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Dollari e fracks (Emilio Ghione, 1919)

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Inizialmente diviso in quattro episodi, La X di un delitto, La mano guantata, I quaranta pugnali, La sedia elettrica, a tutt’oggi ci rimane solamente un frammento di durata non superiore ai dieci minuti dell’ultimo episodio di cui faccio qualche osservazione.

L’azione della censura fu in Dollari e fracks massiccia e particolarmente esigente e molti altri imprevisti ne rallentarono la produzione; nelle ultime pagine di Memorie e Confessioni (15 anni d’Arte Muta) (le memorie pubblicate a puntate dallo stesso Ghione sulla rivista “Cinemalia” dal 1928 al 1929), ad esempio,vi è un aneddoto che coincide con gli ultimi quadri di La sedia elettricae che illustra gli ultimi e faticosi momenti di lavorazione. Il ruolo del Gran Paralitico, villain di Dollari e fracks, affidato ad Amilcare Taglienti, è per Ghione inizialmente motivo di orgoglio, in quanto ritiene Taglienti perfetto per quella parte. L’improvvisa richiesta di Taglienti di un aumento di stipendio, per conto di Enrico Fiori, manda Ghione su tutte le furie e, con una punta di orgoglio che sempre lo contraddistingue, decide che La sedia elettrica può benissimo essere conclusa anche senza di lui. Per questo motivo lo sostituisce brutalmente con un fantoccio, facendo morire il Gran Paralitico, eppure inspiegabilmente Taglienti avrà parti importanti in Senza pietà (1921) e La Maga e il Grifo (1922). Secondo Vittorio Martinelli vi sarebbe dovuta essere una risoluzione finale tra il GranParalitico e Za la Mort. Ciò non avviene, chiaramente, anzi, gli ultimi quadri mostrano Za la Mort di spalle, barcollante, con le mani al cielo in campo medio in una scena con camera fissa dalla durata di ben quindici secondi.

dollariefracksCon un Ghione visibilmente invecchiato, dal sorriso tirato, non più spontaneo e dai movimenti molli, non più rigidi e scattanti, tipici dell’andatura felina da apache, Dollari e Fracks dichiara la stanchezza di trovarsi e riconoscersi nei panni di Za la Mort, come d’altronde afferma in uno sfogo nelle Memorie: “Ero disgustato, nauseato di fare Za la Mort”. Dai dieci minuti si desume anche una certa difficoltà a livello registico, quale l’esplosione che di drammatico ha ben poco e i poco fluidi movimenti di macchina che sono sostituiti da semplici chiusure e aperture di tendine a iris; un confronto evidentissimo si può fare con l’illustrazione di Zigomar, ladro criminale, apparso per la prima volta in Francia nel 1909, seduto a un tavolo incappucciato di rosso con alle spalle la Z e il Gran Paralitico/Fantoccio con un teschio e due serpenti.

Dollari e Fracks non ha, dicevo, altrettanta fortuna con la censura, che inizialmente non approva il nullaosta poiché “si pone in ridicolo la polizia nelle persone di agenti regolari degli Stati Uniti Americani” e in seguito approva dopo aver provveduto a tagli e sostituzioni di titoli. Addirittura i ritagli dello scarto, vengono consegnati a Ghione in una scatola separata.

Dopodiché la produzione dei film di Za la Mort sembra subire un rallentamento; troviamo successivamente, sempre con Emilio Ghione alla regia, Il quadrante d’oro (Fert, 1922), Zalamort der Traum der Zalavie(F.A.J.-National, Berlin, 1922) e Ultimissime della notte (Alba-Film, 1924), ma la vitalità non è più quella di prima.

Il frammento del quarto episodio di Dollari e fracks è fruibile sul database ufficiale online del Museo Nazionale del Cinema di Torino ed è inoltre archiviato al Nederlands Filmmuseum di Amsterdam.

Fonte: Denis Lotti, Emilio Ghione L’ultimo apache. Vita e film di un divo italiano, Bologna, Cineteca di Bologna, 2008.

Emilio Ghione, Scritti sul Cinematografo. Memorie e confessioni (15 anni d’Arte Muta) seguito da “La Parabola del cinema italiano”, Denis Lotti (a cura di), Roma, AIRSC/Cattedrale, 2011.

Dollari e fracks / Emilio Ghione. – Soggetto e sceneggiatura: Emilio Ghione. – Italia: Itala Film, 1919. – Con Emilio Ghione, Kally Sambucini, Oreste Bilancia, Amilcare Taglienti, Ria Bruna, Léonie Laporte / Lunghezza: La X di un delitto, metri 1458. La mano guantata, metri 1237. I quaranta pugnali, metri 1550. La sedia elettrica, metri 1130.

Visto di Censura: 14325, 1 luglio 1919. Stato: parzialmente sopravvissuto (frammento da La sedia elettrica).

 

 

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Pinocchio – Giulio Antamoro (1911)

cinespinocchioA pochi anni di età ero capace di ripetere a memoria il primo capitolo di Pinocchio per quanto ne ero appassionato. Le lunghe ed estenuanti sessioni di aerosol erano mitigate dalla pazienza di mia madre che mi leggeva le avventure del simpatico burattino inventato da Collodi. Forse anche fomentato dal cortisone che assumevo per combattere l’asma, ero davvero pestifero, aggiungiamo a questo una magrezza eccessiva ed ecco che anche mentalmente mi associavo a Pinocchio! La mia edizione di riferimento è stata quella con le illustrazione di Attilio Mussino uscita, dopo un lavoro iniziato nel 1908, nell’aprile 1911 in occasione dell’Expo di Torino. Nel novembre dello stesso anno, dopo un lavoro di realizzazione durato pochi mesi, esce per la Cines questa versione cinematografica di Pinocchio che a mio avviso prende ispirazione a piene mani dalla nuova iconografia lanciata da Mussino. Il film segue a tratti piuttosto fedelmente il romanzo originale per poi perdersi in stramberie però piuttosto divertenti. Nei panni del burattino più celebre della letteratura italiana troviamo Polidor, interpretando il ruolo meglio di tanti altri attori che lo hanno poi succeduto.

La storia di Pinocchio la conosciamo tutti: Geppetto (Augusto Mastripietri) decide di tirar fuori da un pezzo di legno un burattino dandogli il nome di Pinocchio (Polidor). Questi si rivela un vero biricchino iniziando a fuggire e combinando talmente tanti guai da far finire il padre in prigione. Partirà quindi per una serie di avventure durante le quali conoscerà tanti personaggi indimenticabili, da il gatto e la volpe, alla Fata Turchina (Lea Giunchi) e il monello Lucignolo (Natalino Guillaume), che lo portaranno infine a diventare un bambino vero.

Alla trama standard, qui piuttosto ridotta e in certe parti presentata in ordine differente rispetto al romanzo di Collodi, si aggiunge un divertente intermezzo durante il quale Pinocchio, partito a nuoto per sfuggire dalla cattura dopo essere evaso dal carcere della città di Acchiappa-Citrulli, si ritrova ad essere inseguito da una parte da una balena, in cui ritroverà il padre, e dall’altra da temibili indiani americani (sic!). Saranno proprio gli indiani a uccidere la balena e far uscire Geppetto e il burattino dalla sua pancia non dopo averli catturati. Qui accade l’incredibile: Pinocchio viene considerato una divinità e fatto Re, così decide di liberare il padre per poi scappare. Viene inseguito dai suoi adoratori fino a che non incontra una truppa di soldati canadesi che fanno strage di indiani e rimandano indietro Pinocchio sparandolo da un cannone. Questo intermezzo delirante mi ha lasciato totalmente spiazzato perché oggi appare totalmente privo di logica!

Nonostante questo ho trovato il film molto carino e divertente, forse una delle migliori trasposizioni del romanzo che sia stata fatta in assoluto. Polidor dona a Pinocchio una verve burattinesca che forse solo il muto poteva riuscire a rendere così simile a quella che era nel mio immaginario la sua indole.

 

Il film ha trovato una nuova dimensione grazie al restauro in 2k del MIC LAB e all’edizione in dvd edita dal Museo Interattivo del Cinema stesso. Unica nota a mio avviso negativa risiede nella sonorizzazione ad opera del gruppo spagnolo “Miclono”, molto “elettronico” e a tinte fosche che davvero male si armonizza con lo spirito del film. Sinceramente ho tolto l’audio e messo qualche pezzo di Joe Venuti che si è sposato benissimo con le immagini. Mi diverte davvero tanto vedere come a volte mettendo dei brani a caso essi possano rivelarsi più calzanti di sonorizzazioni fatte ad hoc!

‘A Santanotte – Elvira Notari (1922)

santanotte2Concludiamo la rassegna sui film di Elvira Notari con ‘A Santanotte, film preferito da Alessia in questa sezione del Cinema Ritrovato e che io invece metto in seconda posizione in classifica dietro è Piccerella. Entrambi i film sono del 1922 e hanno come protagonisti gli stessi attori: Rosé Angione e Alberto Danza. Immancabile, come sempre, Eduardo Notari sempre come Gennariello qui presentato come “Guaglione ‘e core”. Come sempre la Notari trae ispirazione da una canzone napoletana, in questo caso scritta da Eduardo Scala e Francesco Buongiovanni.

Nanninella (Rosé Angione), è una giovane cameriera laboriosa che si vede regolarmente portare via i soldi dal padre alcolizzato. Un giorno Tore Spina (Alberto Danza) e il suo amico Carluccio soccorrono la ragazza mentre viene malmenata del genitore scontento perché lei non gli ha portato da bere. Entrambi si innamorano subito di lei. L’amicizia verrà quindi rotta dalla gelosia: chi sceglierà Nanninella? Il prescelto è Tore e così Carluccio pianifica un subdolo piano per portargli via la ragazza. Prima corrompe il padre di lei pagandogli una giorno da bere, tanto che lascia il lavoro di lustrascarpe che faceva con Gennariello (Eduardo Notari). La condizione per continuare quel rifornimento di alcolici è che l’uomo rifiuti di concedere a Tore la mano della figlia. Visto che neanche questo serve a rompere l’unione tra i due ragazzi, Carluccio si spinge oltre. Durante una discussione tra Tore e il padre di Nanninella, Carluccio colpisce il padre da lontano facendolo precipitare in mare. Questi muore e Carluccio testimonia contro l’amico mandandolo da innocente in carcere e creando mille pene alla povera madre (Elisa Cava). Gennariello scopre però la verità e la annuncia a Nanninella che, per averne conferma, accetta di sposare Carluccio. Gennariello cerca di evitare l’estremo sacrificio della ragazza e aiuta Tore ad evadere dal carcere, ma non fa in tempo: Carluccio sposa Nanninella e le confessa quanto ha fatto e di fronte all’odio profondo manifestato dalla sua amata perde la ragione e la accoltella. Tore giunge allora alla casa di lei senza sapere cosa è accaduto

Tu si’ scesa, finalmente. Mme sentive?
E dimmello: cu chi stive?
Dimme ‘o nomme, primma ‘e mo.

Ma tu cade? Staje gelata.
Parla… Ah! E’ sango ‘mpiett’a te.
Mme ll’ha accisa ‘o scellarato:
morta io ‘a stregno ‘mbracci’a me.

Poveru core,
t’hanno spezzato.
‘Sta Santanotte
mo ll’ha da avé chi more!

 

Il finale è tragico: Nanninella muore tra le braccia di Tore che corre in casa assetato di vendetta. Questa, però, non potrà essere compiuta perché il suo vecchio amico è ormai completamente uscito di senno. Di fronte all’impossibilità di porre rimedio a quanto accaduto tutto ciò che resta è la più cupa disperazione. La Notari con ‘A Santanotte esce dai suoi schemi ricorrenti: non ritroviamo più la mala femmina che distrugge l’animo del povero malcapitato innamoratosi di lei, ma siamo di fronte a una vera e propria storia d’amore sincera, purtroppo tormentata dalla gelosia e dai vizi altrui. I personaggi acquisiscono così un notevole spessore e la vicenda risulta decisamente coinvolgente. Contorno della vicenda è come sempre Napoli, ripresa con un occhio di riguardo che solo chi conosce e ama la città partenopea può avere.

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Vedi Napule e po’ mori! – Eugenio Perego (1924)

vedinapuleVedi Napule e po’ mori! è un titolo che sembra rimandare al cinema di Elvira Notari, fatto di sangue e passionalità. Sembrerebbe, e invece questo film è proprio l’opposto: prodotto dalla Lombardo Film e uscito nel 1924 questa è la proposta del regime per un nuovo cinema napoletano da esportazione che sappia portarsi dietro un’idea di Italia bella e senza ombre. Protagonista del film è Leda Gys il cui personaggio, Pupatella, già dal nome si differenzia dalle “male femmine” che abbiamo imparato a conoscere durante il Cinema Ritrovato.

Billy (Livio Pavanelli) è un produttore americano che è in Italia per girare un film. Quando cerca la protagonista femminile si imbatte nella bella e spontanea Pupatella (Leda Gys), di cui presto si innamora. Finito il film le propone di andare con lui negli Stati Uniti perché è certo che lei possa fare strada nel cinema internazionale. La ragazza lascia così il povero padre pescatore e il fratello (Nino Taranto) per imbarcarsi verso il nuovo continente. Una volta lì sente nostalgia di casa e instaura così una relazione di amicizia con un sua conterraneo, sposato e con figli, che gli insegna l’inglese. Billy pensa che lei abbia una relazione con l’uomo e, pieno di gelosia, la scaccia. Tornata a Napoli, Pupatella perde il suo proverbiale sorriso, entra in depressione e si indebolisce sempre più. Inevitabile il lieto fine…

In questo film tutti vogliono bene a Pupatella, una sorta di raggio di sole per parenti e amici, capace di far cambiare umore a chiunque. Che bella la vita a Napoli tra sole cuore e amore! Il film è decisamente più stucchevole e banalotto rispetto a quanto visto in precedenza, ma il mio affetto per la Gys mi spinge a dargli comunque una sufficienza piena. Essendo un film da esportazione non mancano i momenti di festa in cui vediamo processioni con lanci di coriandoli e suonate.

L’Avarizia – Gustavo Serena (1918)

avarizia3L’avarizia, presentato durante il Cinema Ritrovato 2018, è uno dei capitoli della serie sui Sette Peccati Capitali (1918-1919) prodotto dalla Bertini Film e dalla Caesar Film di Roma che vedeva come protagonista assoluta la diva Francesca Bertini. Trovare informazioni su questi film nella letteratura generica è piuttosto difficile, complice una riscoperta tardiva del fondo e la mancanza di una distribuzione home video. I film sono stati ritrovati nella Cineteca di Praga (Národní filmový archiv) in due versioni: una con intertitoli in ceco e una in tedesco per le minoranze locali. La serie fu esportata nell’allora Cecooslovacchia negli anni ’20 ed ebbe un notevole successo. Tutti i capitoli dei Sette peccati capitali vennero presentati nella loro versione restaurata durante il Cinema Ritrovato 2003 in una sezione interamente dedicata alla Bertini. A distanza di 15 anni, in occasione del centenario della serie, si è deciso di riproporre l’avarizia come capitolo simbolo, in attesa forse di proporne altri il prossimo anno.

Riporto la trama ampliando quella scritta per Cinefilia Ritrovata: La vicenda narra della storia d’amore tra Maria Lorini (Francesca Bertini) e il giovane Luigi Bianchi (Gustavo Serena). Entrambi vivono a stretto contatto con l’avarizia: lei ha una zia malata che nonostante stia sempre a letto si fa consegnare lo stipendio che la ragazza guadagna come sarta; il padre di lui (Franco Gennaro) ha messo da parte una fortuna come usuraio ma nasconde i proventi di questo sporco guadagno fingendosi povero. Quando il padre di Luigi scopre la loro relazione si mette d’accordo con il Conte Poretti (Alfredo Bracci), che desidera la ragazza, per farli allontanare. Con una messa in scena fanno credere a Luigi che Maria lo tradisca. La zia muore di crepacuore e Maria scopre gli averi che aveva tenuto nascosti. Con il denaro decide di aprire la sua casa di moda ma presto si ritrova piena di debiti. Il conte si fa quindi avanti e, fingendo di considerarla una sorta di sorella, le offre di prestarle il denaro necessario a portare avanti l’attività. Una sera Poretti, stufo dei continui rifiuti della ragazza, cerca di violentarla e Maria lo uccide con un colpo di pistola. Viene quindi imprigionata e uscita dal carcere inizia a frequentare posti poco raccomandabili, bevendo, fumando e forse vendendo il suo corpo. Il padre di Luigi muore e, pentendosi, rivela al figlio quanto successo a Maria. Finalmente libero da preoccupazioni economiche Luigi riesce a rintracciare la giovane e salvarla dalla sua misera condizione.

Avarizia4Il personaggio interpretato dall Bertini, nella migliore delle tradizioni melodrammatica, è il centro della vicenda: tutto quello che accade intorno a lei la porta vorticosamente verso la perdizione. La giovane Maria non ha colpa di quanto accade, ma è l’avarizia e la lussuria altrui che la trascinanano verso un baratro di declino morale apparentemente senza via d’uscita. Fortunatamente la provvidenza ha in serbo un futuro felice per i due giovani innamorati, che con la morte dei peccatori potranno finalmente sposarsi e vivere insieme. Il film è ben costruito e diretto, la Bertini riesce ad accentuare l’evoluzione della situazione del suo personaggio passando da uno stile recitativo posato a uno più teatrale e ricco di gestualità nelle scene finali. Non mancano elementi involontariamente comici come la rivelazione della vera natura del Conte Poretti, che non era affatto un nobile ma un truffatore il cui vero nome era Porchetti (sic!). Se la cosa a un pubblico cecoslovacco poteva non far ridere, mi risulta difficile che una simile ingenuità potesse essere indifferente al pubblico nostrano!

Non posso che invitare chiunque possa a recuperare presso le cineteche questo e gli altri film della serie, nella speranza che presto possa uscire in edizione home video o digitale.

Elvira Notari: un amore selvaggio e due raccolte di frammenti

amore_selvaggio-300x290Un amore selvaggio (1912) è un cortometraggio ambientato in campagna che mostra alcune delle tematiche principali del cinema di Elvira Notari. I protagonisti sono due fratelli, Giuseppe (Raffaele Viviani) strafottente scansafatiche e Carmela (Luisella Viviani), laboriosa e ligia al dovere. Il primo, dopo numerosi richiami ,viene licenziato e invita la sorella ad andare via con lui. Ma Carmela è innamorata del suo padrone Alessandro (Giovanni Grasso) e nella speranza di riuscire a conquistarlo rifiuta. Giuseppe vorrebbe vendicarsi sul capo e di notte si intrufola nel podere per ucciderlo ma Carmela riesce a farlo ragionare e lo allontana. Ma la situazione di stallo non durerà a lungo: Carmela cerca di baciare Alessandro che la rifiuta. Convinta che lui non la voglia perché stregato dalla sua amante, prova ad avvelenarla senza successo, ma viene scoperta e allontanata. Desiderosa di vendetta fa credere a Giuseppe di essere stata disonorata dal padrone e lo incita ad ucciderlo. Nel tentativo di seguire il fratello cade in un burrone e si ferisce, venendo soccorsa proprio dalla ragazza di Alessandro. Verrà colpita dalla sua gentilezza e facendo fondo a tutte le forze rimaste correrà nel luogo dell’agguato per evitare che Giuseppe compia un ingiusto omicidio.

I due protagonisti, fratelli anche nella vita, sono stati anche due personalità importanti della napolitanità. Raffaele in particolare mostrò una certa capacità di spaziare tra le arti ottenendo successo come attore di teatro, cantante ma anche come poeta e paroliere. Qui entrambi danno il meglio di loro facendosi interpreti dell’anima animalesca del cinema della Notari, mosso da passioni talmente forti da non essere controllabili. Così i due fratelli che in apparenza sembrano così diversi (uno scansafatiche e strafottente, l’altra diligente e affabile), si ritrovano uniti dall’estrema passionalità che porta nel punto di incontro nella pianificazione della morte del loro padrone. Diversamente da altri film della regista italiana, qui abbiamo però un insperato lieto fine, con il ravvedimento di Carmela e il salvataggio in extremis di Alessandro.

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Napoli2L’Italia s’è desta (1927) è un montaggio che unisce alcuni frammenti non identificati con protagonista Eduardo Notari. Nel primo estreatto il giovane si ritrova intrappolato tra le grinfie di una ragazza che ne mina l’integrità. Nel secondo il ragazzo si è arruolato per la guerra e prima di partire si gode il dolce affetto dei vecchi genitori e della sua fidanzata. Molti dei frammenti presentati sono a colori, una delle caratteristiche che resero molto popolare il cinema della Notari.

 

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Napoli3Stessa tipologia di film è Napoli sirena delle canzoni (1929), composta da numerosi frammenti con Eduardo Notari figura centrale, come suonatore o ragazzo geloso. In alcuni estratti lo vediamo nel ruolo del ragazzo stregato dalla mala femmina di turno, mentre ruba di nascosto il denaro alla vecchia madre. Non mancano scene di festa e processioni. Anche qui numerosi frammenti sono colorati.

È Piccerella – Elvira Notari (1922)

lapiccerella“ma non vedi che è piccolo?”. Quante volte è capitato di trovarci davanti dei genitori che permettono tutto ai figli giustificandoli con questa frase? Così avviene anche nel primo film di Elvira Notari proiettato durante il Cinema Ritrovato 2018. È Piccerella è un film crudo, che ci catapulta in una Napoli d’altri tempi passionale e vera come nessuno prima di allora aveva saputo raccontarla in ambito cinematografico. Come sempre la Notari si ispira a una canzone, in questo caso è proprio “è piccerella” con versi di Libero Bovio e musica di Salvatore Gambardella:
‘A mamma ha ditto: “Oje ni’, saje che te dico? E’ strappatella e nun capisce ancora. Te tratta, ch’aggi’ ‘a di’, comm’a n’amico, meglio ‘e n’amico, comm’a frate e sora.
E’ piccerella, è n’anema ‘nnucente e nun capisce niente.”

Tore (Alberto Danza) è un onesto lavoratore, sempre puntuale e preciso. Gestisce una piccola attività con la madre (Elisa Cava) e il fratello Gennariello (Eduardo Notari). Un giorno, però, incontra la bella Margaretella (Rosé Angione), una “mala spina” che con il suo fascino riesce a corrompere anche l’animo più puro, giustificata dalla madre che la considera ancora una bambina. Tanti ce ne sono stati prima di Tore ad essere inguagliati dalla bella moretta, dissipando di volta in volta denaro e orgoglio per farla contenta. Uno di questi, un malavitoso locale, non si è però dato pace e continua insistentemente ad andarle dietro minacciando più volte Tore. Quest’ulimo, intanto, pur di soddisfare i vizi della sua amata, inizia a sperperare i soldi di famiglia e smette di pagare le rate per gli strumenti di lavoro che gli vengono così sequestrati. L’incantesimo della Piccerella è così forte che Tore arriva a rubare in casa pur di poterle dare quanto vuole. La mamma di Tore si ammala gravemente ed è in letto di morte e vuole vedere il suo primogenito: Gennariello parte dunque alla sua disperata ricerca e lo trova ferito gravemente dopo lo scontro a fuoco con il suo rivale in amore. Lo porta dalla madre poco prima che lei spiri. Matura quindi in Tore il desiderio di vendetta che lo porta ad uccidere Margaretella durante una processione. Viene catturato e messo in carcere ma anche lì non riesce a liberarsi della sua Piccerella che gli appare continuamente in visione.

 

Quello che colpisce di questa vicenda è la brutalità che riesce a mettere in scena. Quando avviene l’omicidio, il volto di Tore è trasfigurato dalla rabbia; il personaggio è entrato in uno stato bestiale al termine di un processo di corruzione che lo ha portato a fare tutto quello che riteneva sbagliato pur di appagare gli insaziabili capricci della sua Maragaretella. Si contorce, urla, spalanca la bocca come a voler mordere la sua preda, vorrebbe infierire ancora sul cadavere della donna che l’ha portato a distruggere la sua anima. Una reazione così scomposta e, per certi versi umana, raramente si può vedere in un film muto italiano, in cui il dolore e la sofferenza, per quanto esasperati nella gestualità, mantengono comunque una sorta di compostezza. Ma è proprio questa caratteristica a far emergere il cinema della Notari rispetto ai suoi contemporanei, che diventa un primo passaggio verso quel cinema neorealista che prenderà forma solo nel dopoguerra. Se per noi, quindi, il cinema della Notari è ricco di spunti ed interessi, non era invece così amato dal regime, che appena possibile cercò di sostituire questa Napoli ferina ad una raggiante e priva di ombre come in Vedi Napule e po’ mori di Perego (1928), di cui parleremo nei prossimi giorni. Un’altra caratteristica dei film della Notari è l’attenzione al folklore locale, con la presenza di tante processioni e feste patronali, ma anche quella di variare molto la lingua delle didascalie che spazia dall’aulico al napoletano (vedi sotto).

Al Cinema Ritrovato abbiamo potuto vedere il film nella versione musicata da Enrico Melozzi su commissione di ZDF/ARTE. Inizialmente ero spiazzato perché gli arrangiamenti, rigorosamente in musica napoletana, sembravano quasi messi in ordine casuale, ma in realtà è stato fatto un lavoro davvero certosino, in particolare durante una serenata durante la quale si è tentato di ricostruire il parlato con un risultato davvero eccezionale. Speriamo che questa versione sia presto disponibile per il mercato home video, dando modo al film di uscire dalla sua nicchia e portare alla riscoperta di una Napoli antica e perduta ma che è capace, ancora oggi, di emozionare e ferire. Nel film non ci sono vincitori, ma solo vinti: è un vero pugno nello stomaco che non lascia speranza per il futuro ma solo ombre e dannazione.