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Posts Tagged ‘Lois Moran’

La Galerie des Monstres – Jaque Catelain (1924)

Jaque Catelain, che abbiamo imparato a conoscere per le sue interpretazioni sotto la direzione di Marcel l’Herbier, è qui alla sua seconda prova da regista, sebbene pur sempre sotto la direzione artistica di l’Herbier. La trama riprende il classico schema del “circus-drama” colorito da un tocco espressionista.

In un circo, il clown Riquett (Jaque Catelain) e la danzatrice Ralpha/Ofelia (Lois Moran) sono costretti a lavorare sotto le continue prepotenze del padrone Buffalo (Arthur Julian) qui sotto il nome di Yvonneck). Il malvagio padrone inoltre, invaghitosi di Ofelia, cerca continuamente di sedurla anche usando la violenza. La situazione diventa presto insostenibile e Riquett e Ofelia decidono di fuggire…

Il film presenta la solita carrellata di personaggi particolari, tipici del mondo del circo. Tra le varie comparse è da sottolineare quella di Alice Prin, alias Kiki de Montparnasse, modella francese icona degli anni ’20 e musa di tanti artisti tra cui Man Ray. Nel complesso la prova di Jaque Catelain alla regia non mi ha contio più di tanto, la vicenda si sviluppa in maniera lenta, lineare ma al contempo confusionaria. Uno dei pochi elementi interessanti è certamente costituito dai costumi e dai motivi che il pagliaccio Riquett/Catelain dipinge sul suo volto. Probabilmente ci troviamo di fronte ad una di quelle opere che meriterebbero di essere restaurate per essere apprezzate pienamente. Il film, di cui sembra ci sia stata una versione DVD con didascalie in inglese dostribuita dal sito Facetsdvd, è reperibile in un riversamento, forse da VHS, con didascalie in russo di cui potete vedere una scena nel video a fondo pagina.

Curiosità: “La Galerie des Monstres” è uno dei pochissimi film muti francesi e occidentali in generale ad aver influenzato il cinema giapponese. Secondo IMDB nel 1926 vinse il premio Kinema Junpo Award come Best Artistic Film. Probabilmente proprio i costumi hanno influenzato il suo successo nel Sol Levante.

Il Fu Mattia Pascal (Feu Mathias Pascal) – Marcel L’Herbier (1926)

Un piccolo capolavoro dimenticato: definirei così questa bella trasposizione delle avventure del Fu Mattia Pascal, eroe pirandelliano che tanto ha dato alla nostra letteratura. Tutto era nato da un accordo tra lo stesso Pirandello e L’Herbier, il quale aveva sancito la nascita del film. Per la sua realizzazione il regista francese si era avvalso di un grande divo di quei tempi, il russo Ivan Mosjoukine, uno di quei personaggi maledetti del cinema muto: grande divo di quei tempi, attorniamo di un numero altissimo di ammiratrici (tanto da essere soprannominato “il Rodolfo Valentino russo“), noto per la sua esuberanza e morto in circostanze misteriose all’età di 49 anni, probabilmente di tubercolosi nell’ospedale di Saint-Pierre de Neuilly. La strana unione tra L’Herbier, freddo e introverso, e l’attore russo diede tuttavia vita a un film scoppiettante, in cui tutta la capacità di sperimentazione dei due poteva avere ampio spazio. Del resto il romanzo pirandelliano era un vero e proprio invito all’innovazione, grazie ai temi variegati ed allo spessore psicologico dei personaggi e del protagonista in particolare.

Riprendendo ed adattando la storia originale, il film ci racconta le vicende di Mattia Pascal (Ivan Mosjoukine), sposato con Romilda (Marcelle Pradot), a discapito dell’amico Gerolamo Pomino (un giovane e impacciato Michel Simon), e costretto a sottostare alle angherie della perfida suocera Marianna Dondi (Madame Barsac). Quando muoiono madre (Marthe Mellot) e figlia, scappa a Montecarlo dove vince una grossa somma di denaro. Nel viaggio di ritorno a casa scopre di essere stato dato per morto. Decide quindi di scappare a Roma sotto una nuova identità, quella di Adriano Meis. Qui incontra la bella Adriana (Lois Moran) ma anche il malvagio Terenzio Papiano (Jean Hervé,il fratello sarà invece interpretato dal più noto Pierre Batcheff). Ma la vera identità di Mattia è sempre in agguato, e il protagonista dovrà imparare a combattere con essa…

Per chi non avesse letto il libro lascio il finale in sospeso, anche se in realtà nel film è leggermente diverso. In questa trasposizione abbiamo tutto: il tema dell’identità, della famiglia, del sentimento, dell’appagamento personale, dell’occulto e del gioco d’azzardo. In particolare il regista si sofferma sulla doppia identità di Mattia, con tanto di teniche di sdoppiamento, e scontri tra le due anime del protagonista. L’umorismo pirandelliano si fonde nel racconto regalandoci alcune scene molto divertenti (alcune delle quali,però, sembrano durare un po’ troppo). Il ruolo di Mattia Pascal sembra calzare a pennello a Mosjoukine, così come perfetti sono gli altri personaggi. La pellicola, come era usanza di l’Herbier, era colorata in Technicolor, e ci regala delle scene splendide, come quella della festa di paese (che sembra essere un tema molto caro al nostro regista).I giochi di colore tornano però nel corso di tutta la vicenda, senza però regalarci forti emozioni come accaduto con l’homme du large. Le inquadrature sono molto curate, e offrono a tratti immagini di grande bellezza. Il film ebbe un grande successo sia di pubblico che di critica.

La pellicola ha una storia alquanto articolata: fino a qualche tempo fa circolava solo (grazie a registrazioni televisive) la versione breve, restaurata negli anni ’90 dalla Cinémathèque Française, la cui durata si aggirava intorno alle due ore. Proprio questa è la versione che io stesso ho visionato grazie ad una vecchia registrazione Rai in VHS. Recentemente è stata ritrovata e restaurata dal laboratorio L’Immagine Ritrovata una pellicola destinata all’esportazione tratta da un duplicato della pellicola originale della durata di quasi tre ore e risalente agli anni ’60. Negli ultimi tempi questa versione è stata proposta durante numerose manifestazioni e trasmessa per lo meno dalla rete tedesca Arte (di cui si teoricamente è possibile reperire la registrazione). Purtroppo ho potuto vedere solo alcune immagini, ma il risultato mi è sembrato davvero eccezionale. La partitura è stata riscritta per l’occasione da Timothy Brock. Alla ricerca di una edizione in commercio ho trovato un fantomatico “Marcel L’Herbier.Il fu Mattia Pascal. Con DVD” edito dalla Cineteca di Bologna e teoricamente disponibile da marzo di quest’anno, di cui non ho altre informazioni. Sul sito della Cineteca non sembra per altro essere in vendita tanto da sembrare già esaurito. Cercherò di ottenere maggiori informazioni a riguardo.

Il Capitano di Singapore (The Road to Mandalay) – Tod Browning (1926)

Da grande estimatore di Tod Browning non potevo esimermi dal vedere questa pellicola che purtroppo, devo dire, mi ha abbastanza deluso. La nostra sfortuna è quella di possedere un unico esemplare, per altro mutilo e in pessime condizioni, ritrovato in Francia negli anni 80. Sinceramente non sono a conoscenza di lavori di restuaro, di cui ci sarebbe urgente bisogno. A quanto ne so è molto raro trovare informazioni, specialmente in Italia, riguardanti questo film, cercherò quindi di dare un quadro generale esprimendo qualche considerazione.

Siamo a Singapore, terra di riposo per i marinai, dove regna un trio di malfattori composto da Singapore Joe (Lon Chaney) caratterizzato da un occhio sfregiato, Charlie Wing detto l’Inglese (Sojin), maestro nell’uso dei coltelli e L’Ammiraglio (Owen Moore), mascalzone che non disdegna alcool e risse. Quest’ultimo si innamora della bella Rosemary (Lois Moran), venditrice di goielli che vive sotto la protezione di suo zio,  Padre James (Henry B. Walthall) e di un piccolo servo (una nostra vecchia conoscenza: John George). La ragazza, in realtà, è figlia di Singapore Joe, che vorrebbe interrompere la sua carriera criminale per rivelarsi e vivere finalmente assieme alla figlia. Scoperta la relazione tra Rosemary e L’Ammiraglio, volendo evitare che la figlia sposi un delinquente suo pari, Joe cercherà di ostacolare il loro matrimonio…

La vicenda si regge totalmente sulle spalle di Lon Chaney, nel difficile compito di interpretare un criminale senza scrupoli che si scopre padre preoccupato. Alcune scene finali mettono in evidenza questa “schizofrenia” del personaggio, sconvolto da un dramma interiore tanto forte da portarlo a gesti estremi. La storia, però, forse a causa della mutilazione subita dalla pellicola, non riesce a incidere: i personaggi sono poco caratterizzati e non c’è un vero e proprio sviluppo. Tutto sembra essere scontato, anche per un film del 1926. The Road to Mandalay è mix di machismo, risse, fascino esotico (tra bar e tanti luoghi comuni) con una spruzzatina di drammaticità. Per quanto ho potuto vedere, forse è uno dei lavori meno riusciti di Tod Browning che per l’occasione aveva curato anche la scenografia assieme a Herman Mankiewicz. Spero comunque possa uscire presto un’edizione restaurata (nel caso fosse già uscita vi prego di segnalarmelo). Le immagini che ho riportato sono ovviamente fotografie di scena e non screenshot.