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Posts Tagged ‘Georges Charlia’

Naples au baiser de feu – Serge Nadejdine (1925)

naples-800x562Naples au baisier du feu, è stato uno dei film proiettati con la lanterna a carbone durante il Cinema Ritrovato e devo dire che mi è piaciuto davvero molto grazie alla sua maniera tutta particolare di raccontare la mia amata Napoli. Già le premesse sono bizzarre: si tratterebbe di un film francese, ma il regista Serge Nadejdine (Sergej Michajlovič Nadejdine|Сергей Михайлович Надеждин) è in realtà un Russo costretto, come tanti, a fuggire dal il regime sovietico. Di lui non si sa molto, probabilmente girò qualche film prima del suo arrivo in Francia, anche se non se ne hanno tracce. La storia di Naples au baiser de feu si basa sul romanzo omonimo di Auguste Bailly che ebbe un discreto successo all’epoca, tanto da ispirare poi una seconda trasposizione nel ’37 ad opera del nostro Augusto Genina. Comunque questo strano mix di culture ha dato vita a un film veramente molto bello in cui Napoli assume una dimensione a metà tra il cinema della Notari e quello dela Lombardo Film.

Antonio Arcella (Georges Charlia) è un violinista tanto squattrinato quanto dotato, la sua opera più importante è una taranta capace di scaldare il cuore di qualsiasi persona. Vive ormai da tempo nella casa di Pinnatucchio (Gaston Modot), una sorta di santone vestito col saio che guadagna denaro dando i numeri “vincenti” del lotto ai cittadini di Napoli. Ogni volta che qualcuno vince si ricorda del buon Pinnatucchio e gli regala qualche soldo. Due donne si intrecciano nel destino di Antonio: La prima è Sylvia d’Andia (Aline Dunin) una giovane marchesa straniera dalla salute cagionevole che ascoltando le note ispirate di Antonio si innamora di lui, dandogli ricche ricompense. Sulla strada della loro felicità ci si mette la giovane vedova Costanzella (Gina Manès), salvata una notte Pinnatucchio dalle avances molto esplicite del cognato. Il santone, spaccinadosi per frate disinteressato, ospita la giovane perché se ne è innamorato e fa promettere ad Antonio di non andarci a letto. Inutile dire che i due inizieranno un rapporto clandestino dandosi alla pazza gioia mentre Pinnatucchio dorme grazie a un potente sonnifero. Una notte il santone si sveglia prima del dovuto e scoprendo la tresca ha un forte attacco epilettico e si accascia a terra come morto. I due scappano e vivono di espedienti per qualche tempo: lei si unisce a un Don Giovanni locale come ballerina di taranta e Antonio, nonostante la gelosia, continua a suonare il suo violino in giro per i ristoranti. Intanto la giovane straniera, privata della musica del suo amato, si ammala gravemente. Un giorno Antonio e Costanzella litigano e lei, per provocarlo, torna dal Peppinuccio. Quando lui la raggiunge trova Peppinuccio ancora una volta in stato epilettico, questa volta per essere stato sedotto dalla ragazza. Lei invita il giovane ad un amplesso, Pinnatucchio si sveglia e, accecato dalla gelosia, accoltella la donna uccidendola. Atonio scappa e Pinnatucchio viene arrestato. Rotto l’incantamento della donna fatale lui si ricorda finalmente della giovane e torna da lei guarendola e andando a vivere con lei.

 

La storia contiene elementi molto forti ed espliciti, per questo non superò il visto della censura, all’epoca. Personalmente ho amato molto questa Napoli esoterica e dannata, che pur riabilitandosi nel finale con il lieto fine ha comunque degli elementi intensi del cinema della Notari che abbiamo imparato ad apprezzare in queste settimane. Il degrado, il sesso, la malattia e i sentimenti portati al loro eccesso portano i personaggi a scelte estreme. Tutto ruota ancora una volta intorno alla mala femmina, questa volta incarnata dal personaggio di Costanzella, che distrugge tutto quello che le capita per le mani. Paradigmatico, a riguardo, il fatto che Antonio si ricorderà della giovane Sylvia solo una volta morta Costanzella, quasi questa lo avesse realmente incantato rendendolo cieco a tutto il resto. Gli attori recitano in maniera prodigiosa, in particolare Gaston Modot capace di rappresentare un personaggio difficile e caratteristico come Peppinuccio, un falso frate che si guadagna da vivere dando i numeri e che pur con il saio finisce per dare più di un’attenzione alle ragazze che gli capitano a tiro. Capitolo a parte merita la fotografia, davvero ben curata e che rende omaggio alla magia della città di Napoli. Purtroppo il film non è edito in alcun formato e quindi non è possibile mostrarvi delle foto. Quelle che trovate qui le ho trovate sul web e sono foto tratte dall’evento del Cinema Ritrovato; purtroppo non conosco gli autori ma qualora si palessassero metterò volentieri i credits.

Naples au baiser de feu è un film che merita di essere visto e rivisto ma soprattuto riscoperto. Non poteva esserci film migliore per festeggiare un doppio evento: i 7 anni dalla nascita del blog e i 300 film recensiti. Viva Napoli ed evviva E Muto Fu!

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Miss Europa (Prix de beauté) – Augusto Genina (1930)

Lo scorso 23 Novembre al Cinema Trevi è stata proiettata la rarissima versione muta di Prix de beauté (1930) accompagnata dal vivo del Maestro Antonio Coppola. L’evento, già di per sé straordinario, ha dato vita ad uno splendido seguito perché quello che state per leggere sarà il primo articolo di Esse, nuovo acquisto per il blog che speriamo possa dar vita a tante altre recensioni di questo tipo. Vi lascio alle sue parole, buona lettura!

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Christies01È con una certa emozione che contribuisco per la prima volta ai contenuti di E Muto Fu, e tale emozione è motivata da almeno due ragioni: la prima è nella collaborazione con questo sito, che seguo da molto tempo e mi ha permesso di venire a contatto con film e autori che non conoscevo; la seconda è nell’oggetto di questo articolo, uno degli ultimi film di Louise Brooks, indimenticata icona degli anni ’20. La celebre diva del muto, conosciuta in Italia anche per avere ispirato la Valentina di Crepax, si esibisce qui in una delle sue migliori interpretazioni, offrendo un saggio delle doti che la resero celebre negli anni ’20 e la portarono da Hollywood in Europa. Qui Louise cercò di scrollarsi di dosso i ruoli da vamp e flapper che le offrivano solitamente in America e vi riuscì, dedicandosi a un cinema più “impegnato” che costituisce il motivo principale per cui oggi viene ricordata; è in particolare il sodalizio con Georg Pabst, regista austriaco, a regalarle i ruoli della vita, in film come “Il vaso di Pandora” (Die Büchse der Pandora) che le ha cucito addosso il personaggio di Lulù, e “Diario di una ragazza perduta” (Tagebuch einer Verlorenen). Meno famoso è invece “Miss Europa” (Prix de beauté), primo film sonoro dell’attrice, girato originariamente come un muto: da ciò l’esistenza di una versione sonora, più diffusa e conosciuta, e una più rara versione muta, il cui restauro è stato curato recentemente dalla Cineteca di Bologna. Quest’ultima versione, comparsa principalmente in festival a tema, non si presenta semplicemente come un clone di quella sonora; il film muto, infatti, propone un’esperienza diversa rispetto all’edizione sonora: tale differenza è data non solo dalla diversità connaturata tra i due film ma anche dal fatto che la versione muta sposta alcune sequenze in momenti diversi, il che conferisce alla storia un sapore differente (di questo “errore”, non imputabile alla volontà del regista o del produttore, parla Davide Pozzi nell’analisi citata alla fine del mio articolo). Per tale motivo non sarà inutile specificare che la descrizione che ne darò segue la versione muta.

Prix-de-beautéLa protagonista del film è Lucienne Garnier (Louise Brooks), una dattilografa fidanzata con Andrè (Georges Charlia), un uomo dalla mentalità molto chiusa. Annoiata dalla routine, Lucienne si candida al titolo di Miss Europa, e, attestandosi tra le finaliste, parte per la Spagna senza potere avvisare Andrè, ignaro di tutto. Una volta eletta Miss Europa, Lucienne viene circondata da uomini che le promettono ricchezza e successo; la sera stessa dell’elezione, la ragazza viene però raggiunta da Andrè che le impone un ultimatum: se non torna subito in Francia con lui, tra i due è finita. Pur tentata dalle offerte dei suoi corteggiatori, Lucienne decide di seguire il fidanzato, rinunciando per amore a ogni prospettiva di cambiamento. Nella sequenza successiva la troviamo così alle prese con alcune faccende domestiche: ormai è una donna sposata, perciò ha lasciato il lavoro e la sua unica occupazione è la casa; il suo unico svago è rispondere alle lettere dei fan, che le costa i rimproveri del marito.Un giorno Lucienne viene raggiunta da un ammiratore, che le propone di lavorare per la sua casa cinematografica; la ragazza lo respinge senza esitazioni, stracciando il contratto che le era stato offerto. Nei giorni seguenti però, Lucienne inizia ad avvertire sempre più il peso della routine e della meschinità del marito. Comincia così sempre più spesso a osservare i brandelli del contratto…

Senza arrivare al finale, che lascio scoprire al lettore, si può già accennare ad alcuni aspetti che distinguono la versione muta da quella sonora: in quest’ultima si cerca di sfruttare a pieno la novità rappresentata dal suono, e di frequente compaiono in scena strumenti di registrazione o riproduzione sonora, per la prima volta udibili dagli spettatori. Inoltre la protagonista canta spesso una canzone nel corso del film (“Je n’ai qu’un amour c’est toi”) e questa canzone, a seconda del momento, dà alla storia significati diversi fino alla struggente comparsa finale.

10859301_611202292341141_1587291292_nIn virtù degli effetti sonori, così come anche del leit motiv della canzone, l’edizione sonora probabilmente coinvolge maggiormente l’emotività dello spettatore. In aggiunta a questo, val la pena di osservare la differenza comportata dallo spostamento di alcune scene: Lucienne e Andrè vanno in un parco divertimenti dove si fanno scattare un foto-ritratto di coppia e Andrè si misura con altri uomini in un gioco di forza. Durante questa sequenza è evidente la crescente insofferenza della ragazza, sempre più consapevole dei riti borghesi a cui è costretta dalla sua posizione di donna; inoltre la regia è attenta a sottolineare la volgarità dell’ambiente frequentato dalla coppia, sia rappresentando gli schiamazzi della folla, che la serietà con cui gli uomini cercano di dimostrare il proprio “valore” attraverso un gioco da fiera. Ciò che è degno di nota è il fatto che mentre nell’edizione sonora tale sequenza è posta prima della partecipazione di Lucienne al concorso, nell’edizione muta la stessa sequenza compare dopo il matrimonio dei protagonisti, a rappresentarne parte della routine. In tal modo l’effetto che ne deriva è diverso: nella versione sonora tale sequenza spiega in parte la decisione della protagonista di candidarsi a Miss Europa, per sfuggire cioè a un ambiente e una vita che le appaiono gretti e a cui comunque sceglierà di tornare. Nella versione muta invece, collocando queste scene in seguito alla proposta che Lucienne riceve dal produttore, si comprende meglio il percorso mentale che compie la protagonista, dal rifiuto iniziale opposto al pretendente alla riconsiderazione della sua proposta. Si ha così una migliore panoramica della psicologia della protagonista nonché degli eventi che condurranno alla conclusione della storia. Il resto lo fa l’espressività di Louise Brooks, qui in una delle sue migliori interpretazioni: molto credibile nel ruolo di ragazza piena di entusiasmo e aspirazioni, costretta a ridimensionarle entrambe in nome dell’amore, ma non a dimenticarle del tutto. Encomiabile il lavoro compiuto dalla Cineteca nel recuperare questo film, conosciuto per lo più nell’edizione sonora, dando così occasione ad appassionati e non di vedere uno dei film migliori di Augusto Genina; assai emozionante anche perché tra le ultime prove attoriali di Louise Brooks, di lì a poco emarginata dallo star system in quanto modello di donna anticonformista che mal si conciliava con le più rassicuranti dive anni ’30.

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Approfondimenti: Per ulteriori informazioni sul cosmopolitismo tematico e produttivo del film rinvio alla lettura di “Prix de beauté as a Multiple Intersection” di Malte Hagener (in inglese) mentre per un’analisi storico-filologica sulle molteplici versioni del film rinvio all’articolo di Davide Pozzi, “Prix de beautè: un titolo, due edizioni, quattro versioni”.

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