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Karin, figlia di Ingmar (Karin Ingmarsdotter) – Victor Sjöström (1920)

Un anno dopo Ingmarssönerna, Victor Sjöström riprende in mano Jerusalem della scrittrice Premio Nobel Selma Lagerlöf, per porre fine alla prima parte della saga. Il filo riparte quindi dalle vicende narrate nel precedente film pur con un salto cronologico di almeno una ventina di anni. Tante cose sono cambiate, ma non il modo di essere degli Ingmarsson.

Ingmar (Victor Sjöström) è ormai anziano ma continua a dedicare ogni sua forza alla fattoria di famiglia. La sua amata moglie è morta, ma dal matrimonio sono stati generati due figli, Karin (Tora Teje) e il Piccolo Ingmar (Bertil Malmstedt). La ragazza è ormai in età di marito e vorrebbe sposarsi con Halfvor (Tor Weijden). Questi però ha problemi di alcolismo, e Karin, per paura di passare un matrimonio infelice, decide di rifiutare la proposta dello spasimante. Viene data in moglie a Elijas (Nils Lundell), il quale proviene da una buona famiglia e non ha vizi apparenti. L’apparenza, si sa, inganna e così quando il giovane Elijas si trasferisce nella fattoria degli Ingmarsson rivela una predilezione per il cibo e l’alcol piuttosto che per il lavoro. A peggiorare la situazione di Karin, il padre Ingmar muore non dopo aver confermato il suo grande coraggio: egli infatti si ammala gravemente per salvare delle persone trascinate dalla furia del fiume esondato dopo una terribile tempesta. La situazione degenera: Elijas è sempre ubriaco e Karin, disperata, decide di tutelare il suo fratellino mandandolo nella casa del maestro locale che è in cerca di qualcuno che possa un giorno prendere il suo posto. Ma la fede degli Ingmarsson ha ancora una volta la meglio: Elijas, nel corso di una delle sue malefatte, cade e sbatte violentemente la schiena restando paralizzato. Nel giro di qualche settimana il vizioso ragazzo muore e Karin può finalmente coronare il suo sogno d’amore con Halfvor che si rivela l’uomo più adatto per curare i terreni degli Ingmarsson.

Il secondo capitolo della saga dei “figli di Ingmar” è potenzialmente più drammatico e intenso del primo, ma questo non accade. Abbiamo prima conosciuto la famiglia Ingmarsson in un contesto differente, in cui la sofferenza supera la sola morale e raggiunge anche l’ambito psicologico e fisico. Con Karin Ingmarsdotter, infatti, la situazione cambia rispetto al precedente film e la tematica affrontata è in un certo senso molto più moderna visto che tratta di un matrimonio infelice dove una donna buona e generosa è costretta a subire i soprusi del marito alcolizzato, incapace di portare avanti una famiglia. Sarà ancora una volta la fede incrollabile a salvare gli Ingmarsson, questo perché nel mondo creato dalla Lagerlöf i drammi più intensi non sono altri che il modo in cui Dio mette alla prova gli uomini. Rispetto a Ingmarssönerna, lo svolgimento del racconto offre meno spunti insoliti (vedi il viaggio in paradisi di Ingmar alla ricerca del padre) e il racconto viene sviluppato in maniera decisamente più lineare. I personaggi poco caratterizzati e alcuni sono delle vere e proprie macchiette, vedi Elijas. Se la durata di Karin Ingmarsdotter è decisamente inferiore rispetto al capitolo precedente, questa seconda parte della saga non è esente dai limiti del film precedente. Come detto durante la recensione di Ingmarssönerna ho difficoltà a digerire i film muti che, in maniera spesso molto naif, costruiscono le loro vicende su un sostrato di religiosità spicciola. Come  per il precedente capitolo, anche qui non mancano però interessanti contaminazioni tra cristianesimo e residui di mitologia nordica. Fosse solo la tematica religiosa, non sarebbe certamente un problema; purtroppo la sceneggiatura è eccessivamente lineare e prevedibile ed è caratterizzata da una prolissità eccesiva che a mio avviso è spesso tipica dei film trasposti fedelmente da un libro. Nonostante la scarsa caratterizzazione dei personaggi, sono rimasto soddisfatto dalle capacità degli attori che hanno cercato in tutti i modi di innalzare il livello della narrazione. Menzione speciale, ancora una volta, per i paesaggi che sono una sorta di ancora di salvezza per lo spettatore poco appassionato del genere che si può perdere nelle splendide ambientazioni quando la trama perde di freschezza e lucidità. Anche qui, purtroppo, non esiste un’edizione home video.

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