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Posts Tagged ‘Selma Lagerlöf’

La ragazza di Stormyr (Tösen från Stormyrtorpet) – Victor Sjöström (1917)

Nel 1917 Sjöström era ormai convinto che un film di successo doveva per forza essere tratto da un libro. Gli venne suggerito di trasporre il romanzo della Premio Nobel Selma Lagerlöf dal divertente titolo Una saga intorno a una saga e altre saghe (1908). Fu l’inizio di una lunga serie di trasposizioni da libri della scrittrice, tra cui ricordo lo splendido Il carretto fantasma (1921) e i due film dedicati alla saga dei figli di Ingmar. La storia, nella migliore tradizione della scrittrice svedese, è un intreccio di trame e sottotrame che confluiscono in una sola storia. Questa tanto per facilitarmi nel descriverla:

Due storie sembrano inizialmente svolgersi parallele. Da una parte abbiamo Helga (Greta Almroth), ragazza di Stormyr, che ha avuto un figlio da un uomo sposato che si rifiuta di riconoscerlo. I genitori (William Larsson Thekla Borgh) la costringono ad andare davanti al giudice (Nils Aréhn), nonostante lei sia contaria. Il giorno del giudizio l’uomo, pur di non prendersi le sue responsabilità legali, sta per spergiurare sulla Bibbia la propria estraneità al fatto, ma Helga, ancora innamorata, gli toglie il libro sacro da sotto la mano per evitare che faccia un grave peccato. Decide quindi di ritirare la denuncia guadagnando al stima del pubblico e del giudice. Dall’altra parte abbiamo Gudmund Erlandsson (Lars Hanson), promesso sposo di Hildur (Karin Molander), figlia di Erik Persson, un giurato locale (Georg Blomstedt). Gudmund assiste al processo e si affeziona alla disavventura di Helga. Tornato a casa racconta quanto accaduto in aula al padre Erland (Hjalmar Selander) e alla madre Ingeborg (Concordia Selander). La madre è costretta a stare su una sedia a rotelle e avendo bisogno di assistenza decide di chiamare Helga come sua domestica. Ma la storia deve ancora cominciare! I Persson vedono di malocchio la presenza di Helga, macchiatasi di rapporti extraconiugali nonché madre di un figlio illegittimo. Gudmung è così costretto a rinunciare a lei. Il giorno prima delle nozze, Gudmund va in città e trovando dei suoi amici fa baldoria e si ubriaca. Scatta una rissa e un uomo viene ucciso. Gudmund, con i vestiti strappati, va a dormire e al risveglio non ricorda nulla di quanto accaduto. Il giorno dopo, leggendo il giornale, pensa di essere stato lui a commettere il delitto: l’uomo assassinato è stato ritrovato con una lama spezzata nel corpo. Il ragazzo prende il suo coltello ed è effettivamente spezzato. Il giorno delle nozze decide di andare a costituirsi e Hildur sprezzante lascia il Gudmund al suo destino. Ma i colpi di scena non sono finiti e il finale scioglierà tutti i nodi.

Dice Idestam-Alquist “con una trama del genere Agatha Chistie avrebbe potuto ricavarne un giallo. […] Ma ciò che interessa a Selma Lagerlöf sono le persone, come esse pensano, sentono, reagiscono […]. Ambedue partono col proposito di tenere in tensione il lettore, ma ognuno tratta i temi in modo ben diverso” (1). Victor Sjöström segue passo passo il romanzo della Lagerlöf per un totale di 290 scene. Per evitare le molte didascalie le limita. Molte sequenze ne sono prive, senza danneggiare la comprensione di quanto sta accadendo. Il messaggio è sia con gran parte della produzione del regista che nei lavori della scrittrice: non bisogna lasciarsi accecare dalle apparenze, se una persona è mossa da sentimenti genuini (e spesso e volentieri dalla fede in Dio) ogni ostacolo può essere superato. Da una parte abbiamo Helga, la peccatrice che però ha un cuore tenero ed è mossa da sentimenti veri, dall’altra c’è Hildur, donna dal giudizio facile, meschina e interessata solo al guadagno e all’apparenza. Gudmund si trova a dover scegliere tra queste due realtà, l’apparenza o il sentimento. Una scelta simile la vedremo in I figli di Ingmar (Ingmarssönerna – 1919) con risultati simili. Non a caso anche la saga dei figli di Ingmar era tratta da un libro della stessa Selma Lagerlöf (Ndr. Jerusalem). Altro elemento che ritorna è la vita semplice, al di fuori delle grande città. L’attenzione all’elemento naturale e alla vita modesta e ritirata. Inoltre ancora una volta ci si sofferma sul folklore e sulle tradizioni, esempio dato dalla festa di matrimonio, poi interrotta, tra Hildur e Gudmund. Particolarità del film è quella di sottolineare gli eventi significativi con dei primissimi piani (come potete vedere qui sotto).

Nonostante Tösen från Stormyrtorpet non sia uno dei migliori film del regista, fu proprio questo che fece conoscere Sjöström in America. Nel film recitano Greta Almroth, Lars Hanson e Karin Molander (all’epoca sposata con il regista Gustaf Molander): tutti e tre sarebbero andati negli Stati Uniti, anche se solo Hanson vi recitò (1). La loro avventura durò pochi anni: nel 1928 Lars Hanson e Karin Molander (che si erano sposati nel 1922) tornarono in patria. Secondo la leggenda nello stesso battello trovarono un disincantato Mauritz Stiller che sarebbe morto quello stesso anno. Qualche tempo dopo anche Sjöström fece ritorno definitivamente in Svezia, rinunciando a girare gli ultimi film che aveva da contratto.

Con Tösen från Stormyrtorpet inizia una nuova epoca del cinema di Sjöström, grazie anche al sodalizio con Selma Lagerlöf. I tempi di Dödskyssen erano fortunatamente finiti.

(1) Idestam-Almquist B., Dramma e rinascita del cinema svedese, Roma 1954.

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Gli avvoltoi del mare (Havsgamar) – Victor Sjöström (1916)

Gli avvoltoi del mare è il terzo film di Victor Sjöström giunto fino a noi. Tra Havsgamar e Ingeborg Holm (1913) ci sono circa una ventina di titoli sfornati uno dietro l’altro in appena tre anni. Questo ci fa capire la quantità di materiale prodotto dal regista andato sfortunatamente perduto. Le vicende narrate in Gli avvoltoi del mare, si basano sul romanzo La rosa di Tistelön (Rosen på Tistelön -1842) di Emilie Flygare-Carlén opportunamente riviste da Fritz Magnussen. Si tratta di un racconto che segue molto le inclinazioni del regista svedese sia per i temi trattati che per lo svolgimento prevalentemente in esterno.

Hornung (Rasmus Rasmussen) intraprende assieme al figlio maggiore Birger (John Ekman) azioni di contrabbando. Una sera mentre sono all’opera vengono sorpresi dal doganiere Ejvind Arlond (Richard Lund). Pur di non essere catturati, Hornung e Birger uccidono il Tenente ignorando che il figlio più piccolo, Anton (Nils Elforrs) aveva visto tutto. Dopo questa esperienza traumatica Anton impazzirà. Passano quindici anni e il misfatto non è stato ancora scoperto. A turbare i sonni di Hornung e Birger è la notizia che Arvid Arnold (Richard Lund), figlio dell’uomo assassinato, è stato promosso doganiere. Non bastasse Arvid si innamora di Gabriele (Greta Almroth) figlia di Hornung, il quale si oppone fermamente alla loro unione. Passano i mesi senza che nulla cambi. Un giorno, però, mentre Hornung e Birger sono intenti nei loro loschi affari vegono notati dal doganiere. Accortisi di essere seguiti, riescono a dissimulare la loro attività. Sanno però di avere poco tempo. Così una notte partono e bruciano tutte le prove del contrabbando. Proprio in quel momento Anton decide di fare giustizia e invia allo Sceriffo (Thure Holm) le prove del coinvolgimento del padre e del fratello nella morte di Ejvind Arlond. La situazione arriva rapidamente verso l’epilogo. Doganiere e sceriffo colgono Hornung e Birger sul fatto, i due si barricano nella casa. Per costringerli a uscire le forze dell’ordine tappano la canna fumaria. Birger fugge, ma per Hornung è ormai troppo tardi.

Il film venne girato quasi tutto in esterna tra Lidingö e Landsort, località che forniscono un paesaggio marino davvero stupendo. Ancora una volta è la natura ad essere la protagonista del racconto più che le vicende umane. Troviamo poi nel film tante tematiche già affrontate da Sjöström nei precedenti film: la follia e il rinsavimento improvviso di Ingeborg Holm; l’amore difficile de Il Giardiniere seppur qui si concluda con un amaro lieto fine. Vi è però una strana particolarità in questo racconto: i due personaggi negativi, Hornung e Birger, sembrano quasi i protagonisti della vicenda e lo saranno fino alla fine del racconto. Le vicende della famiglia Arlond così come quelle del suo amore per Gabriele sembrano più che altro un contorno, a cui si presta attenzione solo perché le vite dei due giovani sono, per motivi differenti, strettamente collegate a quelle di Hornung e Birger. Appare scontato, quindi, che la vicenda si tronchi proprio con la morte dell’anziano padre di famiglia. Due le scene principali del racconto: il primo riguarda lo splendido inseguimento in acqua a bordo delle piccole imbarcazione quando il doganiere scopre l’attività di contrabbando di Hornung e Birger. La seconda si svolge all’interno della piccola abitazione dissimulata nella vegetazione di un isolotto locale, dove i malfattori nascondono i frutti del loro lavoro: Hornung e Birger sono ormai stati scoperti e si sono trincerati nella dimora continuando a bruciare le prove della loro attività clandestina. Per cercare di stanarli il doganiere e lo sceriffo tappano la canna fumaria: la casa si riempie immediatamente di fumo; Birger fugge, mentre per il padre non c’è niente da fare, cade a terra soffocato. Il doganiere e lo sceriffo liberano la canna fumaria e quando il fumo si dirada scoprono il dramma. Un taglio proprio sul finale ci impedisce di comprendere la reazione dei personaggi e specialmente della figlia Gabriele, che era venuta sul posto assieme all’amato Arvid.

Nonostante Havsgamar non sia forse uno dei migliori lavori di Sjöström, lascia comunque delle sensazioni positive nello spettatore, le stesse che troviamo nei film della serie dedicata a Jerusalem di Selma Lagerlöf. Quando il ritmo della narrazione rallenta lo spettatore può sempre perdersi negli splendidi paesaggi che dominano le riprese e sognare di immedesimarsi nella magia della natura svedese.

L’Eredità di Ingmar (Ingmarsarvet) – Gustaf Molander (1925)

Cinque anni dopo Karin Ingmarsdotter di Victor Sjöström, Gustaf Molander riprende mano alla saga Jerusalem di Selma Lagerlöf con Ingmrsarvet, traducibile come L’eredità di Ingmar. Sono passati tanti anni per mantenere il cast inalterato, così per ovvi motivi oltre al regista cambiano anche gli attori e non certo in peggio visto che subentrano nomi come Lars Hanson e Conrad Veidt. Si, proprio quel Conrad Veidt. La storia riprende da dove l’avevamo lasciata pur con un breve riassunto di quanto successo nel capitolo precedente. Ma andiamo alla trama:

Sono passati diversi anni dalle vicende narrate nell’ultimo film: Karin (Märta Halldén), ha avuto dei figli da Halfvor (Mathias Taube), ma in seguito ad una grave malattia, ha perso l’uso delle gambe. Halfvor manda comunque avanti la fattoria degli Ingmarsson con fervore ed acutezza. Il piccolo Ingmar Ingmarsson (Lars Hanson) è ormai cresciuto e sta per intraprendere la carriera di insegnante. Egli nutre per altro un profondo affetto per la figlia del maestro, Gertrud Storm (Mona Mårtenson), che ricambia il suo amore. Ma la famiglia Ingmarsson è profondamente legata alla terra e questo legame non può essere spezzato. Durante una terribile tempesta, il ragazzo vede l’immagine di suo padre che lo spinge a riprendere in mano la terra pena la dannazione eterna. Nello stesso momento nella chiesa della città, un inquietante Predicatore (Conrad Veidt) fa la sua comparsa, spingendo i fedeli a lasciare i loro possedimenti per andare in Terra santa. Tra i fedeli che accettano ci sono anche Karin, che viene guarita miracolosamente, e Halfvor. I due decidono quindi di mettere in vendita la fattoria degli Ingmarsson. Per riprendere la fattoria, Ingmar, spinto anche dall’amico di famiglia Stark-Anders (Ivan Hedqvist), accetta le condizioni del Giudice Persdotter e sposa la figlia Barbro (Jenny Hasselqvist) in cambio del denaro per vincere l’asta. Gertrud si chiude nella disperazione, finché ad un tratto comprende che questo è un segno divino: anche lei seguirà il predicatore verso la Terra santa.

L’unico sconfitto della vicenda è Ingmar, un uomo incapace di liberarsi dei beni materiali, costretto a vivere della terra come bloccato da una maledizione di famiglia. Avviene una sorta di evoluzione nel tema riccorrente, perché la semplice fede non basta più, essa deve infatti essere rafforzata da un viaggio verso Gerusalemme. Insomma, cambia il regista, ma non cambia di molto il tema portante del racconto. Purtroppo una cosa cambia, forse in peggio, ovvero l’utilizzo delle tecniche. Per esempio nella scena della tempesta vediamo apparire in una pessima doppia esposizione prima la rappresentazione della caccia selvaggia di Odino, tanto per restare nell’ambito di commistione tra cristianesimo e le vecchie credenze nordiche, poi il vecchio Ingmar che maledice il figlio. Basterebbe ripensare un attimo Körkarlen per storcere la bocca. Non manca comunque un’attenzione ai paesaggi tipica dei capitoli precedenti e ancora una volta sotto il punto di vista recitativo non si possono fare che commenti positivi. La presenza di Conrad Veidt è davvero sorprendente; il suo personaggio sembra essere uscito da un film espressionista tedesco, tanto che quasi stride con l’ambientazione bucolica del racconto. Ma forse è proprio questo contrasto a rafforzare il personaggio e rendere credibile l’esodo di massa della popolazione locale. Purtroppo questo è l’ultimo capitolo di cui potrò fare la recensione, perché nonostante il seguito Till Österland (1926) ci sia pervenuto (almeno in parte) e penso sia conservato nella Cineteca di Svezia, non mi risulta al momento reperibile in alcun modo. Dal titolo, che rimanda all’Oriente (è traducibile infatti con “verso Oriente”) possiamo dedurre che i membri del villaggio e, chissà, forse anche Ingmar, giungeranno a Gerusalemme dopo tante sofferenze. Il libro da cui la storia è tratta potrebbe aiutarci ma sinceramente, vista la tematica, mi verrebbe molto difficile leggere quanto resta. Il cast dell’ultimo capitolo risulta, dalle informazioni in mio possesso, pressoché identico a Ingmarsarvet con Lars Hanson ma senza la presenza di Conrad Veidt (da quanto ho visto è assente la figura del predicatore, quantomeno indicato con questo nome). Spero di colmare presto questa lacuna e terminare questo lungo viaggio. Ovviamente anche per Ingmarsarvet non esistono edizione home video.

Karin, figlia di Ingmar (Karin Ingmarsdotter) – Victor Sjöström (1920)

ottobre 3, 2014 2 commenti

Un anno dopo Ingmarssönerna, Victor Sjöström riprende in mano Jerusalem della scrittrice Premio Nobel Selma Lagerlöf, per porre fine alla prima parte della saga. Il filo riparte quindi dalle vicende narrate nel precedente film pur con un salto cronologico di almeno una ventina di anni. Tante cose sono cambiate, ma non il modo di essere degli Ingmarsson.

Ingmar (Victor Sjöström) è ormai anziano ma continua a dedicare ogni sua forza alla fattoria di famiglia. La sua amata moglie è morta, ma dal matrimonio sono stati generati due figli, Karin (Tora Teje) e il Piccolo Ingmar (Bertil Malmstedt). La ragazza è ormai in età di marito e vorrebbe sposarsi con Halfvor (Tor Weijden). Questi però ha problemi di alcolismo, e Karin, per paura di passare un matrimonio infelice, decide di rifiutare la proposta dello spasimante. Viene data in moglie a Elijas (Nils Lundell), il quale proviene da una buona famiglia e non ha vizi apparenti. L’apparenza, si sa, inganna e così quando il giovane Elijas si trasferisce nella fattoria degli Ingmarsson rivela una predilezione per il cibo e l’alcol piuttosto che per il lavoro. A peggiorare la situazione di Karin, il padre Ingmar muore non dopo aver confermato il suo grande coraggio: egli infatti si ammala gravemente per salvare delle persone trascinate dalla furia del fiume esondato dopo una terribile tempesta. La situazione degenera: Elijas è sempre ubriaco e Karin, disperata, decide di tutelare il suo fratellino mandandolo nella casa del maestro locale che è in cerca di qualcuno che possa un giorno prendere il suo posto. Ma la fede degli Ingmarsson ha ancora una volta la meglio: Elijas, nel corso di una delle sue malefatte, cade e sbatte violentemente la schiena restando paralizzato. Nel giro di qualche settimana il vizioso ragazzo muore e Karin può finalmente coronare il suo sogno d’amore con Halfvor che si rivela l’uomo più adatto per curare i terreni degli Ingmarsson.

Il secondo capitolo della saga dei “figli di Ingmar” è potenzialmente più drammatico e intenso del primo, ma questo non accade. Abbiamo prima conosciuto la famiglia Ingmarsson in un contesto differente, in cui la sofferenza supera la sola morale e raggiunge anche l’ambito psicologico e fisico. Con Karin Ingmarsdotter, infatti, la situazione cambia rispetto al precedente film e la tematica affrontata è in un certo senso molto più moderna visto che tratta di un matrimonio infelice dove una donna buona e generosa è costretta a subire i soprusi del marito alcolizzato, incapace di portare avanti una famiglia. Sarà ancora una volta la fede incrollabile a salvare gli Ingmarsson, questo perché nel mondo creato dalla Lagerlöf i drammi più intensi non sono altri che il modo in cui Dio mette alla prova gli uomini. Rispetto a Ingmarssönerna, lo svolgimento del racconto offre meno spunti insoliti (vedi il viaggio in paradisi di Ingmar alla ricerca del padre) e il racconto viene sviluppato in maniera decisamente più lineare. I personaggi poco caratterizzati e alcuni sono delle vere e proprie macchiette, vedi Elijas. Se la durata di Karin Ingmarsdotter è decisamente inferiore rispetto al capitolo precedente, questa seconda parte della saga non è esente dai limiti del film precedente. Come detto durante la recensione di Ingmarssönerna ho difficoltà a digerire i film muti che, in maniera spesso molto naif, costruiscono le loro vicende su un sostrato di religiosità spicciola. Come  per il precedente capitolo, anche qui non mancano però interessanti contaminazioni tra cristianesimo e residui di mitologia nordica. Fosse solo la tematica religiosa, non sarebbe certamente un problema; purtroppo la sceneggiatura è eccessivamente lineare e prevedibile ed è caratterizzata da una prolissità eccesiva che a mio avviso è spesso tipica dei film trasposti fedelmente da un libro. Nonostante la scarsa caratterizzazione dei personaggi, sono rimasto soddisfatto dalle capacità degli attori che hanno cercato in tutti i modi di innalzare il livello della narrazione. Menzione speciale, ancora una volta, per i paesaggi che sono una sorta di ancora di salvezza per lo spettatore poco appassionato del genere che si può perdere nelle splendide ambientazioni quando la trama perde di freschezza e lucidità. Anche qui, purtroppo, non esiste un’edizione home video.

I figli di Ingmar (Ingmarssönerna) – Victor Sjöström (1919)

settembre 18, 2014 2 commenti

Ingmarssönerna è il primo di quattro film muti tratti dalla saga in due volumi Jerusalem della Premio Nobel Selma Lagerlöf (1901-1902). L’ispirazione della storia venne alla scrittrice quando si recò nella colonia americana Jerusalem, dall’amica Anna (nata Anne Tobine Larsen Øglende) e da suo marito Horatio Spafford, giurista noto per aver scritto l’inno cristiano It Is Well With My Soul dopo che le sue quattro figlie morirono a bordo della nave Ville du Havre, che le stava riportando in America dopo un viaggio nel vecchio continente. Tornata dal soggiorno a Jerusalem, la Lagerlöf iniziò quindi a scrivere il suo romanzo, mettendo in scena la vita di un villaggio svedese, seguendo in particolare le vicende della famiglia Ingmarsson, che nel giro di qualche generazione sarebbe passata dalla Svezia a Gerusalemme seguendo una sorta di inquietante santone. Victor Sjöström aveva in mente inizialmente di trasporre tutto il romanzo, ma si fermerà con il secondo film, concludendo di fatto solo il primo volume. Il suo lavoro interrotto verrà poi ripreso nel ’25 da Gustaf Molander che terminerà la saga con altri due film. Oggi parliamo del primo, probabilmente il più interessante film dell’intera saga, che vede per altro Sjöström nel ruolo di regista e attore principale.

La storia si sviluppa in un certo senso come nell’Odissea: partiamo dal presente da cui veniamo a conoscenza del passato con la tecnica del flashback, infine la narrazione riprende dopo che gli antefatti sono stati resi noti. Il giovane Ingmar Ingmarsson (Victor Sjöström) è il padrone di una fattoria molto grande in un paesino della Svezia. La porta avanti assieme alla madre Märta (Hildur Carlberg). Il padre (Tore Svennberg) è morto da qualche tempo, ma Ingmar è talmente angosciato da un problema che immagina di recarsi in paradiso e di chiedergli consiglio. Il ragazzo racconta al padre la sua storia: anni prima aveva deciso di sposare una donna, Brita (Harriet Bosse), che però non lo amava. Egli era convinto che sarebbe riuscito a farle cambiare idea con il tempo ma così non era stato. A peggiorare le cose era sopraggiunta una gravidanza prematrimoniale e lo slittamento del matrimonio di un anno per via di un pessimo raccolto. Brita si era sentita disonorata e aveva preso a comportarsi malignamente. La sua diabolica alienazione mentale si era conclusa con la morte del bambino subito dopo il parto. Un processo la condannò a tre anni di lavori forzati per la morte del bambino e il comportamento con la famiglia Ingmarsson, una pena ridotta per intercessione di Ingmar stesso. I tre lunghi anni stavano erano ormai giunti al termine e Ingmar era comunque intenzionato a sposare la donna, convinto che di seguire la strada e il volere del signore. Tornato alla realtà, Ingmar chiede quindi un segno divino come risposta alla sua domanda, che ovviamente gli viene fornito. Il film si avvia quindi verso un lento e tirato lieto fine.

Lo ammetto, non sono un grande amante dei film impregnati di morale religiosa e questo ne è talmente pieno da risultare piuttosto indigesto. Ingmarssönerna non manca però di divertire con alcune trovate molto interessanti. Ovviamente la scalata verso il paradiso con annessa chiaccherata con il padre è il punto più alto dell’intera narrazione. In un intreccio tra iconografia cristiana e nordica, ecco apparire tutta la stirpe degli Ingmarsson seduta all’interno di una stanza, tutti con un aspetto che rievoca decisamente le antiche fiabe locali. Sjöström dimostra ancora una volta di sapere utilizzare splendidamente i mezzi a propria disposizione di saper fare un uso incredibile delle tecniche allora conosciute. Anche come attore, devo dire che mi è piaciuto molto, ha saputo caratterizzare bene il suo personaggio, un omone grande e grosso, dalla scorza dura ma dal cuore d’oro (a quanto pare come tutti gli Ingmarsonn). Gli attori in generale si dimostrano estremamente capaci e adatti al ruolo per cui sono stati selezionati. Non mancano inoltre gli splendidi paesaggi che caratterizzano la produzione svedese di Sjöström, che si integrano ma allo stesso tempo quasi si ergono in antitesi rispetto alla generale semplicità dell’ambientazione contadina. Purtroppo questi elementi non bastano a rendere piacevole il film, perché notevoli sono anche gli elementi negativi: la storia è tirata troppo per le lunghe e ogni situazione tende ad essere esasperata, tanto che prima di arrivare ad una risoluzione di una determinata situazione lo spettatore viene portato ai limiti della sopportazione. Scene e situazioni si ripetono, anche se in un crescendo drammatico. Le oltre due ore di durata del film sono eccessive vista la relativa linearità delle vicende trasposte. Come detto la natura stessa del film non è propriamente nelle mie corde e questo ha contribuito a rendermelo ancora più indigesto. In ultima istanza subentra la qualità del video da me visionato piuttosto scarsa essendo una digitalizzazione da pellicola che non ha subito alcun trattamento di restauro. Non mi risulta purtroppo sia mai stato rilasciato in homevideo.

Il Carretto Fantasma (Körkarlen) – Victor Sjöström (1921)

settembre 5, 2012 9 commenti

Di Sjöström ho già avuto modo di parlare con He who gets slapped, uno dei suoi lavori americani che vedeva Lon Chaney come protagonista. Con Körkarlen siamo di fronte ad una piccola perla del cinema svedese, che ha saputo ispirare maestri come Bergman che non a caso lo vorrà come attore protagonista ne “Il posto delle fragole“. La storia di base prende le mosse da un romanzo di Selma Lagerlöf, prima donna a vincere il nobel per la letteratura nel 1909, che a sua volta si ispirava ad una delle tante leggende popolari scandinave.

Secondo un’antica leggenda quando le anime dei morti lasciano il loro corpo terreno vengono caricate sul carretto della morte. Il carretto è guidato per tutto l’anno dall’ultima persona deceduta prima dello scoccare della mezzanotte della notte di San Silvestro. Proprio poco prima dell’inizio dell’anno David Holm (lo stesso Victor Sjöström), alcolizzato e malato di tubercolosi, muore a seguito di una rissa. Si ritroverà di fronte il suo vecchio amico Georges (Tore Svennberg), morto esattamente un anno prima e quindi conducente del carretto fantasma. Questi, come accade a Scrooge in “A Christmas Carol” di Dickens, farà ripercorrere ad Holm tutte le cattive azioni che ha compiuto nel corso della sua vita, in particolare contro la moglie (Hilda Borgström) ed Edith (Astrid Holm), giovane membro dell’Esercito della Salvezza ormai sul punto di morte per via della tubercolosi, ma che più di tutte si era prodigata per redimerlo. Proprio dall’amore e dalla fede incrollabile di Edith potrebbe però arrivare una salvezza insperata…

Il Carretto fantasma stupisce per gli effetti speciali, tra cui spicca l’effetto fantasma reso grazie ad un uso magistrale della multiesposizione e un continuo gioco di luci. Colpisce anche la scelta di riprendere da angolature poco convenzionali specialmente nelle scene ambientate negli interni. La narrazione è resa più frizzante dal sapiente uso del Flashback, contrassegnato da una serie di salti cronologici, sarà fonte di ispirazione per la produzione di Bergman. Siamo di fronte ad uno dei casi in cui la sperimentazione raggiunge livelli altissimi tanto che il film potrebbe essere apprezzato ancora adesso da un pubblico più ampio. Sjöström offre anche una bella interpretazione del travagliato David Holm.

Il film è edito in italia dalla Ermitage ma disponibile in numerose edizioni estere di ottima qualità anche in Bluray (tra cui l’edizione KTL da cui è tratto il video in fondo a questo articolo).

Curiosità: alla luce del nobel conferito alla Lagerlöf la Svensk Filmindustri decise di produrre almeno un film all’anno basato sui romanzi e i racconti dell’autrice. Prima di questo film Sjöström aveva diretto altri tre film, tutti accolti positivamente dalla critica: The Lass from the Stormy Croft (Tösen från Stormyrtorpet) nel 1917, Sons of Ingmar (Ingmarssönerna) nel 1919 e Karin Daughter of Ingmar (Karin Ingmarsdotter) nel 1920.

Approfondimenti: Sul blog di Sempre in Penombra potete trovare una splendida intervista a Sjöström divisa in più parti: 1a parte 2a parte