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Posts Tagged ‘Roger Karl’

La femme de nulle part – Louis Delluc (1922)

agosto 28, 2012 Lascia un commento

Quando, diversi mesi fa, avevo parlato di Fièvre di Delluc avevo espresso il desiderio di poter vedere “La femme de nulle part“. Dopo quasi un anno ci sono finalmente riuscito, anche se purtroppo non nel modo che speravo. La versione DVD sembra ancora lontana, così mi sono ritrovato a visionare un riversamento di qualità molto scadente, ma fortunatamente completo.

Una donna sconosciuta (Ève Francis) torna nella sua vecchia abitazione trasportata dai ricordi di un amore ormai perduto. La casa è ora abitata da una giovane coppia (Gine Avril e Roger Karl) il cui amore è in crisi. La moglie, infatti, porta avanti segretamente una relazione con un amante (André Daven) e progetta di fuggire con lui approfittando della temporanea assenza del marito. La Sconosciuta rivedrà in questa situazione quella capitatagli tanti anni prima nello stesso luogo e si ritroverà coinvolta emotivamente nell’evolversi della vicenda.

Delluc ci trasporta all’interno delle emozioni di una donna che rivive il suo travagliato passato e lo fa grazie a un sapiente uso del montaggio attraverso il quale sovrappone il presente e il passato, mescolandoli fino quasi a confonderli. Ancora una volta il personaggio principale della vicenda è interpretato dall’attrice e moglie del regista, Ève Francis, la quale riesce benissimo ad esprimere i travagliati sentimenti del suo personaggio. Bella anche l’interpretazione di Roger Karl, attore molto amato da Delluc e l’Herbier, e di Gine Avril, qui in una delle sue rare interpretazioni cinematografiche.

Difficile valutare la fotografia e il film nel complesso a causa delle cattive condizioni del riversamento. La speranza è quella di veder presto i lavori di Delluc restaurati degnamente in una edizione ad alta definizione che possa finalmente dare il giusto rilievo alla bellezza espressiva dei suoi film.

La giustizia del mare (l’homme du large) – Marcel L’Herbier (1920)

agosto 20, 2011 1 commento

Oggi torniamo al cinema francese con una pellicola davvero straordinaria, forse una delle migliori di Marcel l’Herbier. Mi riferisco a l’homme du large, storia molto evocativa tratta da Un drame au bord de la mer di Honoré de Balzac. La vicenda si svolge nella mia cara Bretagna, in particolare a Batz-sur-Mer, cittadina purtroppo ora relegata al dipartimento della Loire-Atlantique, le cui riprese spaziano tra le coste del Morbihan e del Finistère. In questo racconto l’elemento bretone è costantemente presente, si va dai costumi tipici, ai balli e agli strumenti tradizionali (la bombarda e il biniou, la cornamusa locale), dalla particolare religiosità allo stretto rapporto con l’elemento primo: il mare, anzi, l’oceano. La Bretagna ha sviluppato una sua particolare forma di religione, fortemente radicata nella natura: basti ricordare che molti dei santi bretoni non sono riconosciuti ufficialmente dalla chiesa. Potete scorrere una cartina della regione e subito vi renderete conto di come la toponomastica sia spesso legata a nomi di santi o al mare: lo stesso Morbihan significa, in bretone, “piccolo mare“. Fino alla prima e seconda guerra mondiale, la Bretagna era ancora così, in tutta la sua semplicità ed “arretratezza”, con il bretone come lingua principale e le proprie tradizioni, tanto da considerarsi quasi uno stato a sè stante. Al termine dei conflitti mondiali, invece, il governo centralizzato francese ha fatto partire un processo di modernizzazione e francesizzazione, ma questo intervento tardivo giustifica il radicato sentimento nazionalista tutt’ora presente nella popolazione locale. Tutti questi elementi sono fondamentali per capire questa pellicola e i personaggi in essa rappresentati.

Il film si apre con l’immagine di un uomo, visibilmente disperato, che giura al mare e a Dio di passare il resto della vita in silenzio e meditazione. Da qui parte un lungo flashback: Nolff (Roger Karl), è un pescatore fortemente legato al suo oceano e, quando la moglie (Claire Prélia) partorisce un figlio maschio, Michel (Jaque Catelain), egli decide di consacrarlo ad esso. Il pescatore fa un patto con la sua consorte: lui educherà e crescerà Michel mentre lei, invece, farà lo stesso con la loro figlia, Djenna (Marcelle Pradot). Gli effetti non tardano a palesarsi: gli anni passanno e il figlio maschio è diventato un depravato fannullone, mentre Djenna è una lavoratrice instancabile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Con il passare del tempo le condizioni di Michel si aggravano: in un crescendo che ricorda Greed di Von Stroheim, questi si avvicina sempre più alla sfrenatezza aumentando i propri vizi, anche per colpa della cattiva influenza del Lucignolo della situazione, Guenn la Taupe (prima interpretazione del grande Charles Boyer). Accecato dalla passione, il ragazzo arriva a non andare al capezzale della madre morente pur di stare accanto alla donna che desidera ardentemente, nel locale più malfamato della città…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Da questo momento in poi Michel perde il controllo: prima tenta di uccidere un uomo, poi, per rubare i soldi che la madre aveva lasciato in eredità a Djenna, ferisce la sorella. Il padre, esasperato, decide di rimandare la decisione al mare purificatore, e dopo essersi assicurato che non potesse fuggire, lo manda alla deriva sopra a una piccola imbarcazione, decidendo di vivere una vita in solitudine e in silenzio. Qualche tempo dopo  il mare darà il suo giudizio…

(potete riprendere la lettura da qui…)

L’homme du large è un film davvero molto interessante sotto tantissimi punti di vista. Henri Langlois, fondatore della cinématèque française, lo definì come “il primo esempio di scrittura cinematografica […] l’homme du large non è una semplice sequenza di fatti spiegati e rilegati da sottotitoli, ma una successione di immagini il cui messaggio ha la stessa forza di un’idea; […] Le didascalie non sostituiscono mai un’immagine per aggiungere frasi che sembrano essere inesprimibili. Si sovrappongono all’immagine per sottolinearne il senso…” (da L’Âge du cinéma 6, 1952;  tr. Esvan Y.) In effetti l’uso delle didascalie è molto originale: esse ritagliano le scene acui si riferiscono presentando sempre, al loro interno, elementi di esse. Grazie all’ultimo restauro operato dalla Gaumont dal 1998 al 2001, ci sono stati inoltre restituiti i colori originali, meticolosamente preparati dal regista, che servivano ad evidenziare maggiormente i contrasti tra le diverse scene e a mostrare e caratterizzare i sentimenti dei vari personaggi. La scena in cui questo gioco dei contrasti sembra avere il suo apice è quella dove si alternano le scene di sfrenatezza di Michel, caratterizzate da un rosso sporco, a quelle scure di agonia della madre. Tema portante è la redenzione, la dicotomia tra bene e male, l’attaccamento alla religiosità. L’Homme du large presenta un’altra caratteristica molto importante: un po’ come moderna Odissea, questo film presenta uno dei primi casi in cui la storia parte da un flashback per poi ricongiungersi all’inizio della vicenda e proseguire con la storia. Un film tanto ricco di eccessi non potè sfuggire alla censura, anche se gli interventi, in realtà limitati alle scene riguardanti il locale peccaminoso, dove si alternano baci lascivi e scene saffiche, vennero subito resi vani dallo stesso regista che si premurò di reinserire le parti tagliate nella pellicola originale.

L’Homme du large ebbe un vasto successo sia di pubblico che di critiche che si protrasse nell’arco degli anni. Forse è il film più espressionista del regista francese, il più carico di simboli, che si nascondono in ogni scena. Nel 2009 la Gaumont ha finalmente messo in vendita il DVD della versione restaurata, che ha permesso così di poter godere a pieno di questo capolavoro. Un film di cui si parla poco in Italia ma che merita di essere visto.