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Posts Tagged ‘Bela Lugosi’

Il Mostro (The Monster) – Roland West (1925)

novembre 7, 2011 2 commenti

La vicenda raccontata in The Monster fa parte di un lungo filone che abbiamo già analizzano con Il castello degli spettri di Paul Leni (1927):”la commedia Horror”. Con questo termine mi piace intendere quella tipologia di film in cui le vicende, di base ambientate in case spettrali tra tranelli e sparizioni misteriose, sono condite con una spruzzata di comicità. In queste pellicole il protagonista, tutt’altro che il classico uomo tutto d’un pezzo, tra gag e pasticci arriva a risolvere il mistero. In questo caso la parte è affidata a Johnny Arthur, attore dalla lunga carriera, capace di superare la barriera del sonoro. Non avranno la stessa fortuna gli altri protagonisti della vicenda a partire dal nostro amato Lon Chaney, qui nel ruolo di uno scienziato pazzoide, fino alla bella di turno, Gertrude Olmstead, nota per la sua interpretazione in Cobra accanto al grande Rodolfo Valentino. The Monster è forse il film della trilogia “dark house” di West, che includeva anche The Bat (1926) e The Bat Whispers (1930), quest’ultimo celebre anche per aver ispirato a Bob Kane il personaggio di Batman.

Johnny Goodlittle (Johnny Arthur), fresco Detective per corrispondenza, coglie l’occasione per usare il suo distintivo occupandosi cercando di risolvere l’enigma che si cela dietro ad alcune sparizioni misteriose. Il problema è che, per la sua semplicità, nessuno sembra prestargli attenzione. Come se non bastasse la sua amata Betty Watson (Gertrude Olmstead) sembra avere più attenzioni per il ben più piazzato Amos Rugg (Hallam Cooley). I tre si ritrovano rinchiusi nell’inquietante casa del pazzoide Dr. Ziska (Lon Chaney) che, con l’aiuto di alcuni personaggi a dir poco inquietanti, cerca di scoprire i segreti della vita a loro spese. Tra colpi di fortuna e una impensabile temerarietà Johnny riuscirà a conquistare l’amore della sua Betty e far imprigionare la combriccola.

Un film divertente e scansonato. Il personaggio del Dr. Ziska sembra essere disegnato per Bela Lugosi, del resto interpreterà tantissimi ruoli del genere tra The Devil Bat e Ghosts on the Loose (tanto per dirne due) o per Boris Karloff, anche lui non estraneo a ruoli di questo tipo. Il film scivola piacevolmente ed il personaggio di Johnny regala qualche sorriso. Niente di eccezionale comunque ma che lascia qualcosa di postivio. Così chiude la pagina dedicata al film del sito 366weirdmovies: “The Monster is not great cinema, its not the best West, best Chaney, or best Old Dark House movie (James Whale would deliver that seven years later), but it is silent pulp and, in the right mindset, it can take you back to the days of milk duds and acne“. E non possiamo che dargli ragione. The Monster non è edito in Italia ma è comunque reperibile l’edizione transalpina, contenente il film in inglese sottotitolato in francese, ad un prezzo molto ridotto.

The Life and Death of 9413 a Hollywood Extra – Robert Florey, Slavko Vorkapich (1928)

settembre 25, 2011 1 commento

Chi non si è mai emozionato ascoltando Rhapsody in Blue di George Gershwin? Un giovane Robert Florey, francese con la passione del cinema trasferitosi in America, ascoltando questa splendida composizione ebbe l’idea per uno dei corti più celebri del cinema mondiale. Nel 1921, appena arrivato nel Nuovo Mondo, Florey era subito entrato nel mondo del cinema lavorando per Fairbanks come curatore della sua immagine per l’Europa. Iniziò inoltre a fare le prime esperienze come assistente alla regia per registi di poco conto, fino ad arrivare, poi, alla realizzazione di numerosi film, in particolare horror, tra cui possiamo ricordare “Murders in the Rue Morgue” (1932) con Bela Lugosi. Vorkapich, nato nella ex-Jugoslavia e trasferitosi negli Stati Uniti dopo la Prima Guerra Mondiale, viene ricordato principalmente per i suoi lavori di montaggio. Come nasce quindi il nostro cortometraggio? Partendo dall’ascolto della Rapsodia in Blu, Florey scrisse una sceneggiatura, in cui le vicende del protagonista dovevano sincronizzarsi con la musica e il montaggio doveva adattarsi ai tempi e al ritmo della musica stessa. Il titolo originale doveva essere “The Suicide of a Hollywood Extra“, poi modificato in quello che tutti conosciamo. Vorkapich, unendo gli influssi espressionistici tedeschi e quelli artistici russi, diede vita assieme a Florey ad un film assolutamente innovativo e sperimentale, che potremmo quasi definire espressionista. Il costo di realizzazione fu estramente basso costo: appena 97 dollari (oggi sarebbero 1190 dollari circa, più o meno 880 euro). Per realizzare le scenografie vennero utilizzati materiali di fortuna che oggi farebbero sorridere, ma il risultato è davvero eccezionale.

Un ragazzo (Jules Raucourt) sogna la vita della star di Hollywood e firma così un contratto come attore. Una volta apposta la firma, però, perde la sua identità per diventare 9413, numero che gli viene scritto sulla fronte. Nel mondo del cinema entra in contatto con diversi attori che come lui sono contrassegnati da un semplice numero. Tra questi ci sono la bella 13 e 15, che scalza presto 9413 nell’olimpo hollywoodiano con un’ascesa esponenziale rispetto all’insuccesso del povero protagonista. Persa la fama, l’identità e il denaro, 9413 morirà nella solitudine intraprendendo il viaggio verso il paradiso. Solo qui, grazie all’azione di un angelo che rimuove il suo numero, il protagonista riacquisterà la sua vera identità.

Il destino del povero 9413 ricorda da vicino quello di tanti idoli del cinema poi dimenticati, ma in particolare quello del povero John Gilbert, morto a soli 36 anni dopo che la crisi e una voce poco adatta al sonoro gli stroncarono di fatto finanze e carriera. L’idea del numero, che ruba l’identità del singolo, oltre a ricordarci eventi traumatici come quelli legati ai campi di sterminio per ebrei (che ovviamente all’epoca non erano ancora lontamente immaginabili), è un elemento che tornerà in alcune opere anglofone. In particolare mi riferisco alla celebre serie britannica The Prisoner, di e con Patrick McGoohan, dove il protagonista perde la sua identità per diventare Numero 6. Il cortometraggio fu un vero successo, tanto da catturare l’attenzione di Charlie Chaplin che volle trasmetterlo in casa sua. Per maggiori informazioni su questioni tecniche vi invito a leggere questa interessante recensione su mymovies.it. Io vi lascio postandovi una delle tante versioni del film, con una colonna sonora realizzata nel 2005. Buona visione!

Shadows – Tom Forman (1922)

agosto 19, 2011 6 commenti

Ieri abbiamo parlato di Paul Leni, morto giovanissimo per la leucemia, oggi, invece, parleremo di una pellicola di Tom Forman,  morto suicida all’età di 33 anni. Con Shadows, Forman ci catapulta in un mondo fortemente imperniato dalla fede cristiana protestante, dove la morale sembra la linea guida di tutta la vicenda: tutto si gioca sul concetto di colpa, peccato, punizione e redenzione. La storia è tratta dal breve racconto “Ching, Ching, Chinaman” di Wilbur Daniel Steele adattata poi dallo sceneggiatore Eve Unsell.

La bella e gentile Sympathy (Marguerite De La Motte) è sposa del burbero pescatore Daniel Gibbs (Walter Long) il quale non perde mai occasione per rimproverarla. Un giorno questi, partito con i suoi compagni per la pesca, viene colto da una terribile tempesta. La mattina successiva solo uno di loro riesce a tornare e, insieme a lui, compare anche il cinese Yen Sin (Lon Chaney), subito visto con sospetto dalla comunità ed emarginato perché non cristiano. Il saggio orientale, si stabilisce su una piccola imbarcazione sulla quale svolge il suo lavoro di lavandaio. Qui farà amicizia con il piccolo bullo Mr ‘Bad Boy’ (Buddy Messinger). Non mancano però episodi di razzismo nei suoi confronti: il giovane John Malden (Harrison Ford, ovviamente non l’Indiana Jones, che è nato nel 1942), nuovo reverendo della comunità, si erge in sua difesa durante uno di questi episodi e in quell’occasione fa la conoscenza con Sympathy. Il reverendo inzia così a frequentare la bella ragazza e, nel contempo, si reca sempre più spesso da Yin Sin per cercare di convertirlo, senza però avere successo. Nel giro di poco tempo John e Sympathy si innamorano e decidono di sposarsi  (con grande dispiacere di Nate Snow/John St. Polis da sempre segretamente invaghito della ragazza) e, poco dopo il matrimonio, lei resta incinta. Ma un avvenimento straordinario viene a turbare la quiete del pastore: Daniel Gibbs è tornato e, tramite una lettera, ricatta John, chiedendo soldi in cambio del suo silenzio…

Da quel momento in poi il film prende la piega che abbiamo precedentemente detto: John è rincorso dai fantasmi del peccato per colpa dei quali vede, piano piano, la sua vita sgretolarsi. Come immaginabile sarà poi Yin San a risolvere la vicenda dando a tutta la comunità una lezione di amore e tolleranza. Il tutto, sostanzialmente, è imperniato su tre personaggi: il saggio Yin Sin, che con la sua arguzia riesce a prevedere gli avvenimenti e prevenerli; Nate Snow, che dietro al suo carattere forte nasconde una profonda debolezza; John Malden, personaggio a cui Ford riesce a dare una perfetta caratterizzazione, rendendo al meglio questo contrasto interiore su cui ho già più volte insistito. I commenti dell’epoca furono entusiastici, specialmente riguardo all’interpretazione di Lon Chaney, tanto che l’Harrison’s Reports arrivò a definirla la sua migliore in assoluto. Di certo Yen Sin si impone come vero protagonista della vicenda, riuscendo ad accattivarsi il pubblico con la sua semplicità e saggezza e, con la stessa forza, riuscendo a farci commuovere. Pubblicato di recente in Italia dalla Ermitage, questo film sta avendo una nuova linfa vitale dopo essere stato a lungo messo da parte. Prima di terminare mi piace ricordare il rapporto di parentela da Tom Forman e Madge Bellamy, stella del cinema muto (ma non solo) che ha recitato anche a fianco del mio amato Bela Lugosi in White Zombie.

L’uomo che prende gli schiaffi (He who gets slapped) – Victor Sjöström (1924)

luglio 30, 2011 7 commenti

Tradotto orribilmente con “L’uomo che prende gli schiaffi“, questa pellicola rappresenta forse il film più bello del regista svedese Sjöström, uno dei tanti che non sopravviverà al passaggio al sonoro ma che  avrà modo di essere ricordato per un’importante interpretazione (all’età di 78 anni) ne “il posto delle fragole” di Bergman. Altrove ho visto il titolo tradotto con “Colui che…” ma forse è uno dei tanti casi in cui la trasposizione in un’altra lingua non rende merito all’originale. La storia è tratta dall’omonima opera di Leonid Andreyev, autore teatrale che aveva lottato per la Rivoluzione Russa, ma che non aveva mancato di rendere nota la sua avversione ai bolscevichi. Per questi dissidi politici era stato costretto a scappare in Finalndia, dove si suiciderà nel 1919.

La vicenda si svolge in Francia dove Paul Beaumont (Lon Chaney), geniale scienziato, lavora ad una grande scoperta grazie all’aiuto economico del Barone Regnard (Marc McDermott, attore australiano che morirà a soli 47 anni per una cirrosi epatica) e il supporto morale dell’amata moglie. Paul riesce finalmente a dimostrare le sue teorie, ma il giorno in cui deve sottoporle all’Accademia delle Scienze con suo sommo stupore il Barone la presenta agli studiosi come sua. Indignato lo scienziato cerca di farsi giustizia ma viene schiaffeggiato da Regnard, additato come buffone e deriso da tutti i presenti. Tornato dalla sua amata Paul cerca conforto tra le sue braccia, ma viene presto a scoprire che anche lei l’ha tradito essendosi innamorata del malvagio barone. La moglie lo schiaffeggia e lo deride dandogli del clown, e rivela di essersi invaghita del Barone per il suo charme e la sua elevata disponibilità economica. Distrutto psicologicamente lo scienziato torna nel suo studio dove, ai limiti della pazzia, scoppia in una incontrollabile risata.
Passano cinque lunghi anni e Paul ha intrapreso una nuova carriera: quella di clown in un circo parigino. Ora è conosciuto come “He Who Gets Slapped” o, più brevemente, come He. Qui è la star dello spettacolo, durante il quale viene preso ripetutamente a schiaffi dagli altri buffoni e deriso da tutto il pubblico (tra i clown si vocifera ci fosse anche Bela Lugosi, ma la notizia non è mai stata confermata). Ma non ci sono solo clown nel circo, un altro spettacolo molto importante è portato avanti dall’acrobota Bezano (John Gilbert, una delle stelle più brillanti di Hollywood che ricordo nella “Vedova allegra” dell’eccentrico Von Stroheim), che esegue le sue evoluzioni in groppa al suo cavallo. A lui si aggiunge la figlia del decaduto Conte Mancini (Tully Marshall), la splendida Consuelo (Norma Shearer, che vincerà l’oscar come migliore attrice nel 1930 con “la divorziata“). Tra i due ragazzi nasce subito l’amore, ma non tutto va come dovrebbe…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Ad uno degli spettacoli assiste anche una vecchia conoscenza di He, il perfido Barone Regnard, che non perde occasione di notare e corteggiare la giovane Consuelo. Il nostro eroe, innamoratosi a sua volta della purezza del cuore dell’acrobata, cerca di evitare che il Barone rovini la vita alla ragazza e, senza farsi riconoscere, lo deride con numerosi scherzi permettendo così a Consuelo di allontanarsi. Ma il Conte Mancini, assetato di soldi, vende l’amore della figlia al Barone e organizza, segretamente, le sue nozze (nel mentre la moglie di Paul viene cacciata dalla casa del Barone dove aveva vissuto fino a quel momento avendo, in cambio dell’annichilimento della propria esistenza, mille franchi). He capisce cosa stanno ordendo i due malfattori e cerca di mettere in guardia Consuelo, ma troppo tardi. Per permettere al suo amore di vivere felice, il clown minaccia il Conte Mancini che, messo alle strette, lo ferisce a morte con una lama. Paul, ha però preparato la sua vendetta, appostando davanti all’unica porta verso l’esterno un leone affamato. Quando il Conte ed il Barone aprono la porta, vengono in poco tempo divorati dalla bestia e solo l’intervento tempestivo del domatore evita la stessa fine al nostro eroe. Ma ormai è troppo tardi anche per lui: con le ultime forze He corre a fare il suo ultimo spettacolo, regalando l’ultima risata (the last laught su cui tanto si insiste durante tutto il film) al proprio pubblico prima di morire dissanguato. Tra le braccia di Consuelo, in una scena fortemente drammatica, Paul si dice finalmente felice per averle donato la felicità.

(potete riprendere la lettura da qui…)

Un film drammatico, un inno all’amore e alla sincerità. Un invito a vivere in maniera semplice, lontano dalla tanto attuale “prostituzione sentimentale” in cambio di vile denaro. Come sempre accade in questi  film, la morale non lascia mai la storia, ma ne è la forza e il motore.
A livello tecnico, ho notato con interesse, in tutta la mia ignoranza in questo campo, gli espedienti scenici degli inframezzi tra una scena e l’altra, forse invecchiati un pochino male, e che all’inizio della pellicola mi hanno quasi destabilizzato. Molto bella è invece la scelta di alternare le scene di amore tra i due acrobati e il contemporaneo ordimento del diabolico piano da parte dei due “nobili” (sarebbe più giusto dire malviventi), espediente che viene ripreso nelle scene finali del film. Stupendo anche l’uso simbolico del piccolo cuore di stoffa che He porta sempre con sé.
Per quanto riguarda l’interpretazione penso sia una delle migliori da parte del grandissimo Lon Chaney, che riesce a rendere nel migliore dei modi lo stato d’animo dello scienziato prima e del clown poi, dando una grande dimostrazione della sua straordinaria mimica, acquisita fin da piccolo quando doveva dialogare con i genitori, entrambi sordomuti. Ottime anche le interpretazioni di Gilbert e della Shearer, che si confermano due ottimi attori, in particolare Gilbert (sempre a suo agio nei panni del farfallone).
A livello musicale, escludendo qualche sbavatura, ho trovato i motivi estremamente coinvolgenti ed adatti ad accompagnare le scene.

Nel complesso un film estremamente bello, dimostrazione evidente (e non celata nel “lavoro sporco” come può avvenire in altri film) della bravura di Lon Chaney. Grande lavoro da parte del regista Sjöström che riesce a fondere al meglio le tecniche svedesi/europee a quelle americane.
Sicuramente un film che non può essere evitato dai grandi amanti del cinema muto, ma ho qualche riserve nel consigliarlo a un non appassionato, in quanto risente a tratti degli anni trascorsi.