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Posts Tagged ‘Ernst Lubitsch’

La Bambola di Carne a Torino

Riprende, a Torino, la rassegna “Voci del Silenzio” con la presentazione, giovedì 10 ottobre 2013, alle ore 20.30, presso la Bibliomediateca “Mario Gromo” di Via Matilde Serao 8/A, del libro Il fachiro di Atlantide. Percorsi dell’immaginario tra avventure e misteri di Felice Pozzo, Edizioni il Foglio 2013. L’incotro sarà moderato da Alessio Vacchi delle Brigate Irma Vep (nome ispirato al Serial francese Les Vampires di Louis Feuillade di cui mi riprometto di parlare a breve).
A seguire verrà proiettato il divertentissimo film La Bambola Di Carne (Die Puppe) di Ernst Lubitsch (1919).

Ecco il programma dettagliato della serata:

Torna, dopo la pausa estiva, il consueto appuntamento con la rassegna VOCI DEL SILENZIO, con la presentazione giovedì 10 ottobre 2013, alle ore 20.30, del libro Il fachiro di Atlantide. Percorsi dell’immaginario tra avventure e misteri di Felice Pozzo, Edizioni il Foglio 2013.

Con l’autore intervengono Silvio Alovisio (Università di Torino), Luciano Curreri (Università di Liegi), Gordiano Lupi (editore), Pompeo Vagliani (direttore Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia).

Modera l’incontro Alessio Vacchi (Brigate Irma Vep).

A seguire la proiezione del film La bambola di carne di Ernst Lubitsch.

VOCI NEL SILENZIO è un ciclo di incontri e proiezioni curato dal gruppo di studio Brigate Irma Vep, coordinato da Giulia Carluccio con la collaborazione di Silvio Alovisio. L’attività del gruppo nasce dal desiderio di mostrare, rivedere e approfondire un periodo della storia del cinema fondamentale, ma poco conosciuto dal grande pubblico: il muto. In collaborazione con il DAMS di Torino.

La bambola di carne di  Ernst Lubitsch.

(Germania 1919, 60’, b/n)

Spaventatissimo dal matrimonio resosi necessario per compiacere l’anziano e malato zio, Lancelot, giovane e inibito baronetto, escogita la messinscena delle nozze con una bambola meccanica cui, a sua insaputa, si sostituisce una ragazza vera, appetitosa e vogliosa. I temi del doppio e del rapporto tra creatore e creatura rimandano, come le scenografie, all’espressionismo, ma il tono è leggero, di allegra bizzarria e di simulato candore, ricco di invenzioni ai limiti del surreale. Sotto i colori della fiaba (ma con sottintesi psicanalitici) è la storia di un’iniziazione maschile, incubi compresi.

Interpreti: O. Oswalda, M. Kronert, H. Thimig, V. Janson, M. Köhler, P. Morgan.

Per maggiori informazioni: http://www.museocinema.it/news.php?id=1189

Non mi resta di augurarvi una buona visione!

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Crepuscolo di gloria (The Last Command) – Josef von Sternberg (1928)

febbraio 11, 2013 1 commento

Ritengo The Last Command uno dei film più belli in assoluto della storia del cinema, grazie alla sua modernità e capacità di emozionare. Ancora una volta Von Sternberg riesce a dar vita ad un film incredibile, ulteriormente impreziosito alla partecipazione di uno straordinario Emil Jannings qui, a mio avviso, in una delle sue più grandi interpretazioni in assoluto.

Attraverso un’operazione metacinematografica, ripercorriamo le vicende del Granduca Sergius Alexander (Emil Jannings), cugino dello Zar di Russia, nei momenti immediatamente precedenti alla Rivoluzione del 1917. Il Granduca, nel corso degli avvenimenti, entrerà in contatto con la Rivoluzionaria Natalie Dabrova (Evelyn Brent), con cui instaurerà una relazione sentimentale. Nonostante non condivida le scelte suicide dello Zar, il Generale Alexander non metterà mai in discussione il suo amore per la Russia, ma sarà destinato a pagare il suo appoggio alla dinastia Romanov. Nella Hollywood del 1928 il Granduca farà la sua ultima battaglia sotto dal direzione del regista Leo Andreiev (William Powell), un tempo rivoluzionario imprigionato per volere dello stesso Alexander.

Emil Jannings, ancora una volta, offre una interpretazione superba. La sua espressività e capacità recitativa danno vita ad un personaggio indimenticabile, unico vincitore dell’intera vicenda. Von Sternberg, dal canto suo, riesce per l’ennesima volta a proporre un film muto tanto espressivo e nitido da sembrare un sonoro. Non è un caso che Jannings abbia vinto l’Oscar come miglior Attore protagonista proprio nel 1929 grazie a questa interpretazione oltre a quella di The Way of All Flesh dell’indimenticabile Victor Fleming. Non bisogna dimenticare Evelyn Brent, il cui personaggio spicca nella sua complessità psicologica. Natalie Dabrova è un personaggio multiforme che nel giro di pochi istanti può lasciare sensazioni totalmente opposte nello spettatore.

Discorso a parte merita la sceneggiatura la cui paternità è dubbia. Il soggetto è infatti solitamente attribuito a Lajos Biró, il quale ricevette per questo anche una candidatura all’Oscar. La statuina non gli fu però assegnata a causa della concorrenza di un altro film di von Sternberg, Le notti di Chicago, che con Ben Hecht gli soffiarono il premio. Anni dopo pare von Sternberg sostenesse di essere lui stesso l’autore della sceneggiatura di The Last Command e che questa venne assegnata a Biró solo a seguito di forti pressioni da parte della produzione. La versione più corrente è comunque quella secondo cui il soggetto sia stato opera di Biró che lo avrebbe scritto a partire da un’idea di Ernst Lubitsch (come dichiarato da lui stesso in un’intervista). Lubitsch avrebbe tratto ispirazione dalla storia di un generale dell’esercito imperiale russo, Theodore Lodigensky, che aveva avuto modo di incontrare prima in Russia e poi a New York, dove l’uomo si era rifugiato a seguito della Rivoluzione Russa e aveva aperto un ristorante tipico. In seguito Lubitsch rincontrò Lodigensky, con tanto di uniforme, mentre questi cercava lavoro come comparsa cinematografica per 7,50$ al giorno, proprio la parcella richiesta dal protagonista di The Last Command.

Ancora più interessante è il modo in cui l’America si appresta a raccontare della Russia in uno dei momenti più importanti della sua storia e, allo stesso tempo, più temuta dagli americani: la rivoluzione del 1917. Se lo Zar è visto in maniera totalmente negativa, nella sua folle ostentazione di potere e incuranza della popolazione devastata dalla guerra, dall’altra parte i rivoluzionari non vengono certo visti in maniera meno negativa. Questi vengono infatti rappresentati come una folla di incivili viziosi dai tratti animaleschi. Gli unici ad uscirne con una valutazione positiva sono il Granduca Alexander e, seppur in maniera non troppo limpida, la sua amata Natalie.

The Last Command è un film imprescindibile che consiglio a tutti di vedere. La fotografia, le scene, l’alta qualità recitativa contribuiscono a renderlo un capolavoro. Ancora una volta la buona edizione della Criterion rende questo splendido film di von Sternberg ancora più bello e godibile. Vi saluto con una scena del film.

Curiosità: Theodore Lodigensky, che ispirò questo film, sotto il nome di Theodore Lodi recitò in diversi film tra il 1929 e il 1935. Tra questi spicca certamente la sua interpretazione del Granduca Michael in Down to Earth del 1932. Cliccando qui potete vedere una sua foto assieme al più celebre Will Rogers.

Theonis la donna dei faraoni (Das Weib des Pharao) – Ernst Lubitsch (1922)

Dopo tantissimi anni possiamo finalmente rivivere le emozioni dell’antico Egitto grazie allo splendido lavoro di restauro operato dal Bundesarchiv-Filmarchiv insieme al Munich Filmmuseum. Fino ad oggi, infatti, “La moglie del Faraone” (traduzione letterale del titolo) poteva essere visto in una pessima versione ampiamente mutila, della durata di 50 minuti circa. Grazie allo splendido lavoro operato, possiamo invece visionare questo film epico nella sua quasi interezza (98 minuti su 120 circa), apprezzando così al meglio il lavoro di un cast eccezzionale guidato sapientemente da Ersnst Lubitsch. Tra gli attori basterebbe citare Emil Jannings e Paul Wegener per far venire la pelle d’oca, ma non si devono dimenticare Dagny Servaes, Albert Basserman, i quali avranno fortuna anche nel cinema sonoro, oltre che Harry Liedtke e Lyda Salmonova, i quali invece andranno incontro ad un futuro meno roseo.

Mentre il Re di Etiopia (Paul Wegener) si sta recando con la figlia (Lyda Salmonova) dal Faraone d’Egitto Amenes (Emil Jannings) per suggellare una pace tra i due popoli, Ramfis (Harry Liedtke), il figlio dell’architetto reale, ruba agli etiopi la schiava greca Theonis (Dagny Servaes). I due giovani si innamorano perdutamente. Nel frattempo il Re etiope denuncia al Faraone l’accaduto, il quale promette di recuperare la schiava rubata e riconsegnarla al suo nuovo alleato. Ma qualcosa sconvolge i suoi piani. Theonis viola senza saperlo il tesoro del Faraone e Ramfis, per cercare di salvarla, viene a sua volta fatto prigioniero. Quando i due vengono portati alla presenza del Faraone, questi si innamora perdutamente della schiava greca e si rifiuta di riconsegnarla agli etiopi scatenando una tremenda guerra. Mentre Ramfis viene mandato ai lavori forzati, la giovane schiava viene dichiarata regina, sebbene Theonis rifiuti di concedersi al nuovo marito. Tutto sembra volgere verso il peggio, ma la guerra fornirà ai due giovani una nuova speranza…

Das Weib des Pharao è un vero e proprio colossal caratterizzato da splendide ricostruzioni sceniche, tantissime comparse (in particolare nelle scene di guerra) ma anche da una fotografia spendida, attenta ai dettagli e in grado di catturare le emozioni dei personaggi. Tra tutti gli attori emerge sicuramente Emil Jannings, bravissimo nell’interpretare il Faraone Amenes in tutta la sua complessità psicologica. Ottima anche l’interpretazione di Dagny Servaes, grandissima attrice che preferirà sempre la carriera teatrale a quella cinematografica. Splendida anche la colonna sonora riarrangiata a partire dalla partitura originale di Eduard Künneke e suonata dal WDR Rundfunkorchester.

Un film che consiglio vivamente sia per l’accuratezza del restauro, sia perché presenta un ritmo quasi moderno rispetto ad altri film muti, sia per la storia che culmina in uno splendido finale. Grazie, infatti, al lavoro effettuato utilizzando nuove copie della pellicola (in particolare grazie ad una copia in nitrato proveniente dalla russia) e l’inserimento di foto sceniche per le sezioni ancora mancanti,  abbiamo la possibilità di vedere questo film praticamente nella sua interezza e di capire con maggiore chiarezza lo svolgimento della vicenda. Theonis la donna dei faraoni è acquistabile in versione DVD e Bluray presso il sito della casa editrice Alpha-Omega. Il prezzo è decisamente elevato, ma vista la qualità del prodotto ne vale decisamente la pena.

Note: per maggiori informazioni riguardo al restauro vi rimando al sito della Alpha-Omega dove viene spiegato benissimo tutto il lavoro compiuto a partire dalle pellicole ritrovate.

Curiosità: i tanti figuranti scelti per girare le scene di massa diedero vita ad uno sciopero nel corso delle riprese per avere un aumento della paga. Per maggiori informazioni vi rimando all’articolo presente sul blog di sempre in penombra.

Sul sito del canale Arte troverete invece tanti riferimenti interessanti segnalati in occasione della prima tv avvenuta ormai circa un anno fa.

Gli occhi della mummia (Die Augen der Mumie Ma) – Ernst Lubitsch (1918)

settembre 18, 2011 Lascia un commento

Come ci viene raccontato all’inizio della pellicola, Gli occhi della mummia è forse il primo vero film del giovane Lubitsch, il quale rappresentava per altro una vera e propria scommessa per i produttori. Il risultato è un racconto molto diverso dai canoni del regista tedesco: invece della solita ironia, la vicenda esaspera l’aspetto tragico e serioso. Per girare la pellicola  Lubitsch volle al suo fianco alcuni attori giovani e spesso non affermati ma che in seguito godranno di un enorme successo: ritroviamo infatti giovanissima Pola Negri, appena trasferitasi in Germania, per la prima volta musa del nostro Lubitsch. Da qui in poi la loro collaborazione darà vita a numerosissime pellicole, sia tedesche che americane (come Forbidden Paradise di cui abbiamo già parlato) . Ma ci sono altri attori che avranno a loro volta una lunga e fruttuosa carriera al fianco del regista tedesco: Emil Jannings, che abbiamo imparato ad apprezzare per “l’ultima risata” di Murnau, e Harry Liedtke. “Gli occhi della Mummia” era una scommessa non solo per la scelta del regista e degli attori, ma anche per i costi che si dovettero affrontare: non si badò infatti a spese per ingaggiare gli interpreti e realizzare le scenografie, tra cui spiccavano riproduzioni di palme e montagne calcaree. Possiamo dire, con il senno di poi, che la scommessa fu vincente e questo rappresentò l’inizio dell’ascesa del grande Lubitsch.

Il pittore Albert Wendland (Harry Liedtke) si reca in Egitto per motivi di studio. Qui viene a conoscenza della maledizione che colpisce coloro che visitano la Tomba della Regina Ma e, incuriosito, decide di recarvisi. Una volta giunto viene accolto dal sacerdote Radu (Emil Jannings) che si offre di fargli da guida. Una volta arrivati di fronte alla Mummia, questa apre magicamente gli occhi. Il pittore però capisce il trucco: in una stanza attigua, infatti, si nasconde la povera Ma (Pola Negri) costretta a sottostare alle prepotenze del suo padrone. Albert decide di portare la ragazza con sé in Europa, ma i guai non sono finiti. Anche il sacerdote si trasferisce, sperando di trovare Ma e vendicarsi dell’affronto subito. Il finale è altamente tragico.

Il regista riesce a gestire al meglio il limite delle inquadrature fisse, regalandoci qualche immagine molto suggestiva (la più bella è sicuramente quella relativa al finale che, per ovvi motivi, ho deciso di non riportare). Le interpretazioni sono abbastanza convincenti, anche se ad un livello inferiore rispetto a quello che ci aspetteremmo da attori di questo calibro. La vicenda, del resto, scorre abbastanza lentamente e la musica di accompagnamento non sembra essere all’altezza della rappresentazione. Una copia della pellicola è conservata presso la Cineteca Italiana. Di recente sono state rilasciate in america ben due edizioni in DVD, con il titolo The Eyes Of The Mummy. Qui potete controllare la qualità di entrambe, personalmente ho visionato quella del 2002 della Grapevine Video che sembra avere anche una valutazione migliore. Un film consigliato solo agli amanti del muto che vogliono farsi un’idea di tutta la carriera del regista oppure agli amanti del genere Horror.

La Zarina (Forbidden Paradise) – Ernst Lubitsch (1924)

settembre 2, 2011 Lascia un commento

Il nostro Lubitsch era da poco arrivato in america e aveva iniziato a lavorare in maniera quasi compulsiva. Abbiamo già visto come nel 1924 era uscita un’altra pellicola dello stesso regista: the marriage circle, commedia divertente e frizzante. La Zarina è un film diverso, ma che lascia comunque trasparire quel tipico “tocco alla Lubitsch” su cui mi piace tanto insistere. La storia narrata è stata ispirata dallo spettacolo teatrale The Czarina di Edward Sheldon (che aveva goduto di un discreto successo a Broadway)  che riprendeva a sua volta l’omonimo libro ungherese di Lajos Biró e Melchior Lengyel. Purtroppo è molto difficile riuscire a vedere questo film e goderne pienamente. Per quanto mi risulta l’unica copia reperibile è in condizioni disastrose. Non sono a conoscenza di nessuna edizione in DVD o VHS, ho potuto visionare il film in una pessima versione con video pessimo, senza audio e didascalie in ceco ad una velocità tale che mi era impossibile anche solo leggerle, figuriamoci decriptare qualcosa. Visto che non mi risulta il film sia andato perduto, spero vivamente si possa mettere mano alla pellicola e presentare un’edizione restaurata degna di questo nome. Come purtroppo sembra accadere spesso, è stato più semplice trovare informazioni sul film che non riuscire a vederlo.

La vicenda si svogle in un luogo di fantasia molto vicino alla Russia, per usi e costumi. Qui regna la bella Zarina Caterina (Pola Negri) con l’aiuto del suo fido Cancelliere (un simpaticissimo Adolphe Menjou). La regnante non disdegna focose avventure con i suoi sottoposti e mette gli occhi su Alexei Czerny (Rod La Rocque), teoricamente fidanzato con Anna (Pauline Starke), Capitano fedele, che aveva corso mille pericoli per avvertire la Caterina di una rivolta imminente…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Quando Alexei si rende conto di essere stato solo un gioco per Caterina, decide di appoggiare a sua volta i rivoluzionari e tentare di rovesciare il governo. La rivolta viene però sventata grazie all’intervento del Cancelliere e Alexei viene fatto prigioniero. Solo l’intervento della Zarina lo salverà e gli permetterà di tornare dalla sua Anna…

(potete riprendere la lettura da qui..)

Una commedia piacevole, che riprende in maniera caricaturale la vita di corte nella Russia zarista (ma non solo). Il personaggio di Caterina sembra ispirarsi alla zarina Caterina II, rimasta celebre per il suo governo illuminato. Lubitsch gioca astutamente con il personaggio della regina e, con tocchi di pura classe, riesce ad esprimere tutta la sua arguta malizia. Non manca l’attenzione al dettaglio con inquadrature che sono degli autentici capolavori: come la scena in cui possiamo vedere Alexei e Anna riflessi nel lago. Tra il cast spicca la bella Pola Negri, attrice polacca molto celebre, che aveva lavorato più volte assieme a Lubitsch in film come “Lo Scoiattolo” o “Madame du Barry“. Al suo fianco ritroviamo uno splendido Menjou, che cattura con il suo sorriso magnetico e contagioso. Il suo Cancelliere è perfetto, è accondiscendente nei confronti della Zarina ma riesce a intervenire quando ce n’è bisogno. Anche Rod La Rocque svolge alla perfezione il suo ruolo, grazie anche alla sua grande altezza, riesce ad imporsi come soldato risoluto in grado di combattere per i propri ideali. La scenografia spicca per la sua grandiosità, grazie a un’estrema cura per i dettagli sfarzosi della corte regale. Grandiosità espressa anche attraverso i magnifici vestiti della Zarina. Le immagini di Lubitsch sanno poi mettere nella giusta luce questi elementi. Sicuramente le pessime condizioni dell’esemplare che ho potuto visionare limitano le considerazioni riguardo questo film. Per gli amanti delle curiosità segnalo che questa è la seconda pellicola in cui recitò, seppur non accreditato, Clarke Gable, nel ruolo di una delle guardie della Zarina. Per finire consiglio a tutti gli anglofonidi di consultare l’interessante scheda dedicata al film dal NewYorkTimes, a cui potete accedere semplicemente cliccando qui.

Matrimonio in quattro (The marriage circle) – Ernst Lubitsch (1924)

The marriage circle è una delle primissime regie americane di Lubitsch, di cui abbiamo già avuto modo di parlare con Die Puppe (1919). Anche questa volta siamo di fronte a una commedia ironica e maliziosa in cui vengono messi in scena numerosi intrecci amorosi. Ritroviamo, fin dalle prime inquadrature, quel “tocco alla Lubitsch” che tanto ci aveva divertito con la sua arguzia e attenzione al dettaglio: proprio questa regna nel corso di tutto il film, quando le immagini indugiano su alcuni particolari (oggetti o espressioni significative), che contribuiscono alla comprensione e composizione della scena stessa.

Siamo a Vienna dove Mizzi (Marie Prevost, attrice “maledetta” che morirà a soli 38 anni per un infarto) è infelicemente sposata al Professor Stock (il grande Adolphe Menjou). In un vortice amoroso Mizzi cerca di sedurre il Dottor Braun (altro nome importante del cast: Monte Blue), marito della sua migliore amica Charlotte (Florence Vidor), che a sua volta subisce la corte spietata di Gustav Mueller (Creighton Hale), amico e collega di Braun. Al tutto si aggiunge un detective privato (Harry Myers), assoldato da Stock per cogliere la moglie in flagrante e poter ottenere il divorzio…

Tra giochi maliziosi e incomprensioni, la storia procede fino una sorta di lieto fine dove tutti sembrano ottenere la felicità, nel bene o nel male. Lubitsch confeziona un piccolo capolavoro, una commedia frizzante, capace di divertire e far sorridere. Tra sguardi ammicanti e doppi giochi, gli attori ci regalano delle ottime interpretazioni, che rendono ancora più gustoso il film. La Prevost sembra essere a suo agio nel ruolo di seduttrice seriale, Mejou in quello del marito stanco dei colpi di testa della moglie, ma anche incapace di resistere al suo fascino, quando viene astutamente utilizzato. Dall’altra parte Monte Blue sembra essere quasi in balia del fascino femminile, anche se, in realtà, contribuisce al tradimento più di quanto non voglia far credere. La Vidor ci presenta una donna molto innamorata, che non nasconde però un certo piacere ad essere corteggiata da altri uomini. Hale, infine, che abbiamo già incontrato nel Castello degli spettri, svolge con semplice genuità il ruolo di innamorato sofferente.

Il film ebbe un vasto successo, tanto che nel 1932 lo stesso Lubitsch ne fece un remake con George Cukor dal titolo “Un’ora d’amore” (One Hour with You) con Maurice Chevalier e Jeanette MacDonald oltre che una versione francese, Une heure près de toi, con Lili Damita al posto della Tobin nel ruolo di Mizzi. Di recente ho letto qualcuno che proponeva la pellicola come precursore della Screwball Comedy americana anni 30/40. Di certo alcuni elementi sembrano ricordarlo. Del resto Lubitsch si è dimostrato più di una volta inziatore o ispiratore di filoni cinematografici. Per concludere definirei The marriage circle una commedia spumeggiante che consiglio vivamente di vedere.

La Bambola Di Carne (Die Puppe) – Ernst Lubitsch (1919)

agosto 14, 2011 1 commento

Ammetto che è quanto meno strano inziare il capitolo tedesco con un film come La Bambola di carne (altra traduzione per me orrenda), ma sicuramente questa breve pellicola rappresenta un passo non da poco nella storia del cinema. Con questo film ci troviamo forse davanti all’invenzione dell’espressionismo comico, con l’uso di movenze e situazioni che ritroveremo nell’arco di tutta la storia del cinema (alcune gestualità e movenze ricordano quelle che vedremo anche nei nostrati Totò e Ciccio e Franco tanto per dirne due). Del resto Lubitsch ha sempre dimostrato, in particolare nei suoi film sonori, la sua predilezione per il genere arguto e le frecciatine maliziose. Come non ricordare Ninotchka, “il film dove Greta Garbo ride”?
Le vicende narrate in Die Puppe si ispirano liberamente a una novella di E.T.A. Hoffmann, che ha dato vita anche al balletto comico Coppélia o La ragazza dagli occhi di smalto, rappresentato per la prima volta a Parigi nel 1870.

Lancelot (l’austriaco Hermann Thimig), nipote del Barone di Chanterelle (Max Kronert), gravemente malato, non vuole proprio saperne di sposarsi, e quando si vede davanti alla porta 40 vergini che aspettano solo che lui decida chi di loro portare all’altare fugge dalla finestra e si rifugia, al termine di uno spassosissimo inseguimento, in un piccolo monastero. Qui degli uomini di chiesa non proprio ligi al digiuno e poco ansiosi di sopportare privazioni, vengono a sapere la cifra della dote che verrà assegnata a Lancelot qualora decidesse di maritarsi: 300.000 Franchi! Allettati da questa grande somma, i monaci offrono una scappatoia al nostro eroe: egli dovrà sposare una bambola dalle fattezze umane, invenzione di tal Hilarius (Victor Janson), e poi consegnare la ricca dote proprio al monastero in cambio della dritta.

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Questa bambola è del tutto uguale alla vera figlia dell’inventore, Ossi (Ossi Oswalda, attrice dalla straordinaria capacità espressiva, che non sopravviverà all’arrivo del sonoro e morirà in povertà all’età di 48 anni). Quando Lancelot si reca da Hilarius, succede però qualcosa di imprevisto. Il suo giovane apprendista (Gerhard Ritterband) urta inavvertitamente la bambola, rompendole un braccio. Per evitare una strigliata, la vera Ossi prende il posto della Puppe, e viene così consegnata a Lancelot, che corre a corte per ufficializzare il proprio matrimonio. Qui si susseguono numerose gag tra il principe, ignaro della sostituzione, e la finta bambola. Quando il nostro Lancillotto riceve la dote, corre dai suoi amici monaci a consegnare il bottino e rinchiudere la povera Ossi in un ripostiglio (avendo ormai esaurito la sua funzione). Ma la ragazza non ci sta e scappa nella camera del suo promesso sposo. Lancelot, nonostante sia ancora convinto che Ossi sia una bambola, inizia ad innamorarsi del suo modo di fare estroso e, addormentatosi (in una scena molto bella), la sogna. Viene svegliato di soprassalto proprio dalla sua amata che lo bacia e rivela la sua reale identità. Nel mentre a casa Hilarius è stato scoperto l’inganno e all’inventore sono venuti letteralmente i capelli bianchi per lo stress (oltre che una grave forma di sonnambulismo notturno). Nel tentantivo di mettere a posto le cose, Hilarius corre alla ricerca della figlia e dopo aver viaggiato in sella ad alcuni palloncini (l’atterraggio sarà invece poco morbido per colpa del solito apprendista dispettoso). Una volta caduto a terra ritroverà la sua Ossi mano nella mano con Lancelot. Tutto è stato già chiarito e i due annunciano ad Hilarius la propria intenzione di sposarsi. Ora al creatore di bambole possono tornare finalmente tutti i capelli neri…

(potete riprendere la lettura da qui…)

Film divertente, che colpisce per la sua semplice spontaneità. A volte questa sua genuinità stordisce, e viene da ridere proprio vedendo le scene ai limiti dell’assurdo che vengono a crearsi. Di grande comicità gli inseguimenti e i bisticci tra Hilarius e il suo apprendista, così come i giochi di sguardi ed espressioni tra Ossi e Lancelot. Con tanta ironia e anche una leggera vena anticlericale, Lubistch ci stupisce con questo piccolo gioiello di comicità pura. Una fiaba divertente che ripercorre le fobie maschili distruggendole a furia di siparietti comici. La breve durata contribuisce poi a rendere gradevole che altrimenti risentirebbe troppo del tempo passato. Sicuramente la bambola di carne ci può dare un’idea di quello che è stato l’inizio di alcuni motivi comici. Ottima interpretazione di Ossi Oswalda, e grande capacità del regista nel caratterizzare i personaggi (questi strappano un sorriso anche solo al primo sguardo). Film davvero consigliato, quanto meno per quello che ci ha lasciato in eredità. Spero che dopo la visione possiate perdonarmi per questo primo azzardo.