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Il tesoro di Arne (Herr Arnes pengar) – Mauritz Stiller (1919)

sirarneCon Stiller e il cinema svedese in generale sono sempre andato sul sicuro e anche in questo caso sono stato piuttosto soddisfatto della visione, anche se capitata alle 9 di mattina dopo che la giornata precedente era  finita a mezzanotte in serale. La storia è tratta da Heir Arnes penningar di Selma Lagerlöf, quindi potete immaginare che è ricolmo di moralismo protestante  arricchito da elementi riferibili a leggende locali.

Sir Arne (Hjalmar Selander) è un uomo altero che custodisce nella sua diocesi un tesoro maledetto che nessuno osa toccare. Sir Archie (Richard Lund), Filip (Erik Stocklassa) e Donald (Bror Berger), tre mercenari scozzesi sfuggiti dal carcere e pieni di risentimento, lo trafugano dopo aver ucciso  tutti i membri della famiglia tranne Elsalill (Mary Johnson), che si è nascosta, e scappano nel punto più estremo della Svezia aspettando di poter salpare. Ma il fato non vuole la loro fuga: l’inverno è incredibilmente lungo e freddo e il mare ghiacciato. Caso vuole che Elsalill venga adottata da Torarin (Axel Nilsson), venditore di pesce essiccato che vive proprio nella città dove i mercenari stanno aspettando di poter partire. Sir Archie, vedendo la ragazza, inizia a provare sensi di colpa per quanto ha fatto e decide che l’unico modo per espiare le sue colpe è quello di sposare la giovane. Elsalill si innamora di lui ma scopre presto la verità sul suo conto. A causa sua i tre scozzesi vengono braccati dalle guardie cittadine e Archie, volendosi vendicare per il tradimento, la usa come scudo umano uccidendola. Nel finale i tre vengono catturati e vanno verso una giusta esecuzione.

La storia non è proprio del mio genere,  Selma Lagerlöf è un po’ troppo retorica e ricerca sempre la moralità dietro ogni cosa. Però nel complesso il film mi è piaciuto, i personaggi erano ben costruiti e, pur con i loro limiti, interessanti. Il film è permeato da un senso di inesorabilità del destino con la presenza costante del volere divino. I banditi, giunti nel luogo che dovranno usare per imbarcarsi in Scozia, sono bloccati da un interminabile inverno che, come il capitano dell’unica nave presente dice più volte, è segno del fatto che qualche peccatore vuole uscire dall’isola ma deve prima essere punito. Lo capirà anche Sir Archie, che dopo aver lottato come un leone si arrende nel finale al suo destino, conscio che ormai è stato voluto da una volontà più alta. Come tradizione della scrittrice non mancano i fantasmi, che tanto hanno caratterizzato il mitico Körkarlen di Victor Sjöström (1921). Qui si ritrova nella presenza della sorellina di Elsalill, uccisa senza pietà da Archie e che perseguita lui e guida lei verso la ricerca della verità.

Per chi, come me, non ama i film eccessivamente retorici e moraleggianti, l’apprezzamento o meno si basa sul giusto equilibrio tra una buona narrazione e gli altri elementi. In questo caso mi sembra sia stato abbastanza rispettato quindi tendenzialmente consiglierei la visione. Herr Arnes pengar ha un gusto molto vicino al pubblico svedese e abbiamo già visto in passato opere simili, quindi tendenzialmente se vi piace questo tipo di cinema dovreste andare sul sicuro. Il film è disponibile in edizione restaurata per la Kino Video.

Il monastero di Sendomir (Klostret i Sendomir) – Victor Sjöström (1920)

Il monastero di Sendormir (Sandomierz, nel sud-est della Polonia) è un dramma molto intenso ambientato nella Varsavia del XVII secolo ispirato a un breve racconto di Franz Grillparze del 1828. Vedere un film svedese ambientato in Polonia è molto strano ma oltre a questo è la modalità della narrazione che è molto poco svedese, ma si avvicina di più ad alcuni drammi simili dell’Europa centrale. Un manifesto Italiano d’epoca presente sul web descrive il film come un “grande dramma passionale d’avventure“. In realtà non è detto che la locandina si riferisca alla versione svedese, infatti nel 1919 venne rilasciato in Germania Das Kloster von Sendomir di Rudolf Meinert (presumibilmente perduto) con Ellen Richter e Edvard von Winterstein. La produzione tedesca proiettò il film in Svezia qualche settimana prima dell’uscita della versione irata da Sjöström, e questo scatenò una sorta di guerra tra la Frankfurter Film-Co. GmbH e la AB Svenska Biografteatern. Diciamo pure che era una pratica piuttosto diffusa quella di sfruttare la pubblicità per un film molto atteso proiettando una versione alternativa o creando a basso costo un film omonimo per ottenere un guadagno facile. In Italia mi viene in mente il caso de L’Inferno di Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguoro, Adolfo Padovan (1911). Purtroppo per quanto riguarda Il monastero di Sendormir non si può fare alcun paragone tra le due versioni. Non ci resta che passare alla trama.

La storia inizia con l’arrivo in un monastero di due nobili (Nils TillbergErik A. Petschler). Vengono accolti da un monaco (Tore Svennberg) dal fare schivo e ambiguo. Su insistenza dei due ospiti, l’uomo racconta la storia del monastero: un tempo quel luogo era il castello del Conte Starschensky (Tore Svennberg), uomo ricco che conduceva un’esistenza felice. Era sposato con una splendida donna, Elga (Tora Teje) da cui aveva avuto una bambina (Gun Robertson). Accanto a lui sempre il fido consigliere (Albrecht Schmidt), pronto ad esaudire ogni suo ordine. Tutto  troppo bello per essere vero: un giorno il consigliere nota che un uomo misterioso si è nascosto nel castello. Subito avvisa il suo padrone temendo possa essere un amante di Elga. Nessuno viene trovato e il Conte si rasserena. Decide di partire per un viaggio pregando il suo aiutante di avvisarlo qualora notasse qualcosa di losco. E in effetti qualcosa accade: con l’aiuto della serva Dortka (Renée Björling), Elga fa arrivare il suo amante, il cugino Oginsky (Richard Lund) nella sua camera, sicura che nessuno sappia niente. Ma il consigliere nota tutto e corre ad avvertire il padrone. La domestica si accorge però in tempo dell’arrivo del Conte e riesce a far fuggire Oginsky e far ricadere su di sé la colpa della padrona. Il Conte crede ciecamente a questa versione finché un ritrovamento non rimette tutto in discussione.

Klostret i Sendomir racconta una storia intensa fatta di grandi sofferenze e tradimenti. Una famiglia perfetta si ritroverà distrutta nel giro di pochi giorni. Il film ci mette davanti personaggi deboli, capaci degli atti più deprecabili pur di avere salva la vita; al contempo racconta di persone forti e decise, capaci di assumersi le proprie responsabilità fino all’ultimo. Le vicende si svolgono quasi per intero all’interno del castello/monastero di Sendomir, luogo di gioia, dolore, penitenza e redenzione. La scelta di raccontare la storia attraverso un flashback contribuiscono a rafforzare la qualità del film fino al finale intenso che non può non turbare lo spettatore. Il personaggio del Conte è certamente il più profondo e interessante. Ma non deve essere sottovalutata la prova di Tora Teje, qui nella sua prima interpretazione, in particolare nella scena clou del film, dove tutto il dramma del personaggio esplode, riportando alla mente le tragedie greche, in particolare Medea di Euripide, seppur con le dovute proporzioni. Il 1920 sarà un anno speciale per Tora Teje che reciterà anche nel celebre Erotikon di Stiller e Karin, figlia di Ingmar per lo stesso Sjöström. La scena che più mi ha colpito ho deciso di raccontervela anche attraverso le immagini: Il Conte sospetta che la moglie lo tradisca e passa la notte insonne a fissare il vuoto. Il passare del tempo è indicato dalla luce che si riflette sul volto del personaggio: prima le candele lo illuminano, poi si spengono. Arriva piano piano l’alba e poi il pieno giorno. L’inquadradtura è sempre la stessa, un primo piano, ma è la luce a variare e a darci l’idea di un passaggio temporale.

Per concludere posso dire che Klostret i Sendomir è stata una bella scoperta, nonostante sia qualcosa di molto differente da quello che mi aspettavo. Tra i tanti muti ambientati nel 1600, questo è, a parer mio, uno dei più interessanti e intensi. Ancora una volta Victor Sjöström mi ha stupito con la sua ecletticità e intelligenza. Non posso che consigliare la visione.

Gli avvoltoi del mare (Havsgamar) – Victor Sjöström (1916)

Gli avvoltoi del mare è il terzo film di Victor Sjöström giunto fino a noi. Tra Havsgamar e Ingeborg Holm (1913) ci sono circa una ventina di titoli sfornati uno dietro l’altro in appena tre anni. Questo ci fa capire la quantità di materiale prodotto dal regista andato sfortunatamente perduto. Le vicende narrate in Gli avvoltoi del mare, si basano sul romanzo La rosa di Tistelön (Rosen på Tistelön -1842) di Emilie Flygare-Carlén opportunamente riviste da Fritz Magnussen. Si tratta di un racconto che segue molto le inclinazioni del regista svedese sia per i temi trattati che per lo svolgimento prevalentemente in esterno.

Hornung (Rasmus Rasmussen) intraprende assieme al figlio maggiore Birger (John Ekman) azioni di contrabbando. Una sera mentre sono all’opera vengono sorpresi dal doganiere Ejvind Arlond (Richard Lund). Pur di non essere catturati, Hornung e Birger uccidono il Tenente ignorando che il figlio più piccolo, Anton (Nils Elforrs) aveva visto tutto. Dopo questa esperienza traumatica Anton impazzirà. Passano quindici anni e il misfatto non è stato ancora scoperto. A turbare i sonni di Hornung e Birger è la notizia che Arvid Arnold (Richard Lund), figlio dell’uomo assassinato, è stato promosso doganiere. Non bastasse Arvid si innamora di Gabriele (Greta Almroth) figlia di Hornung, il quale si oppone fermamente alla loro unione. Passano i mesi senza che nulla cambi. Un giorno, però, mentre Hornung e Birger sono intenti nei loro loschi affari vegono notati dal doganiere. Accortisi di essere seguiti, riescono a dissimulare la loro attività. Sanno però di avere poco tempo. Così una notte partono e bruciano tutte le prove del contrabbando. Proprio in quel momento Anton decide di fare giustizia e invia allo Sceriffo (Thure Holm) le prove del coinvolgimento del padre e del fratello nella morte di Ejvind Arlond. La situazione arriva rapidamente verso l’epilogo. Doganiere e sceriffo colgono Hornung e Birger sul fatto, i due si barricano nella casa. Per costringerli a uscire le forze dell’ordine tappano la canna fumaria. Birger fugge, ma per Hornung è ormai troppo tardi.

Il film venne girato quasi tutto in esterna tra Lidingö e Landsort, località che forniscono un paesaggio marino davvero stupendo. Ancora una volta è la natura ad essere la protagonista del racconto più che le vicende umane. Troviamo poi nel film tante tematiche già affrontate da Sjöström nei precedenti film: la follia e il rinsavimento improvviso di Ingeborg Holm; l’amore difficile de Il Giardiniere seppur qui si concluda con un amaro lieto fine. Vi è però una strana particolarità in questo racconto: i due personaggi negativi, Hornung e Birger, sembrano quasi i protagonisti della vicenda e lo saranno fino alla fine del racconto. Le vicende della famiglia Arlond così come quelle del suo amore per Gabriele sembrano più che altro un contorno, a cui si presta attenzione solo perché le vite dei due giovani sono, per motivi differenti, strettamente collegate a quelle di Hornung e Birger. Appare scontato, quindi, che la vicenda si tronchi proprio con la morte dell’anziano padre di famiglia. Due le scene principali del racconto: il primo riguarda lo splendido inseguimento in acqua a bordo delle piccole imbarcazione quando il doganiere scopre l’attività di contrabbando di Hornung e Birger. La seconda si svolge all’interno della piccola abitazione dissimulata nella vegetazione di un isolotto locale, dove i malfattori nascondono i frutti del loro lavoro: Hornung e Birger sono ormai stati scoperti e si sono trincerati nella dimora continuando a bruciare le prove della loro attività clandestina. Per cercare di stanarli il doganiere e lo sceriffo tappano la canna fumaria: la casa si riempie immediatamente di fumo; Birger fugge, mentre per il padre non c’è niente da fare, cade a terra soffocato. Il doganiere e lo sceriffo liberano la canna fumaria e quando il fumo si dirada scoprono il dramma. Un taglio proprio sul finale ci impedisce di comprendere la reazione dei personaggi e specialmente della figlia Gabriele, che era venuta sul posto assieme all’amato Arvid.

Nonostante Havsgamar non sia forse uno dei migliori lavori di Sjöström, lascia comunque delle sensazioni positive nello spettatore, le stesse che troviamo nei film della serie dedicata a Jerusalem di Selma Lagerlöf. Quando il ritmo della narrazione rallenta lo spettatore può sempre perdersi negli splendidi paesaggi che dominano le riprese e sognare di immedesimarsi nella magia della natura svedese.