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Posts Tagged ‘Ernst Lubitsch’

Rosita – Ernst Lubitsch (1923)

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Io adoro Mary Pickford, qui lo dico e qui lo affermo: attrice, diva invidiatissima per i suoi lunghissimi boccoli biondi e soprattutto produttrice, contribuì all’evoluzione dell’industria hollywoodiana, essendo stata co-fondatrice della United Artists insieme a Charlie Chaplin, D. W. Griffith e Douglas Fairbanks nel 1919 e nel 1927 uno dei trentasei fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Una donna fabbro del suo destino e di quello degli altri. La Pickford non era quindi una stupida, a differenza dei personaggi spesso ingenui che doveva interpretare nei suoi film da prima attrice, forse solo un po’ brusca nel dichiarare che “aggiungere il suono ai film sarebbe come mettere il rossetto alla Venere di Milo”, tant’è che nel 1933, guarda un po’, si ritirò dalle scene continuando però a produrre pellicole per la United Artists fino al 1956.

Nel 1922 avvenne l’incontro con Ernst Lubitsch, appena emigrato negli Stati Uniti per lanciarsi in nuove avventure registiche. L’anno dopo produssero insieme Rosita, il primo film americano del regista tedesco. Una collaborazione che doveva essere più longeva (il contratto tra i due prevedeva tre film), ma i progetti si interruppero, così come anni dopo la Pickford decise di testa sua per ragioni sconosciute che Rosita era un film da rottamare, sebbene venne accolto invece molto positivamente da critica e pubblico. Vedere Rosita proiettato una sera di giugno (nemmeno molto calda, fortunatamente) sullo schermo gigante più grande d’Europa in piazza Maggiore a Bologna è stata una soddisfazione immensa per me e per la grande folla che il Crescentone bolognese ha saputo accogliere e, non meno importanti, sono stati i numerosi applausi. Una scelta ottima e coraggiosa da parte della Cineteca di presentare un muto che non fosse il solito Keaton o la certezza Chaplin.

Azzarderei a definire Rosita una commedia: il motivo, tanto banale quanto evidente, è che  non smettevo di sorridere e spesso mi trovavo a ridacchiare e fare commentini sarcastici con la mia amica seduta di fianco a me. Ne sono stata piacevolmente coinvolta e naturalmente non è stato così tanto difficile provare simpatia verso Rosita (Pickford), la musicista spagnola che porta allegria per le strade di Siviglia e sbarca il lunario suonando e cantando per portare a casa qualche soldo. E’ stato anche impossibile non ghignare di fronte alle continue avances nei suoi confronti da parte del pasciuto e infido re di Spagna (Holbrook Brinn), o accennare un risolino divertito ogni volta che appariva la cacofonica famiglia ritratta come buffe figurine di contorno (sì, anche se muto si potevano captare molto bene le imprecazioni e gli improperi della madre di Rosita).

Detto ciò, Rosita è un film simpatico, per i più romantici c’è anche una tenera storiella d’amore tra Rosita e il (bel) capitano Don Diego, una dose di femminismo in endovena (col cavolo che la tostissima Rosita finisce a letto col re!) e l’immancabile Lubitsch touch esportato alla grandissima nel territorio della nascente produzione hollywoodiana dei primi anni Venti. Rosita scorre leggero come le note della chitarra imbracciata dalla Pickford, è un film in cui nessuno è davvero cattivo, nemmeno il re che condanna a morte gratuitamente Don Diego rischiando così di spezzare un amore appena sbocciato, o almeno, è proprio merito di Lubitsch, il quale costruisce una trama psicologica per ogni personaggio tale da forgiare una profonda empatia tra spettatore e protagonista della scena. La testimonianza che ci lasciano Mary Pickford e Ernst Lubitsch è quasi unica, poichè come accennato poco sopra, la produttrice volle ogni che copia del film andasse completamente al macero. Ci riuscì, ma ne sopravvisse una, sempre e solo quel granello di nitrato, una copia piccina e rara, ritrovata improvvisamente in Russia. Ancora una volta un immenso colpo di fortuna che ci mostra la modernità di una commedia di successo: Rosita ce l’ha fatta.

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Rosita / Ernst Lubitsch. – Soggetto: Norbert Falk e Hanns Kräly dall’opera Don César de Bazan di Adolphe Philippe d’Ennery e Philippe-François Pinel. – Sceneggiatura: Edward Knobloch. – Stati Uniti d’America: Mary Pickford Company, 1923. – Con Mary Pickford, Holbrook Blinn, Irene Rich, George Walsh. Lunghezza: 2736 metri circa. Stato: sopravvissuto.

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Il gioiello perduto di Ernst Lubitsch: Der Fall Rosentopf (1918)

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Il Caso Rosentopf (1918) è un piccolo tesoro, ritenuto perduto, ritrovato e riscoperto recentemente dal Bundesarchiv Filmarchiv. Originariamente composto da quattro atti, possiamo considerarci fortunati di poter vederne i primi due della durata di circa venti minuti. Prima di lasciare la Germania e partire per gli Stati Uniti nel 1922 e di passare definitivamente alla regia nel 1921, Ernst Lubitsch è attore protagonista dei suoi stessi film: apparentemente l’ultima comparsa sul grande schermo come interprete è in Sumurun (1920). Nel Rosentopf Lubitsch interpreta l’ebreo Sally, personaggio molto popolare in Germania, di stampo slapstick già apparso precedentemente Die Firma heiratet (1914), Der Stolz der Firma (1914), Schuhpalast Pinkus (1916) e Der schwarze Moritz (1916). Molti film con Sally protagonista sono da andati perduti, data la natura antisemita e satirica dei soggetti. Sfacciato e insolente, come riporta esaustivamente Andrea Martini: “Sally è qui un aiuto-detective che intascato l’anticipo dal capo lo consuma offrendo champagne a quattro segretarie per poi stancamente mettersi alla ricerca di chi abbia fatto cadere il vaso di fiori assassino, cui allude il titolo. Sally che non ha intenzione di stancarsi troppo pensa di risolvere il caso chiedendo a chi abita nel palazzo se non abbia fatto cascare un vaso e quando la richiesta irrita un borghese inamidato ne riceve uno schiaffo. Ma poiché al tizio nell’assestare il manrovescio scivolano dalla tasca dei denari, subito raccolti da Sally, è possibile mettere in bocca al protagonista la compiaciuta affermazione, ben più che ambigua, vorrei prendere uno schiaffo al giorno.” (Fonte: A. Martini, “Il Lubitsch ritrovato, attore dongiovanni”, Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2018). A cavallo tra due decenni, gli anni Dieci tedeschi e gli anni Venti americani, Lubitsch anticipa quindi il suo touch, “tocco”, firma, segno distintivo: il mix equilibrato di erotismo ed umorismo che contraddistingueranno sempre le sue produzioni. Il berlinese Lubitsch è divertente e goffo, cade a terra, si rialza, sgrana gli occhi, picchia i tasti di un pianoforte, ci prova spudoratamente con la ballerina Bella Spaketti (!). Il Sally perduto e ritrovato si interrompe bruscamente lasciandoci con il dubbio su chi abbia lanciato il vaso di fiori, ma, per ora, siamo contenti e ci piace così.

Der Fall Rosentopf / Ernst Lubitsch. – Soggetto e sceneggiatura: Ernst Lubitsch, Hanns Kräly. – Germania: Projektions – AG “Union” (PAGU), 1918. – Con Ferry Sikla, Margarete Kupfer, Ernst Lubitsch, Trude Hesterberg.  Lunghezza frammento: metri 547 circa.

Stato: parzialmente sopravvissuto.

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La Bambola di Carne a Torino

Riprende, a Torino, la rassegna “Voci del Silenzio” con la presentazione, giovedì 10 ottobre 2013, alle ore 20.30, presso la Bibliomediateca “Mario Gromo” di Via Matilde Serao 8/A, del libro Il fachiro di Atlantide. Percorsi dell’immaginario tra avventure e misteri di Felice Pozzo, Edizioni il Foglio 2013. L’incotro sarà moderato da Alessio Vacchi delle Brigate Irma Vep (nome ispirato al Serial francese Les Vampires di Louis Feuillade di cui mi riprometto di parlare a breve).
A seguire verrà proiettato il divertentissimo film La Bambola Di Carne (Die Puppe) di Ernst Lubitsch (1919).

Ecco il programma dettagliato della serata:

Torna, dopo la pausa estiva, il consueto appuntamento con la rassegna VOCI DEL SILENZIO, con la presentazione giovedì 10 ottobre 2013, alle ore 20.30, del libro Il fachiro di Atlantide. Percorsi dell’immaginario tra avventure e misteri di Felice Pozzo, Edizioni il Foglio 2013.

Con l’autore intervengono Silvio Alovisio (Università di Torino), Luciano Curreri (Università di Liegi), Gordiano Lupi (editore), Pompeo Vagliani (direttore Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia).

Modera l’incontro Alessio Vacchi (Brigate Irma Vep).

A seguire la proiezione del film La bambola di carne di Ernst Lubitsch.

VOCI NEL SILENZIO è un ciclo di incontri e proiezioni curato dal gruppo di studio Brigate Irma Vep, coordinato da Giulia Carluccio con la collaborazione di Silvio Alovisio. L’attività del gruppo nasce dal desiderio di mostrare, rivedere e approfondire un periodo della storia del cinema fondamentale, ma poco conosciuto dal grande pubblico: il muto. In collaborazione con il DAMS di Torino.

La bambola di carne di  Ernst Lubitsch.

(Germania 1919, 60’, b/n)

Spaventatissimo dal matrimonio resosi necessario per compiacere l’anziano e malato zio, Lancelot, giovane e inibito baronetto, escogita la messinscena delle nozze con una bambola meccanica cui, a sua insaputa, si sostituisce una ragazza vera, appetitosa e vogliosa. I temi del doppio e del rapporto tra creatore e creatura rimandano, come le scenografie, all’espressionismo, ma il tono è leggero, di allegra bizzarria e di simulato candore, ricco di invenzioni ai limiti del surreale. Sotto i colori della fiaba (ma con sottintesi psicanalitici) è la storia di un’iniziazione maschile, incubi compresi.

Interpreti: O. Oswalda, M. Kronert, H. Thimig, V. Janson, M. Köhler, P. Morgan.

Per maggiori informazioni: http://www.museocinema.it/news.php?id=1189

Non mi resta di augurarvi una buona visione!

Crepuscolo di gloria (The Last Command) – Josef von Sternberg (1928)

Ritengo The Last Command uno dei film più belli in assoluto della storia del cinema, grazie alla sua modernità e capacità di emozionare. Ancora una volta Von Sternberg riesce a dar vita ad un film incredibile, ulteriormente impreziosito alla partecipazione di uno straordinario Emil Jannings qui, a mio avviso, in una delle sue più grandi interpretazioni in assoluto.

Attraverso un’operazione metacinematografica, ripercorriamo le vicende del Granduca Sergius Alexander (Emil Jannings), cugino dello Zar di Russia, nei momenti immediatamente precedenti alla Rivoluzione del 1917. Il Granduca, nel corso degli avvenimenti, entrerà in contatto con la Rivoluzionaria Natalie Dabrova (Evelyn Brent), con cui instaurerà una relazione sentimentale. Nonostante non condivida le scelte suicide dello Zar, il Generale Alexander non metterà mai in discussione il suo amore per la Russia, ma sarà destinato a pagare il suo appoggio alla dinastia Romanov. Nella Hollywood del 1928 il Granduca farà la sua ultima battaglia sotto dal direzione del regista Leo Andreiev (William Powell), un tempo rivoluzionario imprigionato per volere dello stesso Alexander.

Emil Jannings, ancora una volta, offre una interpretazione superba. La sua espressività e capacità recitativa danno vita ad un personaggio indimenticabile, unico vincitore dell’intera vicenda. Von Sternberg, dal canto suo, riesce per l’ennesima volta a proporre un film muto tanto espressivo e nitido da sembrare un sonoro. Non è un caso che Jannings abbia vinto l’Oscar come miglior Attore protagonista proprio nel 1929 grazie a questa interpretazione oltre a quella di The Way of All Flesh dell’indimenticabile Victor Fleming. Non bisogna dimenticare Evelyn Brent, il cui personaggio spicca nella sua complessità psicologica. Natalie Dabrova è un personaggio multiforme che nel giro di pochi istanti può lasciare sensazioni totalmente opposte nello spettatore.

Discorso a parte merita la sceneggiatura la cui paternità è dubbia. Il soggetto è infatti solitamente attribuito a Lajos Biró, il quale ricevette per questo anche una candidatura all’Oscar. La statuina non gli fu però assegnata a causa della concorrenza di un altro film di von Sternberg, Le notti di Chicago, che con Ben Hecht gli soffiarono il premio. Anni dopo pare von Sternberg sostenesse di essere lui stesso l’autore della sceneggiatura di The Last Command e che questa venne assegnata a Biró solo a seguito di forti pressioni da parte della produzione. La versione più corrente è comunque quella secondo cui il soggetto sia stato opera di Biró che lo avrebbe scritto a partire da un’idea di Ernst Lubitsch (come dichiarato da lui stesso in un’intervista). Lubitsch avrebbe tratto ispirazione dalla storia di un generale dell’esercito imperiale russo, Theodore Lodigensky, che aveva avuto modo di incontrare prima in Russia e poi a New York, dove l’uomo si era rifugiato a seguito della Rivoluzione Russa e aveva aperto un ristorante tipico. In seguito Lubitsch rincontrò Lodigensky, con tanto di uniforme, mentre questi cercava lavoro come comparsa cinematografica per 7,50$ al giorno, proprio la parcella richiesta dal protagonista di The Last Command.

Ancora più interessante è il modo in cui l’America si appresta a raccontare della Russia in uno dei momenti più importanti della sua storia e, allo stesso tempo, più temuta dagli americani: la rivoluzione del 1917. Se lo Zar è visto in maniera totalmente negativa, nella sua folle ostentazione di potere e incuranza della popolazione devastata dalla guerra, dall’altra parte i rivoluzionari non vengono certo visti in maniera meno negativa. Questi vengono infatti rappresentati come una folla di incivili viziosi dai tratti animaleschi. Gli unici ad uscirne con una valutazione positiva sono il Granduca Alexander e, seppur in maniera non troppo limpida, la sua amata Natalie.

The Last Command è un film imprescindibile che consiglio a tutti di vedere. La fotografia, le scene, l’alta qualità recitativa contribuiscono a renderlo un capolavoro. Ancora una volta la buona edizione della Criterion rende questo splendido film di von Sternberg ancora più bello e godibile. Vi saluto con una scena del film.

Curiosità: Theodore Lodigensky, che ispirò questo film, sotto il nome di Theodore Lodi recitò in diversi film tra il 1929 e il 1935. Tra questi spicca certamente la sua interpretazione del Granduca Michael in Down to Earth del 1932. Cliccando qui potete vedere una sua foto assieme al più celebre Will Rogers.

Theonis la donna dei faraoni (Das Weib des Pharao) – Ernst Lubitsch (1922)

Dopo tantissimi anni possiamo finalmente rivivere le emozioni dell’antico Egitto grazie allo splendido lavoro di restauro operato dal Bundesarchiv-Filmarchiv insieme al Munich Filmmuseum. Fino ad oggi, infatti, “La moglie del Faraone” (traduzione letterale del titolo) poteva essere visto in una pessima versione ampiamente mutila, della durata di 50 minuti circa. Grazie allo splendido lavoro operato, possiamo invece visionare questo film epico nella sua quasi interezza (98 minuti su 120 circa), apprezzando così al meglio il lavoro di un cast eccezzionale guidato sapientemente da Ersnst Lubitsch. Tra gli attori basterebbe citare Emil Jannings e Paul Wegener per far venire la pelle d’oca, ma non si devono dimenticare Dagny Servaes, Albert Basserman, i quali avranno fortuna anche nel cinema sonoro, oltre che Harry Liedtke e Lyda Salmonova, i quali invece andranno incontro ad un futuro meno roseo.

Mentre il Re di Etiopia (Paul Wegener) si sta recando con la figlia (Lyda Salmonova) dal Faraone d’Egitto Amenes (Emil Jannings) per suggellare una pace tra i due popoli, Ramfis (Harry Liedtke), il figlio dell’architetto reale, ruba agli etiopi la schiava greca Theonis (Dagny Servaes). I due giovani si innamorano perdutamente. Nel frattempo il Re etiope denuncia al Faraone l’accaduto, il quale promette di recuperare la schiava rubata e riconsegnarla al suo nuovo alleato. Ma qualcosa sconvolge i suoi piani. Theonis viola senza saperlo il tesoro del Faraone e Ramfis, per cercare di salvarla, viene a sua volta fatto prigioniero. Quando i due vengono portati alla presenza del Faraone, questi si innamora perdutamente della schiava greca e si rifiuta di riconsegnarla agli etiopi scatenando una tremenda guerra. Mentre Ramfis viene mandato ai lavori forzati, la giovane schiava viene dichiarata regina, sebbene Theonis rifiuti di concedersi al nuovo marito. Tutto sembra volgere verso il peggio, ma la guerra fornirà ai due giovani una nuova speranza…

Das Weib des Pharao è un vero e proprio colossal caratterizzato da splendide ricostruzioni sceniche, tantissime comparse (in particolare nelle scene di guerra) ma anche da una fotografia spendida, attenta ai dettagli e in grado di catturare le emozioni dei personaggi. Tra tutti gli attori emerge sicuramente Emil Jannings, bravissimo nell’interpretare il Faraone Amenes in tutta la sua complessità psicologica. Ottima anche l’interpretazione di Dagny Servaes, grandissima attrice che preferirà sempre la carriera teatrale a quella cinematografica. Splendida anche la colonna sonora riarrangiata a partire dalla partitura originale di Eduard Künneke e suonata dal WDR Rundfunkorchester.

Un film che consiglio vivamente sia per l’accuratezza del restauro, sia perché presenta un ritmo quasi moderno rispetto ad altri film muti, sia per la storia che culmina in uno splendido finale. Grazie, infatti, al lavoro effettuato utilizzando nuove copie della pellicola (in particolare grazie ad una copia in nitrato proveniente dalla russia) e l’inserimento di foto sceniche per le sezioni ancora mancanti,  abbiamo la possibilità di vedere questo film praticamente nella sua interezza e di capire con maggiore chiarezza lo svolgimento della vicenda. Theonis la donna dei faraoni è acquistabile in versione DVD e Bluray presso il sito della casa editrice Alpha-Omega. Il prezzo è decisamente elevato, ma vista la qualità del prodotto ne vale decisamente la pena.

Note: per maggiori informazioni riguardo al restauro vi rimando al sito della Alpha-Omega dove viene spiegato benissimo tutto il lavoro compiuto a partire dalle pellicole ritrovate.

Curiosità: i tanti figuranti scelti per girare le scene di massa diedero vita ad uno sciopero nel corso delle riprese per avere un aumento della paga. Per maggiori informazioni vi rimando all’articolo presente sul blog di sempre in penombra.

Sul sito del canale Arte troverete invece tanti riferimenti interessanti segnalati in occasione della prima tv avvenuta ormai circa un anno fa.

Gli occhi della mummia (Die Augen der Mumie Ma) – Ernst Lubitsch (1918)

Come ci viene raccontato all’inizio della pellicola, Gli occhi della mummia è forse il primo vero film del giovane Lubitsch, il quale rappresentava per altro una vera e propria scommessa per i produttori. Il risultato è un racconto molto diverso dai canoni del regista tedesco: invece della solita ironia, la vicenda esaspera l’aspetto tragico e serioso. Per girare la pellicola  Lubitsch volle al suo fianco alcuni attori giovani e spesso non affermati ma che in seguito godranno di un enorme successo: ritroviamo infatti giovanissima Pola Negri, appena trasferitasi in Germania, per la prima volta musa del nostro Lubitsch. Da qui in poi la loro collaborazione darà vita a numerosissime pellicole, sia tedesche che americane (come Forbidden Paradise di cui abbiamo già parlato) . Ma ci sono altri attori che avranno a loro volta una lunga e fruttuosa carriera al fianco del regista tedesco: Emil Jannings, che abbiamo imparato ad apprezzare per “l’ultima risata” di Murnau, e Harry Liedtke. “Gli occhi della Mummia” era una scommessa non solo per la scelta del regista e degli attori, ma anche per i costi che si dovettero affrontare: non si badò infatti a spese per ingaggiare gli interpreti e realizzare le scenografie, tra cui spiccavano riproduzioni di palme e montagne calcaree. Possiamo dire, con il senno di poi, che la scommessa fu vincente e questo rappresentò l’inizio dell’ascesa del grande Lubitsch.

Il pittore Albert Wendland (Harry Liedtke) si reca in Egitto per motivi di studio. Qui viene a conoscenza della maledizione che colpisce coloro che visitano la Tomba della Regina Ma e, incuriosito, decide di recarvisi. Una volta giunto viene accolto dal sacerdote Radu (Emil Jannings) che si offre di fargli da guida. Una volta arrivati di fronte alla Mummia, questa apre magicamente gli occhi. Il pittore però capisce il trucco: in una stanza attigua, infatti, si nasconde la povera Ma (Pola Negri) costretta a sottostare alle prepotenze del suo padrone. Albert decide di portare la ragazza con sé in Europa, ma i guai non sono finiti. Anche il sacerdote si trasferisce, sperando di trovare Ma e vendicarsi dell’affronto subito. Il finale è altamente tragico.

Il regista riesce a gestire al meglio il limite delle inquadrature fisse, regalandoci qualche immagine molto suggestiva (la più bella è sicuramente quella relativa al finale che, per ovvi motivi, ho deciso di non riportare). Le interpretazioni sono abbastanza convincenti, anche se ad un livello inferiore rispetto a quello che ci aspetteremmo da attori di questo calibro. La vicenda, del resto, scorre abbastanza lentamente e la musica di accompagnamento non sembra essere all’altezza della rappresentazione. Una copia della pellicola è conservata presso la Cineteca Italiana. Di recente sono state rilasciate in america ben due edizioni in DVD, con il titolo The Eyes Of The Mummy. Qui potete controllare la qualità di entrambe, personalmente ho visionato quella del 2002 della Grapevine Video che sembra avere anche una valutazione migliore. Un film consigliato solo agli amanti del muto che vogliono farsi un’idea di tutta la carriera del regista oppure agli amanti del genere Horror.

La Zarina (Forbidden Paradise) – Ernst Lubitsch (1924)

Il nostro Lubitsch era da poco arrivato in america e aveva iniziato a lavorare in maniera quasi compulsiva. Abbiamo già visto come nel 1924 era uscita un’altra pellicola dello stesso regista: the marriage circle, commedia divertente e frizzante. La Zarina è un film diverso, ma che lascia comunque trasparire quel tipico “tocco alla Lubitsch” su cui mi piace tanto insistere. La storia narrata è stata ispirata dallo spettacolo teatrale The Czarina di Edward Sheldon (che aveva goduto di un discreto successo a Broadway)  che riprendeva a sua volta l’omonimo libro ungherese di Lajos Biró e Melchior Lengyel. Purtroppo è molto difficile riuscire a vedere questo film e goderne pienamente. Per quanto mi risulta l’unica copia reperibile è in condizioni disastrose. Non sono a conoscenza di nessuna edizione in DVD o VHS, ho potuto visionare il film in una pessima versione con video pessimo, senza audio e didascalie in ceco ad una velocità tale che mi era impossibile anche solo leggerle, figuriamoci decriptare qualcosa. Visto che non mi risulta il film sia andato perduto, spero vivamente si possa mettere mano alla pellicola e presentare un’edizione restaurata degna di questo nome. Come purtroppo sembra accadere spesso, è stato più semplice trovare informazioni sul film che non riuscire a vederlo.

La vicenda si svogle in un luogo di fantasia molto vicino alla Russia, per usi e costumi. Qui regna la bella Zarina Caterina (Pola Negri) con l’aiuto del suo fido Cancelliere (un simpaticissimo Adolphe Menjou). La regnante non disdegna focose avventure con i suoi sottoposti e mette gli occhi su Alexei Czerny (Rod La Rocque), teoricamente fidanzato con Anna (Pauline Starke), Capitano fedele, che aveva corso mille pericoli per avvertire la Caterina di una rivolta imminente…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Quando Alexei si rende conto di essere stato solo un gioco per Caterina, decide di appoggiare a sua volta i rivoluzionari e tentare di rovesciare il governo. La rivolta viene però sventata grazie all’intervento del Cancelliere e Alexei viene fatto prigioniero. Solo l’intervento della Zarina lo salverà e gli permetterà di tornare dalla sua Anna…

(potete riprendere la lettura da qui..)

Una commedia piacevole, che riprende in maniera caricaturale la vita di corte nella Russia zarista (ma non solo). Il personaggio di Caterina sembra ispirarsi alla zarina Caterina II, rimasta celebre per il suo governo illuminato. Lubitsch gioca astutamente con il personaggio della regina e, con tocchi di pura classe, riesce ad esprimere tutta la sua arguta malizia. Non manca l’attenzione al dettaglio con inquadrature che sono degli autentici capolavori: come la scena in cui possiamo vedere Alexei e Anna riflessi nel lago. Tra il cast spicca la bella Pola Negri, attrice polacca molto celebre, che aveva lavorato più volte assieme a Lubitsch in film come “Lo Scoiattolo” o “Madame du Barry“. Al suo fianco ritroviamo uno splendido Menjou, che cattura con il suo sorriso magnetico e contagioso. Il suo Cancelliere è perfetto, è accondiscendente nei confronti della Zarina ma riesce a intervenire quando ce n’è bisogno. Anche Rod La Rocque svolge alla perfezione il suo ruolo, grazie anche alla sua grande altezza, riesce ad imporsi come soldato risoluto in grado di combattere per i propri ideali. La scenografia spicca per la sua grandiosità, grazie a un’estrema cura per i dettagli sfarzosi della corte regale. Grandiosità espressa anche attraverso i magnifici vestiti della Zarina. Le immagini di Lubitsch sanno poi mettere nella giusta luce questi elementi. Sicuramente le pessime condizioni dell’esemplare che ho potuto visionare limitano le considerazioni riguardo questo film. Per gli amanti delle curiosità segnalo che questa è la seconda pellicola in cui recitò, seppur non accreditato, Clarke Gable, nel ruolo di una delle guardie della Zarina. Per finire consiglio a tutti gli anglofonidi di consultare l’interessante scheda dedicata al film dal NewYorkTimes, a cui potete accedere semplicemente cliccando qui.