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I Tre (The Unholy Three) – Tod Browning (1925)

settembre 16, 2011 8 commenti

The Unholy Three è forse il più famoso muto di Tod Browning ed è il film che avrà un influsso importante su quelli seguenti del regista statunitense. Il successo fu tale che, come per Outside the Law, ne venne fatto un remake sonoro nel 1930, diretto però da Jack Conway. Lon Chaney prenderà parte anche a questa seconda versione sonora ma morirà poche settimane dopo la sua uscita nelle sale a causa di un cancro alla gola. Nella versione originale, Browning conferma la sua passione per il circo e ci presenta personaggi con caratteristiche fisiche particolari. Ci troviamo insomma, davanti ad una sorta di preludio a Freaks, tanto che ritroviamo il piccolo nano Harry Earles (appena ventitreenne), uno dei personaggi principali di quella pellicola. The Unholy Three sancisce l’inizio di un nuovo periodo d’oro per la coppia Browning/Chaney, appena ingaggiati dalla MGM. La loro unione ha prodotto, nella decade 1919-1929, ben dieci film di cui la maggiorparte proprio a partire dal ’25. Le vicende narrate sono tratte dall’omonima opera di Clarence Aaron “Tod” Robbins, lo stesso che ispirerà anche il sopracitato Freaks.

Il Professor Echo (Lon Chaney), ventriloquo, Hercules (Victor McLaglen), uomo dalla forza straordinaria e il nano Little Willie detto Tweedledee (Harry Earles) decidono di unire le loro forze per creare, assistiti dalla bella Rosie (Mae Busch), un’associazione criminale chiamata “The Unholy Three“. I Tre aprono un negozio di animali, dove Echo si spaccia per l’anziana Mrs. “Granny” O’Grady, Tweedledee per un bimbo ed Hercules per un semplice fattorino. Per coprire meglio le loro malefatte assumono l’impacciato Hector MacDonald (Matt Moore) il quale, però, dimostra subito un certo feeling con Rosie suscitando le ire del Professore, da sempre innamorato di lei. Il trio inizia a rapinare le case dove venngono venduti gli animali, rimanendo per lungo tempo, grazie ai loro travestimenti, al di fuori di ogni inchiesta. La situazione sfugge però loro di mano…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

…Rosie si innamora di Hector e decide di sposarlo nonostante le pressioni di Echo. Ma quando durante uno dei furti avviene un omicidio i tre non faticano a incastrare il povero ragazzo e fuggire dopo aver rapito Rosie. Ma il lieto fine è dietro l’angolo: Echo si immola per amore e decide di confessare tutto durante il processo ad Hector. In cambio riceve la libertà ma perde la sua Rosie. Hercules e Willie, invece, perdono la vita per mano di una terribile scimmia assassina (sic) consumati dalla loro brama di denaro.

(potete riprendere la lettura da qui..)

Il film presenta molti elementi caratteristici degli Horror americani anni 30/40 e molti espedienti che il regista utilizzerà nei suoi film successivi. Primo tra tutti mi piace ricordare l’uso del travestimento nel tanto maltrattato “la Bambola del Diavolo” (The Devil-Doll) del 1936, dove uno splendido Lionel Barrymore si finge una vecchina per vendicarsi di coloro che lo avevano fatto condannare ingiustamente (e non a caso nella locandina scrivevano “Greater than The Unholy Three“). Vendetta che verrà compiuta grazie a bamboline assassine in un susseguirsi di immagini dal forte impatto visivo. In secondo luogo, come ho già detto accennato, siamo di fronte ad una sorta di preludio a Freaks, attraverso l’attenzione alle deformoazioni fisiche e l’utilizzo di esse a proprio vantaggio. Il regista, nella sua sensibilità, ci tiene a sottolineare l’ingiusto disprezzo che devono subire quotidianamente queste persone, cosa che emerge specialmente nei confronti di Little Willie all’inizio del film. Altro elemento portante è la presenza del tipico mostro che ovviamente si ritorcerà contro qualcuno dei protagonisti (altro must delle pellicole contemporanee e  successive).
Chaney ci regala un’altra ottima interpretazione, dimostrando ancora una volta di meritarsi il soprannome di “uomo dai mille volti“. Come sempre il suo personaggio dovrà però combattere con le sue passioni amorose, risultando  sconfitto anche se in un finale che sembra rivalutarlo in positivo. McLaglen ed Earles svolgono alla perfezione il loro ruolo. Allo stesso modo la Busch si cala perfettamente nei panni di innamorata disperata, e Moore in quelli del povero Hector, pedina di una vicenda più grande di lui. Browning dirige magistralmente le telecamere, regalandoci alcune immagini molto belle, come quella in cui i tre ci vengono mostrati attraverso le loro ombre mentre confabulano prima della creazione della loro associazione criminale.

Per concludere possiamo dire di essere di fronte ad un film pregevole, che scorre piacevolmente grazie ad un ritmo incalzante, scene ad alta suspance e delle ottime interpretazioni. Sicuramente consigliato agli amanti del Browning sonoro (ma non solo) e del grande Chaney.  Impossibile poi lasciarsi scappare l’occasione di godersi questo film nella nuova edizione restaurata rilasciata dalla Warner Brothers proprio qualche mese. Nonostante le didascalie in inglese siano ricche di slang, il tutto risulta comprensibile e godibilissimo anche da chi non ha una eccessiva padronanza della lingua. Insomma i presupposti ci sono tutti per gustarsi al meglio una vera perla per gli amanti del genere.

Femmine Folli (Foolish Wives) – Erich von Stroheim (1922)

Von Stroheim ha già fatto capolino in uno dei precedenti articoli e sicuramente tornerà ancora  almeno con il mastodontico Greed. Il regista viennese è uno dei personaggi più interessanti nella storia del cinema muto, con le sue manie di grandezza che lo portarono a forti contrasti con le case di produzione. Femmine folli è il suo terzo lungometraggio e mette alla luce la sua ossessiva meticolosità nel compiere le riprese. Vista l’impossibilità di girare le scene direttamente a Montecarlo, Von Stroheim si fece costruire una riproduzione della città, cosa che fece salire le spese a cifre mai viste prima, e arrivò a girare per un totale di più di otto ore. La durata era talmente eccessiva che il produttore dovette tagliare gran parte del materiale fino ad arrivare alle attuali due ore circa (stessa sorte avrà anche Greed). Le spese esorbitanti furono per una volta premiate da un ottimo successo a livello mondiale.

Siamo nel 1920 e il “Conte” russo Wladislaw Sergius Karamzin (lo stesso Von Stroheim, sempre a suo agio nei panni dell’uomo perfido dell’Europa dell’est) è in esilio a Montecarlo insieme alle due “cugine”, Olga Petchnikoff (Maude George) e la Principessa Vera Petchnikoff (Mae Busch). Sfruttando il suo fascino, il Conte riuscirà a sedurre numerose donne: la povera cameriera Maruschka (Dale Fuller), ed Helen (Miss Dupont) moglie del Diplomatico americano Andrew Hughes (Rudolph Christians che morì di Polmonite durante le riprese e venne sostituito da Robert Edeson che si mosterà solo di spalle).

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

In un crescendo di orrori e doppi giochi Wladislaw arriverà a farsi prestare subdolamente ingenti somme di denaro. Ma l”apice degli orrori coinciderà con la sua morte. Recatosi infatti di nascosto presso la casa del falsario Ventucci (Cesare Gravina), il Conte cercherà di abusare della figlia minorata (Malvina Polo) ricevendo in cambio la giusta punizione…

(potete riprendere la lettura da qui..)

Questa storia riprende il tema della decadenza della nobiltà, descrivendone i vizi e gli eccessi. Dal mio punto di vista ho vissuto con sofferenza l’evolversi della vicenda, distrutto e contrariato per le malefatte di Wladislaw. Nonostante questo il personaggio che ne esce è talmente malvagio da sembrare una caricatura grottesca. Senza dubbio bisogna riconoscere il grande merito a Von Stroheim di aver interpretato alla perfezione il proprio ruolo. Ancora una volta si conferma la grande attenzione per i dettagli da parte del regista viennese, che non perde occasione per soffermarsi su un gesto, un’immagine o una luce particolare. All’interno della pellicola non mancano comunque ironia e umorismo, che si miscelano all’elemento fortemente drammatico fino a creare un film godibilissimo nonostante la lunga durata. Il risultato è felicemente riassunto in questo commento che condivido a pieno: “attraverso la creazione di un (ulteriore) universo fittizio Stroheim smaschera l’ipocrisia insita nell’uomo e nel mondo, ossia si serve della falsità per parlare di essa. L’originalità, lo spessore, la spietatezza di questo film sono incredibili ancora oggi.” (commento preso da oxide.it)

Vi saluto ricordandovi che di Femmine Folli si possono trovare facilmente numerose edizioni a prezzi molto vantaggiosi: in Italia dovrebbe essere edito almeno dalla Ermitage e dalla DCult. Uno dei tanti lati positivi di amare i muti è di avere, spesso, una vasta scelta a costi decisamente ridotti.