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Il cantante Jazz (The Jazz Singer) – Alan Crosland (1927)

The Jazz Singer è noto alla storia come “il primo film sonoro della storia del cinema“. Vi starete forse chiedendo perché allora dovremmo parlarne in questo spazio, ma in realtà di sonoro questo film ha ben poco. Ma partiamo dall’inizio: la Warner Bros., celebre casa di produzione cinematografica, era nata da poco e non navigava certo in acque tranquille. All’epoca erano giganti come la MGM, Universal e la Paramount a mietere successi, lasciando poche briciole a chi si affacciava sul mondo del cinema. La Warner decise quindi di lanciarsi in una scommessa a dir poco straordinaria, acquistando, nel 1925, la Vitagraph e mettendo a punto, assieme alla Western Electric, il sistema sonoro Vitaphone. Qui entra in gioco Alan Crosland, uno dei più apprezzati registi dell’epoca, noto per la sua capacità di mettere in riga gli attori più ingestibili e per il suo amore per la sperimentazione e le nuove sfide, a cui la Warner affida la direzione dei primi film che sfruttano il Vitaphone. Il sistema Vitaphone, che in realtà si ispirava ad uno precedente utilizzato della Gaumont, consisteva nel collegare la macchina da proiezione ad un giradischi che girava a 33giri al minuto per un totale di trecento metri di pellicola coperti dall’eventuale sonoro. Unica grande pecca del sistema era che la perdita di un solo fotogramma poteva portare l’audio fuori sincrono rispetto al video. Il primo lavoro messo a punto utilizzando questo sistema è “Don Giovanni e Lucrezia Borgia” (Don Juan) del 1926 con John Barrymore e Mary Astor. In questo film però non vi erano dialoghi parlati, ma solo la colonna sonora era pre-registrata e trasmessa assieme alla pellicola.

Dopo il successo di questo primo esperimento Crosland e la Warner decidono che è giunto il momento di realizzare il primo film sonoro: The Jazz Singer. In realtà il sonoro si limita alle canzoni e ad alcuni brevi scambi di battute, ma è innegabile la svolta epocale che questa piccola rivoluzione aveva portato. La maggiorparte del film risulta invece un normalissimo muto con tanto di didascalie (e questo è il motivo per cui il film compare in questo spazio). Per avere il primo film interamente parlato si dovrà attendere ancora un anno con Lights of NewYork, della stessa Warner. Come attore protagonista di The Jazz Singer venne scelto Al Jolson, celebre cantante nato nell’attuale Lituania da una famiglia ebrea costretta ad emigrare in America. Jolson, seguendo una moda che si protraeva dalla fine dell’ottocento, era solito cantare con il viso truccato di nero (blackface), cosa che farà anche all’interno del film. Grazie alla sua interpretazione in questa pellicola e nel successivo The Singing Fool, il cantante acquisterà una fama incredibile che gli permetterà di essere il primo interprete a vendere più di dieci milioni di dischi.

Jakie (Al Jolson), figlio del Cantore ebraico Rabinowitz (Warner Oland), decide di non seguire la tradizione di famiglia per fare il cantante Jazz. Nonostante il tentantivo di mediazione della madre Sara (Eugenie Besserer), che comprende i bisogni del figlio, Jakie è costretto a fuggire di casa di fronte al netto rifiuto del padre. Gli anni passano ed il nostro eroe canta sotto il nome di Jack Robin. Grazie all’aiuto della ballerina Mary Dale (May MacAvoy), Jack riesce ad ottenere parti sempre più importanti fino alla consacrazione a Broadway. Ma la sua brama di successo dovrà scontrarsi con un duro scoglio e presto sarà costretto a scegliere tra la carriera e la propria famiglia…

Un film bello, scansonato, ma anche drammatico, che trasuda la mentalità americana della fine degli anni venti. Il sonoro, poi, è una punta di colore salvifica per un film che avrebbe avuto altrimenti una trama e uno svolgimento alquanto banali. Al Jolson interpreta con una carica irrefrenabile le canzoni, tra movenze ed espressioni che fanno sorridere ed appassionare. L’utilizzo del trucco blackface viene da alcuni additato come esempio del razzismo imperante all’epoca. Il trucco doveva riprodurre in maniera molto stilizzata il nero americano delle piantagioni, come una sorta di macchietta comica. Non si può negare la natura razzista e minimalista con cui venivano rappresentate le diverse etnie nei Minstrel show (spettacoli teatrali comico-caricaturali spesso a sfondo razzista). Non parliamo solo dei neri americani, ma anche degli ebrei, degli irlandesi, italiani o tedeschi, dipinti come vere e proprio macchiette stereotipate. The Jazz Singer sembra però esulare da questo contesto razzista raccontando proprio il mondo di questi emarginati. Fa riflettere l’utilizzo di un ebreo come blackface. Proprio questa particolarità fece del film una grande metafora della sofferenza in cui erano costretti neri ed ebrei nella società americana. Bisogna ricordare che Al Jolson era un immigrato, e come tale aveva a cuore la questione delle minoranze. Bisogna anche tenere a mente che all’epoca i neri non potevano esibirsi a Broadway e allo stesso modo era insolito per un bianco fare il Jazz ed essere accettato dai neri. Nel film tutto questo traspare più o meno velatamente, dando un tocco di profondità maggiore alle vicende narrate. Nonostante la nomination all’Oscar (nella prima assegnazione del 1929 come Underworld) per la miglior sceneggiatura, il premio verrà vinto dalla Warner per una menzione speciale: “aver prodotto The Jazz Singer, il pionieristico ed eccezionale primo film sonoro, che ha rivoluzionato l’industria cinematografica“. Dal filone iniziato con questo titolo nacquero numerosi film, sia negli anni immediatamente successivi che in un passato più recente. Vennero poi prodotti alcuni remake tra cui ricordo il più recente del 1980 con Neil Diamond nella parte del protagonista. Il film non mi risulta sia edito in Italia ma è facilmente reperibile dall’estero ad un prezzo molto vantaggioso.

Curiosità: una delle varie locandine del film sembra aver ispirato un celebre spot delle liquirizie tabù. Locandina vs Spot.

Approfondimenti:per maggiori informazioni sulla storia del sonoro, vi invito a consultare questa pagina estremamente schematica e di facile consultazione.

I Tre (The Unholy Three) – Tod Browning (1925)

settembre 16, 2011 8 commenti

The Unholy Three è forse il più famoso muto di Tod Browning ed è il film che avrà un influsso importante su quelli seguenti del regista statunitense. Il successo fu tale che, come per Outside the Law, ne venne fatto un remake sonoro nel 1930, diretto però da Jack Conway. Lon Chaney prenderà parte anche a questa seconda versione sonora ma morirà poche settimane dopo la sua uscita nelle sale a causa di un cancro alla gola. Nella versione originale, Browning conferma la sua passione per il circo e ci presenta personaggi con caratteristiche fisiche particolari. Ci troviamo insomma, davanti ad una sorta di preludio a Freaks, tanto che ritroviamo il piccolo nano Harry Earles (appena ventitreenne), uno dei personaggi principali di quella pellicola. The Unholy Three sancisce l’inizio di un nuovo periodo d’oro per la coppia Browning/Chaney, appena ingaggiati dalla MGM. La loro unione ha prodotto, nella decade 1919-1929, ben dieci film di cui la maggiorparte proprio a partire dal ’25. Le vicende narrate sono tratte dall’omonima opera di Clarence Aaron “Tod” Robbins, lo stesso che ispirerà anche il sopracitato Freaks.

Il Professor Echo (Lon Chaney), ventriloquo, Hercules (Victor McLaglen), uomo dalla forza straordinaria e il nano Little Willie detto Tweedledee (Harry Earles) decidono di unire le loro forze per creare, assistiti dalla bella Rosie (Mae Busch), un’associazione criminale chiamata “The Unholy Three“. I Tre aprono un negozio di animali, dove Echo si spaccia per l’anziana Mrs. “Granny” O’Grady, Tweedledee per un bimbo ed Hercules per un semplice fattorino. Per coprire meglio le loro malefatte assumono l’impacciato Hector MacDonald (Matt Moore) il quale, però, dimostra subito un certo feeling con Rosie suscitando le ire del Professore, da sempre innamorato di lei. Il trio inizia a rapinare le case dove venngono venduti gli animali, rimanendo per lungo tempo, grazie ai loro travestimenti, al di fuori di ogni inchiesta. La situazione sfugge però loro di mano…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

…Rosie si innamora di Hector e decide di sposarlo nonostante le pressioni di Echo. Ma quando durante uno dei furti avviene un omicidio i tre non faticano a incastrare il povero ragazzo e fuggire dopo aver rapito Rosie. Ma il lieto fine è dietro l’angolo: Echo si immola per amore e decide di confessare tutto durante il processo ad Hector. In cambio riceve la libertà ma perde la sua Rosie. Hercules e Willie, invece, perdono la vita per mano di una terribile scimmia assassina (sic) consumati dalla loro brama di denaro.

(potete riprendere la lettura da qui..)

Il film presenta molti elementi caratteristici degli Horror americani anni 30/40 e molti espedienti che il regista utilizzerà nei suoi film successivi. Primo tra tutti mi piace ricordare l’uso del travestimento nel tanto maltrattato “la Bambola del Diavolo” (The Devil-Doll) del 1936, dove uno splendido Lionel Barrymore si finge una vecchina per vendicarsi di coloro che lo avevano fatto condannare ingiustamente (e non a caso nella locandina scrivevano “Greater than The Unholy Three“). Vendetta che verrà compiuta grazie a bamboline assassine in un susseguirsi di immagini dal forte impatto visivo. In secondo luogo, come ho già detto accennato, siamo di fronte ad una sorta di preludio a Freaks, attraverso l’attenzione alle deformoazioni fisiche e l’utilizzo di esse a proprio vantaggio. Il regista, nella sua sensibilità, ci tiene a sottolineare l’ingiusto disprezzo che devono subire quotidianamente queste persone, cosa che emerge specialmente nei confronti di Little Willie all’inizio del film. Altro elemento portante è la presenza del tipico mostro che ovviamente si ritorcerà contro qualcuno dei protagonisti (altro must delle pellicole contemporanee e  successive).
Chaney ci regala un’altra ottima interpretazione, dimostrando ancora una volta di meritarsi il soprannome di “uomo dai mille volti“. Come sempre il suo personaggio dovrà però combattere con le sue passioni amorose, risultando  sconfitto anche se in un finale che sembra rivalutarlo in positivo. McLaglen ed Earles svolgono alla perfezione il loro ruolo. Allo stesso modo la Busch si cala perfettamente nei panni di innamorata disperata, e Moore in quelli del povero Hector, pedina di una vicenda più grande di lui. Browning dirige magistralmente le telecamere, regalandoci alcune immagini molto belle, come quella in cui i tre ci vengono mostrati attraverso le loro ombre mentre confabulano prima della creazione della loro associazione criminale.

Per concludere possiamo dire di essere di fronte ad un film pregevole, che scorre piacevolmente grazie ad un ritmo incalzante, scene ad alta suspance e delle ottime interpretazioni. Sicuramente consigliato agli amanti del Browning sonoro (ma non solo) e del grande Chaney.  Impossibile poi lasciarsi scappare l’occasione di godersi questo film nella nuova edizione restaurata rilasciata dalla Warner Brothers proprio qualche mese. Nonostante le didascalie in inglese siano ricche di slang, il tutto risulta comprensibile e godibilissimo anche da chi non ha una eccessiva padronanza della lingua. Insomma i presupposti ci sono tutti per gustarsi al meglio una vera perla per gli amanti del genere.