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Posts Tagged ‘Josef Von Sternberg’

The Salvation Hunters – Josef Von Sternberg (1925)

vlcsnap-00147Josef Von Sternberg, al contrario di tanti registi stranieri, non arrivò in America da personaggio affermato. La sua è la storia della realizzazione del sogno americano e al contempo quella di un uomo capace di mantere la sua impronta culturale europea negli Stati Uniti e portarla al successo. Nato a Vienna da una modesta famiglia ebrea si trasferì nel nuovo mondo assieme alla sua famiglia appena quattordicenne. Dopo una gavetta come assistente tuttofare, a 31 anni si sentì pronto per imbracciare la telecamera e girare il suo primo film in maniera del tutto indipendente. Nacque così The Salvation Hunter. Il costo del film è dibattuto, secondo quanto riportato da Sarris si aggirò intorno ai 5000$. Con il suo primo film, di cui curò regia e sceneggiatura, Von Sternberg mette subito in chiaro quali saranno i suoi punti saldi: attenzione per i bassifondi e i reietti, per i personaggi complessi capaci di cambiare la loro vita con la forza del dolore e delle emozioni, una sensibilità fotografica con pochi paragoni. Per risparmiare vennero scritturati attori all’epoca quasi sconosciuti: tra questi troviamo la protagonista femminile Georgia Hale, ex Miss Chicago, che fece battere il cuore a Chaplin che la volle subito dopo in The Gold Rush. Sì, perché Chaplin vide il film e se ne innamorò decretandone di fatto il successo, visto che la sua United Artists decise di distribuirlo nei cinema. Andiamo alla trama:

I protagonisti sono tre: un ragazzo (George K. Arthur), una ragazza (Georgia Hale) e un bambino orfano da loro salvato (Bruce Guerin). Sono Figli del Fango, che vagano tra i disperati del porto in cerca di lavoretti per pagarsi un pasto. Un giorno il ragazzo decide che è giunta l’ora di liberarsi da questa schiavitù e propone ai due di andare in città in cerca di una vità felice. Qui la situazione non è migliore: un uomo (Otto Matieson) poco rispettabile mette gli occhi sulla ragazza e si propone di ospitarla probabilmente per spingerla alla prostituzione una volta che la fame sarà diventata troppo forte. Vuole infatti sostituire l’ormai vecchia donna (Nellie Bly Baker) che ormai attirava pochi clienti. Spinta dalla miseria la ragazza sta per cedere ma, con un moto di orgoglio, ci ripensa. L’uomo tenta allora l’ultima mossa, porta i tre in campagna dove cerca di sedurre la ragazza per poi manipolarla a suo piacere. Il protagonista esce allora dala sua apatia e con un moto di orgoglio sfoga tutte le sue frustrazioni sull’uomo, rompendo il legame con il fango e diventano un Figlio del sole, pronto a prendersi il posto che merita nel mondo.

 

Come potete capire dalla trama, la storia è molto retorica, e vi assicuro che anche le didascalie lo sono moltissimo. Però questo piccolo difetto passa decisamente in secondo piano di fronte alla bellezza delle immagini, ai quei piccoli tocchi personali del regista che rendono decisamente poco americano questo film. Ciliegina sulla torta la rissa finale, dove il ragazzo si ritrova a mettere KO il suo avversario sotto a un evocativo cartello “Qui i vostri sogni diverranno realtà”. Sarà proprio così per il protagonista che otterrà in un colpo solo il rispetto per se stesso e quello della sua amata e del suo ormai figlio adottivo. Le scritte ricorrono in tutto il film, certamente quella più importante è un “Jesus Saves” che la ragazza vede quando ha ormai deciso di andare a prostituirsi. Sarà proprio questo segno a farle cambiare idea. Prima ancora in una bellissima scena Von Sternberg decide di rappresentare la sofferta decisione presa dalla ragazza con una mano che scende sofferente dalle scale quasi aggrappandosi al muro dietro di lei (vedi sotto). Allo stesso modo l’uomo viene spesso inquadrato in piedi davanti a due corna-trofeo decisamente mefistofeliche, proprio a voler evidenziare la sua natura malvagia e manipolatrice.

 

The Salvation Hunters mi è piaciuto davvero tanto, un’opera prima veramente straordinaria e curata, che pur nei suoi difetti mi ha conquistato per genuinità e per la maturità registica di Von Sternberg. Alcune delle prime scene portuali in particolare mi hanno riportato alla mente alcune splendide inquadrature di Jean Epstein in Finis terrae (1929), autore che poco ha a che vedere con il cinema americano, e conferma quindi la straordinarietà di Von Sternberg nel riuscire a portare un suo stile così atipico vicino al gusto hollywoodiano. Se volete godere a pieno della visione di questo film la Filmmuseum ha di recente messo in vendita l’edizione restaurata in dvd che potete trovare su amazon. Io ho visionato una vecchia versione in VHS che però, come potete vedere dalle foto, era già di ottima qualità.

 

Bibliografia consultata:

J. Baxter, Von Sternberg, Kentucky, 2010.
A. Sarris, The Films of Josef Von Sternberg, New York, 1966.
J. Von Sternberg, Fun in a Chinese Laundry, London, 1965.
H. G. Weinberg, Josef Von Sternberg: A critical study of the great film director, New York, 1967.

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Crepuscolo di gloria (The Last Command) – Josef von Sternberg (1928)

Ritengo The Last Command uno dei film più belli in assoluto della storia del cinema, grazie alla sua modernità e capacità di emozionare. Ancora una volta Von Sternberg riesce a dar vita ad un film incredibile, ulteriormente impreziosito alla partecipazione di uno straordinario Emil Jannings qui, a mio avviso, in una delle sue più grandi interpretazioni in assoluto.

Attraverso un’operazione metacinematografica, ripercorriamo le vicende del Granduca Sergius Alexander (Emil Jannings), cugino dello Zar di Russia, nei momenti immediatamente precedenti alla Rivoluzione del 1917. Il Granduca, nel corso degli avvenimenti, entrerà in contatto con la Rivoluzionaria Natalie Dabrova (Evelyn Brent), con cui instaurerà una relazione sentimentale. Nonostante non condivida le scelte suicide dello Zar, il Generale Alexander non metterà mai in discussione il suo amore per la Russia, ma sarà destinato a pagare il suo appoggio alla dinastia Romanov. Nella Hollywood del 1928 il Granduca farà la sua ultima battaglia sotto dal direzione del regista Leo Andreiev (William Powell), un tempo rivoluzionario imprigionato per volere dello stesso Alexander.

Emil Jannings, ancora una volta, offre una interpretazione superba. La sua espressività e capacità recitativa danno vita ad un personaggio indimenticabile, unico vincitore dell’intera vicenda. Von Sternberg, dal canto suo, riesce per l’ennesima volta a proporre un film muto tanto espressivo e nitido da sembrare un sonoro. Non è un caso che Jannings abbia vinto l’Oscar come miglior Attore protagonista proprio nel 1929 grazie a questa interpretazione oltre a quella di The Way of All Flesh dell’indimenticabile Victor Fleming. Non bisogna dimenticare Evelyn Brent, il cui personaggio spicca nella sua complessità psicologica. Natalie Dabrova è un personaggio multiforme che nel giro di pochi istanti può lasciare sensazioni totalmente opposte nello spettatore.

Discorso a parte merita la sceneggiatura la cui paternità è dubbia. Il soggetto è infatti solitamente attribuito a Lajos Biró, il quale ricevette per questo anche una candidatura all’Oscar. La statuina non gli fu però assegnata a causa della concorrenza di un altro film di von Sternberg, Le notti di Chicago, che con Ben Hecht gli soffiarono il premio. Anni dopo pare von Sternberg sostenesse di essere lui stesso l’autore della sceneggiatura di The Last Command e che questa venne assegnata a Biró solo a seguito di forti pressioni da parte della produzione. La versione più corrente è comunque quella secondo cui il soggetto sia stato opera di Biró che lo avrebbe scritto a partire da un’idea di Ernst Lubitsch (come dichiarato da lui stesso in un’intervista). Lubitsch avrebbe tratto ispirazione dalla storia di un generale dell’esercito imperiale russo, Theodore Lodigensky, che aveva avuto modo di incontrare prima in Russia e poi a New York, dove l’uomo si era rifugiato a seguito della Rivoluzione Russa e aveva aperto un ristorante tipico. In seguito Lubitsch rincontrò Lodigensky, con tanto di uniforme, mentre questi cercava lavoro come comparsa cinematografica per 7,50$ al giorno, proprio la parcella richiesta dal protagonista di The Last Command.

Ancora più interessante è il modo in cui l’America si appresta a raccontare della Russia in uno dei momenti più importanti della sua storia e, allo stesso tempo, più temuta dagli americani: la rivoluzione del 1917. Se lo Zar è visto in maniera totalmente negativa, nella sua folle ostentazione di potere e incuranza della popolazione devastata dalla guerra, dall’altra parte i rivoluzionari non vengono certo visti in maniera meno negativa. Questi vengono infatti rappresentati come una folla di incivili viziosi dai tratti animaleschi. Gli unici ad uscirne con una valutazione positiva sono il Granduca Alexander e, seppur in maniera non troppo limpida, la sua amata Natalie.

The Last Command è un film imprescindibile che consiglio a tutti di vedere. La fotografia, le scene, l’alta qualità recitativa contribuiscono a renderlo un capolavoro. Ancora una volta la buona edizione della Criterion rende questo splendido film di von Sternberg ancora più bello e godibile. Vi saluto con una scena del film.

Curiosità: Theodore Lodigensky, che ispirò questo film, sotto il nome di Theodore Lodi recitò in diversi film tra il 1929 e il 1935. Tra questi spicca certamente la sua interpretazione del Granduca Michael in Down to Earth del 1932. Cliccando qui potete vedere una sua foto assieme al più celebre Will Rogers.

I Dannati dell’Oceano (The Docks of New York) – Josef von Sternberg (1928)

Dopo più di un anno torno finalmente a parlare di von Sternberg e, con lui, anche del massiccio George Bancroft. Nel tardo 1928 usciva The Docks of New York, film ,che con estrema semplicità e poesia, metteva in scena l’amore tra un rozzo fuochista navale e una giovane ragazza dai tratti angelici. La particolarità del film è quella di riuscire a far trasparire la dolcezza anche in un contesto poco avvezzo a queste tematiche come quello delle locande portuali dove più che altro erano i vizi a farla da padrone.

Il fuochista Bill Roberts (George Bancroft), appena messo piede a terra si ritrova a dover salvare la giovane Mae (Betty Compson) intenzioanta a suicidarsi per annegamento. Nel giro di una notte Bill, tra risse e bagni di folla, si ritroverà sposato, non senza andare contro al suo ingegnere capo Andy (Mitchell Lewis), che nonostante abbia ritrovato la moglie Lou (Olga Baclanova) preferirebbe passare una serata con Mae. Ma le promesse di marinaio quanto valore possono avere? Bill riuscirà a rendere Mae felice?

Quando avevo recensito Underworld, altro film muto di von Sternberg, avevo detto che al film non mancava che la voce. Potrei dire la stessa cosa per The Docks of New York. George Bancroft, sotto la guida del regista, riesce ancora una volta ad impersonare uno splendido personaggio, antieroico ma carismatico. Bella anche la prova di Betty Compson, che avevamo imparato a conoscere appena poco tempo fa grazie a The White Shadow, “l’Hitchcock ritrovato”. Qui sicuramente l’attrice riesce a dare una delle sue migliore interpretazioni, dando vita ad un personaggio dalle tante sfaccetature e con una notevole complessità psicologica. Mi piace ricordare come Betty Compson sia stata una delle poche attrici a superare l’ostacolo del sonoro (arrivando fino agli anni Quaranta), tanto che nel 1930 riceverà una candidatura all’Oscar come miglior attrice in Il Re Della Piazza (film sonoro sempre del 1928). La statuetta andò a un’altra regina del muto, Mary Pickford, per la sua interpretazione in Coquette (1929). Tornando al nostro film segnalo anche una splendida fotografia evidenziata da un buon lavoro di restauro operato sulla pellicola.

Il film è stato distribuito in Italia dalla Dcult ed è acquistabile ad un prezzo molto basso. In America il film è invece edito dalla Criterion. Consiglio caldamente la visione!

Le notti di Chicago (Underworld) – Josef Von Sternberg (1927)

Forse per una volta la traduzione italiana ha salvato un film. Diciamo la verità, a cosa penserebbe un ragazzo di oggi se sentisse parlare di Underwold? Amante o meno del genere sicuramente gli verrebbe in mente l’epopea (non saprei dire neanche quanti film sono usciti) su vampiri, uomini lupi e quant’altro. Fortunatamente grazie allo stravolgimento del titolo in italiano possiamo riferirci a questo film senza correre il rischio di essere fraintesi. Doppia fortuna, poi, quella di poter parlare di “Le notti di Chicago” e non de “Il castigo“, prima traduzione molto kunderiana del titolo. Era il 1927 quando il film venne proiettato la prima volta. Il regista viennese Von Sternberg era stato chiamato a dirigire il film dopo che la prima scelta, Arthur Rosson, era stata scartata. La Paramount non credeva affatto in questa storia. In effetti il soggetto di Ben Hecht era decisamente in anticipo sui tempi e non sembrava potesse attirare il pubblico. Underworld venne quindi distribuito in un solo cinema di New York, ma, contro ogni aspettativa, divenne un vero e proprio successo che culminò con il premio Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale nell’anno della prima assegnazione della celebre statuetta. Era il 1929 e venivano premiati i migliori film delle annate 1927/28. Insomma una vera e propria consacrazione.

“Bull” Weed (George Bancroft), gangster noto per la sua forza, con parte dei soldi delle sue rapine ripulisce e sistema poveri ed ubriaconi che ritiene degni di stima. Tra questi spiccano la sua ragazza “Feathers” McCoy (Evelyn Brent), lo strambo “Slippy” Lewis (Larry Semon) e “Rolls Royce” Wensel (Clive Brook), cervello del gruppo. Ma le cose si mettono male: l’irruento “Buck” Mulligan (Fred Kohler) si innamora di Feathers e tenta di violentarla. La reazione di Bull è violenta e furiosa e lo porta a commettere un omicidio. Catturato dalla polizia il gangster viene condannato all’impiccagione, ma non tutto sembra perduto…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

…Rolls e Feathers, da tempo innamorati, mettono da parte i loro sentimenti per liberare Bull. Questi però è da tempo a conoscenza della loro relazione e sospetta l’abbiano tradito. Purtroppo il tentativo della banda per far evadere Bull fallisce, ma il gangster riesce comunque a scappare grazie alla propria forza. Tra sparatorie e scene ad alta tensione, Bull si convince della sincerità dei sentimenti dei suoi amici e si sacrifica per regalare loro una felice vita insieme.

(potete riprendere la lettura da qui..)

Un film a cui manca solo la voce, il cui fantasma però traspare grazie alla splendida interpretazione di George Bancroft, la cui risata contagiosa echeggia nella mente dello spettatore. Ottima anche la prova dell’ammiccante Evelyn Brent e del silenzioso e sofferente Clive Brook. Non stona neanche l’interpretazione del grandissimo Larry Semon, meno citato dei grandi Chaplin, Keaton e Lloyd, ma che merita comunque una menzione speciale per quello che ci ha saputo regalare nel corso della sua carriera. Underwold, di cui curò anche la sceneggiatura, è forse l’ultima scintilla prima del grande declino. Appena un anno dopo, nel 1928, Semon morirà tra debiti e depressione a seguito di una brutta polmonite. Il film presenta immagini curate meticolosamente, con un uso sapiente di giochi di luce. Del resto la fotografia era curata dal grande  Bert Glennon che, nel corso della sua lunga carriera, riceverà ben tre candidature agli Oscar. Il film risulta sicuramente godibile anche adesso, sebbene alcune trovate, all’epoca assolutamente innovative, sono poi diventate uno standard per il genere gangster con il risultato di rendere lo svolgimento prevedibile. L’azione si sviluppa in maniera rapida, non mancano sparatorie, scene drammatiche e colpi di scena. Insomma una pellicola da non perdere per gli amanti dei film gangster, quanto meno per vedere come tutto è nato. In Italia Le notti di Chicago è edito dalla Dcult e facilmente reperibile.