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PRELUDIO – Il fiacre n. 13 (1917)

Tube, frac, omicidi e una carrozza dal numero non molto felice.

Questo è il sunto del quarto episodio di Il fiacre n. 13, film tratto dall’omonimo romanzo edito nel 1881 da Xavier de Montépin, autore francese di romanzi d’appendice in voga quegli anni. Nel film l’influenza del feuilleton e del genere poliziesco francese c’è e si vede; è inoltre inevitabile non fare un confronto con un altro serial italiano contemporaneo quale I topi grigi di Emilio Ghione: l’ambientazione parigina (in realtà gli studi torinesi della Ambrosio), i costumi, i sotterfugi, la donna da salvare. Insomma, praticamente una versione un po’ più benestante di Za la Mort che, per spostarsi da una bettola all’altra, non potendo permettersi una carrozza, preferiva andare a piedi (come scordarsi gli ultimi, lunghi fotogrammi di Dollari e fracks…) o adoperando una più comoda Lancia.Schermata 2018-04-19 alle 16.31.15

Peccato aver visionato all’archivio audiovisivi della Cineteca di Bologna solamente il quarto episodio Giustizia!, (*) l’unico insieme a Gian Giovedì, il secondo, ad essere completamente risparmiato dalle lame della censura (Il delitto al Ponte di Neuilly non venne nemmeno distribuito). Tant’é che vedere un film solo nella sua parte finale comprendendo molto poco di quanto accaduto prima non è proprio il massimo. Se si vuole, l’unico vantaggio che il cinema muto italiano offre (degli anni Dieci almeno) è che mediamente il cast di un lungometraggio comprende sì e no una decina di interpreti; pertanto, grazie anche alla cospicua presenza di didascalie esplicative che danno un ritmo serrato alla narrazione, non è stato così complicato tessere le fila della storia.

Ambientato in un contesto aristocratico, il duca George de Latour (Vasco Creti), insieme all’amante Berta (Helena Makowska) vuole interrompere una volta per tutte l’agiatezza famigliare del fratello che ha appena avuto un erede, intascandosi così tutti i suoi beni, ingaggiando l’apache Gian Giovedì (Alberto Capozzi). Da qui parrebbe esserci tutto un susseguirsi di sottotrame e personaggi secondari che col passare degli episodi acquisiscono una maggior fisionomia e psicologia, così come certi rapporti svelati solo in Giustizia!. Dico parrebbe per i motivi spiegati sopra. Ho intenzione di approfondire il tutto andando alla ricerca degli altri tre episodi della “carrozza sventurata”: prego i lettori di considerare questo breve articolo come un preludio a quello che verrà, o come input per cercare insieme a me i restanti episodi.

(*) Convintissima di trovare sul supporto dvd tutti gli episodi, mi si è presentato invece il titolo “Episodio IV: Giustizia!”. Sono sicura che il lettore proverà una certa empatia nei confronti del mio disappunto e della mia delusione.

Il fiacre n. 13 (Episodio I: Il delitto al Ponte di Neuilly; Episodio II: Gian Giovedì; Episodio III: La figlia del ghigliottinaio; Episodio IV: Giustizia!) / Alberto Capozzi e Gero Zambuto. – Soggetto: Xavier de Montépin – Sceneggiatura: Giuseppe Paolo Pacchierotti . – Torino, Società Anonima Ambrosio, 1917. – Con Alberto Capozzi, Helena Makowska, Gigetta Morano, Fernanda Negri Pouget, Vasco Creti, Diana Karenne. Lunghezza: metri 5520 circa. 

Visto di Censura: Il delitto al Ponte di Neuilly – 12414, 30 marzo 1917, vietata;

Gian Giovedì – 12415, 20 gennaio 1917, approvata; 

La figlia del ghigliottinaio – 12416, 20 gennaio 1917, approvata con riserva;

Giustizia! – 12417, 20 gennaio 1917, approvata.

Stato: parzialmente sopravvissuto.

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Limite – Mario Peixoto (1931)

aprile 5, 2018 2 commenti

Limite.1931.720p.BluRay.AVC-mfcorrea.mkv_snapshot_00.01.38Uno dei più grandi momenti della storia del Cinema è l’attimo in cui Mario Peixoto decide di togliere le briglie alla macchina da presa per rappresentare la vertigine di una donna che sta immaginando cosa proverà nel momento in cui si lancerà dall’alto di un dirupo. Vedere per credere. Siamo in Brasile ed è il 1930, Peixoto ha solo ventidue anni e sta girando il suo unico film: un capolavoro.

Limite racconta la storia di tre persone, un uomo e due donne, che, avendo raggiunto il culmine di disperazione nelle rispettive vite, scelgono di fuggire imbarcandosi, senza prospettiva e senza mezzi. La barca a remi è presentata ferma, come il suo carico immobile, siamo al centro di un mare privo di orizzonti visibili. I tre sono senza bagaglio, quindi senza passato, e senza cibo, quindi senza futuro: il loro è un presente eterno, sostanzialmente una nuova prigione.
Le prime immagini del film sono figlie del surrealismo e dell’espressionismo, non solo cinematografico: degli occhi di donna, aperti e fieri sull’avvenire, si sovrappongono al mare placido e scintillante, ma il montaggio frenetico e tagliente incrina quest’impressione serena e compiuta con le immagini macabre di un cadavere rovistato dagli avvoltoi e con delle manette che legano delle mani di donna che neppure tentano di liberarsi. È in questa frizione, in questo dialogo già perso in partenza, che il film si costruisce e si erge poderoso su ogni altro tentativo simile di fare cinema sul fallimento e sulla rassegnazione.

I tre personaggi non hanno nome né una precisa identità, così come i luoghi restano indefiniti, più luoghi dell’anima, stazioni di un personale calvario, che siti realmente collocabili. L’assenza di contingenza risulta in quell’aspecifico che fa di Limite un classico universale, seppur trascurato. L’uomo, la donna vestita di bianco e la donna vestita di nero hanno in comune solo la conoscenza del fondo, del buio tetro senza soluzione. L’uomo ha perso la donna amata e contesa, la donna in bianco si sente legata e oppressa dal suo lavoro di sarta, la donna in nero ha un matrimonio infelice e privo di vita come i pesci che porta in un cesto. Ma la sostanza e la grandiosità di Limite non sta nell’interazione d queste storie, né nei temi – di storie disperate e strappalacrime il muto abbonda – bensì nella forza dei simboli e dei dettagli di immagini sommate e accostate come versi, come figure poetiche, così come il cinema oggi dimentica troppo spesso di saper e poter fare. Ciò è dimostrato anche da molte inquadrature – che fungono da vere e proprie dichiarazioni di poetica – in cui il vero soggetto è fuori fuoco, tagliato, confuso, mentre il protagonista è un falso soggetto, fatto di pareti, foglie, fango, strade, oggetti, tetti, steccati, ossia il contorno, il contesto, la società costituente il limite.

 

La sarta ricorda il suo passato e nel ricordo ci sono fili, passaggi obbligati nella macchina da cucire, bottoni, metri e ancora fili: sono i suoi legami, ciò che la confina e misura. In più la ruota che aziona la macchina da cucito non fa che ricordarle le ruote dei treni che vanno via e portano cambiamenti sempre ad altre persone, mai a lei. Nell’istante in cui decide di scappare prende in mano le forbici inquadrate in primissimo piano: sta per tagliare i suoi fili.

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Il marito della donna in nero fa il pianista nei cinema, sulla sua musica e grazie alle sue mani tutti sorridono e si divertono, ma sua moglie ogni sera vede solo un individuo cupo e sfuggente. L’acqua, che darebbe vita ai pesci che porta nel cesto, altrove è abbondante: la sequenza ripetuta di una fontana che scorre copiosa si sovrappone, diventando un tutt’uno, all’immagine del marito, con altri generoso, ma con lei avido e arido.

 

Le impronte ed i passi sono invece il simbolo ricorrente nei ricordi dell’uomo sulla barca. Con estrema eleganza Peixoto racconta la morte della moglie senza mostrarela, facendo uso solamente delle impronte sulla spiaggia: i due camminano tenendosi per mano e tracciando vie nella sabbia, proseguono pari e senza esitazione, poi si avvicinano al bagnasciuga, la macchina da presa si ferma, non li segue più e l’inquadratura fissa registra il mare cancellare le impronte di lei, onda dopo onda, fino a farle scomparire, lasciando solo quelle dell’uomo. È una sequenza asciutta e allo stesso tempo anche didascalica, ma capace di ottenere il sentimento del tragico con una semplicità strabiliante.

 

Basterebbe quanto si è detto a fare di Limite un’opera capitale per ogni percorso serio sul muto e un riferimento fondamentale per ogni studioso di cinema. La World Cinema Foundation e la Cineteca di Bologna hanno fatto il possibile per riportare Peixoto e la sua opera sugli schermi con il loro magistrale restauro. Ora tocca a critici, cinefili e spettatori ridare a questo autore il posto che gli spetta.

Da Giselda a Leda – “Trappola” (1922)

gennaio 18, 2018 2 commenti

IMG_0187Siamo negli anni Dieci del Novecento e il nome di Giselda Lombardi (Roma, 10 marzo 1892 – Roma, 2 ottobre 1957) può non dire molto, eppure, poco più che ventenne, è la musa e compagna di Trilussa, il quale le anagramma il nome in Leda Gys e le toglie gli abiti da comune ragazza borghese di Trastevere, per introdurla in quel sontuoso mondo costellato da icone del cinema come Francesca Bertini, Lyda Borelli, Alberto Collo, Emilio Ghione, Hesperia, Maria Jacobini, Amleto Novelli. Da Giselda a Leda. Un’attrice del cinematografo, una (anti)diva, una signorina dei caffé e dei salotti romani, una stella dagli occhi bistrati e vispi e dal piglio sbarazzino, un’artista unica nel suo genere e inconsueta nel suo personalissimo modo di recitare dato da due sole regole: l’improvvisazione e la spontaneità. Ne parlerò meglio più avanti con il film Trappola che ho visionato personalmente alla Cineteca di Bologna.
La carriera di Giselda, quindi, inizia completamente in discesa, grazie ad una bellezza che non passa inosservata e alla raccomandazione di Trilussa che la indirizza alle neonate Case di produzione Cines e Celio; esordisce nel gennaio 1913 in tre brevi film: L’albero che parla (raccontino sentimentale), Amore e automobilismo (commedia) e La dama di picche (dramma). Non trovo affatto scontato sottolineare come si tratti di tre pellicole di lunghezza non considerevole: difatti, le prime vere esperienze di Leda Gys coincidono in primis con il delicato passaggio da corto (pellicola di lunghezza inferiore ai 500 metri) a lungometraggio (il suo primo film ufficiale è, appunto L’Histoire d’un Pierrot, di Baldassarre Negroni del 1914 lungo 1200 metri circa) con il riassetto dell’organizzazione produttiva e della distribuzione, il ricambio generazionale di attori, scrittori, intellettuali e drammaturghi e, in favore della Gys, lo spostamento del centro produttivo nazionale da Torino a Roma.
Sotto Cines e Celio, Leda Gys impersona ruoli di ragazza ingenua e romantica, spesso vittima di padri e mariti, inserita quindi nel genere della commedia sentimentale; successivamente, nasce un sodalizio artistico con Mario Caserini e, a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, il genere tramuta in propagandistico e patriottico con film come Sempre nel cor la Patria!… (1915) di Carmine Gallone o Passano gli Unni (1915) di Caserini.
Il tono generale delle pellicole in cui compare Leda Gys vira ulteriormente nel biennio 1916-1917 verso la tragedia, specchio della produzione italiana di quegli anni in cui si trovano temi come prostituzione e maternità illegittima (Fiore d’autunno, M. Caserini, 1916), droga (Chi mi darà l’oblio, M. Caserini, 1917) o incesto (Come in quel giorno, M. Caserini, 1916); questi tre film hanno un vastissimo successo di pubblico in Spagna, in cui la figura di Leda Gys acquisisce una grande popolarità.
Dopo la conclusione della fruttuosa collaborazione con Caserini e la fine della relazione con Trilussa, una cospicua fetta di carriera é dedicata al cinema napoletano con la Poli Film, successivamente assorbita dalla Lombardo-Film, una delle poche case di produzione a sopravvivere, grazie all’accortezza di Gustavo Lombardo e di Stefano Pittaluga, alla terribile crisi e bancarotta del 1921 che manda letteralmente al macero gli sfarzi e gli orpelli delle produzioni di pochi anni prima, crisi da cui il cinema muto italiano non si riprenderà mai del tutto. Il proposito della Casa è quello di trasformare Leda Gys in una diva dannunziana e femme-fatale: l’ennesimo cambio di genere è evidente in Io ti uccido! (Giulio Antamoro, 1919) e Leda senza cigno (Giulio Antamoro, 1918, dall’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio). Il 1918 segna l’incontro tra Leda Gys e Lombardo, il quale trasforma la Poli Film in Lombardo Film, grazie ad un’acuta strategia e politica di valorizzazione del cinema partenopeo. I due si legano professionalmente e sentimentalmente e la carriera della Gys sottolinea un ritorno alla commedia frivola di ambiente napoletano.
Pochissime delle circa novanta produzioni in vent’anni di carriera ci sono pervenute: Leda Gys viene dimenticata subito dopo il ritiro a vita privata nel 1930 per dedicarsi completamente alla crescita e all’istruzione del figlio Goffredo (diventato uno dei principali produttori italiani del secondo dopoguerra, nonché proprietario della Casa cinematografica Titanus); cadere nel dimenticatoio è un destino comune a tanti attori del cinema muto che, con la novità del cinema sonoro, trovano inammissibile e quasi

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 intollerabile sentire la loro voce riprodotta sul grande schermo. Uno dei pochi film sopravvissuti è Trappola: l’ho scelto perchè è a

parer mio il film che può esemplificare meglio il grande talento recitativo di Leda Gys, la sua versatilità e la sua autoironia. Trappola (distribuito anche come In Trappola) é quello che oggi si potrebbe definire un badass girl movie, un incrocio tra l’impertinenza di Matilda 6 mitica e l’irriverenza di Mean girls, ovviamente con un minimo di decoro e decenza in più rispetto al film di Mark Waters. Una commedia che in qualche modo anticipa di una decina d’anni i dettami della screwball comedy del cinema classico

 hollywoodiano, ma che include certe tecniche di regia abbastanza insolite per questo tipo di genere, come dissolvenze oniriche, carrellate, dialoghi rapidi e poco duraturi o un certo indugio a mantenere la camera fissa su un primissimo piano di un personaggio.
Girato sotto la Lombardo Film nel 1922 con la regia di Eugenio Perego, già collaboratore con Case come Pasquali Film, Milano Films, Do. Re. Mi. e Fert, Trappola é il primo dei sette film nati dal legame professionale di Leda Gys con Perego, tutti girati a Napoli dal 1922 al 1928, che comprendono Santarellina (1923), Vedi Napule e po’ mori (1924), Napoli è una canzone (1927), Napule…e niente cchiù (1928), Rondine (1929) e La signorina Chicchirichì (1929).
La sfrontatezza é evidente sia nell’andamento narrativo che nella recitazione di Leda Gys, qui nei panni di Leda, un’orfana ribelle rinchiusa in un educandato che combina scherzi e marachelle per non soccombere alle rigide regole imposte da suore che campano di Ave Maria non proprio sinceri e di minestrone riscaldato del giorno prima. Un giorno la sua migliore amica Laura lascia l’istituto per intraprendere lo studio privato IMG_0209a casa, ma le due non perdono i contatti: con un acuto stratagemma, incarica l’ignaro professore di ginnastica e dizione Don Bernardo, di spedire e ricevere lettere da Laura, la quale le confida che il suo fidanzato Carlo (Gian Paolo Rosmino, già presente in Ma l’amor mio non muore!) la tradisce con un’ artista circense/attrice/diva, tale Furetta (Suzanne Fabre). In nome della solida amicizia con Laura, Leda fugge dalla prigione-istituto e si reca al teatro di posa (uno studio della Lombardo) dove Furetta sta girando un film. Travestitasi da cavaliere medievale e assunta come comparsa, Leda scopre che Furetta tradisce a sua volta Claudio con il primo attore della casa di produzione per cui lavora. La reciproca antipatia tra Leda e Furetta sfocia poi in un’esilarante lite con mani tra i capelli, morsi calci e pugni, ripresa dal regista del teatro per utilizzarla come materiale filmico che “può venire bene per un altro film”. Attratto dalla vivacità e dall’animo frizzante di Leda, diversamente da Furetta, Claudio se ne invaghisce, ricambiato (la trappola, appunto), ma il senso di colpa nei confronti dell’amica del cuore fa sì che, sotto consiglio di Don Bernardo, divenuto nel frattempo il suo mentore, Leda debba restituire al mittente ciò che non le potrebbe mai appartenere. Laura si è però innamorata di un altro, riuscendo a dimenticare Carlo e le sue pene d’amore e tutto si aggiusta con un lieto fine da favola.
Oltre ad essere una commedia leggera, divertente e piena di equivoci, che spessissimo riesce a strappare qualche risata, Trappola è anche una critica non troppo velata verso l’avarizia, l’ipocrisia e l’estrema severità educativa delle istituzioni religiose (sfido chiunque a trattenere un sorrisetto quando Leda riempie la cena delle suore di olio di ricino) e nei confronti del fenomeno del divismo, qui ridotto a “quattro smorfie che saprei fare pure io” e a un teatrino fatto di erotismo scialbo, automobili regalate, vestiti scollati e finti svenimenti.
La Leda personaggio é tosta, indipendente ed emancipata: non ci pensa due volte a mollare un ceffone (che sa molto di improvvisazione bella e buona) alla comparsa che tenta di molestarla, o a dirne quattro alle forze dell’ordine (“pescecane!”) che la arrestano ingiustamente scambiandola per una ladra di gioielli; il suo spirito di folletto burlone si alterna a quello di una ragazza romantica che scopre l’amore e sospira accarezzandosi il viso con un mazzo di rose, scrive lettere e diari pieni di pathos ed è disposta a tutto pur di preservare gli affetti e le amicizie.
La Leda attrice che fa le boccacce, strabuzza gli occhi, balla sui tavoli (scena scrupolosamente accorciata dalla censura), gira in mutande per l’istituto o stampa un bacio pieno di passione, fanno della Gys una donna moderna e lontana dagli stereotipi del tempo, tanto da renderla un’artista capace di passare con estrema facilità da un genere all’altro, al di là di ottenere apprezzamenti da parte di critica e pubblico in un periodo estremamente difficile per la cinematografia italiana dei primi anni Venti.
Trappola, insieme ai tre film del filone napoletano Vedi Napule e po’ mori, Napoli è una canzone e Napule…e niente cchiù! ad oggi sopravvissuti, è conservato presso la Cineteca di Bologna. I quadri sono in buono stato, sebbene molte didascalie al momento della visione siano di durata eccessivamente breve, tanto da ostacolarne l’immediata lettura; è inoltre evidente che alcune scene siano andate perdute: ad esempio, non è di chiara comprensione il motivo per cui Leda, dopo la fuga dall’istituto, si ritrovi improvvisamente con un cagnolino in braccio, totalmente assente nelle sequenze successive.

Trappola / Eugenio Perego. – Soggetto e sceneggiatura: Eugenio Perego. – Napoli: Lombardo Film, 1922. – Con Leda Gys, Gian Paolo Rosmino, Suzanne Fabre, Claudio Mari, Carlos Reiter.
Lunghezza: metri 1596.
Visto di Censura: 17019, 11 maggio 1922.
Prima visione: 6 giugno 1922.
Stato: sopravvissuto.

Fonte: Aldo Bernardini, Vittorio Martinelli, Leda Gys, Attrice, Milano, Coliseum, 1987.

Miss Europa (Prix de beauté) – Augusto Genina (1930)

Lo scorso 23 Novembre al Cinema Trevi è stata proiettata la rarissima versione muta di Prix de beauté (1930) accompagnata dal vivo del Maestro Antonio Coppola. L’evento, già di per sé straordinario, ha dato vita ad uno splendido seguito perché quello che state per leggere sarà il primo articolo di Esse, nuovo acquisto per il blog che speriamo possa dar vita a tante altre recensioni di questo tipo. Vi lascio alle sue parole, buona lettura!

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Christies01È con una certa emozione che contribuisco per la prima volta ai contenuti di E Muto Fu, e tale emozione è motivata da almeno due ragioni: la prima è nella collaborazione con questo sito, che seguo da molto tempo e mi ha permesso di venire a contatto con film e autori che non conoscevo; la seconda è nell’oggetto di questo articolo, uno degli ultimi film di Louise Brooks, indimenticata icona degli anni ’20. La celebre diva del muto, conosciuta in Italia anche per avere ispirato la Valentina di Crepax, si esibisce qui in una delle sue migliori interpretazioni, offrendo un saggio delle doti che la resero celebre negli anni ’20 e la portarono da Hollywood in Europa. Qui Louise cercò di scrollarsi di dosso i ruoli da vamp e flapper che le offrivano solitamente in America e vi riuscì, dedicandosi a un cinema più “impegnato” che costituisce il motivo principale per cui oggi viene ricordata; è in particolare il sodalizio con Georg Pabst, regista austriaco, a regalarle i ruoli della vita, in film come “Il vaso di Pandora” (Die Büchse der Pandora) che le ha cucito addosso il personaggio di Lulù, e “Diario di una ragazza perduta” (Tagebuch einer Verlorenen). Meno famoso è invece “Miss Europa” (Prix de beauté), primo film sonoro dell’attrice, girato originariamente come un muto: da ciò l’esistenza di una versione sonora, più diffusa e conosciuta, e una più rara versione muta, il cui restauro è stato curato recentemente dalla Cineteca di Bologna. Quest’ultima versione, comparsa principalmente in festival a tema, non si presenta semplicemente come un clone di quella sonora; il film muto, infatti, propone un’esperienza diversa rispetto all’edizione sonora: tale differenza è data non solo dalla diversità connaturata tra i due film ma anche dal fatto che la versione muta sposta alcune sequenze in momenti diversi, il che conferisce alla storia un sapore differente (di questo “errore”, non imputabile alla volontà del regista o del produttore, parla Davide Pozzi nell’analisi citata alla fine del mio articolo). Per tale motivo non sarà inutile specificare che la descrizione che ne darò segue la versione muta.

Prix-de-beautéLa protagonista del film è Lucienne Garnier (Louise Brooks), una dattilografa fidanzata con Andrè (Georges Charlia), un uomo dalla mentalità molto chiusa. Annoiata dalla routine, Lucienne si candida al titolo di Miss Europa, e, attestandosi tra le finaliste, parte per la Spagna senza potere avvisare Andrè, ignaro di tutto. Una volta eletta Miss Europa, Lucienne viene circondata da uomini che le promettono ricchezza e successo; la sera stessa dell’elezione, la ragazza viene però raggiunta da Andrè che le impone un ultimatum: se non torna subito in Francia con lui, tra i due è finita. Pur tentata dalle offerte dei suoi corteggiatori, Lucienne decide di seguire il fidanzato, rinunciando per amore a ogni prospettiva di cambiamento. Nella sequenza successiva la troviamo così alle prese con alcune faccende domestiche: ormai è una donna sposata, perciò ha lasciato il lavoro e la sua unica occupazione è la casa; il suo unico svago è rispondere alle lettere dei fan, che le costa i rimproveri del marito.Un giorno Lucienne viene raggiunta da un ammiratore, che le propone di lavorare per la sua casa cinematografica; la ragazza lo respinge senza esitazioni, stracciando il contratto che le era stato offerto. Nei giorni seguenti però, Lucienne inizia ad avvertire sempre più il peso della routine e della meschinità del marito. Comincia così sempre più spesso a osservare i brandelli del contratto…

Senza arrivare al finale, che lascio scoprire al lettore, si può già accennare ad alcuni aspetti che distinguono la versione muta da quella sonora: in quest’ultima si cerca di sfruttare a pieno la novità rappresentata dal suono, e di frequente compaiono in scena strumenti di registrazione o riproduzione sonora, per la prima volta udibili dagli spettatori. Inoltre la protagonista canta spesso una canzone nel corso del film (“Je n’ai qu’un amour c’est toi”) e questa canzone, a seconda del momento, dà alla storia significati diversi fino alla struggente comparsa finale.

10859301_611202292341141_1587291292_nIn virtù degli effetti sonori, così come anche del leit motiv della canzone, l’edizione sonora probabilmente coinvolge maggiormente l’emotività dello spettatore. In aggiunta a questo, val la pena di osservare la differenza comportata dallo spostamento di alcune scene: Lucienne e Andrè vanno in un parco divertimenti dove si fanno scattare un foto-ritratto di coppia e Andrè si misura con altri uomini in un gioco di forza. Durante questa sequenza è evidente la crescente insofferenza della ragazza, sempre più consapevole dei riti borghesi a cui è costretta dalla sua posizione di donna; inoltre la regia è attenta a sottolineare la volgarità dell’ambiente frequentato dalla coppia, sia rappresentando gli schiamazzi della folla, che la serietà con cui gli uomini cercano di dimostrare il proprio “valore” attraverso un gioco da fiera. Ciò che è degno di nota è il fatto che mentre nell’edizione sonora tale sequenza è posta prima della partecipazione di Lucienne al concorso, nell’edizione muta la stessa sequenza compare dopo il matrimonio dei protagonisti, a rappresentarne parte della routine. In tal modo l’effetto che ne deriva è diverso: nella versione sonora tale sequenza spiega in parte la decisione della protagonista di candidarsi a Miss Europa, per sfuggire cioè a un ambiente e una vita che le appaiono gretti e a cui comunque sceglierà di tornare. Nella versione muta invece, collocando queste scene in seguito alla proposta che Lucienne riceve dal produttore, si comprende meglio il percorso mentale che compie la protagonista, dal rifiuto iniziale opposto al pretendente alla riconsiderazione della sua proposta. Si ha così una migliore panoramica della psicologia della protagonista nonché degli eventi che condurranno alla conclusione della storia. Il resto lo fa l’espressività di Louise Brooks, qui in una delle sue migliori interpretazioni: molto credibile nel ruolo di ragazza piena di entusiasmo e aspirazioni, costretta a ridimensionarle entrambe in nome dell’amore, ma non a dimenticarle del tutto. Encomiabile il lavoro compiuto dalla Cineteca nel recuperare questo film, conosciuto per lo più nell’edizione sonora, dando così occasione ad appassionati e non di vedere uno dei film migliori di Augusto Genina; assai emozionante anche perché tra le ultime prove attoriali di Louise Brooks, di lì a poco emarginata dallo star system in quanto modello di donna anticonformista che mal si conciliava con le più rassicuranti dive anni ’30.

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Approfondimenti: Per ulteriori informazioni sul cosmopolitismo tematico e produttivo del film rinvio alla lettura di “Prix de beauté as a Multiple Intersection” di Malte Hagener (in inglese) mentre per un’analisi storico-filologica sulle molteplici versioni del film rinvio all’articolo di Davide Pozzi, “Prix de beautè: un titolo, due edizioni, quattro versioni”.

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Sangue Bleu – Nino Oxilia (1914)

Con il termine sangue blu si indicava, specie in passato, una persona nobile, e il nostro film ci porta proprio nell’ambiente della nobiltà di inizio ‘900. La Principessa Elena di Montvallon (Francesca Bertini), viene abbandonata dal Principe Egon (Angelo Gallina) stufo della gelosia della moglie. Bisogna dire che il Principe sembra essere piuttosto incline alle scappatelle. Per avere la podestà sul figlioletto, il nobile utilizza delle foto compromettenti di Elena assieme al violinista Jacques Wilson (André Habay), che in realtà lei sta accompagnando dalla madre ammalata. In effetti il musicista ha un debole per lei, e quando a Elena viene tolto il figlio, egli ne fa la sua amante. Le cose prendono una bruta piega: Jacques diventa dipendente dal gioco d’azzardo ed entra in combutta con l’usuraio Marillot. Questi lo convince, in cambio di soldi, a costringere Elena e recitare in uno spettacolo teatrale di bassa lega. La Principessa fugge e tenta di raggiungere il figlioletto, ma i due malfattori riescono a fermarla. Distrutta e incapace di pensare, la poveretta decide accettare la parte nello spettacolo. Durante la prima, però, Elena tenta di togliersi la vita con un coltello di scena. Il Principe Egon, venuto a conoscenza del dramma, torna dalla sua amata e le promette di non abbandonarla più.

Devo ammettere che il lieto fine mi ha lasciato spiazzato, non è diciamo una caratteristica tipica dei film italiani del genere. Probabilmente il merito va a Gugliemo Zorzi che ha scritto la sceneggiatura partendo dal soggetto di Alberto Fassini. L’importanza di questo film sta nell’aver di fatto eletto a diva Francesca Bertini, il simbolo di un’epoca, un’icona leggendaria che non riuscì a superare il passaggio al sonoro facendo posto ad altre “divine” come Greta Garbo. Chi legge questo spazio lo sa benissimo, ma dispiace vedere come la Garbo, appena citata, sia ancora conosciuta da tutti, mentre la Bertini sia di fatto caduta nel dimenticatoio per il cinefilo medio. Ma qui si rischia di andare fuori tema. Menzione speciale va a Nino Oxilia, il regista del film, un talento cristallino che dedicò al teatro e al cinema tutte le sue forze fino alla tragica morte che lo colse in guerra quando aveva da poco compiuto ventotto anni. Ne abbiamo già parlato, ma alla tristezza per i divi del muto dimenticati, si aggiunge anche quella di un talento cristallino che troppo presto ha smesso di farci sognare. Se si scorrono i nomi degli attori che hanno recitato Sangue Bleu, nessuno di essi ha superato l’epoca del sonoro. Forse Sangue Bleu è il simbolo di un’epoca passata e che non tornerà, il simbolo di quello che poteva essere ma non è stato. Ma non per questo le avventure della Principessa sono meno emozionanti e per certi versi attuali. Il vizio del gioco, la gelosia e l’abbandono, sono tutti temi che ancora oggi occupano le cronache dei giornali ma anche le sceneggiature dei nostri film. In Sangue Bleu queste vicende sono raccontate con delicatezza, e proprio per questo il lieto fine non avrebbe dovuto sorprendermi come invece ha fatto. Le drammatiche disavventure di Elena sono raccontate attraverso una fotografia attenta ma mai invasiva, curata da Giorgino Ricci e ben diretta da Nino Oxilia. Attraverso le luci ma soprattutto grazie alle ombre vengono raccontate le emozioni dei personaggi e in un certo senso accompagnano la loro evoluzione nel corso della storia. Per chi non avesse avuto la possibilità di vedere Sangue Bleu nel corso del Cinema Ritrovato 2014 rimando all’articolo scritto su Cinefilia Ritrovata ma soprattutto invito all’acquisto del dvd, che costa solo 9,90€, accompagnato splendidamente dal Maestro Daniele Furlati.

Il Focolare Domestico – Nino Oxilia (1914)

Il Focolare Domestico è un film molto interessante diretto da Nino Oxilia, che mostra qui una maturità invidiabile, a dispetto dei suoi venticinque anni. Una maturità precoce tipica, purtroppo, di chi è destinato a lasciarci troppo presto. Tra gli attori troviamo Dillo Lombardi ma soprattutto Maria Jacobini, musa e moglie di Nino Oxilia che la volle al suo fianco in più di un film. Anche qui, purtroppo, non ho informazioni precise su alcuni attori, quindi eviterò direttamente di inserire i nome dei protagonisti.

Un giovane, si innamora perdutamente di Granata, a cui fa continuamente regali costosi indebitandosi fortemente. A farne le spese sono i genitori di lui, specie quando, preso dalla smania di soldi, il giovane ipoteca la casa ad un perfido usuraio. Per sanare il debito, i genitori vendono dunque la casa di famiglia e tagliano completamente i contatti con lui. Quando Granata scopre la situazione cerca di correre ai ripari e grazie ad un piano intelligente raggira l’usuraio e si fà donare la casa. Nel tentativo di consegnare l’atto ai vecchi proprietari, la giovane viene uccisa dall’usuraio raggirato e muore tra le braccia del suo amato.

Sono rimasto molto capito da come Oxilia sia riuscito a dirigere gli attori, con profondità e molta sensibilità. Ottima la fotografia, specialmente quando il regista si diverte a giocare con luci e ombre, in particolare quando vi sono delle ostruzioni naturali che modificano il loro effetto sugli attori inquadrati. Per fare un esempio pratico nella filmografia di Oxilia, vediamo ad un tratto il personaggio femminile percorre una stanza buia illuminata dalla flebile luce lunare che penetra dall’esterno. Le inferriate della finestra modificano la proiezione della luce, che si riflette sul volto della protagonista lasciandolo in penombra. Il Focolare Domestico, ci arrivato grazie ad una copia conservata presso l’EYE Filmmuseum. Il film meriterebbe di essere editato in dvd magari in un cofanetto interamente dedicata a Nino Oxilia. Chissà che non sia presto possibile realizzare questo sogno.

Manifesto tratto da sito dell’EYE Filmmuseum, mentre l’immagine proviene da quello della Cineteca di Bologna

 

Cinema Ritrovato 2014 – Prime Anticipazioni Mute

Da qualche ora è uscita una prima anticipazione del programma del Cinema Ritrovato 2014 che prenderà il via il 28 Giugno per terminare il 5 Luglio 2014. Oltre a questo ci sarà un convegno dedicato ai 100 anni di Charlot che andrà dal 25 al 28 Giugno. Tra questi due eventi sono in programma circa 230 film muti. I film verranno presentati nelle seguenti sezioni: 100 anni di Charlot, documentari, 1914: il cinema cento anni fa, ritrovati e restaurati, William Wellman: tra muto e sonoro, Il Dottor Portegg, suppongo? – Le commedie di e con Rosa Porten, Werner Hochbaum: un uomo diviso, Germaine Dulac: un cinema di sensazioni, I 50 anni dell’Österreichisches Filmmuseum. Tutti i film muti saranno accompagnati da noti artisti e compositori come Neil Brand, Antonio Coppola, Daniele Furlati, Stephen Horne, Maud Nelissen, Donald Sosin, John Sweeney e Gabriel Thibaudeau. Ma andiamo all’elenco dei film finora annunciati.

Per il convegno Chaplin:

• Kid’s Auto Races in Venice (1914) di Charlie Chaplin
• A Night in the Show (1915) di Charlie Chaplin
• The Immigrant (1917) di Charlie Chaplin
• Shoulder Arms (1918) di Charlie Chaplin

Durante il Cinema Ritrovato 2014:
• Fantômas (1913) di Louis Feuillade
• Addio giovinezza (1918) di Augusto Genina
• Das Cabinet des dr. Caligari (Il gabinetto del dottor Caligari, 1920) di Robert Wiene
• Norrtullsligan (The Norrtull Gang, 1923) di Per Lindberg
• The Epic of Everest (1924) di Captain John Noel
• The Temptress (La tentatrice, 1926) di Fred Niblo
• Why Be Good? (1929) di William Seiter
• The Merry Widow (La vedova allegra,1925) di Erich Von Stroheim
• Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone
• Maudite soit la Guerre (1914) di Alfred Machin
• You Never Know Women (Maschere russe, 1926) di William Wellman
• Beggars of Life (1928) di William Wellman
• The Man I Love (1929) di William Wellman
• Wem Gehört das Kind? (1910) di Franz Porten
• Das Teufelchen (1917) di Franz Porten
• Zwei Welten (1929) di Werner Hochbaum
• Brüder (Brother,1929) di Werner Hochbaum
• Le Olimpiadi di Amsterdam (1928)