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Posts Tagged ‘Virginia Valli’

La scala del sogno (Up The Ladder) – Edward Sloman (1925)

upladderUp The Ladder non è certo un film innovativo o particolarmente appassionante, ma ha il merito di risultare davvero piacevole grazie a una sceneggiatura ben scritta e ben dosata nei tempi. La vicenda narra della storia d’amore tra la ricca Jane Cornwall (Virginia Valli) e  James Van Clinton (Forrest Stanley), membro di una famiglia borghese ormai caduta in rovina. Per cercare di sbancare il lunario, James sta lavorando alla realizzazione del Tele-vision-phone, una sorta videotelefono ante litteram. Servono però 25.000$ che nessuno vuole dargli e che lui è troppo orgoglioso per prenderli da una donna (sic!). Jane, che sta avendo a sua volta problemi finanziari, impone quindi al suo legale Seymour (George Fawcell) di vendere la casa di famiglia e proporsi a nome suo come socio in affari per il progetto. Grazie al denaro, James riesce a realizzare il suo strumento fantascientifico e trova il coraggio per chiedere a Jane di sposarlo. Passano gli anni e i due hanno una figlia, Peggy (Priscilla Moran). Purtroppo non tutto va a gonfie vele perché James, accecato dal successo, inizia a trascurare la moglie e intraprende una relazione clandestina con la migliore amica di lei,  Helene Newhall (Margaret Livngston). Tutto precipita nel giro di poco tempo: James viene scoperto dalla moglie e dal marito di Helene, Bob (Holmes Herbert), la società non ha più liquidi per mantenere la produzione e l’unico modo per salvarsi dal fallimento è cedere una parte dell’azienda. James si rivolge allora a Seymour chiedendogli di firmare e solo quando ormai le tempistiche per la cessione saranno scadute scopre che il suo vero socio è stata sempre la moglie. Jane si è però rifiutata di salvare l’azienda,nella speranza di poter rivedere nella povertà l’uomo che aveva sempre amato…

Trattandosi di un film americano vi è in realtà un’apertura a un lieto fine, con l’aggiunta di una scena ambietata un anno dopo gli avvenimenti narrati e alla successiva separazione tra i due: James ha nel frattempo trovato lavoro come dipendente presso un’azienda elettrica locale, viene chiamato dal direttore perché il suo lavoro gli è valso un cospicuo aumento di stipendio. Si rende però necessaria la presenza di un testimone alla firma del contratto che ovviamente altri non è che Jane. Il film si chiude in questo modo lasciando intendere un riavvicinamento tra i due. Non sono riuscito a verificare se questo finale fosse presente nel testo teatrale di Owen Davis, da cui è tratto il film, ma qualora fosse un’aggiunta nella trasposizione cinematografica, la cosa non mi stupirebbe più di tanto.

 

Il film è una chiara critica agli scalatori sociali senza scrupoli, che abbandonano i valori tradizionali pur di ottenere fama e potere. Abbiamo due lati della stessa medaglia, da una parte James, caduto in disgrazia e poi capace di riottenere la fama grazie a una sua propria invenzione. Egli però non riesce a gestire tutto questo potere e si lascia attrarre dalla lussuria. Di gran lunga peggiore è però la posizione di Helene, migliore amica di Jane, che non esita a rubarne il marito una volta che questi ha ottenuto una posizione rispettabile. Dall’altra parte abbiamo Bob, marito di Helene, che ci viene detto essere da sempre un ammiratore di Jane, che però ha sempre rispettato l’amore sincero che la ragazza prova per il James. Non dimentichiamo poi Jane stessa, che per dare una soddisfazione al marito vende la casa di famiglia e vive in ristrettezze per un certo periodo pur di prestargli il denaro necessario a permettergli di creare il suo videotelefono. vlcsnap-2018-04-10-16h22m26s481Sebbene queste siano le conclusioni morali che si possono trarre dal film, Up the Ladder non le fa “pesare” e mantiene una pregevole leggerezza e godibilità. Virginia Valli è davvero splendida in questo film: la sua Jane è una donna passionale ma equilibrata, mai eccessiva nelle sue esternazioni emotive. Così, anche di fronte alle prove del tradimento del marito, mantiene la sua dignità pur nel profondo dolore. Sono lontane anni luci le interpretazioni delle dive italiane, con la loro gestualità del dolore portata all’eccesso. Probabile che per l’epoca quello di Jane doveva essere un esempio del comportamento di una donna borghese di fronte alla sofferenza: si doveva sempre tener presente il proprio livello sociale e non perdere la propria dignità di fronte ad esso. Il finale, forse posticcio, sembrerebbe suggerire un’altra delle “doti” che una donna dovrebbe avere, ovvero saper perdonare il marito nonostante tutto. Malgrado questo messaggio sia quanto più lontano dalle conquiste femminili che sono sate fatte fino ad oggi, e sappiamo quante ancora vanno, purtroppo, ancora conquistate, il personaggio di Jane colpisce per questo suo amore puro e per la sua dignità che trascende la sua posizione sociale. Insomma in questo vorticare di ascese e scalate nella società sono proprio la dignità e i sentimenti puri a vincere su tutto.

La regia di Sloman è semplice e non invasiva con alcune trovate fotografiche non particolarmente innovative ma ben fatte che potete trovare nelle immagini proposte. La prima riguarda la scelta di inquadrare l’avvicinamento tra Jane e James attraverso una serie di stacchi sulle gambe dei due: nella scena lui, che si strugge per le problematiche economiche, è salito su alcuni mattoni; lei decide così di prendere uno sgabello improvvisato per poterlo raggiungere e consolare ma una volta sopra ad esso inciampa cadendo tra le sue braccia: James la stringe allora a sé e la bacia.
Nella seconda immagine potete vedere un interessante stratagemma per mettere in scena la scoperta del tradimento proprio attraverso l’invezione fantascientifica su cui ruota il film: Jane è al telefono con l’amica Helene che si trova in compagnia di James. Attraverso lo specchio nella stanza dell’amica, Jane vede riflesso il volto del marito e capisce quindi di essere stata tradita.

In conclusione, se cercate un film piacevole senza troppe pretese Up the ladder è certamente il film che fa per voi.

 

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Il Gardino del Piacere (The Pleasure Garden) – Alfred Hitchcock (1926)

giugno 29, 2013 2 commenti

Il Cinema Ritrovato 2013 ci propone un’interessante rassegna dedicata ai muti di Alfred Hitchcock e io, direttamente da Bologna, mi preparo a seguirla passo passo. Si parte con The Pleasure Garden, il primo lungometraggio diretto dal ‘maestro del brivido’. La splendida musica di Donald Sosin ha accompagnato il pubblico verso una storia che Hitchcock definì “un melodramma  con varie scene interessanti”.

Patsy (Virginia Valli) e Jill (Carmelita Geraghty) lavorano come ballerine in una music-hall di Londra. Jill è fidanzata con il giovane Hugh (John Stuart) mentre Patsy presto innamora di Levet (Miles Mander) amico e compagno di affari dello stesso Hugh. Quando i due ragazzi partono per l’Africa in cerca di fortuna la situazione però precipita. Jill inizia a vendersi per ottenere fama e denaro, Levet, invece, dopo aver sposato Patsy, la tradisce con una nativa che usa per soddisfare tutti i suoi vizi. Ma tutti i nodi vengono al pettine e tra omicidi e scene ad alta tensione trionferà l’amore puro: quello tra Patsy e Hugh…

Il film è contraddistinto tra una contrapposizione tra ‘bene’ e ‘male’, dove i personaggi positivi pagano la loro purezza con il tradimento. La fotografia è nel complesso molto ben curata e il lavoro operato per il restauro contribuisce a metterla in evidenza. Vengono così valorizzati gli elementi simbolici atti a sottolineare i presentimenti di ‘malvagità’ nei personaggi di Jill e Levet: dai fiori appassiti al cane giocoso che si trasforma in aggressivo in loro presenza. Proprio i particolari fanno la differenza in questo film, con i più piccoli dettagli, specialmente gestuali, che sembrano assumere un secondo significato. Eppure nonostante tanti elementi positivi sembra mancare qualcosa a questo film, seppur piacevole, per renderlo completo. Forse paga l’intreccio troppo complesso e la varietà di ambientazioni che tendono a confondere la vicenda. Non a caso questo continuo intrecciarsi di vicende avevano fatto pensare in passato, in mancanza di un originale, alla presenza di due distinte versioni. Fa sorridere, anche alla luce di quanto si vedrà nei muti successivi, la presenza fin dal primo titolo di ballerine, tra cui alcune dai riccioli d’oro (che non può non far pensare a The Lodger ad esempio).

Il restauro, operato dal BFI National Archive in associazione con ITV Studios Global Entertainment e Park Circus Film, rende pienamente giustizia a questo titolo aumentandone la godibilità per un pubblico moderno attratto anche solo dalla presenza del nome di Hitchcock alla regia. Ma The Pleasure Garden non è solo questo e ad una visione attenta nasconde veramente tante piccole perle che mostrano, con largo anticipo, la grandezza del regista. Il pubblico è sembrato diviso nei giudizi, ma a mio avviso si tratta di un film da recuperare, specie nella sua nuova veste restaurata.

The Shock – Lambert Hillyer (1923)

marzo 11, 2012 2 commenti

The Shock non è certamente un film originale, tutt’altro. Ritroviamo elementi di due precedenti film con Lon Chaney: l’ambientazione nella Chinatown locale di “Outside The Law” (1920) e la morale cristiana di “Shadows” (1922). Ancora una volta, in ogni caso, è proprio l’attore dai mille volti a rendere piacevole il film grazie ad una interpretazione molto convincente nonostante non sia troppo originale. La storia è tratta da una novella di William Dudley Pelley.

Wilse Dilling (Lon Chaney), invalido che lavora nella malavita di Chinatown, viene inviato dalla terribile Queen Anne (Christine Mayo) in una città vicina per ricattare il banchiere locale, Mr. Hadley (William Welsh). Qui però si innamora di Gertrude (Virginia Valli), figlia del banchiere, che lo mette in contatto con la religione. Deciso a riscattare il suo terribile passato Wilse decide di aiutare Mr. Hadley a liberarsi dai ricatti di Queen Anne, ma i suoi piani vengono scoperti…

Il finale, da me lasciato in sospeso, risulta abbastanza deludente ed è portatore di un grande messaggio cristiano, quasi a voler ribadire la necessità di credere sempre in un possibile intervento divino. Nel complesso il film risulta comunque ben costruito, grazie all’utilizzo di espedienti già collaudati in precedenza, ma comunque qui ben messi in atto. Lambert Hillyer (per altro regista della celebre serie Batman degli anni quaranta), fa il suo lavoro egregiamente e ci regala anche qualche inquadratura memorabile. Il film è disponibile con sottotitoli in italiano in una bella edizione Ermitage.