, è l’accostamento che si provava a fare nei confronti dell’attrice con Sarah Bernhardt: entrambe sembravano violare i canoni vittoriani della donna spirituale e sacrificata.

Bernhardt was ‘The Divine Sarah’; Bara became ‘The Divine Theda’. In interviews, Bara claimed that she, too, was a veteran of the French stage, and had even been ‘trained’ by Bernhardt when she was in Paris, where Isadora Duncan also taught her how to walk in the ‘serpentine fashion’. In reality, Bara had never been to France, let alone met Bernhardt — but the association was complete. As film scholar Gaylyn Studlar points out, “Bernhardt’s performances, like Bara’s, violated the dearly held Victorian belief that women were primarily spiritual rather than sexual or physical beings.”[13]

Altrettanto spesso, su tende a sottolineare come Bara sarebbe la prima sex-simbol e donna vampiro del cinema. Theda Bara non era la prima vampyr dello schermo, per cui si intende una specie specifica di femme fatale che attirava gli uomini sposati in sordidi affari e poi li lasciava senza un soldo, ricoperti di vergogna e talvolta persino mezzi agonizzanti o morti. Ma fu lei a far entrare questo termine nell’accezione linguistica comune. Ha creato anche un verbo: vampirizzare, riferito soprattutto alle donne comuni che temevano che i loro mariti fossero vampirizzati.[14]

theda1Ciò è tendenzialmente vero, se si pensa al primo ruolo sotto il nome d’arte ufficiale e il tipo di donna che dovette interpretare in La Vampira: donna fatale e seduttrice che porta ad un’imponente distruzione del sesso opposto, vittima della carica seduttiva e malvagia che la donna incarnava in sé. Eppure, poco prima, giusto un paio d’anni vi fu in Europa un’altra presenza femminile e fatale che rubava ai ricchi per donare ai buoni: l’altra “Vampira” Musidora, donna perversa che apparve nei panni di Irma Vep nei primi serial francesi di Louis Feuillade dedicati alla banda dei Vampiri e ai misteriosi casi di omicidio che il reporter Guérande doveva risolvere per riportare la giustizia nel cuore di Parigi.[15]

Nonostante l’enorme popolarità, dopo il 1919 la Fox non rinnovò il contratto, poiché l’industria cinematografica si stava muovendo verso un’immagine più “pulita” di sessualità, lasciando spazio ad un personaggio femminile “alla maschietta” simbolo dell’età del jazz. Naturalmente le donne seduttrici sarebbero abbondate negli anni a venire, ma senza quella carica di mistero che aveva definito i ruoli leggendari e peccaminosi che interpretò Theda Bara. Dopo il 1920 Bara interpretò solo altri due film, nel 1925, con The Unchastened Woman e nel 1926 con Madame Mystery.

Nella sua carriera, che si concluse nel 1926, girò oltre 40 pellicole, in poco più di dieci anni e si ritirò a vita privata con il marito, il regista inglese Charles J. Brabin, sposato nel 1921.[16]

3.1 La Vampira (1915)

Dati tecnici.
Titolo: La Vampira
Titolo originale: A Fool There Was
Regia: Frank Powell
Paese e casa di produzione: Stati Uniti d’America, William Fox Vaudeville Company.
Anno: 1915
Cast: Edward José, Theda Bara, May Allison, Clifford Bruce

John Schuyler (Edward José) è un uomo agiato, padre di famiglia amoroso e devoto, ma, quando viene inviato in Inghilterra in missione diplomatica, incontra sulla nave una  donna misteriosa e seducente (Theda Bara) che abbandona i suoi amanti dopo aver distrutto le loro vite. Costei, che ha raccolto informazioni su di lui, si è imbarcata appositamente per sedurlo. E riesce nel suo intento. Anziché rimanere un solo mese a Londra, Schuyler trascorre mesi interi con lei in Italia, abbandonando la famiglia e rovinandosi infine la carriera, nonostante gli sforzi della moglie (Mabel Frenyear), della sorella di lei (May Allison) e del suo più caro amico, Tom (Clifford Bruce) per salvarlo dalle grinfie della “vampira”. Tornato in America, morirà solo, distrutto dall’alcool e abbandonato dalla sua crudele amante.[17]

Due anni prima del kolossal andato perduto Cleopatra (1917), Theda Bara gira con Frank Powell l’omonimo lungometraggio tratto da un poema di Rdyard Kipling, A Fool there was che compare anche nel primo cartello del film.

A Fool there was and he made his prayer
(Even as you and I.)
To a rag and a bone and a hank of hair
(We called her the woman who did not care)
But the fool he called her his lady fair
(Even as you and I.)[18]

Traducibile come:

C’era un pazzo che pregava
(Come me e come voi)
Stracci, ossa e un ciuffo di capelli
(La chiameremo la donna senza scrupoli).
Ma il pazzo, lui la chiamava la sua bella signora
(come me e come voi).

Degno di nota è il fatto che in A Fool There Was la città (la New York modernista?) ha un ruolo dirimente, quale luogo di dissoluzione e di opulenza, scrigno occluso di nefandezze e piaceri, visione apocalittica in cui un Male manipolatore, il vampiro proveniente da sottoterra, trasforma gli esseri umani in burattini soggiogati al suo volere e li lega a lui attraverso fili invisibili che ne inibiscono la volontà, obbligandoli a mettersi al suo servizio. Una distruzione netta di tutti quei valori morali di equilibrio e compostezza dell’età vittoriana. Già con A Fool There Was, questi valori, non esistono più.


[1] Monica Dall’Asta, Trame spezzate. Archeologia del film seriale, Recco, Le Mani, 2009, p.35.
[2] Julie Allen, “Asta Nielsen”, https://wfpp.columbia.edu/pioneer/asta-nielsen-2/.
[3] Aldo Bernardini, Cinema muto italiano: protagonisti, Bologna, Cineteca di Bologna, 2018, p.59.
[4] Vittorio Renzi, “A Fool There Was”, 10/02/2019 https://garden-of-silence.com/2019/02/10/a-fool-there-was-1915.
[5] Madeleine Marsh, Compacts and Cosmetics: Beauty from Victorian Times to the Present Day, Barnsley, Pen & Sword Books, 2009.
[6] Eve Golden, Vamp: The Rise and Fall of Theda Bara, Lanham, Vestal Press, 1996, p. IX.
[7] Mark Andrew Hain, Revamped: Theda Bara, Cultural Memory and the repurposing of Star Image, Ann Arbor, ProQuest, 2015.
[8] Jeffrey Weinstock, “Sans Fangs: Theda Bara, A Fool There Was, and the cinematic Vamp” in Douglas Brode, Leah Deyneka (a cura di), Dracula’s Daughters: The Female Vampire on Film, Lanham, Maryland and London, Scarecrow Press, Inc., 2014.§
[9] Antony Slide, Silent Players: A Biographical and Autobiographical Study of 100 Silent Film Actors and Actresses, Lexington, The University Press of Kentucky, 2002.
[10] Passim, Aubrey Solomon, Twentieth Century-Fox: a Corporate and Financial History, Lanham, Maryland and London, The Scarecrow Press, Inc,, 2002.
[11] Anne Helen Petersen, “Scandals of Classic Hollywood: The Most Wicked Face of Theda Bara”, 08/01/2013 https://medium.com/the-hairpin/scandals-of-classic-hollywood-the-most-wicked-face-of-theda-bara-2aa85ce1a79f.
[12] Ronald Genini, Theda Bara: a Biography of the Silent Screen Vamp, with a Filmography, Jefferson, London, McFarland & Company, 1996, pp. 43-47.
[13] Anne Helen Petersen, “Scandals of Classic Hollywood: The Most Wicked Face of Theda Bara.
[14] Ronald Genini, Theda Bara: a Biography of the Silent Screen Vamp, with a Filmography, pp. 43-47.
[15] Si rimanda alla recensione redatta da chi scrive per un quadro completo della carriera di Musidora, pubblicata su “Cinefilia Ritrovata”, il website di critica della Cineteca di Bologna https://www.cinefiliaritrovata.it/musidora-ladixieme-muse-al-cinema-ritrovato-2019.
[16] Ronald Genini, Theda Bara: a Biography of the Silent Screen Vamp, with a Filmography, p. 113.
[17] http://www.silentera.com/PSFL/data/F/FoolThereWas1915.html.
[18] The Vampire, Rudyard Kipling, 1897.

Cinema e cultura nel modernismo statunitense: Theda Bara e Louise Brooks parte 1 (di 3)

Note di redazione: presentiamo qui in tre parti una ricerca fatta da Alessia Carcaterra e sistemata per la pubblicazione in questa sede da Esse.

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Introduzione

Negli Stati Uniti d’America, a partire dagli anni Dieci del Novecento, vi fu un proliferare di mode, stili e tendenze che si staccarono gradualmente e infine completamente dalla visione di fine Ottocento appartenente al periodo storico inglese dell’età vittoriana.

Un lavoro che può aiutare nella ricerca e in una più completa visione di questo rifiuto da parte dei modernisti e degli appartenenti alla corrente filosofico-estetica nei confronti dei predecessori europei di fine Ottocento, è il libro della saggista statunitense Ann Douglas Terrible Honesy: mongrel Manhattan in the 1920s. (1995). Con quest’ultimo, Douglas ha così completato il suo precedente lavoro The Feminization of American Culture (1977) in cui esplorava nel profondo l’etica moralista e sentimentale dell’età vittoriana.

In questo caso di studio verrà fatto un breve ed esaustivo percorso storico-culturale di come e in che modo lo sfogo della corrente del modernismo diede mostra di un atteggiamento aggressivo nei confronti del passato recente. In particolar modo, si è scelto di riferirsi all’arte del cinema, confrontando due attrici-dive dello nascente star-system statunitense:
Theda Bara (Cincinnati, 29 luglio 1885 – Los Angeles, 7 aprile 1955) e Louise Brooks (Cherryvale, 14 novembre 1906 – Rochester, 8 agosto 1985), inserendole nel contesto della “scossa adrenalinica modernista” della cultura occidentale, in primis statunitense.

Nel secondo e nel terzo capitolo verranno presi in esame due esempi di lungometraggi che rendono iconiche le due star: rispettivamente La Vampira (1915) e Il Vaso di Pandora (1929). Di questi, verranno forniti gli strumenti analitici per comprendere quali furono i punti di innovazione dal punto di vista tecnico, recitativo, interpretativo e storiografico che definirono e rispecchiarono nel particolare quelle tendenze sociali e morali degli anni Dieci e Venti del Novecento.

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Capitolo 1. La new generation modernista negli Stati Uniti d’America

Per l’elaborazione di questo caso di studio si è scelto di partire dalla pubblicazione dell’autrice e saggista statunitense Ann Douglas Terrible Honesty: mongrel Manhattan in the 1920s (New York, Farrar, Strauss & Giroux, 1995). Trattasi del ritratto di una generazione, l’autrice conferisce una visione personale di quella che fu la New York dei primi anni immediatamente dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e di come la metropoli della costa orientale statunitense divenne il cuore di un vero e proprio cambiamento storico e culturale negli Stati Uniti d’America. L’obiettivo di Douglas è quello di dimostrare come la New York degli anni Venti fu il soggetto agente di un cruciale turning point in cui vi confluirono tutti i caratteri di precedenti forme di cultura bassa, che mutò successivamente in una più adatta alle masse, più energetica e adrenalinica, che arrivò infine ad influenzare le arti visive, musicali e cinematografiche.

Nelle prime pagine del volume, Douglas specifica e sottolinea il forte distacco che l’America dei primi anni del Novecento provava nei confronti dell’età Vittoriana, definita dall’autrice “matriarcale”. Matriarcale nel senso dispregiativo del termine, coniato dai modernisti per descrivere certe personalità femminili della letteratura della seconda metà dell’Ottocento. In particolare:

The powerful white-middle class matriarch of the recent Victorian past […] had seized the reins of national culture in the mid- and late-Victorian era. Harriet Beecher Stowe wrote the century biggest best-seller in Uncle Tom’s Cabin (1852) and consolidated the virtual stranglehold of America’s women authors of the fiction market. Frances E. Willard headed the Women’s Christian Temperance Union, which made prohibition thr law of the land in 1919; […] in calling these women ‘matriarchs’, I follow their own usage; this way the first generation of women to explore, however imprecisely, the notion of ‘matriarchy’, or female dominated society, and to make it their goal and ideal.”[1]

In questo modo:

The moderns aimed to ridicule and overturn everything the matriarch had championed. […] The moderns’ case against the white middle-class Victorian Woman is nonetheless a pressing one. Although nineteenth-century America may have been in historical fact far from the matriarchy its feminist leaders envisioned and idealized, its mainstream cultural expression was almost as ‘feminized’ as its later detractors claimed.”[2]

Un’ emancipazione che coincide con quella che si definisce corrente del modernismo, in cui rompere con il passato separandosene totalmente facendolo a pezzi era la prassi. Un vero e proprio stravolgimento che puntava ad un rimodellamento dei contenuti, complici anche le nuove teorie filosofiche e della psicanalisi. Di fatto, la concezione di arte modernista seguiva i canoni di un’arte fondata sulla verticalità, sulle dimensioni interiori, psicologiche e intime che andavano a cancellare i dettami di ordine: la regola era decostruire le forme dello spazio e del tempo.[3]

Per contro, la società occidentale dei primi decenni del ventesimo secolo sembra seguire una divisione di almeno sei correnti culturali: high art, modernist art, avant-garde art, folk art, popular art, mass art. Tutte e sei costituiscono una rete sociale, in grado di generare immagini, storie e musiche.[4] Ci interessa, in questo caso, la seconda, profondamente influenzata da Nietzsche, Marx, Freud e dalla seconda rivoluzione industriale, per cui “modernism never established a comfortable home in the empirical, humanistic enviroment in England”.[5]

In ogni caso, vi era una certa volontà di elevare culturalmente il cinema dalla dimensione attrazionale e scientifica, soprattutto attraverso il riferimento alla vecchia cultura cercando di rendere il cinema appetibile per un altro tipo di pubblico: un cinema, in questo caso, tesa verso una dimensione più narrativa che attrazionale. Parallelamente a questa corrente progressista di separazione dal vecchio, vi è il primo regista della storia del cinema: David Wark Griffith[6], il quale esprime i modelli di una cultura ottocentesca, quale espressione di un periodo della storia degli Stati Uniti che da un lato ci ricorda che nell’Upper East (di tipo borghese) vigeva una cultura di tipo vittoriano, che non coincide del tutto con la cultura vittoriana britannica, ma ha qualche elemento in comune (il discorso sulla famiglia e la donna), dall’altro gli ideali puritani protestanti da cui Griffith venne fortemente influenzato.

Come sottolinea il credo vittoriano, la concezione della vita era votata alla repressione dei propri istinti e delle proprie pulsioni; importante era l’idea del sacrificio del sé. L’idea della donna era, chiaramente, pre-femminista; la donna non madre era necessariamente una prostituta e bisognava rispettare decisamente i canoni dell’ordine, della compostezza, della purezza e del rigore spirituale.[7]

Grazie a questo slancio verso il nuovo e verso la massificazione, si vengono ad istituire i concetti di star system e Casa di Produzione che assumeranno maggiore importanza nella consolidazione di Hollywood qualche decennio più tardi.[8] Come esordisce Franco la Polla in Introduzione al cinema di Hollywood, “il cinema hollywoodiano non nasce a Hollywood, ma sulla costa orientale degli Stati Uniti”.[9] Insieme a tutta una costellazione di inventori e pionieri, vi furono anche i primi germi delle nascenti case di produzione che, proprio nella New York in pieno fermento culturale (o anche nei dintorni) avrebbero avuto vita breve o lunga che fosse. Tra le tante ed innumerevoli, vi fu il caso della Fox, fondata da William Fox e Sol Brill che insieme acquistarono una peep show machine. Dal 1906 al 1913 la Fox si occupava solo di esercitare sale cinematografiche, ma da quell’anno si occupò anche della produzione e distribuzione di pellicole proprie. Tra i primi, vi fu Frank Powell, già collaboratore di Griffith, che introdusse nelle produzioni Fox la “vampira” Theda Bara.[10]

Con le prime fondamenta di majors e minors, apparve anche il primo sentore di divismo nordamericano, maschile e femminile, che si consoliderà negli anni Venti. Oltre alla già citata Theda Bara, appaiono sul grande schermo nomi come Mary Pickford, Douglas Fairbanks, Charlie Chaplin. Ad esempio Fairbanks ha una stazza fisica imponente, è l’uomo sportivo, l’uomo atletico e di grande energia. Questa energia non ci rimanda ad un ideale di mascolinità ottocentesco, non c’è questo senso di paura nei confronti del mondo moderno della città, e Fairbanks è un personaggio che vive nella modernità, è legato allo sport, che nasce in senso agonistico in questi anni, diventando un fenomeno di massa.[11]

Questo periodo florido per la nascita e lo sviluppo del cinema sul suolo statunitense è definito come Golden Age del cinema muto americano. Poco prima della crisi del 1929 e l’avvio della Grande Depressione, gli Stati Uniti conoscono un periodo di fervido benessere economico e culturale: il consolidamento dell’industria cinematografica (e il passaggio da muto a sonoro), l’esplosione della musica jazz, il fenomeno dell’espansione industriale, la costituzione di mode e tendenze, hanno determinato il decennio 1920-1929 degli anni ruggenti. In questo caso, si assiste anche al passaggio da cinema di attrazione, al cinema di consumo.[12]

Si tratta di vero consumo vorace: Hollywood è la massima espressione di tutto questo, e ha luogo perché ci sono molte persone che vogliono consumare questi prodotti, in quanto si rendono conto di avere molto più tempo libero. E tutto questo diventa fondamentale negli anni Venti: questo giustifica pienamente la trasformazione dell’industria americana. Non si vogliono quindi produrre oggetti narrativi educati, istruttivi e addomesticanti, ma prodotti di intrattenimento immediati, non mediati attraverso la dimensione artistica. Conta prima di tutto il profitto per i tycoons di Hollywood; conseguentemente, il cinema, diventa qualcosa che viene consumato da varie fasce sociali e nascono perciò mode e stili che segneranno indelebilmente questo decennio rendendolo iconico.[13]

Distaccandoci quindi sempre di più dai dettami della società vittoriana, vediamo nello specifico due attrici che caratterizzarono gli anni Dieci e Venti della sempre più consolidata macchina del cinema: Theda Bara e la carriera breve ma fiorente a partire da metà degli anni Dieci e Louise Brooks, che con il suo moderno e iconico appeal divenne a tutti gli effetti il simbolo del decennio 1920-1929.


[1] Ann Douglas, Terrible Honesty: mongrel Manhattan in the 1920s , New York, Farrar, Strauss & Giroux, 1995, p. 6.

[2] Ibidem, p. 7

[3] Franco La Polla, Stili americani, Bologna, Bononia University Press, 2003, p. 384.

[4] James Naremore, Patrick Brantlinger, “Introduction: Six Artistic Cultures”, in James Naremore, Patrick Brantlinger,

Modernity and Mass Culture, Indianapolis, Indiana University Press, 1991, p.8.

[5] Ibidem, p. 10.

[6] Passim, Paolo Bertetto, Introduzione alla storia del cinema, Torino, UTET, 2002.

[7] Lary May, Screening out the past. The Birth of Mass Culture and the Motion Picture Industry, Chicago, The

University of Chicago Press, 1983, p.46.

[8] Passim, Guido Aristarco, Il mito dell’attore. Come l’industria della star produce sex symbol, Bari, Edizioni Dedalo,

1983.

[9] Franco La Polla, Introduzione al cinema di Hollywood, Milano, Mondadori Università, 2006, p.11.

[10] La cui figura verrà approfondita nel prossimo articolo.

[11] Passim, Franco La Polla, Sogno e realtà americana nel cinema di Hollywood, Milano, Il Castoro, 2004.

[12] Jerome Charyn, New York, l’età del jazz e la nascita di un mito, Milano, il Saggiatore, 2006, pp. 10-14.

[13] Franco La Polla, Sogno e realtà americana nel cinema di Hollywood, p.21.

Mariti Ciechi (Blind Husbands) – Erich Von Stroheim (1919)

Sapete il mio folle amore per Erich Von Stroheim e la conseguente ritrosia a parlarne ma questi giorni di coronavirus mi hanno portato, come sapete, a dare vita ad un progetto che permette la visione di film su Kast (cliccate qui se volete entrare nel gruppo) e uno dei film visti con i diritti scaduto è stato proprio Blind Husbands, la prima opera del regista e attore tedesco. Ma andiamo prima alla trama:

Nella bella Cortina d’Ampezzo giungono quasi in contemporanea il Tenente Erich von Steuben (Erich von Stroheim) e il Dottor Armstrong (Sam de Grasse) con la moglie Margaret (Francelia Billington). La loro relazione non va benissimo e lei. pur essendo ancora innamorata. viene quasi ignorata dal marito. Notata questa cosa, von Steuben, Don Giovanni senza scrupoli, cerca di intrufolarsi nella coppia per portarsi a letto la ragazza. A vigilare sulla situazione c’è però un vecchio amico del Signor Armstrong, il taciturno Sepp (Gibson Gowland) assieme al suo cagnolone. La situazione diventa sempre più critica: Il Dottor Armstrong è costretto a partire per andare a salvare degli sconsiderati che hanno osato sfidare le vette da passaggi non battuti. Il Tenente, allora, rinnova il vigore delle sue avance arrivando quasi a far cedere la ragazza. Quando la spedizione di salvataggio torna, accompagnata da campane a morto, Margaret teme che sia capitato qualcosa a suo marito e sviene. Il giorno dopo Armstrong parte con moglie, Sepp e von Steuben verso un rifugio da cui poi il Dottore e il Tenente partiranno per conqusitare la vetta. Da qui partiranno una serie di equivoci orchestrati magistralmente dal regista che renderanno incerto lo spettatore sull’effettivo consumo o meno del tradimento. Nel finale i fili del destino porteranno i malvagi verso la pena meritata e i giusti verso la riconciliazione.

La cosa che mi ha sempre stupito è l’attenzione alla fotografia e ai dettagli nella costruzione delle scene che Von Stroheim, forse facendo sue le nozioni apprese da Griffith e dagli altri registi con cui aveva lavorato prima, mostra di avere in un’opera prima. La fotografia è curata da Ben F. Reynolds, che aveva già iniziato la sua collaborazione con John Ford e stava per far partire quella fruttuosissima proprio con Von Stroheim. Riguardo la vicenda, scritta dallo stesso Stroheim, ritroviamo alcuni elementi ricorrenti della sua produzione come la presenza di un uomo vizioso e senza scrupoli, di una donna combattuta e tentata dal peccato e di un elemento naturale visto come metafora del bene e del male. Un altro elemento decisamente caratteristico è quello di dare continuamenti indizi su quale sarà l’esito della vicenda che, puntalmente, si avvera. Se avete letto Paprika sapete di cosa parlo, qui sappiamo già la fine che farà il tenente von Steuben già prima che la scalata sia iniziata. Ma torniamo alle immagini che, più che descrivervele, preferisco farvi direttamente vedere. Nella prima vediamo una splendida inquadratura allo specchio (sappiamo bene quanto siano difficili, quindi chissà se vi era realmente uno specchio o se si tratta di una controfigura di spalle che crea il finto effetto riflesso), dove vediamo prima Margaret a fuoco che guarda il marito, successiva sfocatura di lei e messa a fuoco del Dr. Armstrong ad indicare che si tratta del pensiero della ragazza. Il medico viene sostituito da una coppia felice, ovvero ciò a cui Margaret aspira per la sua relazione. Si torna poi alla dura realtà quando la giovane ritorna a fuoco e si mostra disperata. Mi ha colpito molto anche la scena dell’incubo, in cui il sospetto di Armstrong e i sogni della moglie si mescolano rendendo equivoca la possibile presa di coscienza da parte dell’uomo di quanto sta accadendo.

Nel gruppo di immagini qui sopra ho invece scelto di mettere in risalto il ruolo della lettera e del non compreso: dai gesti di lei e quelli di lui, infatti, si capisce esattamente il contrario di quanto realmente è successo e siamo convinti che Margaret abbia invitato il Tenente ad andare da lei durante la notte. Solo alla fine, quando Armstrong legge la lettera, scopriremo che le cose sono andate in maniera esattamente opposta.

Concludo con il gruppo di immagini qui sotto che ho scelto di inserire nella classica griglia dei terzi che dovrebbe guidare le inquadrature. Von Stroheim teneva tantissimo a costruire scene armoniche e ragionate ma qui si trova di fronte a un dubbio: fare una scena ad effetto con girato di carrozza in corsa a bordo di un’altra carrozza in movimento (suppongo io) o dare vita ad un’inquadratura perfetta? Ha optato la prima opzione e infatti potete osservare come nel giro di pochi frame cambi completamente la composizione.

Sebbene sia il primo film di Erich Von Stroheim, questo Blind Husbands è forse il film più lineare della sua produzione ma, al contempo, contiene già il seme di quelli che sono gli elementi caratterizzanti della sua produzione. Se potete, insomma, visto anche che è facilmente reperibile online, vi consiglio di recuperarlo e vederlo e magari acquistarlo in DVD qualora vi dovesse piacere particolarmente.

Ridolini e il suo fedele asinello – alla ricerca di un titolo

agosto 17, 2019 Lascia un commento

Prima ancora della vicenda del sacrificio, ero stato contattato da Franco Ripanti per il ritrovamento di una pizza contenente un film in 8mm della durata di 30minuti. Sulla pizza compare la scritta “Ridolini e il suo fedele asinello”:

Si tratta di una edizione su pellicola Ferrania, quindi successiva all’epoca delle comiche. Franco ha provato a srotolare con cautela la pellicola e prima della scritta fine compare la didascalia “Ridolini si convince che è meglio un asinello fedele che una donna ambiziosa”. Ridolini, ricordiamolo, è il nome italiano di Larry Semon a volte indicato anche come “Sempliciotto”. Sebbene ci sia la possibilità che siano solo gag, il detentore ritiene si tratti di un film unico sebbene non avendo un proiettore da 8mm si basa solo su quanto visto srotolando cautamente la pellicola. Ma quale sarà il titolo originale della comica? Dopo essere riuscito ad avere un contatto con un esperto americano gli è stato suggerito che potrebbe essere una riedizione di The Hick (1921) in cui però non mi pare ci sia una parte con un asinello. Cercando su libri specifici è uscito che esiste un film, The Barnyard (it. l’audace impresa di Ridolini) in cui si trovano Larry Semon e Oliver Hardy alle prese con diversi animali tra cui un asino, ma nella versione sonorizzata del ’52 che si trova su internet non compare una scena del genere sebbene ci sia un asino. Specifico comunque che il pezzo che potete vedere è inserito insieme ad altre gag in un film composito.

Per fugare ogni dubbio bisognerebbe visionare il film e capire per bene la trama e confermare che non si tratta di una serie di gag ma di un qualcosa di unitario. Qualcuno ha maggiori informazioni? Qualcuno dalle parti di Ancona ha un proiettore per pellicole 8mm da condividere con Franco Ripanti?

Grazie a tutti per l’aiuto!

Ruth Stonehouse al Cinema Ritrovato

Ruth_StonehouseNon si può non solidarizzare un po’ con Ruth Stonehouse, attrice piuttosto mediocre e regista piuttosto anonima che intervistata dal “Motion Picture Magazine” (febbraio 1919), sui suoi progetti disse: “naturalmente voglio essere un’attrice famosa… per un po’… ma poi voglio diventare una regista, una produttrice; voglio occuparmi della parte materiale del cinema, che poi è anche la sua parte artistica”. Bello sognare cara Ruth, la sua carriera da regista durerà appena due anni e si interromperà proprio con Rosalind at Redgate mentre quella di attrice vedrà la fine con l’avvento del sonoro, sintomo forse di una voce non all’altezza.

– Gilded Cage – Anonimo (1916)
Marie (Ruth Stonehouse) è figlia di prime nozze di un padre assente (morto?) e per questo è costretta a vivere come domestica della matrigna (Louise Crolius) e della sorellastra Eloise (Betty Scott). Quest’ultima è fidanzata con Kent (Bryant Washburn), un ragazzo che non è particolarmente ricco, seppure buono di cuore. Ella decide dunque di lasciarlo per sposare Weston (John Thorn) decisamente più abbiente. Si renderà presto conto di aver fatto una scelta sbagliata: il marito la tradisce e minaccia di toglierle tutto qualora osi ribellarsi. Elloise si trova quindi in una gabbia dorata da cui le è impossibile uscire. Nel frattempo Marie inizia a frequentare Kent che probabilmente sposerà vivendo felicemente.

Questo corto ha lo stesso titolo di uno con regia di Harley Knoles dello stesso anno ma che non ha decisamente stessi attori o budget (vi recitano Alice Brady, Irving Cummings e Montagu Love). La storia ricalca un po’ quelle fiabesche stile Cenerentola, con una ragazza bruttina sfruttata dalle sorelle ma che alla fine trova l’amore del suo principe azzurro.

– Rosalind at Redgate – Ruth Stonehouse (1919)
La Storia di Rosalind at Redgate è veramente intricata, a dire a vero senza motivo a tratti, e ci regala anche l’emozione di vedere Ruth Stonehouse come regista e attrice nell’interpretare due cugine identiche: una banca familiare fallisce a causa di uno dei membri, per non far sapere in giro cosa è accaduto l’uomo firma una confessione e promette di restituire il maltolto (cambiale finta). Tutti i beni finiscono alla sorella che rifiuta di dargli il denaro perché questo passa il tempo a farsi mantenere. Assieme al fratello hanno figlie che sono identiche. Alla morte dell’uomo a cui ha fatto la promessa, il banchiere truffatore cerca di recuperarla per ripulirsi la reputazione senza spendere un soldo. Per motivi di onore, infatti, il fratello non aveva rivelato alla famiglia di chi era la colpa. Alla fine, dopo vicende varie, la verità viene a galla e lui fugge colmo di vergogna.

Non so come fosse il romanzo di Meredith Nicholson, ma la storia non è il massimo, sebbene cerchi di riprendere le avventure americane del tempo, e soprattutto Ruth Stonehouse ci mette davvero poco di personale nelle riprese che sono davvero asettiche. Non credo sia da attribuire solo alla misoginia del mondo dello spettacolo la sua prematura scomparsa dal mondo registico, la Stonehouse, seppur a suo modo pioniera, non ha davvero il mordente per mettere in scena film di rilievo.

Il Mago di Oz (The Wizard of Oz) – Larry Semon (1925)

giugno 24, 2019 Lascia un commento

Una delle mie passioni riguarda i film brutti, non quelli brutti e noiosi, ma quelli che per una serie di motivi finiscono per risultare comici per la loro ingenuità realizzativa. Cercando per curiosità consigli su “film brutti” muti ho trovato più volte citato questo The Wizard of Oz di Larry Semon che, a parer mio, brutto lo è davvero ma sfortunatamente non strappa neanche una risata come invece sarebbe il suo intento. Questa versione del Mago di Oz rientra in quel filone, caro ad Hollywood, in cui si cerca di inserire all’interno della vita di oggi una storia fantastica rendendo i vari protagonisti in carne e ossa i personaggi fantastici del romanzo. Il primo che mi viene in mente, ma la cui natura era però dichiarata nel titolo, è A Modern Musketeer di Allan Dwan (1917). Lì il protagonista era una sorta di Don Chisciotte, fissato a tal punto con le avventure di D’Artagnan che esse finivano per influenzargli la vita di tutti i giorni. Qui la situazione è piuttosto diversa perché abbiamo una cornice, in cui un anziano signore racconta ad una bimba la storia del Mago di Oz, e la storia vera e propria che però è resa “realistica” e in cui i personaggi sono maggiorenni e non più bambini. La trama ne esce ovviamente stravolta:

La bella Dorothy (Dorothy Dwan) vive in campagna assieme agli Zii Em e Henry (Mary CarrFrank Alexander). La ragazza sta per compiere 18 anni e la sua bellezza attrae gli aiutanti dello zio (Oliver Hardy – Larry Semon). Nel frattempo il mondo di Oz è governato dal perfido Primo Ministro Kruel (Josef Swickard) e dal suo braccio destro l’ambasciatore Wikked (Otto Lederer). Il loro potere è tollerato dal Principe Kynd (Bryant Washburn) perché solo temporaneo in attesa del ritorno della legittima erede. Indovinate di chi si tratta? Oltre a questi personaggi troviamo anche lo strampalato Mago di Oz (Charles Murray) e un aiutante nero dello zio dal nome poco razzista di Snowball (Spencer Bell qui come G. Howe Black, tanto per peggiorare le cose). La giovane Dorothy era infatti stata allontanata dal regno per evitare le succedesse qualcosa e consegnata agli “zii” adottivi assieme a una lettera che sarebbe dovuta essere aperta solo il giorno della sua maggiore età. Nonostante i tentativi del Primo Ministro di evitare che Dorothy scopra la verità, questa viene effettivamente rivelata e lei diventa principessa seppur sotto stretto controllo di Kruel. Tra peripezie e strampalatezze i due aiutanti si ritroveranno travestiti da Uomo di Latta (Oliver Hardy), Spaventapasseri (Larry Semon) e Leone Pavido (G. Howe Black) e nonostante il loro spassionato amore per la ragazza, sarà il bel Principe Kynd a sposarla dopo essersi liberato di Kruel.

Non avevo mai visto il film e le prime scene mi avevano sinceramente ben fatto sperare (vedi sopra). Fino a metà film ho sperato che la protagonista, per qualche motivo, sognasse o entrasse in un mondo in cui i personaggi avevano le fattezze dei suoi amici e familiari, purtroppo non è stato così. Non sono un grande fan di Larry Semon e qui non ha fatto un gran lavoro ma soprattutto ha, secondo me, incentrato troppo su se stesso le riprese, creando scene a volte eccessivamente lunghe e ripetitive che finiscono per non essere divertenti. Tra tutte quella ambientata nelle segrete del castello, che dura ben 10 minuti in cui Larry prima fugge dal Primo Ministro nascondendosi in delle scatole senza mai essere trovato in stile Benny Hill Show, poi si ritrova in una gabbia di leoni convinto di avere vicino Snowball travestito mentre invece è circondato da felini in carne e ossa. Tra le poche scene mozzafiato, ci sono gli stunt (come quello sotto), in cui Hardy o Semon (o dei loro stuntman) si mostrano alle prese con cadute spettacolari e imprese pericolose.

Probabilmente chi non conosce la storia del Mago di Oz potrebbe trovare divertente questo film, ma semplicemente la storia raccontata non è quella che uno spettatore si aspetta. Inoltre ci sono degli elementi politcamente scorretti, che hanno il loro apiche nell’introduzione dello “schiavetto” nero nullafacente di nome Snowball che è quello che usa il travestimento più ridicolo ma soprattutto l’unico che non si innamora di Dorothy o comunque l’unico con cui lei evita ogni rapporto (non sia mai che si possa parlare di storia tra razze diverse nel 1925!!!). Quindi fan del mondo di Oz statene alla larga, mentre se amate le gag slapstick, le riprese mozzafiato, Larry Semon in generale o volete vedere un primo Oliver Hardy all’azione, questo potrebbe essere il film per voi.

La Lanterna Rossa (The Red Lantern) – Albert Cappellani (1919)

giugno 23, 2019 Lascia un commento

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Con The Red Lantern, il Cinema Ritrovato ha omaggiato il cinema di Albert Cappellani, autore prolificissimo tra  il 1915 e il 1922, e ad Alla Nazimova, star di Hollywood che non ha certo bisogno di presentazioni, che girò  altri due film con il regista francese. La storia raccontata nel film è molto interessante e si basa sul romanzo omonimo di Edith Wherry che prendeva a sua volta spunto da una citazione della Ballad of east and west di Rudyard Kipling secondo cui “l’Est è Est, e l’Ovest è Ovest, e mai i due si incontreranno, finché il Cielo e la Terra si presenteranno infine al Grande Seggio del Giudizio di Dio”.

Mahlee (Alla Nazimova) è una ragazza cinese nata da padre americano di cui si ignora l’identità. Essendo di razza mista, la giovane viene discriminata dalla sua gente, in particolare per la grandezza dei suoi piedi (il padre lasciò del  denaro per mantenerla ma a patto che non le venissero fasciati i piedi). Alla morte della nonna, Mahlee viene adottata dalla famiglia Templeton (Winter HallMary Van Ness), americani che tentano di portare la cristianità in Cina. Qui conosce Sam Wang (Noah Beery), uomo di origine mista come lei ma estremamente sgradevole nei modi di fare. Egli è meno disincantato di Mahlee e cerca di convincerla ad unirsi alla causa dei Boxers, rivoltosi che vorrebbero cacciare gli stranieri dalla Cina, mostrandole l’ipocrisia degli  occidentali che pur tollerando la presenza dei cinesi si credono comunque superiori. La conferma alle parole di Wang arriva quando Mahlee si innamora del figlio dei Templeton ma si vede rifiutata per il colore della sua pelle. Diventa quindi bandiera e simbolo della rivolta fingendosi la Dea della Lanterna Rossa e incitando alla battaglia il popolo cinese e la stessa imperatrice. Nel frattempo giunge alla missione anche Philip Sackville (Frank Currier) assieme alla figlia Blanche (Alla Nazimova). Questi si rivela essere il vero padre di Mahlee ma si rifiuta di riconoscerla rendendo ancora più attaccata alla causa dei Boxers la  ragazza. Nel finale la rivolta fallisce e la falsa dea si suicida.

La storia, a livello di trama, si basa su una scelta illogica: perché Wang e Mahlee, due persone evitate da entrambe le loro genti di origine, dovrebbe diventare capi della rivolta dei Boxers, che comunque li avrebbero resi una sorta di reietti o addirittura avrebbero potuto fare pressioni per mandarli via una volta ottenuta la vittoria? Oltre a questo il messaggio non è proprio edificante. Il finale, in cui la Mahlee morente ripete al giovane Templeton la frase di Kipling, sembra inoltre sancire una impossibilità nell’unire le genti dell’est con quelle dell’ovest e sembra quasi giustificare la morte della protagonista e di Wang, perché ponti impossibile tra i due mondi. Proprio alla luce di questo The Red Lantern dovrebbe farci riflettere sulla reale possibilità di inclusione. Quanto sarebbe stato più semplice se Mahlee avesse potuto coronare il suo sogno d’amore? Invece il ragazzo che ama finisce per mettersi addirittura con la sua sorellastra  del tutto simile a lei tranne che per il colore della pelle. Solo soffermandosi su questo desiderio di ingiustizia si può quindi ribaltare quella che sembra la morale del film e trasformarla in una di integrazione.

Se dopo questa recensione siete curiosi, vi invito ad acquistare il dvd inserito all’interno di un volume davvero sfizioso edito della Cinematek.

Il Mantello Magico di Oz (The Magic Cloak of Oz) – J. Farrell MacDonald (1914)

giugno 17, 2019 Lascia un commento

Queen_ZixyQueen Zixi of Ix, or The Story of the Magic Cloak (1904) fa parte delle storie di Baum che si svolgono al di fuori del Mondo di Oz, oltre i deserto invalicabile che circonda quelle terre. Eppure, quando nel 1914 la Oz Film Manufacturing Company decise di farne una trasposizione, pensò bene di inserire nel titolo il nome di Oz e far comparire qualche personaggio già noto per favorirne la diffusione. Ma di cosa parla questo film?

Le fate di Oz creano un mantello magico in grado di realizzare i desideri delle persone tristi, a patto che esso sia stato donato e non rubato. Fluff (it. Rita – Mildred Harris) e Bud (it. Lallo – Violet MacMillan) hanno appena perso il loro padre per un incidente e sono stati affidati alla Zia Rivette (Mai Wells) per andare a vivere nella terra di Notopia, la capitale di Nolandia. Qui i cittadini stanno vivendo un dramma, perché il loro Re è morto senza lasciare eredi e, secondo il regolamento cittadino, dovranno concedere la corona alla quarantasettesima persona che varcherà le mura, chiunque essa sia. Fluff riceve il mantello dal messaggero delle fate e chiede di essere nuovamente felice: Bud diventerà il nuovo Re di Notopia e sperpererà i soldi del tesoro per comprare giochi insieme alla sorella. Nel frattempo il mulo Nicodemo (Fred Woodward), di proprietà della Zia Rivette, si ritrova a dover difendere la piccola Mary che è stata rapita da alcuni malviventi. Metterà insieme un esercito di animali (compreso il Leone Pavido, lo Zoop e il Brillo), per liberarla. Intanto un nuovo pericolo minaccia la città di Nolandia: i Rudi-Rolli decidono per capriccio di assediarla e prendono il potere. Gli abitanti del regno vorrebbero usare il mantello magico per liberarsi di loro ma esso è stato rubato dalla Regina Zixi di Ixlandia (Juanita Hansen), che desiderava liberarsi di una maledizione che la costringeva a vedere la sua vera età allo specchio (aveva centinaia di anni ma nell’aspetto sembrava sempre giovane). Ritrovato il mantello e con l’aiuto dell’esercito di animali, la città di Notopia viene liberata.

Prima ancora degli scontri e alleanza tra mostri godzilliani o dei crossover tra Monsters della Universal, in The Magic Cloak of Oz troviamo un’alleanza tra gli animali del mondo di Oz che si uniscono per il bene di una bambina prima e del regno di Notopia poi. Ecco quindi rivelata l’identità del mulo che ci rompeva le scatole dal primo film: si tratta di Nickodemus, “eroe” creato appositamente per le versioni cinematografiche, così come lo Zoop e il Corvo. Le scene con loro protagonisti sono però molto divertenti e vista anche la breve durata del film questo è probabilmente il più godibile del pacchetto. A livello “visivo” la parte più interessante è quella iniziale del film, dove le fate vengono mostrate con la tecnica della sovraesposizione, che gli conferisce quell’aspetto “ectoplasmico” che accompagnava nell’immaginario di allora le figure fatate o extraterrene, e la presenza di una luna molto simile a quella di Méliès.

Rispetto al racconto originale non ci sono tantissime differenze:

– Nel libro la mantella cambia spesso di proprietario anche perché ognuno di essi può esprimere massimo un desiderio
– Nel libro sono assenti gli animali ed è aggiunta qualche sottotrama in più.
– I Roly-Rogues (Rudi-Rolli) sono sconfitti grazie a un potente sonnifero, perché la mantella viene distrutta per sbaglio.
– Nel finale originale Bud chiede al mantello di poter essere il miglior Re che la città abbia mai avuto e la Regina Zixi, punita per aver usato la magia, torna nel suo regno per governare saggiamente ma con la paura di incappare in uno specchio.

 

Come detto sopra, tra le varie produzioni della Oz Film Manufacturing Company, questa è sicuramente la più riuscita e divertente, sia per la sua breve durata che forse per l’assenza dei personaggi storici, escluso il Leone Pavido, che probabilmente mettevano una certa pressione a Baum nel momento in cui doveva lavorare alla sceneggiatura. Senza i personaggi dello Spaventapasseri o della Ragazza di Pezza, la recitazione risulta più pacata, nonostante la presenza degli animali tra cui il mio odiato mulo Nicodemo.