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Archive for the ‘U.S.A.’ Category

All’assalto del viale – John Ford (1917)

febbraio 21, 2019 Lascia un commento

Bucking_broadwayIl secondo film di John Ford  sopravvissuto al tempo è All’assalto del viale (titolo originale Bucking Broadway) ed è del 1917. Si credeva perduto finché non ne fu ritrovata una copia nell’Archivio francese del film, depositata da un collezionista senza indicazioni precise, solo una scritta: “Un dramma nel Far West”. Il Centre national du cinéma et de l’image animée vista l’eccezionalità del ritrovamento ha subito finanziato un restauro, realizzato presso i laboratori Centrimage, e la copia oggi pubblicata è favolosa, nitida, stabile, uniforme, sembra che quasi nessuna sfumatura si sia persa. Bucking Broadway non può dirsi un tassello imperdibile della cinematografia muta di Ford, eppure c’è una grazia, un sentimento, un amore per i dettagli, per i volti, che prefigurano le emozioni colossali delle sue opere più mature, a confermare, se ancora ce ne sia bisogno, che ogni opera va vista in prospettiva.

 

La trama non è certo originale. Il cowboy più guascone del ranch di Ben Clayton si innamora della figlia del proprietario, una ragazza timida, ingenua e facilmente impressionabile. Per annunciare l’intenzione di sposarsi al padre, attaccatissimo a sua figlia Helen (Molly Malone), c’è bisogno di una buona dose di coraggio. Cheyenne Harry – questo il nome del protagonista interpretato da Harry Carey – si fa forza e l’uomo accetta. Proprio in quei giorni un ricco mercante di bestiame, Eugene Thornton, viene dalla città, a bordo di un auto il cui rombo sconvolge le tranquille vallate di Fortune, Wyoming, viene a far visita al ranch di Clayton e non può fare a meno di notare la giovane Helen e, sicuro del suo fascino e dell’attrattiva della sua posizione sociale, tenta di sedurla. Helen prende una decisione avventata e parte con lui, lasciando un biglietto scarno ed essenziale, proprio nel giorno in cui al ranch si sarebbe annunciato ufficialmente il fidanzamento. Il padre ed il promesso sposo restano di stucco, ma non rassegnati attendono notizie da Helen, convinti che ritornerà. È proprio così, Cheyenne riceve una lettera contenente un cuore intagliato nel legno che le aveva donato prima di partire. Senza esitare insegue il primo treno per New York e arriva in città deciso a riprenderla con sé. Qui, vista la celebrità di Thornton, non impiega molto a trovarla e con l’aiuto dei suoi compagni cowboy la salva dalle mani di un Thornton ubriaco, insicuro del suo amore e della sua scelta.

 

Mettendo in scena il dramma di un padre, Bucking Broadway non può che richiamare alla mente Four Sons (1928), sempre di Ford, dove la genitorialità sarà vivisezionata e celebrata. Ben Clayton è simbolo palese di valori, di moderazione, rispettabilità, è lui a tenere alta la serenità nel ranch. Si muove nell’ombra ma è nascosto in ogni scena, come un occhio ubiquo. In ogni pensiero della figlia c’è il suo pensiero e il suo giudizio. Quando arrivata in città si sente fuori posto e mal vista, soprattutto dalla sorella di Eugene, ripensa a Cheyenne, ma il suo ritorno è più verso “casa” che verso il suo futuro marito. Anche nel conflitto finale – una zuffa enorme ed esagerata, protratta ed esemplare – il vero contrasto non è tra protagonista e antagonista, ma tra città e campagna, tra le auto ed i cavalli, tra senso comunitario ed egoismo. Il fatto che il recupero di Helen avvenga in gruppo e non solamente ad opera di Cheyenne ne è una chiara dimostrazione. A tratti si respira l’aria nostalgica che dominerà Com’era verde la mia valle (1941), quello scollamento tra “casa” e società, tra sogno e sobrietà. C’è un personaggio secondario che salta all’occhio ed è fondamentale per la vicenda e per valutare il film: appena Buck arriva in hotel a New York un uomo e una donna, distraendolo e mostrandosi affabili, lo derubano, ma la donna conosciuta la sua storia ed il suo scopo si impietosisce e gli restituisce il portafogli. Sarà proprio lei ad avvistare Helen e ad avvertire Cheyenne, invitandolo ad intervenire. In lei c’è tutta la speranza della storia: questa donna è un ponte tra vecchio e nuovo, è il treno che unisce ruralità e modernità, umiltà e lussi, rinuncia e avidità. Ford sembra già avere una mano sicura su tutti questi elementi e non si fa neppure mancare una comicissima gag con protagonista Cheyenne. Ai paesaggi di Straight Shooting si sostituiscono l’uomo, le sue passioni, la sua semplicità emotiva: se Ford è sempre sembrato un burbero, nessuno ci ha mai creduto.

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The Raven di Charles Brabin (1915) ed Edgar Allan Poe nel cinema muto

51794221_783432275365371_1302067740063825920_nCon l’articolo di oggi Esse ci porta alla scoperta di Edgar Allan Poe e il cinema muto tra il celebre Corvo e l’amore per la moglie.


Oggi ci occupiamo di uno dei primi film che trattano la figura del leggendario scrittore americano Edgar Allan Poe: The Raven, a dispetto del titolo, non è incentrato infatti sulla poesia omonima ma è più una biografia (assai romanzata) dell’autore.

Questo mediometraggio, della durata originaria di 80 minuti (di cui attualmente ne rimangono 59) non parte in realtà dalla nascita del protagonista ma scava nelle sue radici fino ad arrivare ai suoi antenati: nel 1745 vediamo John Poe arrivare in America dall’Irlanda, mentre suo figlio (?) David Poe nel 1776 prende parte alla rivoluzione americana; si arriva così al 1805, anno in cui l’attore David Poe Jr. sposa Mrs. Hopkins, futura madre dello scrittore. Edgar nasce da questa unione nel 1809 e la sua infanzia è subito funestata dalla morte prematura di entrambi i genitori. In seguito a questa tragedia, il bambino viene adottato da John Allan, un ricco mercante che paga per la sua formazione e lo mantiene fino all’adolescenza, nonostante Edgar manifesti un’inclinazione per l’alcol e i debiti di gioco.

Da questo momento, la storia s’incentra sull’incontro tra il futuro scrittore e la cugina Virginia Clemm, di cui si invaghisce; tale incontro e il successivo corteggiamento vengono fortemente romanzati all’interno del film, passando attraverso una disputa con un secondo corteggiatore di Virginia, romantiche passeggiate solitarie tra i due e il momento in cui Edgar viene ripudiato dal genitore adottivo a causa dell’ennesimo debito contratto per liberare uno schiavo nero (?).

La coppia comincia così una vita di stenti: nessun editore accetta di pubblicare le opere di Edgar e il ménage familiare è funestato dalla tubercolosi che gradualmente indebolisce Virginia, portandola in fin di vita. Nonostante le cure prestate dalla madre e dal marito, Virginia non sopravvive, lasciando lo scrittore in preda alla disperazione e alle allucinazioni (a cui non era estraneo: già da adolescente lo si vede alle prese con un duello immaginario).

Durante una di queste crisi, Edgar vede arrivare un corvo e vive in prima persona lo sconforto descritto nei versi della sua celebre poesia; subito dopo, il film si conclude con la morte dello scrittore, ormai preda di visioni fantastiche riguardanti la defunta moglie.

Sicuramente il film non è indirizzato ai cultori più puristi, date le notevoli libertà sulla vita di Edgar Allan Poe; in aggiunta a questo, il film non scorre a ritmo sostenuto: la trama indugia eccessivamente sul corteggiamento della futura moglie e pressoché nessuno spazio viene dato alla sua affermazione di scrittore. Se è vero che alla versione attuale manchino 20 minuti di girato, tuttavia è difficile supporre che al termine del film quest’ultimo subisca un cambiamento di rotta: in fondo è pur sempre basato su un lavoro teatrale intitolato The Raven: The Love Story of Edgar Allen Poe .

51751419_365729994157943_552051546922156032_nInteressante è notare che pochi anni prima, e precisamente nel 1909, un corto simile era stato girato dal grande regista David Wark Griffith: in occasione del centenario della nascita dello scrittore, Griffith si era affrettato a girare un corto celebrativo intitolato Edgar Allen Poe (e a tale fretta è attribuito l’errore di misspelling). Questo corto, della durata di 7 minuti, inizia proprio con l’immagine del capezzale di Virginia (interpretata dalla moglie del regista) verso cui lo scrittore si prodiga in cure. Improvvisamente un corvo si materializza nella stanza ed Edgar, colto dall’ispirazione, scrive di getto la sua poesia più famosa¹. Subito dopo si reca a proporla a diversi editori e, dopo vari rifiuti, uno di loro accetta di pubblicarla. Felice della buona riuscita, Edgar torna a casa con del cibo e una coperta per la moglie ma ormai è troppo tardi: Virginia è spirata poco prima, sotto lo sguardo impassibile dello stesso corvo.

Questo non è neppure l’unico lavoro dedicato da Griffith allo scrittore: nel 1914 aveva girato anche un lungometraggio intitolato The Avenging Conscience, basato sul racconto Il cuore rivelatore e sulla poesia Annabel Lee dello stesso Poe.

Si tratta di due lavori dal ritmo diverso (del resto sarebbe stato difficile il contrario, trattandosi di un corto e di un lungometraggio) ma molto simili sul piano dei contenuti; al di là del materiale di partenza, colpiscono le corrispondenze creatisi tra i registi e le loro consorti: in scena quella di Griffith, idealmente presente la futura di Brabin (si tratta di Theda Bara, perturbante icona del cinema dell’epoca) per una storia focalizzata proprio sul rapporto tra Poe e la moglie Virginia

¹In realtà lo scrittore stesso analizzò minuziosamente la genesi di questa poesia in The Philosophy of Composition (1846), facendola apparire come un accurato lavoro di riflessione.

 

Cosetta (It) – Clarence G. Badger & Josef Von Sternberg (1927)

it1927clarabowMa come? Ancora non avete letto il nuovo romanzo di Elinor Glyn? Non sapete cos’è quell’IT che ti conferisce un non so’ che di irresistibile? Oh mio Dio! Ma sta arrivando Elinor Glyn pronta spiegartelo di persona!

Più o meno questo è il riassunto del nostro IT, orrendamente tradotto in italiano come “cosetta”, probabilmente in riferimento al personaggio di Hugo, quando quel pronome serviva a indicare quel “non so che” capace di rendere affascinanti le persone. Per quanto possa essere piacevole, il film sembra un mega spottone alla sua autrice e al suo ultimo romanzo: tutti lo leggono, tutti ne parlano e l’autrice compare in posti a caso pronta a spiegare meglio di cosa si tratta.

La giovane Betty Lou (Clara Bow) lavora come commessa insieme all’amica Molly (Priscilla Bonner) al Waltham Department Store, un grande magazzino locale. Qui si innamora di Cyrus (Antonio Moreno), il figlio del proprietario. Per arrivare al giovane, Betty sfrutta il suo fascino per adescare l’amico di lui, Monty (William Austin). L’amore tra i due giovani è però contrastato dal fatto che Cyrus è promesso ad Adela Van Normann (Jacqueline Gadsden) una ricca ereditiera che mira ad espandere l’onore di famiglia. Dopo una serie di fraintendimenti si arriverà allo scontato lieto fine.

 

Questa commedia è davvero divertente e sbarazzina, seguendo il filone della ragazza tutto pepe che proprio Clara Bow ha contribuito a portare in auge. Gli attori, anche quelli secondari, recitano molto bene e rendono piacevoli anche i siparietti comici di contorno, che solitamente odio.

 

Lo ammetto, l’unico motivo per cui ho voluto vedere il film è stato che Von Sternberg pare abbia diretto alcune parti del film sebbene non accreditato. Volevo vedere se uno dei miei registi preferiti era riuscito a mettere il suo tocco anche in una pellicola tanto diversa dal suo standard. Se non lo avessi saputo probabilmente non avrei mai immaginato potesse esserci lui dietro alcune delle scene ma, in ogni caso, ho potuto visionare un film a tratti ingenuo e paradossale ma comunque piacevole e divertente.

 

Le feste a casa nostra

Con colpevole ritardo torna una tradizione del nostro sito, ovvero l’aggiornamento del nostro progetto dedicato al cinema muto natalizio. Quest’anno sono riuscito a scovare due titoli interessanti: uno dei primissimi adattamenti del classico di Dickens a Christmas Carol e una simpatica commedia con protagonista Charley Chase. Ma andiamo con ordine:

– Scrooge, or Marley’s Ghost – Walter R. Booth (1901)

vlcsnap-2019-01-10-00h30m29s022Questo breve cortometraggio mutilo mostra le vicende di Scrooge, avido riccone a cui fanno visita i noti fantasmi del Natale passato. Alla regia troviamo una nostra vecchia conoscenza, Walter R. Booth che abbiamo amato nel progetto fantascienza con i suoi esperimenti sulle macchine da guerra distruttive. Qui non siamo allo stesso livello ma il corto è comunque interessante. Troviamo un uso abbondante della sovraesposizione e una recitazione molto in linea con i film di genere dell’epoca. Nei panni del protagonista c’è Daniel Smith la cui carriera, quantomeno come accreditato, sembrerebbe iniziare e terminare proprio con questo titolo.

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– There Ain’t No Santa Claus – James Parrott (1926)

there_ain_t_no_santa_claus__icon1_Decisamente più carina e interessante questa commedia americana con Charley Chase nei panni del protagonista.

La storia narra di un uomo (Charley Chase) che decide di spendere i propri risparmi per fare felice la propria famiglia il giorno di Natale. Peccato non abbia fatto i conti con il burbero proprietario (Noah Young) della sua casa nonché terribile vicino di casa che pretende, anche giustamente, che Charley paghi il suo mese di affitto. Dopo una serie di dispetti e svolte rocambolesche il nostro simpatico amico riuscirà a salvare il Natale e fare felice la moglie (Eugenia Gilbert) a spese del suo nemico e della sua famiglia composta da un figlio teppista (Mickey Bennett) e da una moglie civetta (Kay Deslys).

Un breve film davvero godibile, pieno di atmosfera natalizia (come non pensavo potesse già esserci nel 1926) e che potete vedere qui sotto!

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Straight Shooting – John Ford (1917)

novembre 1, 2018 Lascia un commento

Nel 1917 John Ford lavorava già come aiuto regista, stuntman e sceneggiatore, spesso in collaborazione col fratello maggiore, Francis Ford, per la Bison Life Motion Pictures, una piccola società dipendente dalla Universal di Carl Laemmle. La sua gavetta ha dell’incredibile: in un paio d’anni passò da ruoli marginali, ricoperti per emergenze dell’ultimo minuto, a farsi affidare, da Laemmle stesso, la direzione del filone western della Universal nel tentativo, disperato, di contrastare il predominio dei film di William Hart, Tom Mix e Broncho Bill. Non vi riuscì, ma questo grosso “esperimento” permise ad un dei futuri grandi di Hollywood di farsi le ossa e di elaborare, in ventisei film prodotti in tre anni, quell’idea di western rigida e asciutta, eroica e umana, allo stesso tempo popolare e alta, che renderà il dimenticato Jack Ford – così si firmava nel suo apprendistato – il grande, quasi enorme e ingombrante, John Ford.

Straight Shooting non è il suo primo film, è forse il quinto: la filmografia del primo Ford è del resto un accavallarsi di errori, dimenticanze e incendi. Sappiamo però per certo che questo fu il suo primo lungometraggio, 5 rulli, approssimativamente un’ora e un quarto di cinema e di narrazione da tenere in piedi a ventidue anni; il risultato? Splendido. Pecca di coesione, soffre i tempi produttivi minimi – stiamo parlando di film girati in una settimana o anche meno -, indugia su schemi narrativi già oliati e funzionanti, ma col senno di poi ci sono tanti elementi a cui non si può non riconoscere un valore e un potenziale. La trama: signorotti e fuorilegge locali, guidati da Thunder Flint, si impossessano delle terre e dei corsi d’acqua una volta a disposizione libera di allevatori e contadini. L’anziano Sweetwater Sims, coi suoi due figli, il coraggioso Ted e la bella Joan, è uno dei primi ad aver abitato quelle terre e scopre, all’improvviso, di non poter più attingere acqua al vicino ruscello: per le sue coltivazioni è la fine. Uno degli uomini di Flint, Harry, conosce bene Ted e la famiglia Sims e vede direttamente coi suoi occhi gli effetti delle ingiuste angherie perpetrate da Flint. È Ted stesso, incauto, a far saltare le carte: va a prendere acqua al ruscello e viene sparato a bruciapelo, senza avvertimento alcuno. Questo convince Harry a schierarsi contro Flint e a raccogliere le forze locali. Forti d’orgoglio e in lotta per la sopravvivenza Harry, Sims e gli altri, nonostante finiscano assediati, tengono duro e riescono a scacciare i malviventi. Ritrovata la pace Harry decide di cambiare vita e stabilirsi col signor Sims, prendendo il posto di Ted e conquistando le attenzioni, celate ma evidenti, di Joan.

La narrazione solida, di marca Griffithiana, non si fa sfuggire nulla, dall’eroismo alla complicità, dalla tensione al racconto piano, ma dove davvero Jack Ford non si distingue da John Ford è nel taglio delle inquadrature, nel trattamento armonioso degli ambienti, nei paesaggi resi pullulanti di umanità, di direzioni e di antagonismi. Basterebbe solo la prima immagine per capire che siamo di fronte a qualcosa di diverso, il novello regista non è un mestierante o l’ennesimo supervisor che controlla che tutto funzioni e che le scene girate “funzionino”, le immagini di Ford sono marchiate a fuoco, inconfondibili sin dall’inizio: in una stretta maschera circolare c’è il volto di Flint, la maschera si apre, lo mostra a cavallo, il cavallo e la sua figura si stagliano enormi sullo sfondo, ma lo sfondo non è il solito cielo, ma una vasta prateria che, per una posizione di ripresa obliqua, forse in discesa, esclude il cielo. La prateria è piena di bestiame al pascolo: il potere sulla terra, il guadagno, il dominio di ogni appezzamento utile, sono l’unico orizzonte cercato da Flint e anche il suo unico orizzonte possibile. Tra lo sfondo e Flint molti altri uomini a cavallo, sono i suoi uomini, in prospettiva più piccoli o molto più piccoli di lui, uno è addirittura posizionato visivamente sotto il cavallo di Flint. In un’immagine c’è tutto il personaggio, non c’è bisogno di altro e infatti Ford non aggiunge altro: la descrizione pienamente caratterizzata del principale antagonista del film in pochi secondi e solo un’inquadratura. Lezioni di Cinema. Al suo esordio.

Non mancano altri momenti interessanti, il conflitto a fuoco tra Harry e Flint, il ritrovamento del figlio morto del Signor Sims, ma l’atipica struttura del finale attira l’attenzione. Il climax narrativo si chiude e si spegne con la vittoria su Flint, ma manca ancora quasi un rullo alla fine del film e quest’ultima sezione viene introdotta dalla didascalia “Tornano la pace e la tranquillità”: è il momento, dopo l’azione, di dar fondo ai sentimentalismi. Harry è combattuto tra il ripartire per nuove avventure o fermarsi e dare stabilità alla sua vita, quella vena di “buoni sentimenti” che poi prenderà un parte sostanziosa nel cinema fordiano qui si ritaglia una sezione tutta sua. Harry diventa pensieroso, Joan lancia quelle occhiate romantiche che solo il cinema muto sa regalare e Sweetwater Sims già incarna quella figura di pilastro familiare che rivedremo in Four Sons (1928) e How green was my valley (1941).
Nota di colore: c’è anche un momento comico – Ford ne disseminerà sempre – in cui uno degli uomini arruolati da Harry, in casa Sims assaggia di nascosto una marmellata e, trovatala buona la ruba.

Posta questa pietra comincia qui il nostro percorso su Ford ed è così bello trovarlo già così grande, già così John!

Il vendicatore (Hell’s hinges) – Charles Swickard (1916)

settembre 20, 2018 Lascia un commento

MV5BYWU0MzcxMDgtYWQzOC00MzZmLThjMGQtMzk4M2FkYjEwMTQ0XkEyXkFqcGdeQXVyMDUyOTUyNQ@@._V1_UY1200_CR86,0,630,1200_AL_Il western è un genere poco frequentato tra i cultori del muto, anche per questo, qui su E Muto Fu, inizia oggi con Il Vendicatore, un percorso di riscoperta.
Tutti conoscono The Great Train Robbery del 1903, film caposaldo per il cinema d’azione e per il western stesso, girato da Edwin S. Porter, ma la frontiera, l’estendersi della rete ferroviaria, la vita al confine con la legalità, l’incontro-scontro con i nativi e con i messicani, sono temi già fondati nell’immaginario del popolo statunitense che da più cinquant’anni legge James Fenimore Cooper, Edward Ellis, Bret Harte, Karl May, Joaquin Miller, Frank Norris e Zane Grey. Che la mitologia western sia una creazione degli anni ’30, ‘40 e ’50, come da molti affermato, è una visione semplicistica e scarsamente fondata. Basta guardare quanto Il vendicatore possa essere posto ben più avanti, nella parabola storico-temporale del genere western, per sviluppo tematico e lavoro sui personaggi per scardinare la consueta linea temporale che da Tom Mix e passando per John Ford e Howard Hawks, arriva fino a Sam Peckinpah e Sergio Leone.

Perenne antagonista di Tom Mix e di Broncho Bill al botteghino, William S. Hart fu attore e regista di film western, carismatico e influente anche lì dove figura dietro altri registi, come nel caso de Il vendicatore, dove il regista accreditato, il tedesco Charles Swickard, fa più un lavoro d’ufficio e da ordinario mestierante. La mano di Hart invece è visibile e pervasiva: a differenza dei suoi competitor, tutti incentrati sull’azione e sulla spettacolarità, con pellicole piene di corse di cavalli e di sparatorie, Hart mostrò del western il suo lato più umano e drammatico. Investendo sulla sua capacità attoriale, di formazione teatrale, impersona spesso personaggi delusi, dubbiosi, animati dal rimorso o da un forte senso di rivalsa.

Il vendicatore nel suo titolo originale porta il nome di Hell’s hinges, che può essere tradotto grosso modo con Le porte dell’inferno: è proprio in una località che, a ragione della sua abiezione e desolazione, ne porta il nome che Hart, nei panni di Blaze Tracy, un temibile capobanda fiero e sprezzante, spadroneggia incontrastato. A Hell’s hinges viene inviato, quasi per confinarlo viste le sue incertezze e le sue dubbie capacità, un novello sacerdote amante dei complimenti e del bel parlare, il Reverendo Bob Henley. Con delle didascalie quanto mai esaurienti e suggestive, ci viene mostrata una cittadina profondamente scissa, da una parte un ammasso gesticolante di grossolani cowboy e signorine avvenenti, riversato da mattina a sera nelle strade e nei saloon, e dall’altra i volti emaciati, consumati dal duro lavoro e dalla fame di quella che viene definita “La brigata in sottogonna” oppure “una goccia d’acqua in un barile di rum”. Il Reverendo Henley arriva a rappresentare questi ultimi, a costruire una chiesa e a tentare di far insinuare la potenza della Parola anche tra quel marasma. Il suo arrivo prevede immediatamente il confronto tra le due anime di Hell’s hinges, a confrontarsi faccia a faccia sono proprio Henley, sua sorella Faith, partita con lui per sostenerlo, e proprio Blaze Tracy, che si fa strada tra la folla con il solo intento di intimorire il Reverendo tanto da scacciarlo immediatamente.

Basta la visione di Faith e la sua voce benigna a far mutare il volto di Blaze da duro fuorilegge in peccatore pentito. È così che Il vendicatore inizia a mescolare le carte in tavola e a ribaltare i ruoli: il cattivo diventa il buono e, con gran stupore dei parrocchiani riuniti in attesa dell’ufficio, il buono diventa il cattivo. Il Reverendo, tentato e sedotto da Dolly, passa la notte con lei e viene trovato ubriaco nel suo letto. Incapace di una riconciliazione e di tornare nell’ordine delle cose, Henley butta all’aria il suo progetto e la sua vocazione e si rifugia nel saloon a bere un bicchiere dopo l’altro. Talmente accecato dai sensi di colpa, incita l’impaziente masnada di cowboy a bruciare la chiesa stessa, lui in testa con una torcia in mano. I fedeli si oppongono facendo barriera con i loro stessi corpi e con qualche sparuto fucile da caccia, ma il loro coraggio non basta. Distrutta la chiesa, sarà Blaze stesso a vendicarsi sui suoi vecchi compagni di vita, con un’efferatezza inaudita. Ma proprio a dimostrazione della sua avvenuta conversione, sul momento di chiuderli tutti in un edificio in fiamme, giunge il perdono, inaspettato e illuminato.

Faith e Blaze, coi loro nomi programmatici (Fede e Incendio) sono dunque i veri protagonisti di un film che si rivela anche molto più religioso, produttivamente e simbolicamente, di quanto ci si aspetti. È la fiamma a distruggere Hell’s hinges ed è la fiamma della fede a purificare Blaze Tracy e la città stessa. La parte buona della cittadinanza parte in carovana verso il deserto, come in un rinnovato viaggio per la terra promessa. Henley, peccatore del peccato più grande, muore nel suo stesso peccare, colpito da un colpo di fucile nella mischia. Faith, su ammissione di Blaze, è la dimostrazione stessa dell’esistenza di Dio.

È un western, quindi, di redenzione, prototipo di un filone, quello dell’antagonista convertito, che qui mette le basi, per poi diventare ben prolifico nell’età d’oro del genere. Oltre alla recitazione di Hart, misurata e, proprio per questo, capace di dare significato ad ogni minima variazione del volto o della postura del corpo, si avverte sostanziosa l’idea di western di Thomas H. Ince, produttore tra i più popolari del tempo, fondatore dei celebri studios di Culver City: l’uomo è immerso in un paesaggio sconfinato, la colorazione drammatica della pellicola, le riprese dall’alto o in campo lungo e lunghissimo sono frequentissime, la silhouette della città in fiamme con tanti piccoli esseri umani che cercano salvezza, la vita individuale che perde di senso nella massa pachidermica e inetta guidata dall’istinto. Solo pochi restano singoli, individuabili, inquadrabili, innalzantisi ad eroi memorabili.
È western della necessità, del destino, è già mito nel suo nascere, è già grande.

L’ultimo avviso (The Last Warning) – Paul Leni (1929)

settembre 13, 2018 Lascia un commento

6e1be179c9477b69b0a6291171050bb8Paul Leni non era interessato ai suoi soggetti, non affidava a loro nessun significato ulteriore: era interessato ad essi solo in quanto capaci di adattarsi alle sue idee scenografiche o perché vi intravedeva grosse potenzialità per la messa in scena. Questo spiega l’enorme disparità e diversità delle storie che ha avuto tra le mani.
Per i suoi tre capolavori – La scala di servizio, Il gabinetto delle figure di cera e L’uomo che ride – il suo contributo è stato puramente rivolto ad offrire il miglior ambiente espressivo, favorevole ai personaggi in gioco, non ha mai forzato la vicenda o condizionato l’impianto delle scene così come venivano fuori dagli sceneggiatori. La sua regia, perciò, si apprezza meglio nel contorno che non nei suoi protagonisti, più nelle scene “riempitive” che non nelle scene madri, ciò che anima il suo stile sono i figuranti, i particolari, le espressioni rubate, le inquadrature degli ambienti zeppi di oggetti e colmi di personalità: tutto ciò su cui poteva esprimersi liberamente, senza varcare le soglie del suo mestiere.

L’ultimo avviso (titolo originale The Last Warning) è l’ultimo film di Leni, girato nel 1928 e uscito nel gennaio 1929, otto mesi prima della sua prematura scomparsa a quarantaquattro anni, per un’infezione non curata. Proprio questo film può essere considerato emblematico per il suo approccio geniale e discreto. L’ultimo avviso è un mistery che vira alla commedia, ancora oggi piacevolissimo e godibile anche per spettatori a digiuno di arte muta. Fu girato con le intenzioni di farne, almeno in parte, un sonoro; la corsa ai talkies era appena cominciata e l’aggiornamento tecnico per “ascoltare i film” non aveva ancora riguardato tutte le sale, molti film venivano così girati in doppia versione, sonora e muta, così da permette comunque la distribuzione delle opere nei grandi circuiti. Per ironia della sorte, le uniche copie sopravvissute dell’ultimo film di Leni sono solo in versione muta, impedendoci di vedere il regista di Stoccarda all’opera col nuovo formato e, allo stesso tempo, relegando Leni ai confini del cinema muto che pure temporalmente aveva superato.

Il soggetto era ripreso da una commedia di Broadway, che ebbe gran successo sei anni prima, e che risulta piuttosto semplice, per non dire esile. Durante una rappresentazione di un dramma, intitolato The snare, John Woodford (Corrigan D’Arcy), nei panni del protagonista, muore dopo aver preso tra le mani il candelabro con cui avrebbe dovuto uccidere, nella finzione, il proprio antagonista. La morte resta senza spiegazione e il corpo sparisce, senza che nessuno se ne accorga. I sospetti cadono sulla coppia di attori formata da Doris Terry (Laura La Plante) e Richard Quayle (John Boles), vista la corte sempre più decisa che Woodford stava tenendo a Doris, ma la mancanza di prove portano ad un nulla di fatto. Anni dopo si decide di riaprire il teatro e inaugurare la nuova stagione proprio con The snare, viene richiamato il cast originale, ma durante le prove si succedono incidenti misteriosi e apparizioni improvvise, assieme a numerosi avvertimenti e altrettante minacce rivolte agli attori e al nuovo proprietario del teatro, il sospettoso Arthur McHugh (Montagu Love). Un’altra morte, nuovamente nella scena del candelabro, mette in guardia McHugh e il produttore Robert Bunce (Mack Swain) che richiedono una cospicua presenza di polizia nella sera della prima. Proprio davanti al pubblico, un’istante prima che il candelabro sia usato, viene smascherato il colpevole.

Di fronte a tanta linearità Leni guarda oltre e propone un sostanzioso lavoro sui movimenti di camera, vertiginosi e ampi: campi larghi che si avvicinano sino al particolare, spazi esplorati in lungo e in largo, punti di vista insoliti, che vanno dal soffitto ad un grandangolo poggiato sul pavimento mostrando, come meglio non si potrebbe, il vuoto del teatro abbandonato, un’immagine così forte da poter essere “ascoltata”, guardandola si percepisce il silenzio, lo scricchiolio del legno e i passi che risuonano. Ciò che però fa davvero fare il salto di qualità al film è l’utilizzo dei piani e dell’espressività dei volti. Non c’è scena che sia priva del rapporto solo-tutti, ottenuto il più delle volte con primo piano e piano americano; ogni personaggio riesce così ad emergere nella sua specifica individualità, non ci sono figure secondarie e questo grazie anche a delle particolari espressioni di ciascuno che diventano quasi dei leitmotiv identificativi, talmente sottolineati da diventare memorabili – il gaio fischiettare e danzare di Robert Bunce, gli occhi spalancati del fratello Josiah, il ridere di paura di uno dei tecnici.

Non mancano effetti speciali, dalla veduta della città che viene ricoperta di giornali con titoli sull’omicidio, alle tetre figure del colpevole mascherato e di un’attrice che caduta tra le ragnatele appare come un fantasma mummificato, oggetti che si muovono da soli, doppie esposizioni e particolari effetti ottici in sfocato che comunicano tutta l’incomprensibilità della vicenda agli occhi degli attori che la stanno vivendo. Anche i titoli non sono esenti dall’essere utilizzati in funzione espressiva, scorrono, si ingrandiscono, si sdoppiano e si deformano, restano fermi solo quando le scene si fanno più convenzionali e serene.

Il commento sonoro è originale, fu composto da Joseph Cherniavsky, e si alterna in più sezioni con effetti sonori e rumoristici. È interessante notare il suo stile, atipico per il cinema statunitense e più vicino all’ambiente musicale europeo, dove in quegli anni si stava compiendo una vera e propria rivoluzione (Schoenberg, Ravel, Skrjabin) che sarà poi completamente inglobata nella musica da film dei decenni successivi.

Leni chiude così la sua parabola con tre film di genere, simili tra loro, Il castello degli spettri, il perduto The Chinese Parrot (1927) e questo L’ultimo avviso, tutti a metà strada tra il giallo, la commedia e il rosa, una tipologia di film che certamente il suo lavoro in Europa non faceva presentire. Eppure proprio questa sua indipendenza dal genere, questo suo eclettismo ovunque efficace e pervasivo, ne avrebbe fatto un protagonista di spicco del cinema americano che stava per prendere quota. Resta un corpus disomogeneo, lacunoso, sparso – troppi i film perduti e molti i film di altri autori a cui ha apportato contributi significativi e che andrebbero a loro volta indagati – ma ciò nonostante esemplare e ammirevole, a cui molti, ancora oggi, potrebbero guardare per le proprie creazioni.

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