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Posts Tagged ‘Gaumont’

I Tre Moschettieri (Les Trois Mousquetaires) – Henri Diamant-Berger (1921)

aprile 23, 2012 1 commento

Nello stesso anno della celebre trasposizione dei Tre Moschettieri con Douglas Fairbanks nella parte di D’Artagnan e Fred Niblo alla regia si preparava, in Francia, uno splendido sceneggiato in puntate sullo stesso argomento. La direzione venne affidata a Henri Diamant-Berger (che curò anche la sceneggiatura), uomo di punta della Pathé che sperava di sfruttare le sue capacità di regista per battere la concorrenza delle altre case, Gaumont tra tutte. Per fare questo a Diamant-Berger venne affidata la cifra record di 2.500.000 franchi con cui ingaggiò il celebre architetto e designer Robert Mallet-Stevens nonché Paul Poiret per i costumi. Il cast era composto da attori che erano riusciti a farsi un nome a teatro o in altre produzioni francesi.

Il film originariamente era costituito da 12 episodi della durata di un’ora ciascuno trasmessi in più di 60 sale ogni settimana, cosa incredibile per l’epoca. Recentemente il nipote del regista, al fine di creare un’edizione restaurata, poi pubblicata in DVD, rimise mano alla pellicola ottenendo a 14 episodi di 25minuti circa per la durata totale di circa sei ore e mezza (NDR il che giustifica parzialmente la mia lunga assenza). Ecco la lista degli episodi :

  1. L’Auberge de Meung
  2. Les Mousquetaires de M. de Tréville
  3. La Lingère du Louvre
  4. Pour l’honneur de la Reine
  5. Les Ferrets de diamant (1)
  6. Les Ferrets de diamant (2)
  7. Le Bal des Echevins
  8. Le Pavillon d’Estrées
  9. Les Conquêtes de d’Artagnan
  10. L’Auberge du Colombier Rouge
  11. Le Conseil des mousquetaires
  12. Milady prisonnière
  13. Le Couvent de Béthune
  14. La Vengeance des mousquetaires

Come ben noto la storia narra le vicende del giovane guascone D’Artagnan (Aimé Simon-Girard) che assieme ai suoi tre amici moschettieri, Athos (Henri Rollan), Porthos (Charles Martinelli) e Aramis (Pierre de Guingand), difendono la Regina Anna (Jeanne Desclos) dai loschi piani del Cardinale Richelieu (Edouard de Max), Milady de Winter (Claude Mérelle) e il Conte di Rochefort (Henri Baudin). I nostri eroi potranno contare sull’aiuto dei loro aiutanti Planchet (Armand Bernard), Grimaud (Louis Pré Fils), Bazin (Antoine Stacquet) e sull’amore della bella Costanza Bonacieux (Pierrette Madd).

Il successo fu molto grande tanto che ne venne girato il seguito, “Vingt ans après” (1922), e un remake sonoro del 1932 in cui compaiono lo stesso regista e molti degli attori presenti in questa versione muta. Diamant-Berger si ritaglia un posto importante nella storia del cinema francese per l’introduzione del cinema di marketing, con l’introduzione di presentazioni del film e making of. Inoltre in contemporanea con la distribuzione nelle sale, faceva in modo che i giornali pubblicassero il testo dei Tre Moschettieri.

Nel 2002 è uscita in DVD una edizione restaurata, in lingua francese, edita dalla TF1 Vidéo, con tanti contenuti speciali (tra cui il making of) e una accattivante colonna sonora scritta da Gréco Casadesus nel  1995 in occasione del restauro operato dal nipote di Diamant-Berger. Caratteristica della versione restaurata, che doveva per forza di cose limitare lo spazio, è la totale assenza di intertitoli. Le didascalie esplicative vengono sostiuite da una voce fuori campo e i dialoghi riportati direttamente sul video attraverso sottotitoli. Nel complesso il restauro risulta assolutamente ben fatto e riesce a dare corpo e modernità a questa splendida trasposizione. Il cofanetto è facilmente trovabile ad un prezzo che si aggira attorno ai venti euro, che vi assicuro sono davvero ben spesi.

Il cantante Jazz (The Jazz Singer) – Alan Crosland (1927)

ottobre 18, 2011 5 commenti

The Jazz Singer è noto alla storia come “il primo film sonoro della storia del cinema“. Vi starete forse chiedendo perché allora dovremmo parlarne in questo spazio, ma in realtà di sonoro questo film ha ben poco. Ma partiamo dall’inizio: la Warner Bros., celebre casa di produzione cinematografica, era nata da poco e non navigava certo in acque tranquille. All’epoca erano giganti come la MGM, Universal e la Paramount a mietere successi, lasciando poche briciole a chi si affacciava sul mondo del cinema. La Warner decise quindi di lanciarsi in una scommessa a dir poco straordinaria, acquistando, nel 1925, la Vitagraph e mettendo a punto, assieme alla Western Electric, il sistema sonoro Vitaphone. Qui entra in gioco Alan Crosland, uno dei più apprezzati registi dell’epoca, noto per la sua capacità di mettere in riga gli attori più ingestibili e per il suo amore per la sperimentazione e le nuove sfide, a cui la Warner affida la direzione dei primi film che sfruttano il Vitaphone. Il sistema Vitaphone, che in realtà si ispirava ad uno precedente utilizzato della Gaumont, consisteva nel collegare la macchina da proiezione ad un giradischi che girava a 33giri al minuto per un totale di trecento metri di pellicola coperti dall’eventuale sonoro. Unica grande pecca del sistema era che la perdita di un solo fotogramma poteva portare l’audio fuori sincrono rispetto al video. Il primo lavoro messo a punto utilizzando questo sistema è “Don Giovanni e Lucrezia Borgia” (Don Juan) del 1926 con John Barrymore e Mary Astor. In questo film però non vi erano dialoghi parlati, ma solo la colonna sonora era pre-registrata e trasmessa assieme alla pellicola.

Dopo il successo di questo primo esperimento Crosland e la Warner decidono che è giunto il momento di realizzare il primo film sonoro: The Jazz Singer. In realtà il sonoro si limita alle canzoni e ad alcuni brevi scambi di battute, ma è innegabile la svolta epocale che questa piccola rivoluzione aveva portato. La maggiorparte del film risulta invece un normalissimo muto con tanto di didascalie (e questo è il motivo per cui il film compare in questo spazio). Per avere il primo film interamente parlato si dovrà attendere ancora un anno con Lights of NewYork, della stessa Warner. Come attore protagonista di The Jazz Singer venne scelto Al Jolson, celebre cantante nato nell’attuale Lituania da una famiglia ebrea costretta ad emigrare in America. Jolson, seguendo una moda che si protraeva dalla fine dell’ottocento, era solito cantare con il viso truccato di nero (blackface), cosa che farà anche all’interno del film. Grazie alla sua interpretazione in questa pellicola e nel successivo The Singing Fool, il cantante acquisterà una fama incredibile che gli permetterà di essere il primo interprete a vendere più di dieci milioni di dischi.

Jakie (Al Jolson), figlio del Cantore ebraico Rabinowitz (Warner Oland), decide di non seguire la tradizione di famiglia per fare il cantante Jazz. Nonostante il tentantivo di mediazione della madre Sara (Eugenie Besserer), che comprende i bisogni del figlio, Jakie è costretto a fuggire di casa di fronte al netto rifiuto del padre. Gli anni passano ed il nostro eroe canta sotto il nome di Jack Robin. Grazie all’aiuto della ballerina Mary Dale (May MacAvoy), Jack riesce ad ottenere parti sempre più importanti fino alla consacrazione a Broadway. Ma la sua brama di successo dovrà scontrarsi con un duro scoglio e presto sarà costretto a scegliere tra la carriera e la propria famiglia…

Un film bello, scansonato, ma anche drammatico, che trasuda la mentalità americana della fine degli anni venti. Il sonoro, poi, è una punta di colore salvifica per un film che avrebbe avuto altrimenti una trama e uno svolgimento alquanto banali. Al Jolson interpreta con una carica irrefrenabile le canzoni, tra movenze ed espressioni che fanno sorridere ed appassionare. L’utilizzo del trucco blackface viene da alcuni additato come esempio del razzismo imperante all’epoca. Il trucco doveva riprodurre in maniera molto stilizzata il nero americano delle piantagioni, come una sorta di macchietta comica. Non si può negare la natura razzista e minimalista con cui venivano rappresentate le diverse etnie nei Minstrel show (spettacoli teatrali comico-caricaturali spesso a sfondo razzista). Non parliamo solo dei neri americani, ma anche degli ebrei, degli irlandesi, italiani o tedeschi, dipinti come vere e proprio macchiette stereotipate. The Jazz Singer sembra però esulare da questo contesto razzista raccontando proprio il mondo di questi emarginati. Fa riflettere l’utilizzo di un ebreo come blackface. Proprio questa particolarità fece del film una grande metafora della sofferenza in cui erano costretti neri ed ebrei nella società americana. Bisogna ricordare che Al Jolson era un immigrato, e come tale aveva a cuore la questione delle minoranze. Bisogna anche tenere a mente che all’epoca i neri non potevano esibirsi a Broadway e allo stesso modo era insolito per un bianco fare il Jazz ed essere accettato dai neri. Nel film tutto questo traspare più o meno velatamente, dando un tocco di profondità maggiore alle vicende narrate. Nonostante la nomination all’Oscar (nella prima assegnazione del 1929 come Underworld) per la miglior sceneggiatura, il premio verrà vinto dalla Warner per una menzione speciale: “aver prodotto The Jazz Singer, il pionieristico ed eccezionale primo film sonoro, che ha rivoluzionato l’industria cinematografica“. Dal filone iniziato con questo titolo nacquero numerosi film, sia negli anni immediatamente successivi che in un passato più recente. Vennero poi prodotti alcuni remake tra cui ricordo il più recente del 1980 con Neil Diamond nella parte del protagonista. Il film non mi risulta sia edito in Italia ma è facilmente reperibile dall’estero ad un prezzo molto vantaggioso.

Curiosità: una delle varie locandine del film sembra aver ispirato un celebre spot delle liquirizie tabù. Locandina vs Spot.

Approfondimenti:per maggiori informazioni sulla storia del sonoro, vi invito a consultare questa pagina estremamente schematica e di facile consultazione.

L’agonia di Bisanzio (L’agonie de Byzance) – Louis Feuillade (1913)

L’agonie de Byzance è un film epico che ripropone in circa 30minuti uno degli avvenimenti più importanti della storia mondiale: la caduta di Costantinopoli del 1453. Feuillade ci propone la vicenda da un punto di vista tutt’altro che imparziale, insistendo sulla crudeltà e barbarie degli invasori musulmani, che infieriscono sulla popolazione ormai inerte. Gli eventi vengono ripresi attraverso unala telecamera fissa ad altezza d’uomo, che il regista aveva saputo sfruttare egregiamente in Fantômas, ma che mostra tutti i suoi limiti in un film di questo tipo: le scene sono spesso eccessivamente cariche di personaggi  tanto da creare confusione e costringere, talvolta, addirittura  a tagliare dei personaggi fuori dall’inquadratura (come avviene a Maometto II, in una delle prime fasi del racconto). Nel complesso il Feuillade ci presenta un lavoro davvero ottimo, raccontando con la giusta carica espressiva l’agonia di una delle potenze più importanti di sempre.

La vicenda è ambientata a Bisanzio negli ultimi giorni prima della conquista Ottomana. L’imperatore Costantino XI Paleologo (Luitz-Morat) prepara la difesa della città grazie all’aiuto di alcuni tra i più valenti condottieri, tra cui Giovanni Giustiniani Longo (il nostro Georges Melchior). Maometto II (Albert Reusy)  ha però la meglio e il suo esercito conquista la città, depredando e facendo prigionieri. Nelle ultime scene, veniamo a conoscenza della sorte delle donne di Bisanzio, vendute come schiave, e dell’imperatore. Tra le attrici ritroviamo anche una nostra vecchia conoscenza: Renée Carl (amante di Fantômas nell’omonimo serial), come moglie dell’imperatore, che ebbe un ampio successo nel cinema francese, in particolare presso Gaumont.

Il film spicca per la sua grandiosità. In alcune scene figurano un centinaio di comparse, le scenografie sono imponenti, così come l’impiego di mezzi. Basta vedere qualche minuto per rendersi conto del lavoro fatto per rendere la grandezza dell’assedio pur con mezzi così limitati. La cura dei dettagli traspare anche nei costumi, di ottima fattura. La musica, trionfale, è composta dal grande Henri Février, noto per la sua attività operistica.  Non dimentichiamo che in quel periodo si andò diffondendo un tipo di rappresentazione in “Teatri cinematografici”: “appellazione che, nel periodo muto, ha generato un tipo particolare di accompagnamento musicale, dove la musica “de fosse” (extra-diegetica) doveva interpretare uno spettacolo teatrale  bidimensionale che si svolgeva su uno schermo” (da un interessantissimo articolo de La Cinémathèque française che si sofferma sulle partiture per i film della Gaumont rimaste intatte – tr. Esvan Y.) La recitazione stessa appare molto vicina a quella teatrale, in particolare nelle scene più drammatiche, come quella della violenza ai danni delle donne. Proprio su di esse si concentra il regista, forse ad evidenziare l’avversità nei confronti degli Ottomani che le vendono come schiave, trattandole in maniera disumana. Grande impatto doveva avere anche l’ingresso all’interno di Santa Sofia, gremita di costantinopolitani in preghiera. Qui prima viene fatta strage dei cristiani, poi si catturano le donne ed, infine, avviene la somma profanazione quando gli invasori pregano il loro Dio in una chiesa consacrata. Apice della brutalità, la decapitazione di Costantino proprio a Santa Sofia, e la successiva esultanza di Maometto II alla vista della testa del suo avversario.

L’agonie de Byzance” è un film straordinario, in cui vengono sfruttati al massimo tutti i mezzi a disposizione per l’epoca, ma che presenta comunque dei limiti. Nel 2008 questa piccola perla è stata riproposta dalla casa di produzione in una veste completamente restuarata all’interno del cofanetto “Gaumont – Le Cinéma Premier (1897-1913)“.

La giustizia del mare (l’homme du large) – Marcel L’Herbier (1920)

agosto 20, 2011 2 commenti

Oggi torniamo al cinema francese con una pellicola davvero straordinaria, forse una delle migliori di Marcel l’Herbier. Mi riferisco a l’homme du large, storia molto evocativa tratta da Un drame au bord de la mer di Honoré de Balzac. La vicenda si svolge nella mia cara Bretagna, in particolare a Batz-sur-Mer, cittadina purtroppo ora relegata al dipartimento della Loire-Atlantique, le cui riprese spaziano tra le coste del Morbihan e del Finistère. In questo racconto l’elemento bretone è costantemente presente, si va dai costumi tipici, ai balli e agli strumenti tradizionali (la bombarda e il biniou, la cornamusa locale), dalla particolare religiosità allo stretto rapporto con l’elemento primo: il mare, anzi, l’oceano. La Bretagna ha sviluppato una sua particolare forma di religione, fortemente radicata nella natura: basti ricordare che molti dei santi bretoni non sono riconosciuti ufficialmente dalla chiesa. Potete scorrere una cartina della regione e subito vi renderete conto di come la toponomastica sia spesso legata a nomi di santi o al mare: lo stesso Morbihan significa, in bretone, “piccolo mare“. Fino alla prima e seconda guerra mondiale, la Bretagna era ancora così, in tutta la sua semplicità ed “arretratezza”, con il bretone come lingua principale e le proprie tradizioni, tanto da considerarsi quasi uno stato a sè stante. Al termine dei conflitti mondiali, invece, il governo centralizzato francese ha fatto partire un processo di modernizzazione e francesizzazione, ma questo intervento tardivo giustifica il radicato sentimento nazionalista tutt’ora presente nella popolazione locale. Tutti questi elementi sono fondamentali per capire questa pellicola e i personaggi in essa rappresentati.

Il film si apre con l’immagine di un uomo, visibilmente disperato, che giura al mare e a Dio di passare il resto della vita in silenzio e meditazione. Da qui parte un lungo flashback: Nolff (Roger Karl), è un pescatore fortemente legato al suo oceano e, quando la moglie (Claire Prélia) partorisce un figlio maschio, Michel (Jaque Catelain), egli decide di consacrarlo ad esso. Il pescatore fa un patto con la sua consorte: lui educherà e crescerà Michel mentre lei, invece, farà lo stesso con la loro figlia, Djenna (Marcelle Pradot). Gli effetti non tardano a palesarsi: gli anni passanno e il figlio maschio è diventato un depravato fannullone, mentre Djenna è una lavoratrice instancabile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Con il passare del tempo le condizioni di Michel si aggravano: in un crescendo che ricorda Greed di Von Stroheim, questi si avvicina sempre più alla sfrenatezza aumentando i propri vizi, anche per colpa della cattiva influenza del Lucignolo della situazione, Guenn la Taupe (prima interpretazione del grande Charles Boyer). Accecato dalla passione, il ragazzo arriva a non andare al capezzale della madre morente pur di stare accanto alla donna che desidera ardentemente, nel locale più malfamato della città…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Da questo momento in poi Michel perde il controllo: prima tenta di uccidere un uomo, poi, per rubare i soldi che la madre aveva lasciato in eredità a Djenna, ferisce la sorella. Il padre, esasperato, decide di rimandare la decisione al mare purificatore, e dopo essersi assicurato che non potesse fuggire, lo manda alla deriva sopra a una piccola imbarcazione, decidendo di vivere una vita in solitudine e in silenzio. Qualche tempo dopo  il mare darà il suo giudizio…

(potete riprendere la lettura da qui…)

L’homme du large è un film davvero molto interessante sotto tantissimi punti di vista. Henri Langlois, fondatore della cinématèque française, lo definì come “il primo esempio di scrittura cinematografica […] l’homme du large non è una semplice sequenza di fatti spiegati e rilegati da sottotitoli, ma una successione di immagini il cui messaggio ha la stessa forza di un’idea; […] Le didascalie non sostituiscono mai un’immagine per aggiungere frasi che sembrano essere inesprimibili. Si sovrappongono all’immagine per sottolinearne il senso…” (da L’Âge du cinéma 6, 1952;  tr. Esvan Y.) In effetti l’uso delle didascalie è molto originale: esse ritagliano le scene acui si riferiscono presentando sempre, al loro interno, elementi di esse. Grazie all’ultimo restauro operato dalla Gaumont dal 1998 al 2001, ci sono stati inoltre restituiti i colori originali, meticolosamente preparati dal regista, che servivano ad evidenziare maggiormente i contrasti tra le diverse scene e a mostrare e caratterizzare i sentimenti dei vari personaggi. La scena in cui questo gioco dei contrasti sembra avere il suo apice è quella dove si alternano le scene di sfrenatezza di Michel, caratterizzate da un rosso sporco, a quelle scure di agonia della madre. Tema portante è la redenzione, la dicotomia tra bene e male, l’attaccamento alla religiosità. L’Homme du large presenta un’altra caratteristica molto importante: un po’ come moderna Odissea, questo film presenta uno dei primi casi in cui la storia parte da un flashback per poi ricongiungersi all’inizio della vicenda e proseguire con la storia. Un film tanto ricco di eccessi non potè sfuggire alla censura, anche se gli interventi, in realtà limitati alle scene riguardanti il locale peccaminoso, dove si alternano baci lascivi e scene saffiche, vennero subito resi vani dallo stesso regista che si premurò di reinserire le parti tagliate nella pellicola originale.

L’Homme du large ebbe un vasto successo sia di pubblico che di critiche che si protrasse nell’arco degli anni. Forse è il film più espressionista del regista francese, il più carico di simboli, che si nascondono in ogni scena. Nel 2009 la Gaumont ha finalmente messo in vendita il DVD della versione restaurata, che ha permesso così di poter godere a pieno di questo capolavoro. Un film di cui si parla poco in Italia ma che merita di essere visto.

Fantômas – Louis Feuillade (1913-1914)

agosto 12, 2011 7 commenti

Dopo aver parlato di due splendidi muti americani ci spostiamo in una terra a me tanto vicina come la Francia che ci ha regalato tante emozioni agli albori del cinema muto ma i cui frutti sono stati spesso dimenticati. Louis Feuillade è sicuramente degno di essere ricordato per i suoi fantastici film a puntate, che hanno contribuito a rendere grande la prima Gaumont, “la più antica casa cinematografica tutt’ora in attività“. Il grande successo viene raggiunto proprio grazie a Fantômas, adattazione dei romanzi di Marcel Allain e Pierre Souvestre, che hanno influenzato anche la cultura nostrana dando vita a un personaggio tanto straordinario come Diabolik.

Con Feuillade si afferma l’idea del Serial: vengono prodotti diversi episodi spezzettati in diverse puntate. Nel caso di Fantômas abbiamo cinque episodi suddivisi in circa 18 puntate totali. Di seguito riporto i titoli che compongono la cinquina:

1. À l’ombre de la guillotine (1913)
2. Juve contre Fantômas (1913)
3. Le Mort Qui Tue (1913)
4. Fantômas contre Fantômas (1914)
5. Le Faux Magistrat (1914)

Ma chi è questo Fantômas? Probabilmente qualcuno avrà avuto modo di vedere le trasposizioni con il grande Louis De Funes e Jean Marais, quindi saprà già la risposta. Fantômas (qui interpretato da René Navarre) è un criminale noto per le sue capacità di trasformismo. Questi agisce insieme ai suoi numerosi complici tra cui spicca Lady Beltham (la celebre Renée Carl). A cercare di bloccare i suoi terribili piani, ci penseranno l’Ispettore Juve (Edmund Breon) e il suo amico giornalista Fandor (Georges Melchior). Inutile cercare di raccontare la trama di ogni singolo episodio, le vicende si incastrano tra loro fino a formare un unico gigantesco film. Fantômas è un bandito inarrivabile, che anche quando sembra essere ormai spacciato riesce a sfuggire alla cattura grazie a trucchi di ogni tipo. La sua capacità di reinventarsi e la sua invettiva, catturano chi vede la vicenda e rendono questo personaggio, pur tanto malvagio, quasi simpatico. Grazie a questi stratagemmi, ogni episodio è caratterizzato da momenti ad alta tensione, che contribuiscono a tenere incollati allo schermo.

Ho avuto il piacere di vedere la versione restaurata e il risultato mi ha davvero stupito. Immagine generalmente molto nitida e pulita, sonoro limpido e un’ottima ricostruzione delle didascalie. Al contrario di quanto ero abituato, mi sono trovato di fronte a una serie di episodi con tanta azione e poco spazio alle parole. Le immagini parlano da sè, nessuna frase è mai superflua, niente è in surplus. Bellissime le riprese in telecamera fissa che riescono a donare una grande idea di movimento all’azione. A volte però questo espediente rallenta di molto il ritmo della vicenda, Feuillade sembra voler catturare ogni movimento e d espressione degli attori, quasi a rappresentare la vicenda a presa diretta, come se stesse avvenendo realmente in quel preciso momento. Gli attori si muovono ed agiscono all’interno del quadro della telecamera, dando vita e spessore alle vicende narrate da Allain e Souvestre. Bellissimo il gioco dei travestimenti reciproci che contribuiscono a creare numerosi colpi di scena a volte del tutto inattesi.

Fantômas è una piccola perla che consiglio vivamente di vedere. Tra non troppo tempo spero di dedicarmi a un’altra celebre produzione di Feuillade, Les vampires.