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Il Mantello Magico di Oz (The Magic Cloak of Oz) – J. Farrell MacDonald (1914)

Queen_ZixyQueen Zixi of Ix, or The Story of the Magic Cloak (1904) fa parte delle storie di Baum che si svolgono al di fuori del Mondo di Oz, oltre i deserto invalicabile che circonda quelle terre. Eppure, quando nel 1914 la Oz Film Manufacturing Company decise di farne una trasposizione, pensò bene di inserire nel titolo il nome di Oz e far comparire qualche personaggio già noto per favorirne la diffusione. Ma di cosa parla questo film?

Le fate di Oz creano un mantello magico in grado di realizzare i desideri delle persone tristi, a patto che esso sia stato donato e non rubato. Fluff (it. Rita – Mildred Harris) e Bud (it. Lallo – Violet MacMillan) hanno appena perso il loro padre per un incidente e sono stati affidati alla Zia Rivette (Mai Wells) per andare a vivere nella terra di Notopia, la capitale di Nolandia. Qui i cittadini stanno vivendo un dramma, perché il loro Re è morto senza lasciare eredi e, secondo il regolamento cittadino, dovranno concedere la corona alla quarantasettesima persona che varcherà le mura, chiunque essa sia. Fluff riceve il mantello dal messaggero delle fate e chiede di essere nuovamente felice: Bud diventerà il nuovo Re di Notopia e sperpererà i soldi del tesoro per comprare giochi insieme alla sorella. Nel frattempo il mulo Nicodemo (Fred Woodward), di proprietà della Zia Rivette, si ritrova a dover difendere la piccola Mary che è stata rapita da alcuni malviventi. Metterà insieme un esercito di animali (compreso il Leone Pavido, lo Zoop e il Brillo), per liberarla. Intanto un nuovo pericolo minaccia la città di Nolandia: i Rudi-Rolli decidono per capriccio di assediarla e prendono il potere. Gli abitanti del regno vorrebbero usare il mantello magico per liberarsi di loro ma esso è stato rubato dalla Regina Zixi di Ixlandia (Juanita Hansen), che desiderava liberarsi di una maledizione che la costringeva a vedere la sua vera età allo specchio (aveva centinaia di anni ma nell’aspetto sembrava sempre giovane). Ritrovato il mantello e con l’aiuto dell’esercito di animali, la città di Notopia viene liberata.

Prima ancora degli scontri e alleanza tra mostri godzilliani o dei crossover tra Monsters della Universal, in The Magic Cloak of Oz troviamo un’alleanza tra gli animali del mondo di Oz che si uniscono per il bene di una bambina prima e del regno di Notopia poi. Ecco quindi rivelata l’identità del mulo che ci rompeva le scatole dal primo film: si tratta di Nickodemus, “eroe” creato appositamente per le versioni cinematografiche, così come lo Zoop e il Corvo. Le scene con loro protagonisti sono però molto divertenti e vista anche la breve durata del film questo è probabilmente il più godibile del pacchetto. A livello “visivo” la parte più interessante è quella iniziale del film, dove le fate vengono mostrate con la tecnica della sovraesposizione, che gli conferisce quell’aspetto “ectoplasmico” che accompagnava nell’immaginario di allora le figure fatate o extraterrene, e la presenza di una luna molto simile a quella di Méliès.

Rispetto al racconto originale non ci sono tantissime differenze:

– Nel libro la mantella cambia spesso di proprietario anche perché ognuno di essi può esprimere massimo un desiderio
– Nel libro sono assenti gli animali ed è aggiunta qualche sottotrama in più.
– I Roly-Rogues (Rudi-Rolli) sono sconfitti grazie a un potente sonnifero, perché la mantella viene distrutta per sbaglio.
– Nel finale originale Bud chiede al mantello di poter essere il miglior Re che la città abbia mai avuto e la Regina Zixi, punita per aver usato la magia, torna nel suo regno per governare saggiamente ma con la paura di incappare in uno specchio.

 

Come detto sopra, tra le varie produzioni della Oz Film Manufacturing Company, questa è sicuramente la più riuscita e divertente, sia per la sua breve durata che forse per l’assenza dei personaggi storici, escluso il Leone Pavido, che probabilmente mettevano una certa pressione a Baum nel momento in cui doveva lavorare alla sceneggiatura. Senza i personaggi dello Spaventapasseri o della Ragazza di Pezza, la recitazione risulta più pacata, nonostante la presenza degli animali tra cui il mio odiato mulo Nicodemo.

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Sua Maestà lo Spaventapasseri di Oz (His Majesty, the Scarecrow of Oz) – J. Farrell MacDonald (1914)

scarecrow_oz1Siamo abituati che da un libro venga tratto un film o, al limite, che film e romanzo vengano sviluppati insieme (come accadde con 2001 Odissea nello Spazio sceneggiato e romanzato da Arthur C. Clarke). His Majesty, the Scarecrow of Oz è un caso tutto particolare, perché L. Frank Baum, autore della saga di Oz nonché produttore e sceneggiatore per la sua The Oz Film Manufacturing Company, creò prima la versione cinematografica nel 1914 per poi adattarla in forma di racconto un anno più tardi con il titolo di The Scarecrow of Oz.

Non avendo i diritti cinematografici per le sue prime opere, Baum volle creare una sorta di nuovo inizio con questo film reintroducendo i personaggi principali e inserendoli in una storia nuova. Ritroviamo così Dorothy (Violet MacMillan), il Leone pavido (Fred Woodward), il Boscaiolo di Latta (Pierre Couderc) e lo Spaventapasseri (Frank Moore) alle prese con la triste storia del regno di Rogna dove governa il malvagio Re Krudelio (Raymond Russell) che vuole costringere la Principessa Gloria (Vivian Reed) a sposare uno spasimante scelto da lui e non il suo amato giardiniere Pon (Todd Wright). Per spezzare questo amore, Krudelio chiederà aiuto alla Strega Mombi (Mae Wells) che le congelerà il cuore. Diventata priva di ogni sentimento la ragazza rifiuterà sia Pon che il suo spasimante. I nostri eroi decideranno che è giunto il momento di ribellarsi al malvagio Krudelio e lo spodesteranno mettendo sul trono prima lo Spaventapasseri (come nella storia originale) che poi Gloria una volta guarita.

La storia è piuttosto godibile rispetto agli altri film che abbiamo visto, anche se lo Spaventapasseri fa esattamente come la Ragazza di Pezza seppur in maniera non così esagerata: non sta fermo un secondo! Prendere un frame per l’articolo diventava a volte una vera impresa. Ovviamente rispetto al libro ci sono tante differenze, infatti nel romanzo i protagonisti sono la piccola Trot e il Capitano Bill aiutati dallo strambo Elicano. Dei personaggi principali del Mondo di Oz interviene direttamente solo lo Spaventapasseri, come inviato della Regina in persona per risolvere la triste situazione del regno di Rogna. Ella infatti segue le vicende “come al cinematografo” assieme a Dorothy e decide di intervenire. Per maggiori informazioni sulla versione cartacea vi rimando al blog burzee, da cui ho tratto l’immagine della copertina.

Come in The Patchwork Girl of Oz, ci sono degli elementi carini a livello realizzativo come la scena in cui la strega congela il cuore di Gloria (vedi sopra) o quella in cui l’uomo di latta le taglia la testa (vedi sotto). Non manca neanche una scena subacquea con protagonista lo Spaventapasseri che rimane incagliato al centro del lago. La recitazione è leggermente meno esagerata rispetto ai due precedenti che abbiamo trattato e nel complesso l’ho trovata più digeribile. Continua l’apparizione dell’equino dispettoso che è ormai una costante dalla prima trasposizione del 1910.

Tra gli adattamenti visti fino ad ora, His Majesty the Scarecrow of Oz è sicuramente il più riuscito, sebbene mantenga quegli elementi buffoneschi che caratterizzano purtroppo la produzione muta legata al mondo di Oz.

La ragazza di pezza di Oz (The Patchwork Girl of Oz) – J. Farrell MacDonald (1914)

Patchword_Oz6A dieci anni dall’uscita del primo libro della serie del mago di Oz, uscì quello che per il suo creatore L. Frank Baum sarebbe dovuto essere l’ultimo libro della serie: The Emerald City of Oz (1910). Alla fine del romanzo, Oz diventava irraggiungibile per tutti coloro che venivano dall’esterno, interrompendo così il legame con il mondo reale. Inutile dire che Baum venne subissato di letterine dei fan che lo convinsero a “provare a comunicare con la terra di Oz usando un telegrafo senza fili”. La cosa dovette funzionare e così nel 1913 vide la luce The Patchwork Girl of Oz.  Baum aveva creato da poco una cosa di produzione dal nome The Oz Film Manufacturing Company e così nel 1914 rilasciò sul mercato americano una versione cinematografica pubblicizzando il libro e al contempo sfruttando il successo dello stesso per rientrare nelle spese.

Il piccolo Ojo (Violet MacMillan) vive in una foresta sperduta con lo Zio Nunkie (Frank Moore). Stanco di una vita di stenti, i due si dirigono verso la casa del Dr. Pimpt, detto il Mago Obliquo (Raymond Russell), di sua moglie Margolotte (Haras Dranet) e della figlia Jasseva (Bobbie Gould). Qui il mago sta finendo di preparare una polvere vitale per dare vita a una bambola di pezza (Pierre Couderc). Visto che dovrà fare da cameriera, la sua creatrice non le dona il cervello, ma Ojo decide che forse ne avrà bisogno e glielo dona di nascosto. Quando la bambola prende vita, il mago si sbaglia e per lo spavento pietrifica la moglie, lo zio Nunkie e Danx (Richard Rosson), il fidanzato della figlia. Per poter curare questo stato i nostri eroi dovranno trovare: peli di coda di Brillo, l’esofoglio e acqua di pozzo oscuro. Il mago parte per trovare quest’ultima lasciando a Ojo, la bambola e Jasseva (che si è portata dietro il fidanzato in forma miniaturizzata) il compito di trovare gli altri ingredienti. Per primo trovano il Brillo (Fred Woodward), che portano con loro perché non riescono a strappargli i peli della coda. Poi nel tentativo di prendere l’esofoglio, che è illegale raccogliere, vengono arrestati. La sola bambola di pezza riesce a fuggire e raggiunge il Mago Obliquo che superando mille pericoli e popolazioni strampalate (Tottenotti, Cornati e altri) riesce finalmente a trovare l’acqua. Il giorno del giudizio, sotto gli occhi di una giuria composta da Dorothy, il leone (Hal Roach), lo spaventapasseri (Bert Glennon) e l’uomo di latta (Lon Musgrave), i nostri protagonisti verrano scagionati dalla Regina Ozma (Jessie May Walsh) e verrà permesso al Mago Obliquo di fare l’incantesimo per far tornare in vita i loro amici pietrificati.

Ho scritto la trama nel dettaglio perché, come chi ha letto il libro vedrà subito, ci sono veramente tante differenze rispetto al romanzo, in alcuni casi anche senza una ragione logica visto che lo sceneggiatore è lo stesso Baum e alcune cose potevano essere traposte senza alcun problema. Andiamo a vedere i principali cambiamenti rispetto al romanzo:

– L’introduzione di Jesseva e Danx, figli del Mago e della sottotrama legata a tal Jinjur che si innamora della statua miniaturizzata di Danx rubandola ripetutamente a Jesseva.
– Il gatto di vetro, difficile da fare, viene sostituito in parte da un equino dispettoso non identificato (di nuovo?)
– Per fare le ricerche degli ingredienti parte anche il mago (va al pozzo) e il secondo gruppo viene ingrandito e composto anche da Jesseva e, almeno inizialmente, da un decina di Munchkin dispettosi.
– Le guardie cittadine arrestano tutta la combriccola, esclusa la bambola, per il furto e vengono portati in una vera prigione e non nella prigione rieducativa del libro.
– I Tottenotti e i Cornati non sono in guerra e i primi vogliono tagliare la gamba a chiunque ne abbia una di troppo (avendone una sola)
– Manca l’aiuto fornito ai personaggi da parte di Dorothy, lo Spaventapasseri e l’Uomo di Latta.
– Nel finale manca la risoluzione ex machina della regina e la perdita dei poteri per il Mago Obliquo.

Tornando al film, questo è decisamente migliore di The Wonderful Wizard of Oz di Tuner (1910), ma ha comunque alcune problematicità per essere fruito al meglio da un pubblico contemporaneo. La bambola di pezza è decisamente troppo esagitata, non sta ferma un frame e sebbene venga descritta nel libro come un personaggio che si stupisce e diverte con tutto, il modo in cui hanno reso questa cosa è un po’ troppo esasperata nel film. In generale, forse sempre per mantenere l’idea di cinema-intrattenimento, ci sono troppi balletti e scenette “divertenti” per i miei gusti. Le parti più carine sono forse quelle che utilizzano il passo a due, come ad esempio quando la bambola viene “composta” magicamente (vedi sopra). A livello iconografico essendo una produzione gestita direttamente dall’autore vi è una continuità con le illustrazioni originali di John R. Neill. Davvero molto carino è il modo con cui hanno reso il Brillo (The Woozy in lingua originale), che viene raffigurato come un gattone cubico proprio come raffigurato sul libro (vedi sotto).

Concludendo The Patchwork Girl of Oz ci mostra come un autore avendo pieno controllo della sua creatura possa sviluppare l’iconografia del suo mondo partendo dai libri fino ad arrivare al cinema. Allo stesso tempo vediamo come non per forza questa libertà riesca a dare i frutti sperati, visto che il prodotto finale è per noi poco fruibile e visto il fallimento precoce della Oz Film Manufacturing Company non dovette riscontrare del tutto il favore del pubblico dell’epoca.

Il mago di Oz (The Wonderful Wizard of Oz) – Otis Turner (1910)

Wizard_oz_1900_coverL. Frank Baum, creatore della saga di Oz, aveva tentato di portare sul grande schermo le sue avventure con lo spettacolo The Fairylogue and Radio-Plays (1908). Il risultato non incontrò il favore del pubblico e portò alla bancarotta lo stesso scrittore che fu costretto a cedere i diritti cinematografici a terzi. Questi passarono alla Selig Polyscope Company che decise subito di sfruttarli sfornando tre film, di cui ci rimane solo il primo: The Wonderful Wizard of Oz con regia di Otis Turner.

La storia si sviluppa in circa 15 minuti ed è molto diversa dall’originale e piuttosto confusionaria:

Dorothy (Bebe Daniels) e due equini non identificati (sic) trovano uno spaventapasseri (Robert Z. Leonard) e lo liberano. Un tornado catapulterà tutti e quattro nel mondo di Oz dove il Re/Mago (Hobart Bosworth) sta avendo alcuni problemi. La malvagia strega Momba (Winifred Greenwood), infatti, sta cercando di prendere il potere. I nostri eroi assieme al fido Toto, un leone pavido e uno strano uomo di latta, riusciranno a sconfiggere la strega diventando i nuovi eroi del regno. Il mago allora, darà la corona allo spaventapasseri per poi partire alla volta del “mondo noto” in mongolfiera, dimenticando a terra la povera Dorothy.

Per come si sviluppa la vicenda e per le didascalie piuttosto sommarie, sono convinto che qualora qualcuno vedesse il film senza conoscere la storia non capirebbe nulla o qausi. Le scene sono sostanzialmente un susseguirsi di figure in costume che ballano e saltellano facendo cose “divertenti” e poco digeribili per un pubblico contemporaneo. Per lo meno il costume dello spaventapasseri e dell’uomo di latta sono ben fatti, ma si tratta veramente di una delle rarissime note positive. Per quanto riguarda l’attribuzione del cast, va detto che è discussa, quindi ho seguito quelle più riconosciute riportate tra gli altri anche sulla pagina imdb.

Per chi fosse interessato alle differenze rispetto al libro ecco alcune che mi vengono in mente (ovviamente si tratta di un corto quindi mi soffermo sulle parti trattate):

1. Nessuna menzione del Kansas e degli zii di Dorothy, in questa versione cinematografica la giovane parte direttamente assieme allo spaventapasseri e due cavalli/asini non identificati.

2. Il mago viene presentato come Re e invece di nascondersi ha una vasta corte e non viene presentato minimanete come imbroglione.

3. I personaggi non vogliono qualcosa dal Mago, ma vanno direttamente dalla strega perché è stato emanato un bando reale che richiede l’uccisione della strega in cambio della corona del regno.

Sinceramente sono rimasto un po’ perplesso dopo la visione del film e non vi consiglierei di perdere quindici minuti di vita in questo modo. Sia ben chiaro, ho visto di molto peggio, almeno qui è tutto molto movimentato e la sua stranezza ha mantenuto alta la mia attenzione, ma nel complesso direi che questa prima trasposizione è evitabile.

 

All’assalto del viale – John Ford (1917)

febbraio 21, 2019 Lascia un commento

Bucking_broadwayIl secondo film di John Ford  sopravvissuto al tempo è All’assalto del viale (titolo originale Bucking Broadway) ed è del 1917. Si credeva perduto finché non ne fu ritrovata una copia nell’Archivio francese del film, depositata da un collezionista senza indicazioni precise, solo una scritta: “Un dramma nel Far West”. Il Centre national du cinéma et de l’image animée vista l’eccezionalità del ritrovamento ha subito finanziato un restauro, realizzato presso i laboratori Centrimage, e la copia oggi pubblicata è favolosa, nitida, stabile, uniforme, sembra che quasi nessuna sfumatura si sia persa. Bucking Broadway non può dirsi un tassello imperdibile della cinematografia muta di Ford, eppure c’è una grazia, un sentimento, un amore per i dettagli, per i volti, che prefigurano le emozioni colossali delle sue opere più mature, a confermare, se ancora ce ne sia bisogno, che ogni opera va vista in prospettiva.

 

La trama non è certo originale. Il cowboy più guascone del ranch di Ben Clayton si innamora della figlia del proprietario, una ragazza timida, ingenua e facilmente impressionabile. Per annunciare l’intenzione di sposarsi al padre, attaccatissimo a sua figlia Helen (Molly Malone), c’è bisogno di una buona dose di coraggio. Cheyenne Harry – questo il nome del protagonista interpretato da Harry Carey – si fa forza e l’uomo accetta. Proprio in quei giorni un ricco mercante di bestiame, Eugene Thornton, viene dalla città, a bordo di un auto il cui rombo sconvolge le tranquille vallate di Fortune, Wyoming, viene a far visita al ranch di Clayton e non può fare a meno di notare la giovane Helen e, sicuro del suo fascino e dell’attrattiva della sua posizione sociale, tenta di sedurla. Helen prende una decisione avventata e parte con lui, lasciando un biglietto scarno ed essenziale, proprio nel giorno in cui al ranch si sarebbe annunciato ufficialmente il fidanzamento. Il padre ed il promesso sposo restano di stucco, ma non rassegnati attendono notizie da Helen, convinti che ritornerà. È proprio così, Cheyenne riceve una lettera contenente un cuore intagliato nel legno che le aveva donato prima di partire. Senza esitare insegue il primo treno per New York e arriva in città deciso a riprenderla con sé. Qui, vista la celebrità di Thornton, non impiega molto a trovarla e con l’aiuto dei suoi compagni cowboy la salva dalle mani di un Thornton ubriaco, insicuro del suo amore e della sua scelta.

 

Mettendo in scena il dramma di un padre, Bucking Broadway non può che richiamare alla mente Four Sons (1928), sempre di Ford, dove la genitorialità sarà vivisezionata e celebrata. Ben Clayton è simbolo palese di valori, di moderazione, rispettabilità, è lui a tenere alta la serenità nel ranch. Si muove nell’ombra ma è nascosto in ogni scena, come un occhio ubiquo. In ogni pensiero della figlia c’è il suo pensiero e il suo giudizio. Quando arrivata in città si sente fuori posto e mal vista, soprattutto dalla sorella di Eugene, ripensa a Cheyenne, ma il suo ritorno è più verso “casa” che verso il suo futuro marito. Anche nel conflitto finale – una zuffa enorme ed esagerata, protratta ed esemplare – il vero contrasto non è tra protagonista e antagonista, ma tra città e campagna, tra le auto ed i cavalli, tra senso comunitario ed egoismo. Il fatto che il recupero di Helen avvenga in gruppo e non solamente ad opera di Cheyenne ne è una chiara dimostrazione. A tratti si respira l’aria nostalgica che dominerà Com’era verde la mia valle (1941), quello scollamento tra “casa” e società, tra sogno e sobrietà. C’è un personaggio secondario che salta all’occhio ed è fondamentale per la vicenda e per valutare il film: appena Buck arriva in hotel a New York un uomo e una donna, distraendolo e mostrandosi affabili, lo derubano, ma la donna conosciuta la sua storia ed il suo scopo si impietosisce e gli restituisce il portafogli. Sarà proprio lei ad avvistare Helen e ad avvertire Cheyenne, invitandolo ad intervenire. In lei c’è tutta la speranza della storia: questa donna è un ponte tra vecchio e nuovo, è il treno che unisce ruralità e modernità, umiltà e lussi, rinuncia e avidità. Ford sembra già avere una mano sicura su tutti questi elementi e non si fa neppure mancare una comicissima gag con protagonista Cheyenne. Ai paesaggi di Straight Shooting si sostituiscono l’uomo, le sue passioni, la sua semplicità emotiva: se Ford è sempre sembrato un burbero, nessuno ci ha mai creduto.

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The Raven di Charles Brabin (1915) ed Edgar Allan Poe nel cinema muto

51794221_783432275365371_1302067740063825920_nCon l’articolo di oggi Esse ci porta alla scoperta di Edgar Allan Poe e il cinema muto tra il celebre Corvo e l’amore per la moglie.


Oggi ci occupiamo di uno dei primi film che trattano la figura del leggendario scrittore americano Edgar Allan Poe: The Raven, a dispetto del titolo, non è incentrato infatti sulla poesia omonima ma è più una biografia (assai romanzata) dell’autore.

Questo mediometraggio, della durata originaria di 80 minuti (di cui attualmente ne rimangono 59) non parte in realtà dalla nascita del protagonista ma scava nelle sue radici fino ad arrivare ai suoi antenati: nel 1745 vediamo John Poe arrivare in America dall’Irlanda, mentre suo figlio (?) David Poe nel 1776 prende parte alla rivoluzione americana; si arriva così al 1805, anno in cui l’attore David Poe Jr. sposa Mrs. Hopkins, futura madre dello scrittore. Edgar nasce da questa unione nel 1809 e la sua infanzia è subito funestata dalla morte prematura di entrambi i genitori. In seguito a questa tragedia, il bambino viene adottato da John Allan, un ricco mercante che paga per la sua formazione e lo mantiene fino all’adolescenza, nonostante Edgar manifesti un’inclinazione per l’alcol e i debiti di gioco.

Da questo momento, la storia s’incentra sull’incontro tra il futuro scrittore e la cugina Virginia Clemm, di cui si invaghisce; tale incontro e il successivo corteggiamento vengono fortemente romanzati all’interno del film, passando attraverso una disputa con un secondo corteggiatore di Virginia, romantiche passeggiate solitarie tra i due e il momento in cui Edgar viene ripudiato dal genitore adottivo a causa dell’ennesimo debito contratto per liberare uno schiavo nero (?).

La coppia comincia così una vita di stenti: nessun editore accetta di pubblicare le opere di Edgar e il ménage familiare è funestato dalla tubercolosi che gradualmente indebolisce Virginia, portandola in fin di vita. Nonostante le cure prestate dalla madre e dal marito, Virginia non sopravvive, lasciando lo scrittore in preda alla disperazione e alle allucinazioni (a cui non era estraneo: già da adolescente lo si vede alle prese con un duello immaginario).

Durante una di queste crisi, Edgar vede arrivare un corvo e vive in prima persona lo sconforto descritto nei versi della sua celebre poesia; subito dopo, il film si conclude con la morte dello scrittore, ormai preda di visioni fantastiche riguardanti la defunta moglie.

Sicuramente il film non è indirizzato ai cultori più puristi, date le notevoli libertà sulla vita di Edgar Allan Poe; in aggiunta a questo, il film non scorre a ritmo sostenuto: la trama indugia eccessivamente sul corteggiamento della futura moglie e pressoché nessuno spazio viene dato alla sua affermazione di scrittore. Se è vero che alla versione attuale manchino 20 minuti di girato, tuttavia è difficile supporre che al termine del film quest’ultimo subisca un cambiamento di rotta: in fondo è pur sempre basato su un lavoro teatrale intitolato The Raven: The Love Story of Edgar Allen Poe .

51751419_365729994157943_552051546922156032_nInteressante è notare che pochi anni prima, e precisamente nel 1909, un corto simile era stato girato dal grande regista David Wark Griffith: in occasione del centenario della nascita dello scrittore, Griffith si era affrettato a girare un corto celebrativo intitolato Edgar Allen Poe (e a tale fretta è attribuito l’errore di misspelling). Questo corto, della durata di 7 minuti, inizia proprio con l’immagine del capezzale di Virginia (interpretata dalla moglie del regista) verso cui lo scrittore si prodiga in cure. Improvvisamente un corvo si materializza nella stanza ed Edgar, colto dall’ispirazione, scrive di getto la sua poesia più famosa¹. Subito dopo si reca a proporla a diversi editori e, dopo vari rifiuti, uno di loro accetta di pubblicarla. Felice della buona riuscita, Edgar torna a casa con del cibo e una coperta per la moglie ma ormai è troppo tardi: Virginia è spirata poco prima, sotto lo sguardo impassibile dello stesso corvo.

Questo non è neppure l’unico lavoro dedicato da Griffith allo scrittore: nel 1914 aveva girato anche un lungometraggio intitolato The Avenging Conscience, basato sul racconto Il cuore rivelatore e sulla poesia Annabel Lee dello stesso Poe.

Si tratta di due lavori dal ritmo diverso (del resto sarebbe stato difficile il contrario, trattandosi di un corto e di un lungometraggio) ma molto simili sul piano dei contenuti; al di là del materiale di partenza, colpiscono le corrispondenze creatisi tra i registi e le loro consorti: in scena quella di Griffith, idealmente presente la futura di Brabin (si tratta di Theda Bara, perturbante icona del cinema dell’epoca) per una storia focalizzata proprio sul rapporto tra Poe e la moglie Virginia

¹In realtà lo scrittore stesso analizzò minuziosamente la genesi di questa poesia in The Philosophy of Composition (1846), facendola apparire come un accurato lavoro di riflessione.

 

Cosetta (It) – Clarence G. Badger & Josef Von Sternberg (1927)

it1927clarabowMa come? Ancora non avete letto il nuovo romanzo di Elinor Glyn? Non sapete cos’è quell’IT che ti conferisce un non so’ che di irresistibile? Oh mio Dio! Ma sta arrivando Elinor Glyn pronta spiegartelo di persona!

Più o meno questo è il riassunto del nostro IT, orrendamente tradotto in italiano come “cosetta”, probabilmente in riferimento al personaggio di Hugo, quando quel pronome serviva a indicare quel “non so che” capace di rendere affascinanti le persone. Per quanto possa essere piacevole, il film sembra un mega spottone alla sua autrice e al suo ultimo romanzo: tutti lo leggono, tutti ne parlano e l’autrice compare in posti a caso pronta a spiegare meglio di cosa si tratta.

La giovane Betty Lou (Clara Bow) lavora come commessa insieme all’amica Molly (Priscilla Bonner) al Waltham Department Store, un grande magazzino locale. Qui si innamora di Cyrus (Antonio Moreno), il figlio del proprietario. Per arrivare al giovane, Betty sfrutta il suo fascino per adescare l’amico di lui, Monty (William Austin). L’amore tra i due giovani è però contrastato dal fatto che Cyrus è promesso ad Adela Van Normann (Jacqueline Gadsden) una ricca ereditiera che mira ad espandere l’onore di famiglia. Dopo una serie di fraintendimenti si arriverà allo scontato lieto fine.

 

Questa commedia è davvero divertente e sbarazzina, seguendo il filone della ragazza tutto pepe che proprio Clara Bow ha contribuito a portare in auge. Gli attori, anche quelli secondari, recitano molto bene e rendono piacevoli anche i siparietti comici di contorno, che solitamente odio.

 

Lo ammetto, l’unico motivo per cui ho voluto vedere il film è stato che Von Sternberg pare abbia diretto alcune parti del film sebbene non accreditato. Volevo vedere se uno dei miei registi preferiti era riuscito a mettere il suo tocco anche in una pellicola tanto diversa dal suo standard. Se non lo avessi saputo probabilmente non avrei mai immaginato potesse esserci lui dietro alcune delle scene ma, in ogni caso, ho potuto visionare un film a tratti ingenuo e paradossale ma comunque piacevole e divertente.