Archivio

Posts Tagged ‘Marcel l’Herbier’

I Fari e il Cinema

gennaio 29, 2013 2 commenti

Finis Terrae – Jean Epstein (1929)

Esattamente un anno e mezzo fa pubblicavo il mio primo post su questo spazio dedicato al cinema muto. All’epoca si chiamava ancora “senza voce” e mi ostinavo a voler descrivere i film in ogni più piccolo dettaglio. Il primissimo articolo era dedicato a “l’Uomo che Ride“, che aveva ispirato sia il titolo provvisorio del blog che il mio attuale nickname: mutosorriso. Voleva essere un omaggio a Gwynplaine e al suo triste e silenzioso sorriso, che mi aveva colpito profondamente. Ieri, con l’ultimo capitolo della trilogia di The Rat, ho raggiunto quota 65 recensioni e più di 12.000 visite. Non avrei mai pensato di raggiungere traguardi di questo tipo. Ma la cosa più bella, e l’ho ripetuto più volte, è stata quella di poter conoscere tante persone nuove e trovare nuove ed entusiasmanti collaborazioni.
L’ultima di queste è appena partita grazie a Gianni e Federica, fondatori del blog Uomini e lighthouse. Tutto è partito da un film muto a cui tengo particolarmente e di cui avevo parlato nel Febbraio dello scorso anno. Si tratta di Finis Terrae, di Epstein, affresco della Bretagna dell’inizio del secolo scorso. Proprio da lì è nato uno scambio di mail più o meno lunghe che è culminato con un progetto, partito proprio ieri, che mi ha subito emozionato. Cercherò infatti di parlare dei film, non solo muti, che parlano dei fari. L’idea di partenza era quella di limitarsi alla Bretagna, ma visto il mio amore per l’Irlanda (e grazie forse anche alla mia conoscenza dei film irlandesi), abbiamo deciso di estendere la nostra area di interesse. Gli articoli cercheranno di incentrarsi più sui fari che non sulla storia del film, per questo non escludo di tornare a parlare di Finis Terrae e di un altro film che mi piace particolarmente, l’Homme du Large di Marcel l’Herbier. Siamo partiti con un film del 2004, l’Équipier di Philippe Lioret, ambientato nell’isola di Ouessant.

Spero mi seguirete anche in questa nuova avventura che non metterà, assolutamente, in disparte il progetto “E Muto Fu” che continuo a portare avanti con il massimo entusiamo.

Per finire volevo segnalare l’apertura di tre pagine diverse per gli indici (divisi in ordine alfabetico, per regista e per attore), prima raggruppati in un’unica pagina.

Grazie a tutti voi lettori che avete permesso a questo spazio di tagliare questo storico traguardo.

Yann

La Galerie des Monstres – Jaque Catelain (1924)

novembre 23, 2012 1 commento

Jaque Catelain, che abbiamo imparato a conoscere per le sue interpretazioni sotto la direzione di Marcel l’Herbier, è qui alla sua seconda prova da regista, sebbene pur sempre sotto la direzione artistica di l’Herbier. La trama riprende il classico schema del “circus-drama” colorito da un tocco espressionista.

In un circo, il clown Riquett (Jaque Catelain) e la danzatrice Ralpha/Ofelia (Lois Moran) sono costretti a lavorare sotto le continue prepotenze del padrone Buffalo (Arthur Julian) qui sotto il nome di Yvonneck). Il malvagio padrone inoltre, invaghitosi di Ofelia, cerca continuamente di sedurla anche usando la violenza. La situazione diventa presto insostenibile e Riquett e Ofelia decidono di fuggire…

Il film presenta la solita carrellata di personaggi particolari, tipici del mondo del circo. Tra le varie comparse è da sottolineare quella di Alice Prin, alias Kiki de Montparnasse, modella francese icona degli anni ’20 e musa di tanti artisti tra cui Man Ray. Nel complesso la prova di Jaque Catelain alla regia non mi ha contio più di tanto, la vicenda si sviluppa in maniera lenta, lineare ma al contempo confusionaria. Uno dei pochi elementi interessanti è certamente costituito dai costumi e dai motivi che il pagliaccio Riquett/Catelain dipinge sul suo volto. Probabilmente ci troviamo di fronte ad una di quelle opere che meriterebbero di essere restaurate per essere apprezzate pienamente. Il film, di cui sembra ci sia stata una versione DVD con didascalie in inglese dostribuita dal sito Facetsdvd, è reperibile in un riversamento, forse da VHS, con didascalie in russo di cui potete vedere una scena nel video a fondo pagina.

Curiosità: “La Galerie des Monstres” è uno dei pochissimi film muti francesi e occidentali in generale ad aver influenzato il cinema giapponese. Secondo IMDB nel 1926 vinse il premio Kinema Junpo Award come Best Artistic Film. Probabilmente proprio i costumi hanno influenzato il suo successo nel Sol Levante.

Futurismo (L’Inhumaine) – Marcel l’Herbier (1924)

gennaio 19, 2012 2 commenti

Circolato in Italia con il nome di “Futurismo”, l’inhumaine è sicuramente un film dalla forte componente astratta, particolarità che traspare dalle riprese e dalla strana architettura degli edifici. Per questo film il regista riuscì a scritturare la nota cantante lirica Georgette Leblanc, celebre per le sue relazioni con grandi artisti dell’epoca e per la sua ecletticità. La Leblanc si cala alla perfezione nel ruolo di Claire Lescot, cantante lirica nota per la sua insensibilità di fronte ai suoi spasimanti, tanto da essere chiamata “disumana” (l’Inhumaine appunto).

Il giovane inventore Einar Norsen (Jaque Catelain), è perdutamente innamorato della cantante Claire Lescot (Georgette Leblanc), che puntualmente lo rifiuta. Esasperato dall’impossibilità di coronare il suo amore, il ragazzo tenta il suicidio. Alla vista del corpo di Einar, Claire si scioglie rivelando così il proprio amore. Solo allora il giovane compare improvvisamente rivelando di aver ordito un inganno nella speranza di far uscire allo scoperto i sentimenti della cantante. Ma Einar non è l’unico ad amare Claire. Il Maharajah del Nopur (Philippe Hériat), accecato dalla gelosia, decide di uccidere la donna per non permettere a nessun altro di averla. Per Einar inizierà una corsa contro il tempo per riportare in vita la sua amata grazie alla sua scienza…

L’Herbier si conferma il regista più vicino al mio gusto personale dando dimostrazione, ancora una volta, della sua grande ecletticità. In questa occasione veniamo sopraffatti dall’aspetto avanguardistico, condito da un interesse artistico per le sceneggiature, che ricordano da vicino quadri espressionisti ed astrattisti (in particolare la casa di Einar). Non mancano stoccate, più o meno pungenti, alla borghesia dell’epoca e ai suoi eccessi. I personaggi principali recitano perfettamente i loro ruoli, giocando molto sui movimenti del corpo e sulle espressioni. Si notano alcuni giochi di ombre molto interessanti oltre che delle scene d’antologia; in particolare mi riferisco alle sezioni in cui Einar utilizza la macchina, dove il paesaggio si deforma, attraverso una sovrapposizione di immagini o uno split screen, regalandoci il punto di vista dell’automobile stessa. La partitura originale di Darius Milhaud è purtroppo andata perduta.

Nonostante tutti questi elementi positivi, L’Inhumaine soffre l’eccessiva lentezza nello svolgimento della vicenda, probabilmente proprio per la grande cura nei dettagli che il regista dimostra di seguire. Per gli amanti del regista è sicuramente un film da vedere, mentre è poco consigliabile ad un pubblico meno esperto o appassionato. Ancora oggi l’inhumaine risulta di difficile reperibilità.

Il denaro (L’argent) – Marcel L’Herbier (1928)

ottobre 25, 2011 1 commento

Le opere adattate sono solamente un materiale da cui trarre quello che si vuole“, così aveva detto una volta Marcel l’Herbier, e la cosa traspare ne “L’argent”, omonimo adattamento del romanzo di Zola. Il regista plasma la vicenda originale e la trasporta ai suoi giorni, modernizzandola e modellandola per i suoi scopi. Il risultato fu ovviamente molto discusso tanto che Antoine arrivò a definire il film “una manipolazione del testo, un sacrilegio commesso da un arrivista ambizioso e incoscente”. Parole forti, che non tengono sicuramente conto del grande valore di L’Herbier e del contributo che aveva dato al cinema francese ed internazionale. Purtroppo però la pellicola non ebbe neppure un grande successo di pubblico, sia per la durata, quasi tre ore nonostante la lunghezza fosse stata di gran lunga ridotta rispetto a quella originaria, sia per l’argomento: un intrigo finanziario, sebbene infarcito di violenze ed amori proibiti, che mal venivano digerito dalla popolazione. A partire dagli anni ’60 il film è stato giustamente riscoperto ed apprezzato, tanto da essere considerato “un faro della modernità“. L’affermazione è certamente esagerata ma fa capire il grande valore che ebbe questo film grazie ai suoi espendienti tecnici, le sue splendide immagini e le innovazioni nelle inquadrature. Alle soglie del 1930, a questo film sembra mancare solo il suono, ma la sua assenza viene sopperita da uno splendido gioco con le didascalie, ottime inquadrature e scene ben congeniate.

Il Banchiere Saccard (Pierre Alcover) tenta di speculare sulle imprese dell’aviatore Jacques Hamelin (Henry Victor) intenzionato a compiere un proibitivo volo fino in Guyana, ricca di petrolio da sfruttare. Mentre il ragazzo compie la sua missione, il perfido banchiere cerca di sedurne la moglie Line (Mary Glory) con mezzi più o meno leciti. Ma le malefatte vengono sempre pagate: Saccard finisce in prigione dopo che il suo rivale in affari Gunderman (Alfred Abel) con l’aiuto della Baronessa Sandorf (la Brigitte Helm di Metropolis e Atlantide) riesce a convincere Line a sporgere denuncia contro di lui. Il finale lascia intendere che al banchiere non è bastata la lezione appena subita.

Prima della crisi degli anni ’30 e dopo la grande depressione di fine Ottocento, l’Herbier dipinge un ritratto del mondo finanziario dell’epoca, mettendo a nudo la brama di denaro degli speculatori. La morale sembra suggerire che il denaro non permette tutto, anche se nel finale sembra serpeggiare quasi il messaggio contrario. Il denaro è il vero protagonista della vicenda, e porta avanti la narrazione con autorità. Bisogna però puntualizzare che il regista non voleva attaccare il mondo della finanza in generale, ma descriverne la sua degenerazione, raccontando la storia di un uomo divorato dalla brama di ricchezze. L’Herbier ci regala delle inquadrature stupende, ben 1952, per un totale di sette secondi per inquadratura circa, una cifra davvero elevata per l’epoca. La scena più nota del film, quella in cui i finanzieri si affollano nella borsa, consta quasi duemila comparse e venne ripresa da ben quindici fotocamere, di cui una che calava da diversi metri di altezza. Al gran numero di inquadrature si contrappone una recitazione molto semplice, data dalle splendide interpretazioni degli attori, tra cui spicca il massiccio Alcover, che viene valorizzato maggiormente grazie all’espediente della ripresa contre-plongée, che rafforza ulteriormente la sua mole. Al suo fianco figurano attori che non hanno certo bisogno di presentazioni, essendo conosciuti al grande pubblico per aver preso parte a pellicole di grande spessore. Nel complesso, “il denaro” risulta un’opera molto interessante penalizzata, forse, dalla lunga durata. Nonostante questo l’Herbier riesce comunque a catturare l’attenzione dello spettatore con numerosi espendienti. Il film, nella sua edizione restaurata, non è edito in Italia ma è facilmente reperibile nella sua edizione francese o anglosassone. Consiglio in particolare l’edizione Eureka della collana Masters of Cinema.

Il Fu Mattia Pascal (Feu Mathias Pascal) – Marcel L’Herbier (1926)

settembre 10, 2011 Lascia un commento

Un piccolo capolavoro dimenticato: definirei così questa bella trasposizione delle avventure del Fu Mattia Pascal, eroe pirandelliano che tanto ha dato alla nostra letteratura. Tutto era nato da un accordo tra lo stesso Pirandello e L’Herbier, il quale aveva sancito la nascita del film. Per la sua realizzazione il regista francese si era avvalso di un grande divo di quei tempi, il russo Ivan Mosjoukine, uno di quei personaggi maledetti del cinema muto: grande divo di quei tempi, attorniamo di un numero altissimo di ammiratrici (tanto da essere soprannominato “il Rodolfo Valentino russo“), noto per la sua esuberanza e morto in circostanze misteriose all’età di 49 anni, probabilmente di tubercolosi nell’ospedale di Saint-Pierre de Neuilly. La strana unione tra L’Herbier, freddo e introverso, e l’attore russo diede tuttavia vita a un film scoppiettante, in cui tutta la capacità di sperimentazione dei due poteva avere ampio spazio. Del resto il romanzo pirandelliano era un vero e proprio invito all’innovazione, grazie ai temi variegati ed allo spessore psicologico dei personaggi e del protagonista in particolare.

Riprendendo ed adattando la storia originale, il film ci racconta le vicende di Mattia Pascal (Ivan Mosjoukine), sposato con Romilda (Marcelle Pradot), a discapito dell’amico Gerolamo Pomino (un giovane e impacciato Michel Simon), e costretto a sottostare alle angherie della perfida suocera Marianna Dondi (Madame Barsac). Quando muoiono madre (Marthe Mellot) e figlia, scappa a Montecarlo dove vince una grossa somma di denaro. Nel viaggio di ritorno a casa scopre di essere stato dato per morto. Decide quindi di scappare a Roma sotto una nuova identità, quella di Adriano Meis. Qui incontra la bella Adriana (Lois Moran) ma anche il malvagio Terenzio Papiano (Jean Hervé,il fratello sarà invece interpretato dal più noto Pierre Batcheff). Ma la vera identità di Mattia è sempre in agguato, e il protagonista dovrà imparare a combattere con essa…

Per chi non avesse letto il libro lascio il finale in sospeso, anche se in realtà nel film è leggermente diverso. In questa trasposizione abbiamo tutto: il tema dell’identità, della famiglia, del sentimento, dell’appagamento personale, dell’occulto e del gioco d’azzardo. In particolare il regista si sofferma sulla doppia identità di Mattia, con tanto di teniche di sdoppiamento, e scontri tra le due anime del protagonista. L’umorismo pirandelliano si fonde nel racconto regalandoci alcune scene molto divertenti (alcune delle quali,però, sembrano durare un po’ troppo). Il ruolo di Mattia Pascal sembra calzare a pennello a Mosjoukine, così come perfetti sono gli altri personaggi. La pellicola, come era usanza di l’Herbier, era colorata in Technicolor, e ci regala delle scene splendide, come quella della festa di paese (che sembra essere un tema molto caro al nostro regista).I giochi di colore tornano però nel corso di tutta la vicenda, senza però regalarci forti emozioni come accaduto con l’homme du large. Le inquadrature sono molto curate, e offrono a tratti immagini di grande bellezza. Il film ebbe un grande successo sia di pubblico che di critica.

La pellicola ha una storia alquanto articolata: fino a qualche tempo fa circolava solo (grazie a registrazioni televisive) la versione breve, restaurata negli anni ’90 dalla Cinémathèque Française, la cui durata si aggirava intorno alle due ore. Proprio questa è la versione che io stesso ho visionato grazie ad una vecchia registrazione Rai in VHS. Recentemente è stata ritrovata e restaurata dal laboratorio L’Immagine Ritrovata una pellicola destinata all’esportazione tratta da un duplicato della pellicola originale della durata di quasi tre ore e risalente agli anni ’60. Negli ultimi tempi questa versione è stata proposta durante numerose manifestazioni e trasmessa per lo meno dalla rete tedesca Arte (di cui si teoricamente è possibile reperire la registrazione). Purtroppo ho potuto vedere solo alcune immagini, ma il risultato mi è sembrato davvero eccezionale. La partitura è stata riscritta per l’occasione da Timothy Brock. Alla ricerca di una edizione in commercio ho trovato un fantomatico “Marcel L’Herbier.Il fu Mattia Pascal. Con DVD” edito dalla Cineteca di Bologna e teoricamente disponibile da marzo di quest’anno, di cui non ho altre informazioni. Sul sito della Cineteca non sembra per altro essere in vendita tanto da sembrare già esaurito. Cercherò di ottenere maggiori informazioni a riguardo.

La giustizia del mare (l’homme du large) – Marcel L’Herbier (1920)

agosto 20, 2011 2 commenti

Oggi torniamo al cinema francese con una pellicola davvero straordinaria, forse una delle migliori di Marcel l’Herbier. Mi riferisco a l’homme du large, storia molto evocativa tratta da Un drame au bord de la mer di Honoré de Balzac. La vicenda si svolge nella mia cara Bretagna, in particolare a Batz-sur-Mer, cittadina purtroppo ora relegata al dipartimento della Loire-Atlantique, le cui riprese spaziano tra le coste del Morbihan e del Finistère. In questo racconto l’elemento bretone è costantemente presente, si va dai costumi tipici, ai balli e agli strumenti tradizionali (la bombarda e il biniou, la cornamusa locale), dalla particolare religiosità allo stretto rapporto con l’elemento primo: il mare, anzi, l’oceano. La Bretagna ha sviluppato una sua particolare forma di religione, fortemente radicata nella natura: basti ricordare che molti dei santi bretoni non sono riconosciuti ufficialmente dalla chiesa. Potete scorrere una cartina della regione e subito vi renderete conto di come la toponomastica sia spesso legata a nomi di santi o al mare: lo stesso Morbihan significa, in bretone, “piccolo mare“. Fino alla prima e seconda guerra mondiale, la Bretagna era ancora così, in tutta la sua semplicità ed “arretratezza”, con il bretone come lingua principale e le proprie tradizioni, tanto da considerarsi quasi uno stato a sè stante. Al termine dei conflitti mondiali, invece, il governo centralizzato francese ha fatto partire un processo di modernizzazione e francesizzazione, ma questo intervento tardivo giustifica il radicato sentimento nazionalista tutt’ora presente nella popolazione locale. Tutti questi elementi sono fondamentali per capire questa pellicola e i personaggi in essa rappresentati.

Il film si apre con l’immagine di un uomo, visibilmente disperato, che giura al mare e a Dio di passare il resto della vita in silenzio e meditazione. Da qui parte un lungo flashback: Nolff (Roger Karl), è un pescatore fortemente legato al suo oceano e, quando la moglie (Claire Prélia) partorisce un figlio maschio, Michel (Jaque Catelain), egli decide di consacrarlo ad esso. Il pescatore fa un patto con la sua consorte: lui educherà e crescerà Michel mentre lei, invece, farà lo stesso con la loro figlia, Djenna (Marcelle Pradot). Gli effetti non tardano a palesarsi: gli anni passanno e il figlio maschio è diventato un depravato fannullone, mentre Djenna è una lavoratrice instancabile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Con il passare del tempo le condizioni di Michel si aggravano: in un crescendo che ricorda Greed di Von Stroheim, questi si avvicina sempre più alla sfrenatezza aumentando i propri vizi, anche per colpa della cattiva influenza del Lucignolo della situazione, Guenn la Taupe (prima interpretazione del grande Charles Boyer). Accecato dalla passione, il ragazzo arriva a non andare al capezzale della madre morente pur di stare accanto alla donna che desidera ardentemente, nel locale più malfamato della città…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Da questo momento in poi Michel perde il controllo: prima tenta di uccidere un uomo, poi, per rubare i soldi che la madre aveva lasciato in eredità a Djenna, ferisce la sorella. Il padre, esasperato, decide di rimandare la decisione al mare purificatore, e dopo essersi assicurato che non potesse fuggire, lo manda alla deriva sopra a una piccola imbarcazione, decidendo di vivere una vita in solitudine e in silenzio. Qualche tempo dopo  il mare darà il suo giudizio…

(potete riprendere la lettura da qui…)

L’homme du large è un film davvero molto interessante sotto tantissimi punti di vista. Henri Langlois, fondatore della cinématèque française, lo definì come “il primo esempio di scrittura cinematografica […] l’homme du large non è una semplice sequenza di fatti spiegati e rilegati da sottotitoli, ma una successione di immagini il cui messaggio ha la stessa forza di un’idea; […] Le didascalie non sostituiscono mai un’immagine per aggiungere frasi che sembrano essere inesprimibili. Si sovrappongono all’immagine per sottolinearne il senso…” (da L’Âge du cinéma 6, 1952;  tr. Esvan Y.) In effetti l’uso delle didascalie è molto originale: esse ritagliano le scene acui si riferiscono presentando sempre, al loro interno, elementi di esse. Grazie all’ultimo restauro operato dalla Gaumont dal 1998 al 2001, ci sono stati inoltre restituiti i colori originali, meticolosamente preparati dal regista, che servivano ad evidenziare maggiormente i contrasti tra le diverse scene e a mostrare e caratterizzare i sentimenti dei vari personaggi. La scena in cui questo gioco dei contrasti sembra avere il suo apice è quella dove si alternano le scene di sfrenatezza di Michel, caratterizzate da un rosso sporco, a quelle scure di agonia della madre. Tema portante è la redenzione, la dicotomia tra bene e male, l’attaccamento alla religiosità. L’Homme du large presenta un’altra caratteristica molto importante: un po’ come moderna Odissea, questo film presenta uno dei primi casi in cui la storia parte da un flashback per poi ricongiungersi all’inizio della vicenda e proseguire con la storia. Un film tanto ricco di eccessi non potè sfuggire alla censura, anche se gli interventi, in realtà limitati alle scene riguardanti il locale peccaminoso, dove si alternano baci lascivi e scene saffiche, vennero subito resi vani dallo stesso regista che si premurò di reinserire le parti tagliate nella pellicola originale.

L’Homme du large ebbe un vasto successo sia di pubblico che di critiche che si protrasse nell’arco degli anni. Forse è il film più espressionista del regista francese, il più carico di simboli, che si nascondono in ogni scena. Nel 2009 la Gaumont ha finalmente messo in vendita il DVD della versione restaurata, che ha permesso così di poter godere a pieno di questo capolavoro. Un film di cui si parla poco in Italia ma che merita di essere visto.