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Archive for the ‘1910-1919’ Category

L’Avarizia – Gustavo Serena (1918)

avarizia3L’avarizia, presentato durante il Cinema Ritrovato 2018, è uno dei capitoli della serie sui Sette Peccati Capitali (1918-1919) prodotto dalla Bertini Film e dalla Caesar Film di Roma che vedeva come protagonista assoluta la diva Francesca Bertini. Trovare informazioni su questi film nella letteratura generica è piuttosto difficile, complice una riscoperta tardiva del fondo e la mancanza di una distribuzione home video. I film sono stati ritrovati nella Cineteca di Praga (Národní filmový archiv) in due versioni: una con intertitoli in ceco e una in tedesco per le minoranze locali. La serie fu esportata nell’allora Cecooslovacchia negli anni ’20 ed ebbe un notevole successo. Tutti i capitoli dei Sette peccati capitali vennero presentati nella loro versione restaurata durante il Cinema Ritrovato 2003 in una sezione interamente dedicata alla Bertini. A distanza di 15 anni, in occasione del centenario della serie, si è deciso di riproporre l’avarizia come capitolo simbolo, in attesa forse di proporne altri il prossimo anno.

Riporto la trama ampliando quella scritta per Cinefilia Ritrovata: La vicenda narra della storia d’amore tra Maria Lorini (Francesca Bertini) e il giovane Luigi Bianchi (Gustavo Serena). Entrambi vivono a stretto contatto con l’avarizia: lei ha una zia malata che nonostante stia sempre a letto si fa consegnare lo stipendio che la ragazza guadagna come sarta; il padre di lui (Franco Gennaro) ha messo da parte una fortuna come usuraio ma nasconde i proventi di questo sporco guadagno fingendosi povero. Quando il padre di Luigi scopre la loro relazione si mette d’accordo con il Conte Poretti (Alfredo Bracci), che desidera la ragazza, per farli allontanare. Con una messa in scena fanno credere a Luigi che Maria lo tradisca. La zia muore di crepacuore e Maria scopre gli averi che aveva tenuto nascosti. Con il denaro decide di aprire la sua casa di moda ma presto si ritrova piena di debiti. Il conte si fa quindi avanti e, fingendo di considerarla una sorta di sorella, le offre di prestarle il denaro necessario a portare avanti l’attività. Una sera Poretti, stufo dei continui rifiuti della ragazza, cerca di violentarla e Maria lo uccide con un colpo di pistola. Viene quindi imprigionata e uscita dal carcere inizia a frequentare posti poco raccomandabili, bevendo, fumando e forse vendendo il suo corpo. Il padre di Luigi muore e, pentendosi, rivela al figlio quanto successo a Maria. Finalmente libero da preoccupazioni economiche Luigi riesce a rintracciare la giovane e salvarla dalla sua misera condizione.

Avarizia4Il personaggio interpretato dall Bertini, nella migliore delle tradizioni melodrammatica, è il centro della vicenda: tutto quello che accade intorno a lei la porta vorticosamente verso la perdizione. La giovane Maria non ha colpa di quanto accade, ma è l’avarizia e la lussuria altrui che la trascinanano verso un baratro di declino morale apparentemente senza via d’uscita. Fortunatamente la provvidenza ha in serbo un futuro felice per i due giovani innamorati, che con la morte dei peccatori potranno finalmente sposarsi e vivere insieme. Il film è ben costruito e diretto, la Bertini riesce ad accentuare l’evoluzione della situazione del suo personaggio passando da uno stile recitativo posato a uno più teatrale e ricco di gestualità nelle scene finali. Non mancano elementi involontariamente comici come la rivelazione della vera natura del Conte Poretti, che non era affatto un nobile ma un truffatore il cui vero nome era Porchetti (sic!). Se la cosa a un pubblico cecoslovacco poteva non far ridere, mi risulta difficile che una simile ingenuità potesse essere indifferente al pubblico nostrano!

Non posso che invitare chiunque possa a recuperare presso le cineteche questo e gli altri film della serie, nella speranza che presto possa uscire in edizione home video o digitale.

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La figlia della rivoluzione (Revolutionens Datter) – Ottar Gladtvet (1918)

revol1Revolutionens Datter è una commedia che comincia in maniera tragica ma riesce ad affrontare un argomento piuttosto sentito in maniera leggera e piacevole. Come per Banya Titka si parla di una rivoluzione, qui operata da alcuni operai di una fabbrica, ma questo è solo il primo passo verso una storia d’amore divertente e tutto sommato ben raccontata.

Claire Staalhammer (Solveig Gladtvet) è la figlia del proprietario di una nota fabbrica locale. Mentre quest’ultimo maltratta i suoi operai costringendoli a ritmi massacranti, Claire cerca di aiutarli. Un giorno l’operaio Albert Fjeld (Waldemar Holberg) si ferisce ad una mano e lei lo soccorre dandogli una prima medicazione. Il padre, quando lo scopre, la sgrida e invita Albert a proseguire con il lavoro. Presto scoppia una rivolta e il padrone viene ucciso, la figlia viene invece salvata da Albert che la traveste da uomo e la porta nella cittadina vicina in attesa di poterla portare nella città più vicina. Dopo qualche scazzottata, i due riescono a partire e trovare rifugio dal Signor Dalton (Joh. Price), amico di famiglia di Claire, e da suo figlio Jack (Fred Boston). Su invito del padre, Jack inizia a fare la corte alla ragazza non per amore, ma per ottenere le ricche proprietà che con la morte del padre la giovane ha ereditato. Lei accetta a condizione che Tommy, che si vanta di essere un ottimo boxeur, sconfigga Albert in una gara. Dopo un avvio difficile, Albert sconfigge il suo avversario e ottiene la mano di Claire. Anni dopo i due hanno un figlio (Thomas Boston) che sembra avere tutta la forza ed esuberanza del papà.

 

La cosa più divertente del film sono le didascalie, che contengono frasi ad effetto tra cui spiccano: 1) durante una scazzottata Albert scaraventa un uomo fuori dalla porta e l’intertitolo chiosa “Jomfru aveva partecipato a tante risse in terra e in mare ma mai era stato così tanto tempo in aria”. 2) dopo la sconfitta il padre di Jack dice “figlio mio, scusa la schiettezza, ma sei un idiota!”; 3) dopo la vittoria di Albert si scusa con Claire perché non potrà sposare il suo spasimante, ma lei risponde “ho capito che ho bisogno di braccia forti per difendermi” chiedendogli di fatto la mano.

 

Un’altra scena molto divertente è quella in cui Jack cerca di sedurre Claire, il tutto con Albert che si allena senza sosta sullo sfondo cosa che al tempo stesso indica due cose: l’interesse di Claire che lo guarda di continuo e l’assoluta indifferenza con cui viene trattato dai Dalton. Potete vedere la scena nelle immagini qui sopra.

Concludendo Revolutionens Datter è una commedia leggera e divertente, seppur parta da un evento estremamente crudo come quello di una rivoluzione e dell’uccisione di un uomo. La forza del regista, che scrisse anche la sceneggiatura, è quella di riuscire di fatto a far passare sottotraccia questa prima parte mettendo energia positiva e buon umore. Come per Banya Titka il film sembra voler dire che gli echi rivoluzionari sono certamente vicini, ma lo spettatore non si deve preoccupare troppo, perché tutto tornerà presto alla normalità.

Bánya titka – Ödön Uher ifj (1918)

banyatitka2Nel 1910 usciva il bestseller di Max Pemberton dal titolo White Walls. Il suo successo fu talmente ampio che nel 1918 gli ungheresi decisero di ispirarsi al romanzo per farne un film in due parti con regia Ödön Uher ifj. La storia è piuttosto intricata e in alcuni tratti piuttosto inverosimile, ma nel complesso è godibile ancora oggi.

La giovane Contessa Éva Erlach (Mea Melitta alias Dömötör Kató) ha preso possesso di una miniera come eredità. In realtà essa è sotto il controllo del Conte Rudolf (Károly Lajthay) che non vuole cederle il comando e inizia a maltrattare i minatori allo scopo di farli rivoltare contro di lei. Nella miniera vive uno strano personaggio, Jura (Emil Fenyö) a cui gli operai chiedono aiuto quando hanno dei dubbi. Jura è stato cresciuto dalla strega Anna (Mari K. Demjén) e non ha mai visto la luce del sole. Esce dalla sua prigione solo per avvisare Éva di quanto sta succedendo. Per farlo si veste con le effige di un conte locale e per questo viene fatto arrestare dal Conte Rudolf come impostore. La situazione degenera e Éva rischia di essere linciata dal popolo, ma viene salvata in tempo da Jura che evade e la porta con sè. Jura nel frattempo viene ricatturato e portato in un manicomio. Éva, tornata in città, viene a sapere che Jura è realmente di nobili natali: per sfuggire a un attentato, infatti, suo padre lo aveva affidato a un frate assieme a dei documenti che testimonierebbero le sue vere origini. La giovane manda il suo fido amico Lord Robertson (Ottó Torday) dal frate che però non trova più le carte nascoste. Esse sono state infatti sotratte da Pietro Rizzi (Aladár Fenyö) per volere del Conte Rudolf. Da vero italiano stereotipato Rizzi è però un voltafaccia e vende i documenti a Robertson in cambio di denaro e poi fugge per evitare l’ira del padrone. Rudolf sfida Robertson a duello nell’estremo tentativo di recuperare i documenti ma perde la vita. Jura è finalmente riconosciuto come nobile e può sposare Éva e tornare alla miniera come padrone.

 

La storia riprende un filone molto in voga fino all’inizio del secolo scorso, ovvero gli intrighi relativi a discendenze e lignaggi perduti. Anche Tarzan di cui abbiamo parlato ieri, in fondo, parla anche di questo: egli non è altro che figlio di alcuni nobili che per un motivo o per un altro si ritrova privato del suo rango fino al riconoscimento. Jura è però un personaggio molto più interessante di Tarzan perché ha un lato mistico e misterioso che lo rendono decisamente attraente agli occhi dello spettatore. Egli, pur nelle situazioni più intricate, sembra avere tutto sotto controllo grazie alla sua fiducia incondizianata nelle sue capacità dategli dal grande amore che prova per Éva. Particolarità interessante del film, che in questo si differenzia rispetto alla solita simbologia, è che il mondo del bene sembra essere quello dell’oscurità della miniera, da cui Jura si allontana solo perché costretto dagli eventi. Ogni volta che si ritrova nel mondo della luce, il protagonista si ritrova invischiato in vicende che mettono in pericolo la sua vita o quella altrui. Non può che essere logica conclusione il ritorno in miniera, seppur come padrone, e possiamo essere certi che non disdegnerà di passare molto tempo sottoterra insieme ai suoi operai. Unica stranezza nella trama è che il duello è tra un personaggio secondario e l’antagonista invece di coinvolgere, come da tradizione, il protagonista, che di fatto beneficia del lavoro altrui.

 

Il film è stato presentato al Cinema Ritrovato in due parti perché si trattava di fatto di una sorta di serial locale. Come potete vedere dalle immagini che ho riportato, il film è stato restaurato ripristinando la imbibizione originale che impreziosisce alcune scene del film come quella dell’incendio (vedi sopra). Il film venne rilasciato un anno dopo lo scoppio della rivoluzione russa e non è quindi un caso che si sia voluto parlare di una rivolta di operai. L’opinione pubblica era certamente colpita da quanto stava succedendo e la paura generale era che gli echi rivoluzionari si potessero estendere anche in altri stati europei. Il film sembra dare una risposta rassicurante: si può riportare l’ordine facilmente e vivere serenamente e armoniosamente con l’ordine costituito vigente.

Tarzan (Tarzan of the Apes) – Scott Sidney (1918)

Tarzan_of_the_Apes_1918Su un noto gruppo dedicato al cinema muto è da inizio anno che rompono le scatole con il centenario di Tarzan of the apes. Al Cinema Ritrovato c’era una fila chilometrica per entrare in sala, ma io l’ho volutamente bistrattato a favore di un’ora di tregua dalle lunghe sessioni di proiezioni mute. Premetto che io e Alessia abbiamo visto il 79% delle proiezioni mute in programma, e Tarzan non è stata una di queste. L’amore tra me e questa storia non è mai sbocciata: ricordo vagamente mia madre tornare a casa con il libro di Edgar Rice Burroughs, che credo di non aver mai finito o, anche qualora lo abbia fatto, non deve aver lasciato particolari tracce. Quando uscì il film disney ero già grandicello, credo di averlo visto successivamente, ma se non fosse stato per la simpatia che nutro per Phil Collins l’avrei probabilmente ignorato completamente. In compenso da piccolo andavo letteralmente pazzo per Totò Tarzan, anche se oggi, non rivedendolo da almeno 15 anni, ho la vaga sensazione che non fosse propriamente uno dei suoi capolavori. Tutta questa premessa per dire che, nonostante tutte le avversità, ho deciso di recuperare finalmente il primo film di Tarzan e vederlo. I miei pregiudizi saranno stati confermati?

vlcsnap-2018-07-11-13h09m03s044Lord John e Lady Alice Greystoke (True Boardman e Kathleen Kirkham) vengono incaricati di interrompere la tratta degli schiavi nell’Africa Britannica. Durante il viaggio in mare i marinai si ammutiano e i due riescono a salvarsi solo grazie all’aiuto di Binns (George B. French), marinaio che ha a cuore la loro sorte e che li indirizza verso una casa nella fitta foresta africana con la promessa di ricongiungersi a loro più avanti. Passano i mesi, Binns è stato fatto prigioniero dagli schiavisti e Alice ha un bambino. Purtroppo prima che lui compia un anno la giovane muore lasciando John solo con il bambino. Nella foresta, intanto, Kerchack, capo di una tribù di scimmie molto numerosa, ha perso il cucciolo avuto da Kala ed è molto arrabbiato. I primati decidono quindi di rubare il piccolo umano sostituendolo nella culla con la scimmia morta. John muore di dolore e nella casa restano così tre scheletri. Il giovane Tarzan (Gordon Griffith) cresce sano e forte come una scimmia ignorando la sua vera natura. Si imbatte un giorno casualmente in una tribù di aborigeni prima, da cui impara a vestirsi, e nella sua vecchia casa di famiglia. Intanto Binns riesce a liberarsi e raggiungere la casa dove scopre Tarzan e lo istruisce sommariamente. Purtroppo viene scoperto dagli schiavisti che lo costringono a fuggire. Anni dopo Tarzan è cresciuto (Elmo Lincoln) e Binns è riuscito a convincere una spedizione scientifica a venire ad indagare. A capo vi è il Professor Porter (Thomas Jefferson), assieme alla figlia Jane (Enid Markey) e il giovane William Cecil Clayton (Colin Kenny), innamorato perdutamente della ragazza. Tarzan guarda la spedizione da lontano. Un aborigeno rapisce Jane e Tarzan allora interviene per salvarla. Dopo un periodo passato insieme Jane si innamora di lui e gli chiede di restare assieme.

 

Il finale è bizzarro e precipitoso: non sappiamo che fine abbiano fatto gli altri spedizionieri, partiti alla ricerca di Jane, né cosa accadrà ai due (Jane resterà con lui nella giungla o vorrà che lui torni con lei?). Nel romanzo lui la segue in America senza però riuscire a sposarla, qui si vuole forse troncare improvvisamente per evitare di svelare un non lieto fine nel caso in cui il sequel The Romance of Tarzan non fosse stato prodotto. Il secondo film è stato effettivamente girato ma è purtroppo andato perduto, quindi non potrò farmi del male un’altra volta. Per il resto non ho molto da dire se non che i miei pregiudizi sono stati rispettati: gli attori che interpretano Tarzan, forse per sottolineare la natura selvaggia e “sottosviluppata” dell’uomo-scimmia, ripetono espressioni da pirla per tutto il corso del film (vedi foto). Devo dire che anche Jane non è che ne faccia poi di intelligenti. Le loro espressioni buffe mi hanno fatto sinceramente ridere, ma non per questo apprezzare il film. Sicuramente per l’epoca vedere tanti animali selvaggi sul grande schermo avrà fatto un grande effetto, ma nell’epoca in cui i documentari naturalistici possono essere visti ogni giorno ventiquattro ore al giorno questa particolarità non suscita particolare interesse nello spettatore. Questo, unito alla recitazione claudicante rende, a mio parere, il film molto poco apprezzabile da un pubblico contemporaneo. In più non sono presenti neanche particolari stunt che rendono magari film come quelli di Douglas Fairbanks entusiasmanti e spettacolari ancora oggi. Concludendo sento di aver perso un’ora della mia vita che nessuno potrà mai restituirmi. Un centenario che avrei volentieri fatto a meno di festeggiare!

Elvira Notari: un amore selvaggio e due raccolte di frammenti

amore_selvaggio-300x290Un amore selvaggio (1912) è un cortometraggio ambientato in campagna che mostra alcune delle tematiche principali del cinema di Elvira Notari. I protagonisti sono due fratelli, Giuseppe (Raffaele Viviani) strafottente scansafatiche e Carmela (Luisella Viviani), laboriosa e ligia al dovere. Il primo, dopo numerosi richiami ,viene licenziato e invita la sorella ad andare via con lui. Ma Carmela è innamorata del suo padrone Alessandro (Giovanni Grasso) e nella speranza di riuscire a conquistarlo rifiuta. Giuseppe vorrebbe vendicarsi sul capo e di notte si intrufola nel podere per ucciderlo ma Carmela riesce a farlo ragionare e lo allontana. Ma la situazione di stallo non durerà a lungo: Carmela cerca di baciare Alessandro che la rifiuta. Convinta che lui non la voglia perché stregato dalla sua amante, prova ad avvelenarla senza successo, ma viene scoperta e allontanata. Desiderosa di vendetta fa credere a Giuseppe di essere stata disonorata dal padrone e lo incita ad ucciderlo. Nel tentativo di seguire il fratello cade in un burrone e si ferisce, venendo soccorsa proprio dalla ragazza di Alessandro. Verrà colpita dalla sua gentilezza e facendo fondo a tutte le forze rimaste correrà nel luogo dell’agguato per evitare che Giuseppe compia un ingiusto omicidio.

I due protagonisti, fratelli anche nella vita, sono stati anche due personalità importanti della napolitanità. Raffaele in particolare mostrò una certa capacità di spaziare tra le arti ottenendo successo come attore di teatro, cantante ma anche come poeta e paroliere. Qui entrambi danno il meglio di loro facendosi interpreti dell’anima animalesca del cinema della Notari, mosso da passioni talmente forti da non essere controllabili. Così i due fratelli che in apparenza sembrano così diversi (uno scansafatiche e strafottente, l’altra diligente e affabile), si ritrovano uniti dall’estrema passionalità che porta nel punto di incontro nella pianificazione della morte del loro padrone. Diversamente da altri film della regista italiana, qui abbiamo però un insperato lieto fine, con il ravvedimento di Carmela e il salvataggio in extremis di Alessandro.

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Napoli2L’Italia s’è desta (1927) è un montaggio che unisce alcuni frammenti non identificati con protagonista Eduardo Notari. Nel primo estreatto il giovane si ritrova intrappolato tra le grinfie di una ragazza che ne mina l’integrità. Nel secondo il ragazzo si è arruolato per la guerra e prima di partire si gode il dolce affetto dei vecchi genitori e della sua fidanzata. Molti dei frammenti presentati sono a colori, una delle caratteristiche che resero molto popolare il cinema della Notari.

 

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Napoli3Stessa tipologia di film è Napoli sirena delle canzoni (1929), composta da numerosi frammenti con Eduardo Notari figura centrale, come suonatore o ragazzo geloso. In alcuni estratti lo vediamo nel ruolo del ragazzo stregato dalla mala femmina di turno, mentre ruba di nascosto il denaro alla vecchia madre. Non mancano scene di festa e processioni. Anche qui numerosi frammenti sono colorati.

Prunella – Maurice Tourneur (1918)

prunellaDiciamolo, i film di Maurice Tourneur presentati durante il Cinema Ritrovato non mi hanno fatto impazzire. Era successo con Woman (1918) e lo stesso con il frammentario Prunella che presentiamo oggi. Si tratta di un film favoleggiante eccessivamente retorico e zuccherevole per i miei gusti e credo anche quelli di buona parte delle persone in sala. La storia si ispira all’opera teatrale omonima di Harley Granville-Barker e Lawrence Housman e racconta le vicende di Prunella (Marguerite Clark) e del suo amore per Pierrot (Jules Raucort). Quando i due diventano una coppia lei assume lo status di Pierrette entrando a far parte del gruppo delle maschere della commedia tradizionale con cui lui si accompagna regolarmente. Le lacune riguardano la parte centrale e il finale, che immaginiamo possa essere lieto, lasciando quindi qualche incertezza sullo svolgimento della vicenda. Quello che possiamo evincere è che, ad un certo punto, lei viene allontanata da Pierrot, perdendo così il suo ruolo di Pierrette e sostanzialmente la sua vita all’interno del gruppo. Tutti, compreso Pierrot, la considerano infatti morta e quando la incontrano con i suoi vestiti non scenici non la riconoscono.

Oggi il valore simbolico di questa opera è andato perduto e così ci troviamo di fronte a una fiabetta piuttosto bruttina che la conclusione mancante non riesce neanche a far rivalutare. Una delle poche note positive sono forse i costumi, ben curati e adatti al contesto fiabesco, nonché le scenografie in cui vediamo sfondi disegnati a mano che hanno lo scopo di rafforzare la sensazione di trovarsi dentro una favola. Come detto Prunella non mi ha entusiasmato ma la difficile reperibilità del film mi ha spinto comunque a farne una breve recensione allo scopo di dare maggiore informazioni possibili a chi difficilmente avrà modo di vederlo.

La Moglie di Claudio – Gero Zambuto (1918)

vlcsnap-2018-07-03-00h37m51s775La moglie di Claudio è un film davvero molto interessante e ricco di spunti di riflessione. Ultimo lavoro della fruttuosa collaborazione tra Piero Fosco (Giovanni Pastrone), qui supervisore alla regia di Zambuto, e Pina Menichelli, questo film è un po’ una summa dei temi della donna fatale e senza scrupoli che tanto successo hanno avuto nel cinema muto italiano. Il soggetto è tratto dall’omonima opera teatrale di Alexandre Dumas Figlio.

Sfortunatamente la copia esistente, restaurata nel 2011, presenta diverse parti mutile, cosa che rende alcune parti poco comprensibili e alcuni personaggi poco identificabili:

Claudio Ruper (Vittorio Rossi-Pianelli) è un uomo probo e intelligente che dopo anni di studi è riuscito a costruire un cannone in grado di porre fine a tutte le guerre. Tutto sembra perfetto, ma in passato ha fatto l’errore di sposare Cesarina (Pina Menichelli), donna perfida e manipolatrice, che si circonda di amanti e tradisce ripetutamente il marito. Lavora per Claudio il giovane Antonino (Alberto Nepoti), considerato praticamente un figlio adottivo, tanto da essere l’unico ad avere i piani dell’arma segreta. Purtroppo è da sempre innamorato di Cesarina, e lei approfitta ripetutamente della sua debolezza. Durante il film emerge il passato oscuro della donna: durante una precedente relazione extraconiugale ha avuto un figlio, poi abbandonato ad un’altra famiglia. Claudio lo scopre ed inizia a frequentare il bambino che però muore poco dopo per una malattia. La perfida donna non batte ciglio e Claudio rompe definitivamente con lei. Cesarina scappa quindi con Moncabré (Arnaldo Arnaldi), che fa a capo ad una banda che cerca di ottenere i piani dell’arma. Lui, che dovrebbe sedurla per rubarli, finisce per cadere vittima del suo fascino e viene così ucciso dalla banda. Lei fugge e passa un periodo di convalescenza (è rimasta incinta?). Frattanto Claudio frequenta Rebecca, donna proba e intelligente, il cui il padre Rebecca ha come obbiettivo quello  di riunire ebrei sparsi per i cinque continenti e fondare uno stato di Israele. Cesarina torna e fa di tutto per riacquistare, anche se per mero capriccio, l’affetto di Claudio che non cede. Viene allora raggiunta da Cantagnac (Gabriel Moreau), capo della banda, che le propone di prendere le carte in cambio di denaro. Nel finale rocambolesco lei, manipolando Antonino, si fa consegnare i piani ma viene scoperta da Claudio che la uccide.

Una trama lunga e complessa, ricca di intrighi e colpi di scena. Tutto gira intorno alla figura di Cesarina, una donna talmente priva di morale che non poteva, secondo la sensibilità dell’epoca, che pagare con la morte i propri peccati. La straordinarietà forse è il mancato pentimento in punto di morte della donna, caratteristica che abbiamo ritrovato nel corso del festival ad esempio con Barysnja I Chuligan recensito ieri. Capitolo recitazione: la Menichelli menichelleggia un po’ troppo rendendo alcune scene quasi comiche nella sua esasperata gestualità. In particolare al momento della morte si produce in giravolte e smorfie decisamente improbabili, quasi orgasmiche più che spastiche.

Piccola chicca da notare è il riferimento a un possibile stato ebraico, presente già in Dumas il quale scriveva nel 1873! Altra caratteristica poco comune nei film dell’epoca è questa presenza ripetuta di aspetti altamente immorali in una protagonista: il figlio illegittimo, la sua convalescenza, forse un eufemismo per un‘altra gravidanza extraconiugale con possibile aborto. Insomma, non certo cose che il cinema degli anni ’10 amava mostrare. Proprio questa cattiveria e immoralità rendono però il film più moderno, così come il dramma finale, con la morte della protagonista impenitente, risulta una giusta fine che di rado si vede nel cinema delle dive.