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Posts Tagged ‘Micheal Curtiz’

L’esilio (A Tolonc) – Mihály Kertész (1914)

Prima di andare negli Stati Uniti e vincere due Oscar, Micheal Curtiz aveva conosciuto il successo in Ungheria. Tra i suoi primi lungometraggi troviamo A Tolonc, presentato al Cinema Ritrovato per la prima volta in Italia. Devo ammettere che questo film mi è piaciuto più delle aspettative e mi ha riportato alla mente alcune delle opere del mio amato Victor Sjöström, questo perché il regista è molto attento all’elemento naturalistico così come a quello dei costumi locali.

Liszka (Lili Berky) scopre alla morte del padre, di essere stata adottata. Il suo vero padre era un uomo violento e la madre (Mari Jászai) è finita in prigione (per averlo ucciso?) ed egli non è in grado di dire se sia ancora viva o meno. Liszka lascia il suo paese natale e va in città in cerca di lavoro. Viene assunta come domestica da Kontráné (Mariska Simon), sposatasi in seconde nozze con un inguaribile farfallone (Gyula Nagy?). Dal suo primo matrimonio la signora ha avuto Miklós (Várkonyi Mihály), un bel ragazzo che si innamora subito, ricambiato, di Liszka.La situazione idilliaca ambia all’improvviso: Il patrigno di Miklós importuna la ragazza proprio quando Kontráné fa il suo ingresso in scena. Per scusarsi l’uomo accusa lei di aver fatto il primo passo. In tutta risposta Kontráné decide di riportare al suo paese natale Liszka per farla giudicare lì (dovrebbe essere un’usanza locale fino agli inizi del ‘900). Chiude così la ragazza in casa e va alla ricerca dello sceriffo locale. Interviene Miklós che sfonda la porta e libera la sua amata con la quale si allontana per parlare della situazione. Proprio in quel momento un vagabondo locale (István Szentgyörgyi?) entra in casa e ruba tutte le cose di valore. Tornata a casa Kontráné accusa la domestica del furto, e lo stesso Miklos è incerto se credere o meno all’accusa. La ragazza viene portata quindi indietro a casa, la segue il vagabondo ansioso di andarsene dal luogo del furto. Qui si è stabilità da tempo la madre, ormai uscita di prigione, che non sogna altro se non di rivedere la figlia. Nei concitati minuti successivi madre e figlia si ricongiungono, ma solo per un attimo: Liszka ha avvelenato il suo vino per uccidersi, sentendosi umiliata dall’accusa, e quando scopre di aver ritrovato la madre sviene. Questa per rifocillarla le fa bere qualche goccio di vino avvelenato e poi lo beve a sua volta, morendo. Liszka riperde i sensi ma non prima di essersi riconciliata con l’amato, sopraggiunto per stare con lei, dopo aver smascherato il vagabondo che, ubriaco, ostenta il suo bottino. Chiarito l’equivoco i due innamorati possono sposarsi e vivere felici e contenti.

Racconto la trama per intero perché questa è probabilmente l’unica recensione che ne parla. Mi scuso per altro per le incertezza sull’attribuzione di due personaggi, ma è difficile comprendere dal catalogo chi sia chi. Le immagini presenti in rete non aiutano affatto. Ovviamente se qualcuno vuole fare correzioni è il benvenuto. A Tolonc è stato presentato per la prima volta lo scorso anno a Budapest e se bene stia girando per il mondo, sono poche le occasioni per vederlo e poche di capire di cosa parla. Lo stesso Maestro Antonio Coppola, da me sentito prima della proiezione, non sapeva cosa aspettarsi dalla visione. Il catalogo del Cinema Ritrovato non aiutava più di tanto. Forse proprio questo alone di mistero ha reso più piacevole la scoperta del film che fino ad oggi credo sia la migliore scoperta del festival per quanto riguarda il cinema muto. I momenti drammatici e quelli comici sono sapientemente alternati, gli attori, quasi tutti affermati a livelllo teatrale, fanno registrare un’ottima interpretazione. Questo unito all’attenzione con la natura e la tradizione locale già citata a inizio articolo. Film davvero molto bello che mi ha fatto maturare la scelta di esplorare il cinema muto ungherese di cui sinceramente conosco davvero poco. Non sia mai che questo sia l’inizio per un futuro progetto tematico.

Per ulteriori informazioni leggere l’articolo su cinefilia ritrovata

La Mandragora (Alraune) – Henrik Galeen (1928)

La mandragora, per via della sua radice dalla forma vagamente antropomorfa, ha fin dall’antichità stuzzicato la fantasia degli uomini. Nel 1911 Hanns Heinz Ewers pubblicò una sorta di rivisitazione moderna del mito di Frankenstein, collegato anche con quello di Homunculus: Alraune: Die Geschichte eines lebenden Wesens. Ewers riprese una tradizione medievale secondo cui, nelle notti di luna piena, le radici di Mandragora prendevano forma umana portando fortuna ma anche sofferenza e tormenti. Immaginava così che uno scienziato creasse a partire dal seme di un impiccato un figlio inseminando una prostituta. Da quella terribile unione nasceva così Alraune, donna contraddistinta da un fatale fascino e carisma. La storia ebbe subito un incredibile successo e scatenò la fantasia dei produttori cinematografici. Nel 1918 uscirono almeno due versioni del film, che mi risulta siano andate perdute: una ungherese con regia di Micheal Curtiz e Edmund Fritz ed una seconda tedesca, regia di Eugen Illés e Joseph Klein. Nel 1919 venne quanto meno annunciato Alraune und der Golem di Nils Olaf Chrisander anche se potrebbe non aver mai visto la luce (vedi sezione approfondimenti). Il successo non si esaurì negli anni successivi tanto che venne girato il remake di cui ci occupiamo oggi, che vide la luce nel 1928, uno degli ultimi anni del cinema muto con un cast di eccezione, basti pensare a Brigitte Helm e Paul Wegener, e con la regia di Henrik Galeen che aveva in passato diretto pellicole come Il Golem (la prima ormai frammentaria versione del 1915 assieme a Wegener) e lo studente di Praga.

Il Professor Jakob ten Brinken (Paul Wegener) progetta di dare vita ad un essere vivente fecondando una prostituta con lo sperma di un impiccato. Lo scopo di questo immondo esperimento è quello di valutare se l’essere nato in questo modo riceverà in eredità i vizi dei suoi genitori. Dall’unione nasce Alraune (Brigitte Helm), che crescendo si dimostra una donna dal fascino e dall’intelligenza eccezionale ma in grado di portare agli uomini che si innamorano di lei tristezza e disperazione. Alraune cresce sotto lo stretto controllo dello scienziato, pensando sia suo padre biologico. Solo il Professor Jakob e, suo malgrado, il nipote Franz Braun (Iván Petrovich), infatti, conoscono la vera natura della ragazza. Così, quando Alraune scoprirà la sua vera origine, organizzerà con Franz Braun una terribile vendetta ai danni del suo creatore…

Ci troviamo di fronte ad un bel film tra fantascienza e horror, ben strutturato e perfettamente interpretato. Il filone, come abbiamo visto, è quello tipico che vede la scienza davanti alla creazione di una vita da presupposti mostruosi. Grazie al suo incredibile fascino e carisma, Alraune/Helm si presenta quasi come un Homunculus al femminile, senza però diventare un antieroe ma mantenendo tutte le sue debolezze. Il personaggio, non appena viene a conoscenza del suo passato, cerca sì la vendetta, ma non per questo tenta di allontanarsi dalla vita ma solo di cercarne un’altra tranquilla accanto alla persona che ama. Proprio la presenza di sentimenti differenzia Alraune da Homunculus. Oltre alle belle inquadrature cariche di significati, alcune ricordano classici come Nosferatu, colpisce la dolce malinconia che accompagna tutta la pellicola. Il finale, in particolare, lascia piacevolmente impressionati, nonostante il taglio netto. Non stupisce, insomma, se una storia così incredibile abbia avuto altri remake, di cui uno del 1930 con Brigitte Helm nuovamente nei panni di Alraune e con Richard Oswald alla regia. Ultima versione, invece, è quella del 1952 con la bella Hildegard Knef  e il mio amato Erich von Stroheim nei panni, rispettivamente, di Alraune e dello scienziato. Nel corso degli ultimi anni, infatti, l’interesse per questa terribile storia è scemato, forse anche a causa dello sviluppo scientifico e delle centinaia di ricerche sull’argomento. Ma un personaggio del fascino di Alraune dimostra di non avere età e non mi meraviglierei se nel futuro venisse prodotto un altro adattamento dell’opera di Ewers.

Il film, purtroppo, non mi risulta sia mai stato editato in DVD, ma è possibile vederlo tramite un vecchio riversamento (forse da VHS) o attraverso una registrazione dalla RAI. La qualità in particolare del primo riversamente è molto buona e il film merita certamente la visione. Vi lascio con uno spezzone tratto da una scena circense (c’è anche questo nel film!).

Approfondimento: riguardo i due o tre o addirittura quattro Alraune che uscirono tra il 1918 e il 1919 vi consiglio questa bellissima pagina anglofona che discute e fa chiarezza sulla probabile situazione. Potete visitarla cliccando qui.