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Posts Tagged ‘Al Jolson’

Sur un air de Charleston – Jean Renoir (1927)

Jean Renoir vanta all’attiva appena due cortometraggi, ma entrambi hanno certamente lasciato il segno. Con Sur un air de Carhleston, il regista francese presenta un divertente film post apocalittico che ribalta la mentalità tendenzialmente razzista dell’epoca. Il tutto con una forte componente avanguardistica. La storia nasce da un’idea di André Cerf sceneggiata da Pierre Lestringuez.

Uno scienziato nero (Johnny Huggins) lascia i lidi Africani per andare, a bordo di un’astronave sferica, nelle inesplorate terre Europee del 2028. Qui, all’interno della colonna Morris, trova una selvaggia (Catherine Hessling) che comunica con lui danzando sotto lo sguardo di alcuni angeli (tra cui lo stesso Renoir)…

Potremmo dire che Sur un air de Carhleston prende in giro con delicatezza le certezze di superiorità della cultura occidentale su quella Africana, prima di tutto, ma non solo. Con una danza sfrenata e divertente Renoir lancia un messaggio di amore e fratellanza che culmina con il finale dove i due protagonisti partono insieme nella navicella sferica. Si tratta, insomma, di un’allegra commedia musicale di fantascienza, una sorta di preludio, al contrario, de il Cantante Jazz, dove Al Jolson recitava con il viso truccato di nero seguendo la tradizione blackface. Questa maniera di truccarsi il volto, ormai stereotipato, arrivò ad essere utilizzato anche dai neri stessi. Johnny Hudgins, ballerino afroamericano, venne scelto così nella parte del protagonista e si presentò truccato alla blackface. Verrebbe per altro da chiedersi quante volte, prima di questa, un attore nero abbia interpretato la parte di protagonista in un film, quantomeno a livello europeo potrebbe essere una prima assoluta. Nel complesso è comunque la danza la vera protagonista della vicenda e in particolare il Charleston, ballo di derivazione jazzistica nato in America intorno agli anni Venti e presto diffusosi in tutta Europa. Divertente la prova di Catherine Hessling, musa nonché prima moglie dello stesso Renoir, tra balli e situazioni comiche. Ballo che diviene un gioco nel gioco, con il regista che si diverte a rallentarlo o velocizzarlo e studiarlo in tutte le sue molteplici sfaccettature.A livello scenografico posto di rilievo va sicuramente alla Colonna Morris di Parigi, utilizzata in passato, ma ancora adesso, per reclamizzare spettacoli di ogni tipo e che qui funge da dimora della selvaggia. Divertente anche la scena in cui viene mostrata una Torre Eiffel con la punta storta, probabilmente a seguito degli scontri avvenuti in un periodo imprecisato tra il 1927 e il 2028 in cui è ambientato il film.

Vista la componentistica jazz del corto, è certamente un vero peccato che la composizione originale, opera di Clément Doucet, sia andata perduta. In compenso bisogna lodare lo splendido lavoro di restauro effettuato dalla Cinématèque Française, che contribuisce a rendere ancora più godibile l’opera di Renoir. Questo corto è compreso in numerose raccolte di film di Renoir purtroppo spesso non a prezzi troppo accessibili ad eccezione della versione americana in 3 dischi contenente: La Fille de l’eau, Nana, La Marsellaise, i due corti (il nostro Sur un air de Charleston e La petite marchande d’allumettes), Le Testament du docteur Cordelier e Le Caporal épinglé.

Curiosità: come abbiamo già sottolineato Renoir non era solito fare cortometraggi (escluso questo fece solamente La Petite Marchande d’allumettes). In passato Sur un air de Charleston è stato definito come una sorta di gioco fatto per utilizzare la pellicola avanzata dal dispendioso Nana. Probabilmente inizialmente il film doveva avere una durata maggiore ma l’idea venne poi modificata per dare vita al breve ma intenso cortometraggio che conosciamo.

Il cantante Jazz (The Jazz Singer) – Alan Crosland (1927)

ottobre 18, 2011 5 commenti

The Jazz Singer è noto alla storia come “il primo film sonoro della storia del cinema“. Vi starete forse chiedendo perché allora dovremmo parlarne in questo spazio, ma in realtà di sonoro questo film ha ben poco. Ma partiamo dall’inizio: la Warner Bros., celebre casa di produzione cinematografica, era nata da poco e non navigava certo in acque tranquille. All’epoca erano giganti come la MGM, Universal e la Paramount a mietere successi, lasciando poche briciole a chi si affacciava sul mondo del cinema. La Warner decise quindi di lanciarsi in una scommessa a dir poco straordinaria, acquistando, nel 1925, la Vitagraph e mettendo a punto, assieme alla Western Electric, il sistema sonoro Vitaphone. Qui entra in gioco Alan Crosland, uno dei più apprezzati registi dell’epoca, noto per la sua capacità di mettere in riga gli attori più ingestibili e per il suo amore per la sperimentazione e le nuove sfide, a cui la Warner affida la direzione dei primi film che sfruttano il Vitaphone. Il sistema Vitaphone, che in realtà si ispirava ad uno precedente utilizzato della Gaumont, consisteva nel collegare la macchina da proiezione ad un giradischi che girava a 33giri al minuto per un totale di trecento metri di pellicola coperti dall’eventuale sonoro. Unica grande pecca del sistema era che la perdita di un solo fotogramma poteva portare l’audio fuori sincrono rispetto al video. Il primo lavoro messo a punto utilizzando questo sistema è “Don Giovanni e Lucrezia Borgia” (Don Juan) del 1926 con John Barrymore e Mary Astor. In questo film però non vi erano dialoghi parlati, ma solo la colonna sonora era pre-registrata e trasmessa assieme alla pellicola.

Dopo il successo di questo primo esperimento Crosland e la Warner decidono che è giunto il momento di realizzare il primo film sonoro: The Jazz Singer. In realtà il sonoro si limita alle canzoni e ad alcuni brevi scambi di battute, ma è innegabile la svolta epocale che questa piccola rivoluzione aveva portato. La maggiorparte del film risulta invece un normalissimo muto con tanto di didascalie (e questo è il motivo per cui il film compare in questo spazio). Per avere il primo film interamente parlato si dovrà attendere ancora un anno con Lights of NewYork, della stessa Warner. Come attore protagonista di The Jazz Singer venne scelto Al Jolson, celebre cantante nato nell’attuale Lituania da una famiglia ebrea costretta ad emigrare in America. Jolson, seguendo una moda che si protraeva dalla fine dell’ottocento, era solito cantare con il viso truccato di nero (blackface), cosa che farà anche all’interno del film. Grazie alla sua interpretazione in questa pellicola e nel successivo The Singing Fool, il cantante acquisterà una fama incredibile che gli permetterà di essere il primo interprete a vendere più di dieci milioni di dischi.

Jakie (Al Jolson), figlio del Cantore ebraico Rabinowitz (Warner Oland), decide di non seguire la tradizione di famiglia per fare il cantante Jazz. Nonostante il tentantivo di mediazione della madre Sara (Eugenie Besserer), che comprende i bisogni del figlio, Jakie è costretto a fuggire di casa di fronte al netto rifiuto del padre. Gli anni passano ed il nostro eroe canta sotto il nome di Jack Robin. Grazie all’aiuto della ballerina Mary Dale (May MacAvoy), Jack riesce ad ottenere parti sempre più importanti fino alla consacrazione a Broadway. Ma la sua brama di successo dovrà scontrarsi con un duro scoglio e presto sarà costretto a scegliere tra la carriera e la propria famiglia…

Un film bello, scansonato, ma anche drammatico, che trasuda la mentalità americana della fine degli anni venti. Il sonoro, poi, è una punta di colore salvifica per un film che avrebbe avuto altrimenti una trama e uno svolgimento alquanto banali. Al Jolson interpreta con una carica irrefrenabile le canzoni, tra movenze ed espressioni che fanno sorridere ed appassionare. L’utilizzo del trucco blackface viene da alcuni additato come esempio del razzismo imperante all’epoca. Il trucco doveva riprodurre in maniera molto stilizzata il nero americano delle piantagioni, come una sorta di macchietta comica. Non si può negare la natura razzista e minimalista con cui venivano rappresentate le diverse etnie nei Minstrel show (spettacoli teatrali comico-caricaturali spesso a sfondo razzista). Non parliamo solo dei neri americani, ma anche degli ebrei, degli irlandesi, italiani o tedeschi, dipinti come vere e proprio macchiette stereotipate. The Jazz Singer sembra però esulare da questo contesto razzista raccontando proprio il mondo di questi emarginati. Fa riflettere l’utilizzo di un ebreo come blackface. Proprio questa particolarità fece del film una grande metafora della sofferenza in cui erano costretti neri ed ebrei nella società americana. Bisogna ricordare che Al Jolson era un immigrato, e come tale aveva a cuore la questione delle minoranze. Bisogna anche tenere a mente che all’epoca i neri non potevano esibirsi a Broadway e allo stesso modo era insolito per un bianco fare il Jazz ed essere accettato dai neri. Nel film tutto questo traspare più o meno velatamente, dando un tocco di profondità maggiore alle vicende narrate. Nonostante la nomination all’Oscar (nella prima assegnazione del 1929 come Underworld) per la miglior sceneggiatura, il premio verrà vinto dalla Warner per una menzione speciale: “aver prodotto The Jazz Singer, il pionieristico ed eccezionale primo film sonoro, che ha rivoluzionato l’industria cinematografica“. Dal filone iniziato con questo titolo nacquero numerosi film, sia negli anni immediatamente successivi che in un passato più recente. Vennero poi prodotti alcuni remake tra cui ricordo il più recente del 1980 con Neil Diamond nella parte del protagonista. Il film non mi risulta sia edito in Italia ma è facilmente reperibile dall’estero ad un prezzo molto vantaggioso.

Curiosità: una delle varie locandine del film sembra aver ispirato un celebre spot delle liquirizie tabù. Locandina vs Spot.

Approfondimenti:per maggiori informazioni sulla storia del sonoro, vi invito a consultare questa pagina estremamente schematica e di facile consultazione.